Il profumo di unaltra donna
Stai di nuovo annusando la sua giacca?
Larisa era sulla soglia della camera, le braccia incrociate. Parlava con quel tono che si usa con chi sta facendo qualcosa di cui dovrebbe vergognarsi.
Non sto annusando. Sto mettendo a posto, rispose Nina senza voltarsi.
Nina. Tieni la giacca a due dita dal naso, sono tre minuti che stai lì così.
E come fai a saperlo, quanti minuti?
Perché sono entrata, ti ho vista, sono andata in cucina, mi sono versata un tè, sono tornata e tu eri ancora lì.
Nina appese lentamente la giacca sulla stampella e la mise nellarmadio. Ogni gesto era quasi cerimonioso, come se stesse sistemando qualcosa di fragile.
Cè un odore estraneo, disse.
Nina.
Non sto inventando. Cè proprio un odore. Da donna. Profumo.
Larisa entrò, tenendo la tazza tra le mani, soffiando sul tè per raffreddarlo.
È stato a un convegno. Cerano persone, la gente saluta, si abbraccia, si sta stretti negli ascensori.
Non è un odore da ascensore.
E che odore dovrebbe avere un ascensore?
Larisa, non è il mio primo matrimonio.
Proprio così. Ventisette anni. Ventisette anni, Nina. In tutto questo tempo avresti potuto imparare a fidarti di tuo marito.
Nina non rispose. Chiuse lanta dellarmadio e fissò il suo riflesso nello specchio: cinquantaquattro anni, capelli biondi con fili dargento ormai non più coperti dalla tinta, schiena dritta. Il volto segnato dalla fatica ma non piegato. Nemmeno lei saprebbe spiegare come proprio quel mattino tutto dentro di lei si fosse improvvisamente messo in ordine con un piccolo ma netto scatto.
Lodore era lì. Lei lo sentiva.
Non era il suo profumo. Lei usava sempre lo stesso, Fiori della Notte di una piccola maison francese scoperta per caso in aeroporto dieci anni fa: vaniglia, muschio bianco, un accenno legnoso. Un aroma intimo, quasi casalingo. Quello che avvertiva sulla giacca di Andrea era diverso. Più acceso, più giovane. Unesplosione floreale sopra una nota acuta, insistente, quasi prepotente.
Nemmeno ci avrebbe fatto troppo caso, se non fosse stato per un dettaglio. Andrea era tornato dalla conferenza giovedì sera. Venerdì mattina aveva sistemato la giacca nellarmadio. Ma domenica, quando laveva tirata fuori per portarla in lavanderia, lodore era ancora lì. Tre giorni. Tre giorni, chiusa tra gli abiti suoi. Solo un profumo spruzzato abbondantemente o a contatto con la pelle può resistere così tanto.
Non tormentarti, fece Larisa, ormai nel corridoio. Dai, sei una donna intelligente.
Anche le donne intelligenti notano lovvio.
Quelle intelligenti non rovinano ventisette anni per un odore nellarmadio.
Nina prese la giacca, la avvolse piano nel sacchetto per la lavanderia. Poi ci pensò e lo rimise sulla mensola, aperto.
Che resti lì ancora un po.
Andrea Biagioli era considerato un uomo di successo a Modena. Gestiva unimpresa edilizia fondata da lui stesso ventanni prima, guidava una macchina costosa, aveva i contatti giusti e sapeva come parlare in pubblico per farsi ascoltare. Nina era sempre stata al suo fianco. Non in ombra, non le piaceva quel termine, ma nemmeno in prima linea. Lei mandava avanti la casa, aveva cresciuto il figlio, seguiva tutto ciò che ad Andrea sfuggiva: dottori, scuole, lavori di casa, visite ai suoi genitori a Ferrara, regali di compleanno per i suoi soci. Tutta quella fatica invisibile che si dà per scontata.
Il figlio, Massimo, ormai viveva a Milano da tre anni, lavorava nellinformatica, telefonava la domenica. La vita era diventata più silenziosa. Nina aveva iniziato a frequentare un corso di acquerello, ma aveva presto lasciato. Si era iscritta a spagnolo, durò tre lezioni. Lorto alla casa di campagna era lunica cosa rimasta. Coltivarlo la tranquillizzava: lì era tutto chiaro, cosa bisognava fare e quando aspettare il risultato.
Con Andrea, gli ultimi due anni erano cambiati. Viaggiava di più, rientrava tardi. Girava sempre il telefono a schermo in giù. Rideva al telefono come non rideva più a casa. Nina se ne accorgeva con la coda dellocchio, come accetti una poltrona scomoda cui ormai sei abituato.
Ma quello, no. Quellodore era diverso.
E prese a sentirlo due volte a settimana. Il mercoledì e il venerdì. Andrea lasciava lufficio più tardi, a volte chiamava intorno alle otto, un rapido faccio tardi, non aspettarmi. Nina non aspettava. Cenava sola, lavava i piatti, leggeva o guardava qualcosa. Lui rientrava verso le dieci, talvolta più tardi. Le baciava la fronte. Di lui odorava aria fresca, a volte caffè, a volte solo strada.
Un mercoledì riaffiorò. Proprio quello. Floreale, acuto, insistente. Nina era allattaccapanni, fingeva di sistemarsi la sciarpa mentre Andrea andava in cucina a scaldarsi qualcosa. Poi, con due dita, afferrò la sua giacca per il bavero e lavvicinò piano al viso.
Sì.
Ancora lì.
Si sentì gelare. Non per paura, ma per quella nitidezza particolare che arriva quando sai, in fondo, qualcosa che non volevi credere.
Comè andata oggi? urlò lei dal corridoio.
Niente di che. Riunione lunga, rispose lui. Rumore di piatti, microonde.
Con chi eri?
Una breve pausa. Forse un secondo.
Con Gori. Per il cantiere a Nord.
Nina riappese la giacca. Entrò in cucina, si versò un bicchiere dacqua.
Gori oggi cera?
Sì. Perché?
Così, solo che prima dicevi che era a Roma.
Di nuovo quel silenzio. Questa volta più lungo.
È tornato. Caveva da fare qui.
Andrea era girato di spalle, mescolava qualcosa nella pentola. Portamento dritto, spalle larghe, capelli grigi sulle tempie. Cinquantotto anni, ma ne dimostrava meno. Ci teneva sempre a se stesso.
Vuoi il tè? chiese.
No, grazie.
Se ne andò a coricarsi. Faticava a dormire.
Non era nemmeno rabbia o risentimento, almeno non subito. Era qualcosa di più sgradevole. Come quando cammini a lungo e ti accorgi desserti perso, e il buio cala intorno.
Larisa telefonò venerdì a pranzo.
Come stai?
Bene.
Nina. Così non dici mai quando sei davvero bene.
Larisa, una domanda. Se un profumo resiste sullabito per tre giorni in armadio chiuso, cosa vuol dire?
Pausa.
Vuol dire che è un buon profumo, rispose cauta Larisa.
O che il contatto è stato lungo.
O che chi lo portava ti stava vicino, semplicemente.
Tre giorni, Larisa.
Nina, ascoltami. Stai costruendo un palazzo su un solo mattone. Lodore non è una prova. È solo un odore.
Lo so.
Parlagliene. Vai dritta al punto.
E che ti aspetti che dica?
Non lo so. Magari la verità.
Larisa, se mi tradisce non me la dirà. E se non mi tradisce, sembro pazza io.
Sembri già pazza. Scusa. Ma è la verità.
Nina rise, suo malgrado. Un riso secco, non allegro, ma vero.
Sto bene, disse.
Non stai bene. Ma te la caverai. Ti sei sempre cavata.
Dopo la telefonata Nina andò nellorto. Fine settembre ormai, laria fresca ma la terra ancora calda. Diserbò laiuola dove teneva le ultime tagete, che ancora fiorivano testarde. Le mani lavoravano, la testa si calmava piano.
Si sforzava dessere onesta. Magari era paranoia. Magari un profumo casuale, un taxi, un incontro, una donna accanto in ascensore. Forse si stava solo fissando. Ventisette anni. In tutto questo tempo si può imparare a vedere la minaccia dove non cè.
Ma comunque lha risentito. Di nuovo il mercoledì.
Ancora lui. Proprio quello.
Allora ha fatto qualcosa che dopo avrebbe, con un sottile senso amaro, definito: ragionato. Ha preso una boccetta del suo profumo, ne ha spruzzata una goccia sulla fodera della giacca di Andrea, proprio nel punto dove sentiva quello estraneo. Poi ha rimesso tutto a posto.
La settimana dopo, al mercoledì, quando Andrea è rientrato, è andata allattaccapanni, ha preso la giacca. Fiori della Notte era ancora lì. Ma subito dopo, appena coperto, di nuovo quella nota: floreale, acuta.
Nina appese con cura la giacca.
Bene. Quindi non stava inventando nulla.
Ora pensava diversamente. Non mi tradisce?, ma cosa ne faccio io ora?. Questo era un altro tipo di domanda, e chiedeva altre risposte. Una psicologa? Si era iscritta, era andata una volta, aveva parlato in generale, se nera andata. La psicologa era giovane, trentacinque anni, diceva parole giuste, ma Nina sentiva che non capiva. Non per incompetenza: perché non aveva mai vissuto ventisette anni insieme a qualcuno che allimprovviso ha un odore diverso.
Divorziare? Parola pesante da sollevare e spostare. Pensava allappartamento, alla casa in campagna, a tutto quellintreccio di vita e carte. A cosa avrebbe detto Massimo. A cosa avrebbe detto la madre di Andrea, che Nina visitava ogni mese alla casa di riposo di Ferrara.
Pensava a tutto quello che aveva messo dentro quelluomo, e a come queste domande, senza controllo, possono colmare e sommergere il mondo interno, come lacqua riempie un vaso fino allorlo.
Ti ricordi quando dicevi che se avessi scoperto un tradimento avresti lasciato tutto subito? le domandò Larisa una sera nella sua cucina. Larisa abitava sola, aveva divorziato dieci anni prima, e Nina aveva spesso pensato che Larisa da allora era più viva, come se qualcosa che era rimasto bloccato si fosse finalmente liberato.
Me lo ricordo.
E ora?
Ora capisco che parlare e fare sono molto diversi.
Cosa senti davvero?
Nina ci pensò su.
Conosci la sensazione di quando hai mal di denti da tempo, ti abitui, poi a un certo punto il dolore si placa e per qualche minuto non sai nemmeno cosè cambiato?
Nì, strana come immagine.
Lo so. Ma è così. Sento qualcosa, ma non so darle un nome. Non è dolore. È piuttosto fastidio, come quando qualcosa non è al suo posto e ci inciampi continuamente.
Ma lo ami?
Pausa lunga. Non perché la risposta fosse difficile, ma perché voleva essere sincera.
Sono abituata a lui. Non è amore, ma è comunque qualcosa.
Qualcosa, ripeté Larisa.
Qualcosa di grande. Qualcosa che è stata la mia vita per ventisette anni.
Larisa le versò altro tè. Fuori scendeva una pioggia fine dottobre. Nellaria profumava di cannella: Larisa aveva aggiunto una stecca al tè.
Aspetterai che sia lui a dirlo?
No. Aspetterò di essere sicura dentro di me.
Sicura di cosa?
Che basti a me stessa. Non per un giudice, per non dubitare più.
Larisa la fissò seria, a lungo.
Sei già sicura, disse piano.
Sì. Ma voglio vederla.
Perché?
Nina non rispose subito. Scrutava la pioggia, le foglie bagnate sul davanzale.
Non lo so. Voglio soltanto.
A inizio novembre Andrea le disse che venerdì sera ci sarebbe stata la cena per il decimo anniversario della società. Banquetto semplice, al Ristorante al Nord, invitati soci, clienti, qualche assessore. Aggiunse che Nina poteva restare a casa, non cera nessun volto noto, si sarebbe annoiata. Parlava tranquillo, fissando il cellulare.
Io vengo, disse lei.
Andrea alzò lo sguardo.
Nina, davvero non cè nulla di interessante. Si parla solo di cantieri
Andrea, la tua azienda compie dieci anni. Io sono stata lì tutto il tempo. Vengo.
Si arrese. Mise da parte il telefono.
Daccordo, disse piatto. Come vuoi.
Quella sera Nina si vestì con attenzione: abito blu scuro che le donava, orecchini dargento regalatole da Massimo per lultimo compleanno, il proprio profumo quello familiare, di vaniglia. Si guardò allo specchio e pensò di essere davvero in forma. Non giovane, ma proprio bene, in quel senso profondo che vale di più.
Andrea era già pronto. Corridoio, abito scuro, occhi sul telefono. Si voltò quando la vide.
Sei bella, disse senza pensarci.
Lo so, rispose lei prendendo la borsa.
Al ristorante cera un gran trambusto, odore di cibo e vino, musica di sottofondo. Nina stava vicina ad Andrea, salutava, sorrideva, rispondeva alle domande. Ventisette anni desperienza a fare tutto questo.
Circa unora dopo, mentre erano vicino a uno dei tavoli, Nina lo avvertì.
Quella nota floreale, acuta, insistente, giovane.
Non si mosse. Ruotò solo lentamente la testa, come se stesse semplicemente guardando la sala.
La donna era a meno di cinque metri. Avrà avuto trentacinque anni, non di più. Capelli scuri raccolti, vestito bordeaux, fisico curato. Parlava con un uomo, sorrideva, reggeva il calice a due mani. Bella. Nina la fissò senza rabbia, semplicemente come si guarda qualcuno che non si conosce.
Poi la donna si voltò. I loro sguardi si incrociarono. Due sguardi qualunque nella folla. Ma qualcosa nel suo volto cambiò, impercettibilmente. Si voltò di nuovo verso luomo.
Nina prese un pezzetto di parmigiano dal tavolo e lo mangiò tranquilla.
Chi è lei? chiese sottovoce ad Andrea, indicando la donna.
Chi? gettò unocchiata la, con una frazione di ritardo. Ah. È Simona. Del reparto progetti.
Da quando lavora da te?
Un annetto. Brava.
Capisco.
Nina gli posò la mano sul braccio, sorrise come se fossero appena diventati complici. Andrea la guardò un po sorpreso e sorrise anche lui. Passarono ancora unora al banchetto. Nina conversava, scherzava, era sé stessa. Nessuno avrebbe notato nulla.
In macchina tacquero. Andrea mise la radio a basso volume. Nina guardava fuori. La città di ottobre scivolava umida dietro i vetri. Pensava che domani avrebbe dovuto telefonare a Massimo, che nellorto era ora di togliere le ultime tagete, che si sentiva stranamente calma, una calma piena, come terra buona.
A casa tolse le scarpe, mise su il bollitore. Andrea andò a cambiarsi. Lei restò in cucina, guardando lacqua farsi vapore, e pensava. Non cosa fare subito. Pensava a come già sapeva tutto. Bisognava solo arrivare in fondo a questa conoscenza.
Andrea tornò in jeans e maglietta, prese lacqua dal frigorifero.
Sei stanca? chiese.
Un po.
A saperlo, non ti portavo. Te lavevo detto, era noioso.
Invece sono contenta di esser venuta.
Lui la guardò. Nel tono di Nina cera qualcosa di diverso.
Nina, tutto bene?
Lei versò il tè, posò la tazza sul tavolo, si sedette.
Andrea, siediti.
Perché questo tono?
Siediti, per favore.
Lui si sedette, diffidente ma ancora ignaro.
Mi tradisci, disse. Non chiese. Lo affermò.
Silenzio. Di quelli compatti, dove può starci di tutto.
Nina…
Non cominciare con Nina. Non dirmi che invento. E per favore non raccontarmi che era una riunione di lavoro. Dimmi la verità.
Lui fissava il tavolo. Poi le sue mani. Poi lei.
Come fai a saperlo.
Non era una domanda. Solo parole.
Il profumo. Da settimane. Oggi ho riconosciuto il suo.
Andrea sospirò, si passò una mano sul viso.
Nina. È che…
Da quanto?
Cosa?
Da quanto tempo?
Pausa.
Sei mesi, disse, quasi senza voce.
Nina annuì. Bevve un sorso. Il tè era bollente.
La ami? chiese calma.
Pausa lunga.
Non lo so.
Capisco.
Nina, ascolta. Non significa che voglio distruggere tutto. Era… era unaltra cosa. Non riguarda noi.
Riguarda esattamente noi.
Non volevo ferirti.
Lo so. Non vuoi mai ferire. Ma lo fai.
Si alzò, fece qualche passo in cucina.
Non prendiamo decisioni ora. A caldo.
Non sto agendo a caldo. Sono calma.
Nina, dobbiamo parlarne, con tranquillità.
Ne stiamo parlando ora, con calma.
Dico domani, o tra una settimana. Pensarci sopra.
Pensare cosa, esattamente?
Lui si fermò. La fissava.
Vuoi andartene.
Sì.
Nina, e la voce gli diventò dura, pensa a quello che dici. Casa, villa, tutto in comune. Non lavori più davvero da anni, solo orto e corsi. Dove andrai?
È una minaccia?
È la realtà. Ti sto dicendo la realtà.
La ascolto. E voglio andare lo stesso.
Ma stai bene? Per così poco? Per sei mesi?
Per ventisette anni.
Tacque. La cucina era silenziosa. Dal fuori si sentì una macchina passare.
Nina, ascolta. Lo so che ho sbagliato. Ma non cè bisogno di distruggere la famiglia. Si può rimediare. Capita a tanti.
Lo so. Ma io scelgo di non passare sopra.
E Massimo, ci hai pensato?
Massimo ha trentanni. È adulto. Capirà.
Pensi solo a te stessa.
Sì. Credo, per la prima volta davvero.
Andrea si risiede. La osserva a lungo, con unattenzione nuova, come chi vede un volto conosciuto sotto una luce diversa dopo ventisette anni.
Sei stata felice? improvvisamente, fuori luogo.
Ci sono stati momenti.
Non sono stato un cattivo marito.
No. Normale. Ma non basta più.
Lei si alzò, rovesciò il tè rimasto nel lavello, posò la tazza.
Dormo da Larisa. Domani parliamo di cose pratiche. Serenamente, come dici tu.
Nina. Non andartene adesso. È una follia.
Può darsi.
Dove vai a questora?
Da Larisa.
Le hai già telefonato?
Sì.
Quindi avevi già deciso.
Lho deciso questa sera al ristorante. Quando ho sentito il suo profumo.
Lui la osservava. Nel suo viso qualcosa di sconosciuto. O che cera sempre stato ma mai visto. Smarrimento.
Sei sicura?
Sì.
Prese borsa, giacca, chiavi. Sulla porta si fermò.
Sai cosa mi sorprende di più? disse. Non che tu abbia tradito. Non che tu abbia mentito. Ma che pensavi che io non capissi. Dopo ventisette anni, pensavi non lo avrei sentito.
Lui non rispose.
Lei uscì.
Fuori cera freddo, ma asciutto. Il cielo sereno, sparse stelle. Nina camminava verso la macchina pensando che non aveva paura. Era una sensazione stranissima, preziosa. Nessuna paura. Insolito, sì. Indefinito il futuro. Ma niente paura.
La luce a casa di Larisa era già accesa. Le aprì ancora prima che suonasse, evidentemente la stava aspettando.
Vieni, disse Larisa.
Eccomi, rispose Nina.
Tè?
Sì. E magari qualcosa da mangiare, se cè. Al banchetto non ho toccato nulla.
Cè minestra. E pane.
Perfetto.
Sedettero insieme in cucina. Nina mangiava, Larisa accanto senza fare troppe domande. Era proprio quello che ci voleva.
Ha ammesso? chiese piano Larisa dopo un po.
Sì. Sei mesi. Simona dellufficio progetti.
Larisa tacque.
Come ti senti?
Sto mangiando minestra. Buona.
Nina.
Larisa. Davvero, sto bene. Non nel senso di stare bene. Ma so cosa sto facendo.
Larisa annuì.
Puoi stare qui quanto vuoi.
Grazie.
Le lenzuola sono nellarmadio, sai dove.
Sì.
Nina finì la minestra, lavò il piatto. Restarono ancora qualche minuto, quasi in silenzio, solo insieme. Fuori era notte, tranquilla, novembre, profumo di asfalto bagnato e di qualcosa appena legnoso.
La mattina Nina si svegliò presto. Stava sdraiata sul divano pensando. Non allappartamento, anche se era una cosa da affrontare. Piuttosto, a quanto era che non si svegliava e il primo pensiero non era Andrea: cosa indossi, cosa mangi, se ha ricordato lappuntamento. Ora il primo pensiero fu per le sue tagete nellorto, che bisognava togliere prima della vera gelata.
Era strano. Stranamente buono.
Si alzò, si lavò, andò in cucina. Larisa ancora dormiva. Nina trovò il caffè, lo preparò, si mise alla finestra. Spuntava lalba. Il cielo era grigio, ordinario: il solito cielo di novembre sopra una città qualunque.
Prese il telefono. Scrisse a Massimo: Chiamami quando puoi. Dobbiamo parlare. Poi aggiunse: Va tutto bene. Solo una chiacchiera.
Appoggiò il telefono sul tavolo. Si versò il caffè.
Delle settimane dopo incontrò Larisa al supermercato.
No, Larisa abitava vicino, si vedevano spesso. Ma quella mattina lì era diversa. Nina stava al reparto tè e vide una piccola boccetta di profumo sconosciuto, lasciata da qualcuno tra le scatole di camomilla e quelle di menta. Quasi vuota, vetro verde scuro.
La prese, aprì il tappo. Annusò.
Non quello. Un profumo diverso. Leggero, fresco, un tocco verde e resinoso. Quasi di bosco.
Le piacque.
Che cosè? chiese Larisa alle sue spalle.
Non so. Qualcuno lha dimenticato.
Buon profumo.
Sì. Davvero.
Nina rimise la boccetta tra le scatole. Prese il suo tè e andò alla cassa. Fuori laria odorava di prima neve, quella che ancora non si vede ma già si sente.
Un mese dopo Andrea la chiamò. Lei stava alla casa di campagna, guardava lorto coperto di neve, una tazza tra le mani.
Nina. Come stai?
Bene. E tu?
Così. Nina lei se nè andata. Simona. Si è licenziata, si è trasferita.
Nina seguiva i ricami della neve fuori.
Mi senti? chiese lui.
Sì.
Non cambia nulla, vero?
Lunga pausa. La neve fuori silenziosa, senza fretta.
No, rispose lei.
Lo immaginavo. Ma volevo dirtelo.
Perché?
Pausa sua.
Non so. Forse volevo che tu sapessi.
Lo so. Grazie della chiamata.
Nina.
Sì.
Ti penti?
Ci pensò davvero, lentamente.
Di cosa, esattamente?
Di tutto.
No, rispose lei. Poi aggiunse: O almeno non ancora. Non so cosa ci sarà più avanti.
Onesta come sempre.
Ci provo.
Stettero ancora un po in silenzio. Poi lui disse ciao, lei rispose. Fine.
Posò il telefono sul davanzale. Fuori, neve. Profumo di legno dentro casa, un po di resina, un po di erbe che aveva messo a seccare mesi prima.
Un profumo suo, silenzioso. Più di nessuno.
Alzò la tazza e bevve un sorso.







