Diciotto anni di silenzio
Ma guarda questa tovaglia, disse la signora Valentina Romano, senza sollevare lo sguardo dal piatto. Ne ho vista una identica al mercato dagli egiziani. Sarà costata sì e no cinquanta euro. Vero, Gianni?
Gianni sorrise, allungando la mano verso il pane.
Mamma, adesso cosa centra la tovaglia.
Era solo unosservazione. Sorrise in quel suo modo particolare, un sorriso morbido come il velluto ma che a me sembrava sempre lama. Loredana, il vestito dove lhai preso? Sembra… fuori dal comune.
Mia madre sedeva di fronte a me fissando il piatto. Aveva appena sfiorato ciò che la signora Valentina aveva cucinato e devo ammettere che sapeva cucinare bene ma mamma non riusciva a mangiare. Lo capivo da come stringeva la forchetta, le dita pallide per la tensione.
Papà era alla mia destra, seduto nella carrozzina che avevamo accostato al tavolo, con una sedia aggiuntiva. Mangiava lentamente, con attenzione, come aveva sempre fatto. Diceva che il buon cibo andava rispettato.
Il vestito lho cucito da sola, risposi controllando la voce.
Da sola? Alzò le sopracciglia come se avessi detto una follia. Eh, si vede che lhai fatto da te. Non è che sia una critica, ci sono persone portate per lavorare con le mani e altre meno. È questione di gusto, capisci, Loredana? O ce lhai, oppure te lo fai venire crescendo dove si deve.
Non replicai. Sotto il tavolo strinsi il pugno, poi lo aprii. Diciotto anni con Gianni avevano insegnato a ignorare certe parole. È anziana, ha la sua mentalità, lasciala stare, mi ripetevo. Così tacevo. E il mio silenzio, evidentemente, per la signora Valentina era un lasciapassare.
Pietro Romano, voi dove abitavate prima che… e qui fece un vago gesto verso la carrozzina di papà.
Viviamo ancora nella stessa casa a Borgo Olmo, rispose papà pacato. Trentasette anni nello stesso appartamento.
A Borgo Olmo. Annuì come se parlare di quel quartiere fosse una vergogna. Sono quelle case popolari lì, vero? Un casermone?
Uneconomica, disse papà. Buon appartamento. Fatto tutto io con Margherita: i lavori, tutto con le mani nostre.
Certo, con le mani, ribatté Valentina con quel sorriso. Gianni lha sempre detto: Loredana viene da una famiglia semplice. Operai. Lo rispetto, ogni lavoro ha dignità, ma…
Mamma, intervenne Gianni, più deciso del solito.
Ma, siate onesti, lei continuò imperterrita, una persona cresce in un certo ambiente e se lo porta dietro tutta la vita. Si vede nei modi, negli abiti, nei gesti. Non cè niente di male, è la realtà.
Mia madre posò la forchetta. Silenziosa, ma il suono era assordante.
La guardai. Margherita Conti, sessantanove anni, maestra elementare in pensione. Per quarantanni aveva insegnato a leggere e a contare a generazioni di bambini. Stava seduta dritta come sempre, ma negli occhi cera una luce che mi strinse la gola.
Signora Valentina, dissi con una tranquillità che mi sorprese, mia madre ha insegnato ai bambini a leggere e a contare, per quattro decenni. Una vita onesta, di cui sono fiera.
Ma nessuno lo mette in dubbio! rise la suocera. Però, vedi, appena uno si mette sulla difensiva anche questa è una caratteristica. Una persona elegante lascia correre. Tu invece…
No, la interruppi. Non lascerò più correre.
Crollò il silenzio. Gianni mi guardò, abbassò poi gli occhi e bevve un sorso di vino.
Ecco, la festa è rovinata, disse Valentina, con tono risentito.
Loredana, dai, sussurrò Gianni. Mamma è fatta così. Non è cattiva.
Mai lo è stata, risposi.
Fu allora che sentii un rumore. Uno scricchiolio leggero. Mi voltai: papà si era aggrappato al bordo del tavolo, le mani bianche per lo sforzo. Lentamente, si era alzato dalla sedia.
Papà, dissi sottovoce e di scatto, papà, fermati, tu non puoi…
Non mi guardò. Scrutava davanti a sé con unespressione che mi fece tacere.
Si raddrizzò. Il volto tirato dallo sforzo. Ma era lì: Pietro Romano, settantotto anni, ex ingegnere. Da tre mesi i medici lo avevano convinto che gli era concesso passeggiare solo se strettamente necessario.
Andiamo, disse.
La voce era tranquilla. Non severa, non tremante. Solo ferma, decisa come un chiodo nella pietra.
Ma Pietro, suvvia… tentò la suocera.
Margherita, prendi la borsa. Lory, aiutami.
Mamma si alzò di scatto, come se aspettasse solo quellordine. Mi avvicinai a papà, che afferrò la mia mano. La sentii calda e leggermente tremante.
Qui nessuno si permetterà più di ferire mia figlia, disse papà. Né ora né mai. Perché non ci sarà unaltra volta.
Gianni rimase immobile. Con il bicchiere in mano guardava mio padre come si guarda qualcosa di inatteso e indecifrabile.
Uscimmo. Io sorreggevo papà fino allascensore, mamma portava la carrozzina richiusa. In ascensore nessuno parlò. Sentivo le gambe di papà tremare, ma stava dritto, e sapevo quanto gli fosse costato.
Fuori lo risistemai sulla carrozzina. Chiuse gli occhi un momento e poi li riaprì.
Va tutto bene, mi sussurrò. Tutto bene, Lory.
E io piansi. Piano, senza singhiozzi. Le lacrime scendevano e non le arrestai. Perché nei miei cinquantadue anni, vissuti quasi sempre in silenzio e con pazienza, nessuno aveva mai fatto per me quello che fece quella sera papà. Si era alzato per me. Contro i divieti, il dolore, tutto. E aveva detto: No. Basta.
Non fui pronta subito al divorzio. Non è vero che in ascensore presi la decisione. Per settimane lho rigirata dentro, come vecchie lettere che non si sa se buttare o conservare. Diciotto anni non sono uno scherzo. Una casa comprata insieme, le abitudini, piccole e grandi. Quellaroma di caffè che Gianni sapeva fare alla perfezione. I viaggi estivi al mare, anche se pochi. Tutto quello che si chiama vita ma, sotto la lente, è solo una successione di giorni simili.
Pensai: forse ho esagerato. Forse la signora Valentina è solo diretta e avrei dovuto continuare a sopportare. Forse essere adulti significa sorridere e tacere anche quando punge.
Poi ricordavo le mani bianche di papà sul tavolo. Il suo alzarsi.
E capivo: no. Ora basta.
Quella storia dellonore e della dignità che leggevo da ragazza mi si rivoltò addosso: dignità che non difendi da sola, nessuno la difenderà. Tranne, forse, tuo padre. Ma il mio è unico, e ha settantotto anni, e i medici dicono che non dovrebbe più camminare del necessario.
Il modulo per il divorzio lo consegnai a fine novembre. A Gianni lo dissi due sere prima, in cucina, mentre preparava il caffè.
Voglio il divorzio, dissi semplicemente.
Si voltò. Mi guardò come se avessi detto una cosa illogica, fuori dagli schemi.
Per quella sera?
Per diciotto anni, risposi.
Posò la moka. Si sedette.
Dai, mamma ha esagerato, lo sai comè. Non lo fa apposta.
Me lo hai già detto.
Anche i miei sono anziani.
Anche i miei, replicai gelida.
Vuoi che le parli? Lo faccio.
No. Voglio il divorzio.
Lory, lo disse con una stizza quasi paterna. Sai cosa comporta? Bisognerà vendere casa. O dividerla. Cosa farai, torni da tua madre in periferia? In quella casa popolare?
Fu in quellattimo che mi fu tutto chiaro. Non quando tacque a tavola. Non quando tentò di giustificare la madre. Proprio lì, quando pronunciò “casa popolare” con lo stesso tono sprezzante della madre. Senza accorgersene, dopo diciotto anni, parlava come lei. Pensava con le sue parole.
Sì, dissi. Torno lì.
Credetti non mi prendesse sul serio. Sospettò che avrei avuto ripensamenti. Chi è abituato a comandare fatica a capire che una decisione può essere definitiva.
Il resto del divorzio non vale i dettagli. Tempi lunghi e freddi, un avvocato scrupoloso, nessun urlo, nessuno scandalo: non li volevo. Ho sempre preferito il silenzio al rumore inutile.
Tornai dai miei genitori a dicembre. Mamma mi accolse silenziosa sulla porta, mi strinse forte e poi disse solo:
Vieni, ti ho preparato il letto nella tua stanza.
La mia stanza. Quella dove avevo studiato. Lo scrittoio, la mensola con i libri mai portati via quando mi sposai per Gianni era “disordine”, diceva che portavano via spazio. La finestra piccola che dava sul cortile dove dinverno i bambini fanno il pupazzo di neve.
Appoggiai la borsa sul letto e rimasi a guardare la stanza a lungo. Cinquantadue anni. Un divorzio. Un inizio che chiamare inizio a quelletà può sembrare strano. Ma non era strano. Solo nuovo.
Papà quella sera era allegro. Seduto sulla sua sedia vicino al televisore, guardava un documentario sulla natura. Quando entrai spense laudio.
Allora, figliola, disse. Sistèmati pure. Ci sta posto per tutti.
Ci sta, risposi, e risi. Di cuore, improvvisamente, e rise anche lui.
Poi mamma portò il tè. Restammo a chiacchierare a lungo nella cucina stretta. Come quando ero bambina. Solo che papà era in carrozzina, mamma era più lenta, più acciaccata. E io una donna di cinquantadue anni con un timbro di divorzio che presto sarebbe finito sui documenti.
Ma il tè era caldo, mamma aveva fatto le brioche con i semi di papavero, fuori nevicava. E io stavo bene. Semplicemente bene.
Gianni si rifaceva vivo dopo una settimana. Suonò una mattina di sabato con un mazzo di fiori che valeva quanto metà del mio stipendio di quando lavoravo altrove.
Possiamo parlare?
Uscimmo sul pianerottolo. Io non lo invitai neanche ad entrare.
Parlò a lungo. Che si può rimediare a tutto. Che aveva parlato con sua madre, che ora era pronta a chiedere scusa. Che avrebbe lasciato a me tutta la casa, trovandosi un altro posto. Che aveva pensato a lungo e senza di me non era lo stesso.
Io ascoltavo. Lo guardavo e pensavo: questuomo lo conosco meglio di chiunque. So come dorme, come si arrabbia, cosa teme. So che non ha mai amato viaggiare in aereo, anche se non lo ammette. So che da bambino adorava i modellini. So tutto.
Proprio per questo capivo che non era cambiato. Offriva casa e fiori perché così ragiona lui: ogni problema ha un prezzo. Si può comprare pace ed equilibrio. Ma non capiva non avrebbe mai capito che il problema non era la casa né sua madre.
Il problema era che un marito che non sa difendere la moglie spezza qualcosa nel matrimonio. Una crepa nellanima che si allarga di anno in anno, anche se non vuoi vederla.
Gianni, dissi, prendi i fiori. Regalali a tua madre, visto che ora lei capisce.
Mi guardò. Poi guardò il mazzo.
Dici sul serio?
Sì.
Sai che dovrai cavartela da sola? Non hai venticinque anni, Lory.
So benissimo quanti ne ho, risposi. Li conto da sola.
Che farai? Dipingerai i tuoi quadretti?
Sì, risposi semplicemente. Dipingerò.
Se ne andò coi fiori. Tornai in cucina, mi versai il caffè e mi misi alla finestra a guardare la neve sciogliersi lenta sul cortile. Nessuna esultanza. Nessuna liberazione. Solo un silenzio quieto, con una punta di nostalgia. Come alla fine di una malattia lunga, quando trascorso il peggio resti stanca ma viva.
Lavoro lo trovai a gennaio. Una scuola darte su via dei Tigli, tre isolati da casa. Insegnavo pittura ad adulti e bambini. Le ore erano poche, lo stipendio modesto, ma la sera tornavo con una luce dentro. Una cosa che non mi era mai successa spesso, ma che avevo imparato a riconoscere.
Alluniversità sognavo di fare la pittrice. Davvero. Mostre, vernissage, gallerie. Poi matrimonio, la vita sterzò. A Gianni non dispiaceva che dipingessi, ma lo vedeva come passatempo dolce, cortese ma superfluo. Nessuna serietà.
Io non cercavo di convincerlo. Tanto non avrebbe capito. Dipingevo nei ritagli di tempo, piccole tele che finivano sotto il letto o sugli armadi.
Ora le avevo portate tutte a Borgo Olmo, nella mia stanza dinfanzia, che si fece subito minuscola per il gran numero di quadri. Papà chiese di appenderne alcuni alle pareti e anche mamma fu daccordo. Corridoio, salotto, persino in cucina era finito un paesaggio col fiume di sei anni prima.
Ecco, disse papà, guardando la tela sopra il frigo, la bellezza deve starle intorno.
Migliorò. Davvero. Dopo quella sera da Valentina, qualcosa si era acceso in lui. Il medico fu stupito: pressione più stabile, più appetito, rieducazione regolare.
Credo trascorressimo più tempo insieme di quanto mai prima dallora: finché ero sposata, venivo di rado, sempre di corsa. Ora ogni giorno. La sera gli leggevo, amava Gozzano e Soldati, la letteratura piena di natura e silenzi. Spesso parlavamo.
Lo sai, mi disse un pomeriggio di febbraio mentre guardavamo i ragazzini nel cortile, negli ultimi anni ti pensavo spesso. Ti vedevo e pensavo: non cè luce negli occhi di mia figlia. Come una lampadina che funziona ma non illumina.
Non risposi. Osservavo i bambini scivolare felici.
Ora, invece, brilli. Questo conta.
Scoprire il proprio mestiere dopo i cinquantanni non spaventa quanto credevo. La paura vera era iniziare. Poi bastò entrare in classe, vedere i volti adulti venuti a dipingere solo per voglia ed ecco che la paura svaniva.
Il mio gruppo di adulti era composto quasi solo da donne di età diverse. Nina, pensionata, aveva sempre desiderato dipingere; Ginevra, farmacista quarantenne, si illuminava dietro il cavalletto; Zina, settantaduenne, lenta, ma così felice nel disegnare che la guardavi con gioia.
Con i bambini era diverso. Rumore, inventiva, libertà. Non temono lerrore. Toccano la tela dovunque e il cielo è davvero cielo perché così dicono. Magia vera.
In primavera ripresi a dipingere per me. Non più nei ritagli: ogni giorno, anche se per poco. Il cortile, i tetti, i primi fili derba. Le mani di papà, che conoscevo come nessuna. Mamma con il libro in poltrona. La casa con i quadri.
I quadri si moltiplicavano. Mamma scherzava: Adesso sembriamo un museo.
Non ti piace?
Tantissimo. È un complimento, rispose.
Incontrai Nicola per caso, come capita spesso con chi poi diventa importante. Era aprile. Stavo rientrando con una tela ingombrante, avvolta nella carta, la feci cadere davanti al portone.
Vuole una mano?
Aveva sessantanni, giù di lì. Basso, robusto, giacca da lavoro con le mani segnate di fatica. Mi aiutò ad avvolgere la tela.
Un quadro?
Sì. È grande.
Eh, è bello dipingere. Abita qui?
Nellaltro palazzo. Mi chiamo Nicola.
Loredana.
Ci salutammo come chi si incontra tra adulti, semplicemente. Mi aiutò con la tela e tutto poteva finire lì. Ma ci reincontrammo pochi giorni dopo, davanti alle cassette della posta.
Come va il quadro? Salvo il colpo?
Sorrisi.
Sì, solo un po di polvere.
Bene, disse, grave ma sincero.
Scoprii col tempo che lavorava nella manutenzione del condominio, bravo con il legno. La sera intagliava. Lo seppi ascoltando i suoi racconti durante incontri casuali in cortile o davanti al bar.
Era silenzioso, nel senso che parlava solo quando serviva. Mi piacque subito questa calma.
In maggio gli chiesi di vedere i miei quadri: Non riesco a spiegare a parole, bisogna vederli.
Arrivò un sabato. Mamma aveva fatto le crostate, evento raro. Cercai di dirle che non serviva, ma mi zittì con uno sguardo.
Nicola guardava i quadri senza dire nulla. Girava per le stanze piano, senza fretta. Si fermò davanti alle mani di papà.
Di chi sono queste?
Di mio padre.
Annui. Si vede che lo vuole bene, disse. Non si può fingere.
Non riuscivo a rispondere. Perché era vero.
Sedemmo a bere il tè. Papà volle sapere dellintaglio. Parlò senza darsi arie, raccontando del nonno, dei legni che lavorava. Si trovarono subito, come due persone che sanno il valore delle mani.
È uno in gamba, commentò papà la sera.
Sì, anche secondo me, dissi.
Non avevo fretta. Dopo il divorzio e quel che avevo passato, mi ero promessa di non colmare il vuoto con la prima persona. Il vuoto bisogna abitarlo, capirlo.
Nicola non aveva fretta nemmeno lui. Lo comprendeva senza parole. Andavamo insieme a fare la spesa, a volte mi aiutava per qualcosa in casa. Una volta portò dei ribes a mamma, senza motivo. Con papà discuteva ore di attrezzi e tecniche per il legno.
Destate uscimmo una volta al fiume. Nicola pescava, io disegnavo. La sua pesca era come lui: serena, senza stress. Mi guardava lavorare in silenzio, ogni tanto commentava.
Ha mai pensato a una mostra? Sono tanti quadri.
Sì, confessai. Da tempo. Ma…
Ma?
Ho sempre avuto paura. Che dicano che non sono allaltezza, che i veri artisti sono altrove.
Anche io temevo a mostrare i miei lavori, raccontò. Fu un vicino, tanti anni fa, a dirmi: non vergognarti del mestiere. Così mostrai le mie cose, poco a poco.
Fu quel discorso che mi decise.
A settembre ne parlai con la direttrice della scuola darte. La sala era piccola ma accogliente. In febbraio lavrebbero allestita. Avevo sette mesi per preparare. Nicola si offrì subito di fare le cornici, senza chiedere nulla in cambio.
Ho buon legno in laboratorio, disse. Dimmi che misura vuoi.
Faticai a credere che facesse tutto da sé. Ma realizzò trentadue cornici in tre mesi: diverse, curate, per ogni dipinto.
Papà tutto osservava in silenzio, con approvazione.
Mamma invece una sera mi prese sottovoce:
Non sei cieca, Lory?
Mamma…
È un uomo buono, serio, laborioso. E ti vede.
Sì, mamma, mi vede.
Allora?
Niente, va bene così.
Ed era vero: tutto era davvero a posto. Non perfetto, ma profondamente onesto. Mi svegliavo al mattino pensando a cosa avrei dipinto. Papà era vicino. Mamma faceva le torte. Nicola preparava le cornici. I bambini della scuola darte erano felici per ogni nuovo disegno.
Questa era la vita. Non quella sognata a ventanni, fatta di successi e riflettori. Una vita modesta, odorosa dolio di lino e trucioli. Ma vera.
A gennaio, sistemammo la sala insieme a Nicola, la direttrice e unaltra insegnante, Olga. Nicola lavorava senza parole, sistemando tele e altezze. Aveva un occhio critico, gentile.
Questa qui al centro, disse, indicando le mani di papà. È la più importante.
La vedi davvero così?
Sì, lo vedo. È la più forte.
La misi nella parete centrale.
Allinaugurazione vennero in tanti: i miei allievi con le famiglie, amici vecchi, colleghi della scuola. Nina venne elegante e con i fiori; Zina trascinò la nipote davanti a un quadro col cortile sotto la neve.
Mamma e papà erano davanti, comodi, papà elegante, lo guardavo a occhi bassi per non commuovermi.
Nicola restava in disparte, mi sorrideva appena, era sufficiente.
Verso metà serata, sentii un cambiamento nellaria. Mi voltai, Gianni era sulla porta.
Non lo vedevo da mesi. Era ingrassato, vestito bene. Mi guardava con quello sguardo da valutatore.
Mi vide e inclinò la testa. Feci lo stesso e continuai a chiacchierare con Olga: dentro di me una strana pace.
Complimenti, disse avvicinandosi.
Grazie.
Guardò il salone: quadri, gente, targhette.
Non male, disse, con quella sfumatura di sufficienza. Mi sembra tu sia nel tuo ambiente. Però, con quello che prendi alla scuola, come fai a tirare avanti?
Mi basta.
Ti basta… e la casa? Le scarpe che hai sono vecchie di anni. Me le ricordo.
Ricordo anche te, Gianni replicai pacata. E ricordo cosera importante per te.
Fece una smorfia.
Ma io non volevo dire quello. Dico che meriteresti una vita diversa. Più… allaltezza.
Cosa? Tornare da tua madre?
Abbassò la voce.
Lei non centra. Parlo di noi.
Non esistiamo più.
Lory, guarda. Questa è una mostra di quartiere. Tu meriti di più. Posso darti di più. Vita sicura, una vecchiaia serena.
Lo guardai, senza rabbia né pietà. Solo guardavo.
Gianni, la sicurezza non vale il prezzo della dignità. Tu parli la lingua dei soldi. Io voglio vivere nella lingua che capisco.
Mi fissò in silenzio.
Guarda laggiù, gli indicai il primo banco, dove stavano i miei genitori. Vedi? Papà è uscito di casa, per la prima volta dopo tanto. Perché questo per lui vale la pena. Questo è abbastanza per me.
Capì. Gli lessi in faccia che lo capì. Ma era la consapevolezza del finale.
Hai scelto.
Sì. Da tempo.
Restò ancora un po, guardò i quadri, le mani di papà, il cortile.
Belle opere, mormorò, quasi neutro.
Grazie.
Andò via. Lo seguii con lo sguardo pensando: è finita. Senza drammi. Semplicemente finita.
Una mano mi sfiorò il braccio. Era Nicola.
Tutto bene?
Sì. Tutto bene.
Annui. Non domandò altro. Era lì, e bastava.
Quando tutti andarono via, rimanemmo noi e Nicola. Guardava le tele nelle sue cornici di legno di pero. Mamma aiutava papà. Papà fissava il quadro del fiume, pescatore, canna e cielo. Era ancora prima di Nicola, ma oggi sembrava scritto per lui.
Lory, chiamò papà.
Mi avvicinai.
Sei stata brava, mi disse semplice.
Anche tu, gli strinsi la mano.
Mano calda. La stessa che reggeva il bordo del tavolo nella casa della suocera. Mano forte, che aveva resistito a tutto.
Cornici riuscite bene, fece notare papà a Nicola. Bel legno.
Pero, rispose Nicola. Tono caldo, si abbina alla pittura.
Le cornici di pero, ripeté papà assaporando le parole. Curioso.
Mamma si avvicinò al tavolino e cominciò a mettere in buste i pasticcini avanzati.
Portiamoli a casa, disse solenne. Non si sprecano.
Scoppiai a ridere, piano ma sinceramente.
Questa era la vita vera. Mostra, quadri, cornici, Gianni coi suoi discorsi, la mano di papà, il saluto al passato, mamma che impacchetta dolci. Tutto lì, in una sala da niente.
Nicola domandò:
Vi piace il pesce, signora Margherita? Domenica vado a pescare, se prendo qualcosa porto.
Ci piace, disse mamma. Pietro ne va ghiotto.
Farò del mio meglio.
Papà lo guardò benevolo.
In che lago va?
Al Laghetto Lungo. Lo conosce?
E come no, si animò papà. Ci pescavo con un amico trentanni fa. Allalba la nebbia è come latte.
Proprio così, sorrise Nicola. Sempre allalba ci vado per quella nebbia.
Parlarono di lago, pesci, mattine. Mamma caricava i dolci. Io guardavo tutto, pensavo: ecco. Proprio questo.
La felicità non urlata dei film, ma la pace reale. Papà e Nicola che parlano di nebbia, mamma che impacchetta pasticcini. I quadri appesi. Davanti ancora tante primavere, tanti tè, tante tele da dipingere. Ed è abbastanza.
Come si supera il divorzio dopo i cinquantanni? Me lo chiedono, ogni tanto, le conoscenti. Come ho avuto coraggio. Non lho avuto. È stato papà, la sera che si alzò da lì ho capito che non si poteva tacere ancora. Che il prezzo del silenzio era troppo caro.
Il sostegno dei genitori conta. Non i soldi, non i consigli. Sapere che un padre anziano si alza e dice: nessuno mi tocca la figlia. Ti cambia dentro. Ti autorizza ad essere te stessa.
La suocera invadente non è una favola cattiva, è un veleno lento, quotidiano, che si consuma alla tavola imbandita travestito da battuta. Un marito che tace, una moglie che sopporta. Finché un giorno non si può più.
Non rinnego gli anni con Gianni. Cè stato di tutto. Ma non rimpiango nemmeno la svolta. Si parla di felicità dopo il divorzio, come un titolo di magazine, ma in realtà è semplice: ricominci a pensare a cosa vuoi tu oggi, e non a cosa servirà a non agitare gli altri.
I rapporti con la madre di un marito sono un capitolo a parte. Non ho mai visto gente che ferisce apposta. Credo che Valentina fosse convinta di dire la verità, anzi, di essere daiuto. Gente così non cambia. Lunico rimedio: uscire dalla stanza.
Noi siamo usciti.
Ora è marzo. È passato un anno e poco più. Papà questinverno è andato più volte al lago col Nicola, di ritorno sembravano due bambini felici. Mamma ha imparato una nuova torta di verza che sforna ogni domenica. Io ho dipinto otto nuovi quadri. Alla scuola darte ci hanno dato unaula in più, la classe di adulti è raddoppiata.
Ieri Nicola mi ha portato un piccolo uccellino di legno, appollaiato su un ramo. Lha posato sul mio tavolo da lavoro, vicino ai pennelli.
Che cosè?
Un pettirosso. Pensavo ti piacesse.
Lho preso in mano; caldo di legno chiaro, aveva le piume intagliate con cura. Piccolo, ma vivo.
Grazie.
Prego, rispose serio.
Il pettirosso ora sta lì, guarda fuori: il cortile dove la neve si scioglie e i primi passeri saltano tra le pozzanghere. Tra poco sarà primavera. Dipingerò la primavera, il prato verde, il cielo di marzo.
Fa male quando il marito non ti difende. Più che se ti ferisce uno sconosciuto. Il suo silenzio è una risposta definitiva, anche se non la formuli mai.
Mi sono serviti diciotto anni per capirlo. Non me ne faccio colpa. Ora lo so.
Sul tavolo, accanto al pettirosso, cè il blocco schizzi. Domattina mi alzerò presto, uscirò nel cortile e disegnerò come appare alle sette di marzo. Poi, magari, lo dipingerò ad olio. Vedremo.
La vita è qui. Nel pettirosso. Nelle torte di verza. Nella voce di papà che dice: andiamo, qui nessuno ferisce mia figlia. Nel modo in cui Nicola guarda un quadro, prima di commentare.
Non so cosa accadrà. Va bene così. Prima pensavo che il futuro dovesse essere assicurato e prevedibile. Ora penso che sia solo un nuovo giorno, quando ti svegli e vai alla finestra e la neve si scioglie piano, e pensi: prendo il blocco.
***
Loredana, disse Nicola entrando, a fine serata mentre mettevamo via le ultime cose della mostra. Non sei stanca?
No, risposi, ed era vero. Per nulla.
Mi guardò, poi i quadri, ancora me.
Quando la prossima mostra?
Scoppiai a ridere.
Lasciami digerire questa!
Va bene, sorrise. Però pensa alla prossima. Ho già del buon rovere per le cornici nuove.
Rovere?
Per i quadri grandi. Tiene meglio.
Lo guardai: viso sereno, mani abili, belle, capaci di creare cose importanti e belle allo stesso tempo.
Grazie, Nicola. Per le cornici, per oggi, per tutto.
Figuriamoci. Avresti fatto tutto anche da sola.
Forse, dissi. Ma così è meglio.
Annui. Prese lultima tela, tenne aperta la porta.
Uscimmo insieme.






