Abitava da noi, nella vicina Olmetta, proprio accanto al fiume, una ragazza sola. Si chiamava Lucia. Così riservata, così discreta. Sapete, esistono persone così – ci sono, ma è come se non ci fossero. Sempre con lo sguardo basso, le trecce sottili e biondo-cenere, il fazzoletto vecchio annodato. Lavorava all’ufficio postale: smistava le lettere e consegnava le pensioni.

Viveva qui vicino, proprio sulla riva del Po a SantAndrea, una ragazza sola. Si chiamava Rosina. Una di quelle ragazze timide, quasi invisibili agli occhi degli altri. Sapete, ci sono certe persone che sembra che ci siano e, allo stesso tempo, non ci siano proprio. Con lo sguardo sempre basso, una treccina sottile e biondo-cenere, il foulard vecchio legato stretto. Lavorava allufficio postale: smistava lettere, consegnava pensioni ai vecchietti.

Nessuno la notava, Rosina. I nostri ragazzi del paese, un po come galli, vogliono luccichio, risate squillanti, ragazze col pepe. Ma Rosina… Niente.

Quella primavera arrivò al nostro consorzio agricolo un nuovo meccanico. Matteo. Alto, spalle larghe, ciuffo nero come la pece, occhi vivaci e furbi. E suonava anche la fisarmonica. Quando si metteva fuori dal circolo a suonare la sera, le ragazze si incantavano tutte. Anche a Rosina si fermò il cuore. Così forte che, da come la vedevo, laveva completamente stregata.

Ma dove andava la nostra grigia Rosina con uno come Matteo? Intorno a lui, le più belle ragazze del paese gli facevano la corte, lei solo da lontano lo seguiva con lo sguardo e sospirava così profondamente che a me, vedendola, si stringeva il cuore.

E successe qualcosa di strano in paese, miei cari.

A Rosina cominciarono ad arrivare lettere da Torino. Buste eleganti, carta spessa, la calligrafia maschile, ampia e sicura. E siccome Rosina lavorava proprio in posta, era lei la prima a vedere le lettere, ma si sa le notizie corrono, e la nostra capopostina, la zia Gina, lo sparò subito ai quattro venti:

La nostra Rosina ha un amore! Dalla città, eh! Chissà, magari la sposa perfino!

E Rosina passeggiava misteriosa, le gote arrossate, gli occhi brillanti. Si era fatta anche più bella. La schiena dritta, la treccia ornata di un nastro di raso. Camminava per la via con la busta in mano come se portasse una medaglia.

Matteo iniziò a osservarla. Ogni tanto le lanciava una sbirciata. Gli uomini sono fatti così: quando vedono che una donna interessa a qualcuno, vengono incuriositi subito anche loro.

E Rosina, povera, si affidava sempre di più a quei sogni. La trovavi spesso seduta fuori dalla posta, leggeva una lettera e sorrideva a qualcosa di solo suo. E la gente mormorava: Che fortuna, quella lì!

Ma tutto si spezzò improvviso, come un temporale dagosto.

Era festa al circolo, una marea di gente. La fisarmonica suonava, i giovani ballavano. Anche Rosina cera, in un angolo, con un vestito nuovo di cotone a fiori e la borsetta a tracolla.

Si avvicinarono due fratelli, i Balzano, un po alticci. Vollero scherzare, tirarono la borsa; il cinturino vecchio cedette. La borsa cadde, si aprì, e tutto quello che aveva si sparse per terra. Poi spuntarono anche quelle lettere, legate da un nastrino.

Uno dei Balzano, Sergio, afferrò il pacchetto e, ridendo, urlò:

Sentite tutti! Vediamo che belle parole le scrive il suo amore cittadino!

Rosina gli si lanciò addosso, pallida come un cencio:

Lascia! Ridammi!

Ma Sergio era più veloce, prese una lettera e iniziò a leggere, forte, da far zittire tutta la piazza.

«Carissima Rosina! I tuoi occhi sono come laghi dazzurro»

La gente ammutolì. Parole bellissime. Poi Sergio si bloccò, voltò il foglio, prese unaltra lettera: foglio spiegazzato, pieno di scritte e cancellature. Lo avvicina sotto la luce del lampione:

Ma fate un po attenzione! gridò ridendo Qui è tutto cancellato! Prima scrive «Cara Rosina», poi tutto barrato, e sotto «Amata mia», poi di nuovo cancellato! Sono bozze, gente! Se le scrive da sola le lettere! Si fa le dichiarazioni, si corregge!

Ed esplose una risata tremenda, da far cadere le foglie dai pioppi.

Si scrive da sola!
Che ridere! Si è inventata il fidanzato!

Rosina rimase in mezzo al cerchio, la faccia nascosta tra le mani, le spalle che tremavano. Una vergogna atroce. Io, che allora ero giovane e non sapevo cosa fare, respiravo a fatica.

Allimprovviso, la musica tacque.

Matteo, che fino a quel momento stava seduto sul gradino col suo strumento, si alzò. Lentamente, scese le scale. Tutti si spostarono: aveva in volto qualcosa di serio, pesante.

Arrivò da Sergio. Senza una parola, gli tolse le lettere di mano. Quello neanche fiato fece, sparì il sorrisetto. Matteo raccolse da terra i fogli, li pulì dalla polvere. Si avvicinò a Rosina, che continuava a coprirsi il viso.

Le prese il braccio con dolcezza, ma con fermezza, e disse ad alta voce per tutti:

Di che ridete, voi? Mai visto una persona?

Poi, più basso, rivolto a lei:

Vieni, Rosina. Ti accompagno a casa. Si è fatto buio.

E andarono via insieme. Tra la folla, attraverso quella silenzio improvviso e pieno di vergogna. Lui a testa alta, con una mano portava la sua borsa con le lettere, con laltra la teneva per il gomito.

Da quella sera tra loro cambiò tutto. Non subito. Rosina per mesi non riusciva a guardare nessuno negli occhi. Ma Matteo non la lasciava mai sola. La aspettava, la cercava. Dopo sei mesi si sposarono.

Vissero felici, sempre insieme. Matteo la adorava, per lei era tutto. Rosina fiorì, diventò una gran donna di casa, gli diede tre figli maschi. E nessuno, mai più, nominò quellepisodio. Bastava unocchiata di Matteo perché i malelingue si mordessero la lingua.

Gli anni passarono. Matteo se nè andato tre anni fa il cuore. Rosina, la nostra Rosina, senza di lui è diventata fragile. Io passo spesso a trovarla: per controllare la pressione, per una chiacchiera, un tè.

Una volta eravamo da lei in cucina. Pioveva forte, la stufa scoppiettava. Rosina rovistava nel vecchio comò, tira fuori una scatola di legno intagliata laveva fatta Matteo, tanti anni prima.

La apre. Dentro, quelle vecchie lettere, ingiallite dal tempo.

Lo sai, Giuseppina mi dice, la voce tremante Pensavo che lui le avesse buttate via, allora. O bruciate. Mi vergognavo anche solo di chiederglielo. Ho portato questa vergogna per tutta la vita, per quella bugia.

Prende la lettera sopra, ma sotto ce nè unaltra. Un foglio nuovo, ancora bianco, scritto da poco forse un mese prima che Matteo se ne andasse.

Rosina mette gli occhiali, legge, le lacrime che le corrono tra le rughe.

Mi allunga la lettera: «Leggi tu, Giuseppina. Non ci vedo più.»

Io prendo il foglio, decifro quella scrittura un po tremolante:

«Rosina mia. Ho trovato la scatola, lavevo nascosta meglio. Perdonami, vecchio scemo, se non ho mai parlato di quella storia. Ho visto come ti pesava il ricordo, non volevo metterti in imbarazzo, né farti male. Forse dovevo dirtelo tanto tempo fa, per evitarti tutto quel peso. Sì, quella notte fuori al circolo ho capito subito che le lettere te le scrivevi da sola. Il tuo tratto lo conoscevo dalle ricevute della posta. Sai perché non ho mai riso di te? Perché mi si è spezzato il cuore. Ho pensato: quanto bisogna sentirsi soli per inventarsi delle parole damore da soli? E come siamo stati ciechi noi uomini a non vedere una creatura come te. Grazie a quelle lettere, Rosina. Se non fosse stato per loro, forse sarei passato oltre la mia felicità. Per me, sei sempre stata la più bella di tutte. Il tuo Matteo.»

Abbiamo pianto a lungo, abbracciate, nella cucina che profumava di camomilla, mele secche e un amore così intenso che oggi non si vede quasi più.

Ecco, come va la vita, miei cari. Lei ha inventato una bugia per farsi vedere, per non sentirsi invisibile. E lui non ha visto la bugia, ma il dolore che si nascondeva dietro. E lha scaldata, per tutta la vita.

Guardo quella scatola e ripenso: non giudicate troppo chi fa sciocchezze. Chissà quale sete damore spinge certe persone a farle.

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Abitava da noi, nella vicina Olmetta, proprio accanto al fiume, una ragazza sola. Si chiamava Lucia. Così riservata, così discreta. Sapete, esistono persone così – ci sono, ma è come se non ci fossero. Sempre con lo sguardo basso, le trecce sottili e biondo-cenere, il fazzoletto vecchio annodato. Lavorava all’ufficio postale: smistava le lettere e consegnava le pensioni.
«Rifiuto di essere la serva di chiunque mi sia estraneo, indipendentemente dal cognome che porta» «Non sono qui per fare la cameriera a nessuno, neanche se ha il mio stesso cognome» Quella sera, dopo una lunga giornata in farmacia, trascinavo i piedi in ascensore sognando solo una doccia calda, un pigiama morbido e una tazza di tisana in santa pace. Ma nemmeno il tempo di cambiarmi e mio marito, Matteo, mi chiama. Con la sua voce tranquilla, senza alcuna esitazione, mi annuncia: «Preparati, Chiara. Stasera abbiamo ospiti. Mia sorella Claudia resterà da noi qualche giorno!» Ho sentito un vuoto dentro. Non era una richiesta, né una discussione. Solo una constatazione: il mio tempo non mi apparteneva più. Sono rimasta interdetta. Quale Claudia? Come mai nessuno mi aveva avvertita? Ah già, la sua sorellina che non avevo mai visto e con la quale non avevo mai nemmeno scambiato un messaggio. Sapevo solo qualche aneddoto – una ragazza di campagna vicino a Parma, ancora al liceo, apparentemente tranquilla e intraprendente, come spesso succede in quelle zone rurali. Sentire parlare di qualcuno è una cosa, ritrovarselo in casa all’improvviso è tutt’altra. Matteo, come se nulla fosse, stava già chiacchierando con lei in cucina quando sono arrivata. Stavano bevendo la mia tisana e Claudia sembrava perfettamente a proprio agio, come se fosse a casa sua. Dopo cena, ha iniziato a curiosare per l’appartamento – girovagando in ogni stanza come in un museo, fermandosi con particolare interesse nella nostra camera. Le piaceva chiaramente. Ha persino fatto qualche selfie, sparpagliato i miei trucchi e provato alcuni dei miei bijoux. Sono rimasta impietrita. «Claudia, scusami ma questa è la mia zona personale. Sei entrata senza chiedere e stai toccando le mie cose. Non mi piace, » ho detto con calma ma fermezza. Lei ha abbassato lo sguardo, facendo la finta ingenua: «Non pensavo ti desse fastidio… volevo solo vedere come vivi.» Non ho risposto e sono andata a farmi la doccia. Quando sono andata a letto, ho scoperto che la tisana era finita: avevano bevuto tutto. Niente tisana, niente pace, nessuna comprensione. Prima di addormentarci, Matteo ha aggiunto: «Dovresti pensare a cosa fare con Claudia nel weekend. Senza compagnia si annoierà!» Mi sono trattenuta dal sospirare. Perché dovrei cambiare i miei programmi per una ragazza che vedo per la prima volta? Avevo pianificato una giornata di shopping e pranzo con la mia migliore amica, che non vedevo da un anno. E ora? Avrei dovuto annullare tutto per una ragazzina a cui nemmeno sua madre ha fatto compagnia? La mattina dopo, mentre pensavo ancora alla colazione, Claudia era già pronta, truccata, in jeans con le paillettes e con il telefono in mano davanti alla porta. «Allora, si va? Vorrei andare al centro commerciale e magari poi al ristorante.» L’ho guardata e ho risposto con tranquillità: «Senti Claudia, hai il telefono e il GPS. Ecco una copia delle chiavi – gira dove vuoi, ma ti prego non disturbarmi.» «Cosa?!» Ha sgranato gli occhi. «Pensavo che tu e Matteo mi avreste fatto compagnia. Non ho soldi, mamma non mi ha lasciato niente, pensavo contassi su di voi…» «Si può passeggiare senza spendere. E se hai fame, sai dov’è il frigorifero.» Silenzio. Si è seduta in cucina, imbronciata. Io ho preso le mie cose e sono uscita per andare al centro commerciale. Solo perché non volevo più sentirmi straniera a casa mia. La sera è arrivata tutta la famiglia. Solo troppo tardi ho realizzato che si trattava di un interrogatorio collettivo: perché avevo ferito la povera Claudia, perché mi rifiutavo di darle soldi, perché ero così egoista. Nessuno mi lasciava parlare. Tutti urlavano. Claudia, nell’altra stanza, recitava la parte della vittima della mia presunta crudeltà. Li ho ascoltati e poi ho detto: «Non sono una serva. Non devo niente a nessuno. Claudia per me è una sconosciuta. Non l’ho invitata io. Il mio stipendio basta appena per me. Se ci tenete tanto a vostra nipote, mettetevi d’accordo tutti insieme per pagarle il soggiorno.» Matteo è rimasto in silenzio. Solo a tarda sera, quando tutti sono andati via, ha sussurrato: «Hai ragione… Non volevo litigare con loro.» Fine della storia. Non sono egoista. Sono semplicemente una donna che pretende rispetto. E chi pensa che “famiglia” significhi gratuità e servilismo dovrebbe guardarsi allo specchio e chiedersi se abbia davvero il diritto di pretendere di entrare nella vita degli altri senza permesso.