Perché è più comodo

Perché è solo più comodo

Martina stava davanti ai fornelli, persa nei suoi pensieri mentre osservava lacqua che prendeva il bollore.

Fuori, un martedì sera qualunque avvolgeva le strade di Bologna. E come sempre, nella sala cera lui: con il telefono in mano, quella stanchezza perenne e quello sguardo insoddisfatto. E anche con la promessa ripetuta ogni mese con la precisione di un orologio svizzero:

Mi riprendo. Troverò un lavoro serio. Smetterò di essere nervoso. Sii paziente ancora un po. Tutto cambierà. Sto solo vivendo un periodo difficile.

Martina aveva sopportato.

Quando lacqua bollì, buttò la pasta, rimescolò e spense il gas. La fame non cera, ma bisognava pur cucinare. Per lui. Lui, lo sapeva, aveva sempre fame.

È pronto a tavola disse nel corridoio vuoto.

Nessuna risposta.

Rimase ferma un minuto, si asciugò le mani sullo strofinaccio e andò in sala. Lui era lì, scorreva il feed del telefono, impassibile.

Ti ho chiesto se mangi.

Sì, vengo borbottò, senza alzare lo sguardo.

Lei annuì. Si sistemò sul divano. Attese.

Dieci minuti. Quindici.

Andò in cucina, mise in tavola, tornò in sala. Lui continuava a scorrere il telefono.

Si fredda bisbigliò.

Ma dai gettò il telefono sul divano come se lei lo avesse esasperato oltre ogni limite. Sempre a stressare nei momenti sbagliati. Sto andando.

Si sedette in cucina, sprofondato nel piatto, masticando in silenzio e fissando la parete.

Martina si accomodò di fronte a lui. Avrebbe voluto chiedergli comera andata la giornata, raccontargli del nervosismo della collega, o della telefonata assurda con il capo. Ma restò zitta.

Perché sapeva cosa sarebbe successo.

Avrebbe risposto a monosillabi. O non avrebbe risposto affatto. O ancora, lavrebbe guardata come se dovesse scusarsi solo per aver aperto bocca.

Grazie bofonchiò lui, lasciando il piatto nel lavandino. Ora mi sdraio, mi fa male la testa.

E Martina restò sola, ancora una volta.

***

Ma da quanto va avanti così? chiese la sua amica Claudia al bar, il sabato dopo.

Sono tre anni, ormai.

Tre anni di mal di testa e promesse che cambierà?

Martina annuì.

Claudia si appoggiò allo schienale, la fissò a lungo.

Ascolta, te lo dico senza peli sulla lingua. Non offenderti.

Dimmi.

Ma sei normale?

Martina sputacchiò il caffè per la sorpresa.

Cosa intendi?

Proprio così. Sei lì che aspetti la fine di questo periodo difficile, ma lui non cambia. E non cambierà. Perché gli conviene così.

Non puoi capire. Ha davvero dei problemi. Il lavoro, lo stress

Problemi li abbiamo tutti, ribatté Claudia. Ma non per questo urlo contro mio marito quando torno distrutta dal lavoro. Gli dico: Abbracciami, sono crollata. Il tuo invece urla, si chiude, promette e ricomincia. E tu sopporti, incassi. Ma perché?

Credo ancora che possa cambiare. Almeno, ci spero.

Speri? rise amaramente Claudia. Martina, noi adulti cambiamo solo se ci conviene. A lui non conviene. Lui ha te: tu cucini, aspetti, giustifichi tutto. Perché dovrebbe impegnarsi? Tanto sa che avrà sempre una casa calda, una tavola apparecchiata e qualcuno che lo coccola, qualsiasi cosa faccia.

Martina avrebbe voluto ribattere, dire che Claudia non aveva visto comera lui allinizio, quanto potenziale aveva. Ma le parole le rimasero bloccate in gola.

Allimprovviso, le tornarono in mente le scene di ieri sera: il suo viso irritato, il fastidio per il piatto che si stava raffreddando. La schiena voltata quando era andato a sdraiarsi senza nemmeno girarsi a guardarla.

E allora si rese conto: non ricordava più lultima volta che lui laveva guardata negli occhi.

Guardata davvero. Non oltre, non con indifferenza o stanchezza. Come allinizio, quando sembrava vederla per davvero.

***

Martina pagò il caffè, salutò Claudia e tornò a casa camminando lentamente, come se avesse i piedi di piombo.

Lappartamento era buio. Lui dormiva.

Si tolse le scarpe, si sedette in cucina sulla stessa sedia di ieri. Guardò a lungo fuori dalla finestra.

***

Il lunedì si aprì come al solito.

Lui usci sbattendo la porta. Niente bacio, nemmeno uno sguardo.

Lei si preparò, prese i mezzi fino allo studio del dentista. Il dente le faceva male da una settimana, ma non trovava mai tempo per sé: prima doveva cucinare per lui, ascoltare lui, occuparsi di lui.

Nella sala dattesa cera una ragazza. Giovane, bella, con il telefono in mano. Parlava al cellulare, in videochiamata, senza curarsi degli sconosciuti seduti accanto.

Luca, te lavevo chiesto Avevi promesso che mi venivi a prendere dopo il dentista. Ho paura da sola. Dai, per favore. Lo so che lavori, ma avevi promesso.

Pausa.

Non posso spostare, ho prenotato un mese fa. Luca, ti prego. Non chiedo tanto. Solo che tu sia qui. Sei il mio compagno, o no?

Pausa.

Ok, ho capito.

La ragazza chiuse la videochiamata, posò il telefono in borsa. E si mise a piangere.

Silenziosamente, fissando il muro.

Martina la guardava e ci si riconobbe.

Quella era lei tre anni prima. Anche lei chiamava, pregava, sperava. Credeva che, spiegando o aspettando, lui avrebbe capito, sarebbe cambiato. Che sarebbe tornato quello di cui si era innamorata.

Scusa, posso chiederti come ti chiami? sussurrò Martina.

Giulia, rispose la ragazza, tra i singhiozzi.

Giulia, non mi piace impicciarmi, ma vorrei dirti una cosa.

Giulia la osservò con occhi lucidi.

Se una persona si comporta così non è perché non capisce. E non è nemmeno un brutto momento. Capisce benissimo. È solo più comodo. Sa che non deve impegnarsi, tanto tu ci sei sempre comunque. Le promesse non valgono niente. Osserva i fatti, non le parole.

Giulia ascoltava, attonita.

Ma se mi ama? domandò piano.

Se ti ama, non vorrà mai farti piangere. Starà male se ti vede stare male. Cercherà la strada per farti sorridere, non modi per zittirti e continuare a vivere come vuole.

Fu chiamata dal dentista, si alzò, asciugò le lacrime. Bisbigliò:

Grazie.

E se ne andò.

Martina rimase. Unemozione strana le invadeva il petto. Come se avesse appena parlato alla se stessa di qualche anno prima.

***

La sera, tornando a casa, lui era di nuovo lì, col telefono in mano.

Ho fame, brontolò, senza neanche salutarla. Dove sei stata?

Martina andò in cucina. Aprì il frigo. Tirò fuori degli ingredienti.

Posò la padella sul fuoco. Mise lolio. Tagliò la cipolla.

Allimprovviso, si fermò.

La mano col coltello sospesa a mezzaria.

Non cucino, disse a voce alta.

Silenzio.

Spense il gas. Rimise via la padella, si asciugò le mani. Entrò in salotto.

Non cucino, ripeté. Hai capito?

Lui alzò la testa, stupito.

In che senso?

Nel senso che ormai sei grande. Se vuoi mangiare, cucina tu. O prendi qualcosa da asporto. O vai al supermercato. Non sono la tua serva.

Lui lasciò il telefono. Si alzò.

Ma che stai dicendo, Martina? Sei matta? Sono distrutto!

E secondo te io? Non sono stanca, io? Anchio lavoro. Anchio ho fame. Anchio vorrei qualcuno che pensi a me ogni tanto.

Ecco, ci risiamo, sbuffò lui. Sempre le stesse lamentele. Scusami se non sono perfetto. Sto passando un periodo difficile.

Un periodo difficile. Da tre anni? Sai una cosa?

Che cosa?

Che ti piace solo perché è comodo così. Sei certo che io sopporto, cucino, resto. Sai che non me ne vado. E tu ne approfitti. Non perché sei cattivo. Ma perché puoi.

Lui rimase in silenzio.

Martina si girò e se ne andò in camera.

Chiuse la porta.

Si sedette sul letto e pianse.

Ma erano lacrime diverse.

Non quelle soffocate di molte notti, nemmeno quelle amare dei suoi ennesimi lo giuro. Erano lacrime di sollievo.

***

Il mattino dopo, Martina si svegliò presto.

Lui dormiva ancora.

Lei mise le sue cose in valigia.

Scrisse su un foglio: Addio. Non chiamarmi.

Lasciò il biglietto sul tavolo in cucina.

Prima di uscire si voltò.

La casa era immersa in una luce limpida, silenziosa.

Chiuse la porta e inspirò profondamente.

Per la prima volta in tre anni, si sentiva libera.

***

Sei mesi dopo, Martina incontrò Claudia nello stesso bar.

Allora, lui? domandò Claudia.

Non ne so niente, rispose Martina con una scrollata di spalle. Non ha più chiamato.

E tu?

Io sto benissimo! Vado da una psicologa, imparo ad ascoltarmi. E la cosa più buffa vuoi sapere qual è?

Dimmi!

Tutto questo tempo avevo paura che senza di me sarebbe andato in pezzi. E invece non è successo niente. Ha trovato unaltra, subito, come se io non fossi mai esistita

Martina sorrideva. Serenamente.

***

Sabato sera suonò il campanello.

Martina guardò dallo spioncino. Il cuore fece un balzo, poi tornò tranquillo.

Era lui. Dimagrito, la barba lunga, un mazzo di fiori triste preso chissà dove.

Aprimi, disse sottovoce. Dobbiamo parlare.

Lei non rispose.

Sono cambiato. Davvero. Quella ragazza è stato un errore. Sto malissimo senza di te. Ti prego, apri.

Martina restava appoggiata con la fronte alla porta.

Martina! Sto provando, sono qui!

Lei respirò a fondo e disse, ferma:

Sei qui perché pure laltra ti ha lasciato. E da solo non sei capace di stare.

Ma sei impazzita?! Sto qui a supplicarti Apri!

Lui ancora urlò, bussò, minacciò. Poi tacque. E se ne andò.

Martina si scostò dalla porta, si sedette sullo sgabello dellingresso.

Dentro era tutto silenzio.

Non aveva aperto.

Per la prima volta, aveva scelto se stessa.

E quello, finalmente, era il suo finale.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

15 − thirteen =

Perché è più comodo
Lascialo in pace – Tesoro, credi a me: di donne come te ne ha almeno una decina – sibilò la sconosciuta fissando Veronika negli occhi. Fammi indovinare: già sogni il matrimonio, vero? Mi spiace deluderti, ma non ci sarà nessuna cerimonia… Lascia perdere Massimo e non metterti mai più sulla mia strada, altrimenti te ne pentirai. Te lo prometto! *** Veronika è nata e cresciuta a Milano. Lei e sua sorella maggiore hanno ricevuto dai genitori tutto ciò che serve per partire con il piede giusto: una casa per ognuna appena diventate maggiorenni. La ragazza riteneva che mamma e papà avessero esaurito il loro compito, le avevano dato istruzione e una base solida. Da lì in poi, voleva riuscire da sola. Si è trovata un lavoro non appena entrata all’università e da allora non ha mai chiesto soldi ai genitori. Questa indipendenza precoce le ha insegnato a contare solo su sé stessa: i genitori spesso ignoravano metà di quel che le succedeva. Quando ha conosciuto Massimo, ha pensato che fosse meglio non coinvolgere subito i parenti più stretti nella nuova relazione. Gli ultimi due anni con la mamma, Vera, erano stati un po’ difficili: pensionata da poco, lei si era fissata con il desiderio di diventare nonna e ogni volta le chiedeva: – Figlia mia, tua sorella Ylenia ha già un bambino… e tu? Quando pensi di farmi felicissima con un nipotino? Veronika aveva davanti agli occhi l’esempio negativo della sorella, che a diciannove anni era corsa all’altare, avea avuto un figlio e lasciato gli studi. In sette anni, Ylenia era diventata una casalinga annoiata, con cui non c’era quasi nulla da dirsi. Veronika preferiva andare con calma e aveva i suoi progetti: voleva sposarsi verso i trent’anni e avere un figlio attorno ai trentacinque, quando, pensava, avrebbe avuto una sicurezza economica tale da potersi concedere tre anni di maternità tranquilli. Un programma che sua madre non approvava: – Ragiona in modo strano… Tocca all’uomo pensare al sostentamento: tu devi solo trovare quello giusto, sposarlo e dare un figlio. Tutto il resto non ti deve preoccupare! – Mamma – spiegava con pazienza – non voglio dipendere da nessuno come Ylenia, che chiede i soldi al marito anche per il parrucchiere… e se lui non vuole darle niente, chiede a voi. Io non sarò mai in quella situazione. Nemmeno Serafino, suo cognato, era un esempio da seguire: viveva nella casa comprata dalla moglie e pretendeva pure di comandare. – Veronika, è così per tutti! Anche io ho fatto così con papà: sono stata a casa otto anni, due gravidanze di fila… e ce la siamo cavata. Anche quando litigavamo, nonostante la crisi degli anni Novanta, siamo riusciti a comprarvi la casa. – Tu hai sposato papà per amore, mamma. Io faccio lo stesso: sposerò solo un uomo di cui mi innamoro davvero e da cui voglio un figlio. Non mi accontento, come Ylenia… *** Conobbe Massimo come aveva sempre sognato: qualche mese prima del suo trentesimo compleanno. Lui la conquistò subito: galante, brillante, moderno, le dava fiducia e rispettava la sua indipendenza. Veronika non aveva fretta, voleva che la relazione crescesse senza pressioni. Stavano insieme da quasi un anno, ma nessuno dei due parlava di matrimonio. All’inizio la calma di Massimo non la turbava, ma poi confidò alla sua migliore amica, Viola, alcuni dettagli… Bastò una domanda per farle nascere dei dubbi: – Ma tu sei sicura che lui fa sul serio? Il mio Vittorio mi ha chiesto di sposarlo dopo tre mesi, il tuo Massimo invece aspetta… Ti ha mai presentata a parenti o amici? O ti tiene nascosta? Non è che ha qualcun’altra, magari più “ufficiale”? Veronika cominciò a pensarci. Perché Massimo non parlava mai di futuro insieme? Uscivano solo a casa sua e lui restava a dormire di rado. Decise di scavare di più: – Mi sono resa conto che non so nulla della tua famiglia – gli disse una sera. – Cosa vuoi sapere di preciso? – I tuoi genitori? Fratelli, sorelle? Che lavoro fanno? – Sono in pensione. Sono figlio unico. Curiosità appagata? – Hai figli? – domandò Veronika senza girarci intorno. Massimo parve agitato, ma rispose: – No, niente figli. Ma che interrogatorio è questo? – Niente, solo curiosità, – tagliò corto lei. Poi aggiunse: – Massimo, stiamo insieme da un anno. Non pensi sia ora di conoscerci le famiglie? Lui evitò di rispondere e cambiò discorso. Veronika si fece insistente, e infine lui accettò: – Va bene, iniziamo dagli amici: questo weekend uno dei miei migliori ci invita in villa sul Lago di Garda con le coppie. Vieni? *** Veronika accettò e non si pentì: gli amici di Massimo e i loro partner erano persone simpaticissime. Solo una cosa la stupì: nessuno degli uomini presenti era sposato. Tra i 35 e i 45 anni, tutti scapoli o “liberi”. Chiese a Massimo: – Ma tutti i tuoi amici sono single? – Sì, strano vero? Ma che ci vuoi fare, la compagnia è questa… Allora, tappa uno fatta. Ora tocca ai tuoi: quando li conosciamo? Veronika organizzò subito: – Mamma, papà… voglio farvi conoscere il mio futuro marito! La madre felice: – Era ora! Dai, raccontaci tutto. – Si chiama Massimo, fa l’avvocato, ha 34 anni. – E dove vive? Ha una casa tutta sua? Veronika tentennò: in un anno mai chiesto davvero dove vivesse Massimo. – Mamma, chiediglielo tu stessa domani. Se veniamo a cena va bene? – Certo! Per una cosa così spostiamo tutto! Vi aspettiamo! La cena fu un successo. Massimo conquistò tutti con simpatia e ironia. Fu lì che Veronika scoprì dettagli che non sapeva: Massimo viveva da solo in centro a Milano, in un ampio bilocale. Felice, pensava che ormai mancasse poco alle nozze! Il giorno di conoscere i genitori di Massimo però non arrivò mai… Una sera, invece di lui, si presentò alla porta della ragazza una donna bellissima dai capelli neri: – Buonasera. Posso entrare? Vorrei parlarle. Veronika la accolse un po’ confusa. – Sta cercando qualcuno? – Proprio te, – rispose la sconosciuta sussurrando. – Volevo guardare in faccia la donna che cerca di rovinare una famiglia e di rubare il padre a due bambini… Veronika capì subito chi era. – Di solito, lascio mio marito divertirsi con delle avventure. Dopo sedici anni di matrimonio la noia arriva per tutti… Ma di solito durano poco, qualche mese al massimo. Tu invece sei qui dopo un anno intero e non posso più ignorarti. Per scoprire con chi se la faceva mio marito ho dovuto persino assumere un investigatore privato. Veronica, ti chiedo di lasciar stare mio marito! Devi capire che l’uomo con cui ho passato quasi vent’anni non te lo lascio di certo. E se dovesse scegliere davvero, credimi, non lascerebbe mai noi per te. Lo studio in cui Massimo lavora è di mio padre, tutto ciò che ha lo deve solo a lui. Sii saggia, non rovinarti la vita. La donna se ne andò, lasciando Veronika disperata. Chiamò subito Massimo: – Sei sposato! Hai due figli! Perché mi hai mentito tutto questo tempo? Tua moglie è venuta qui e mi ha raccontato tutto! – Ne parliamo dopo, – tagliò corto lui e chiuse la chiamata. Da quel momento, Veronika non riuscì più a contattarlo: probabilmente Massimo cambiò numero. Provò a cercarlo attraverso amici e parenti, invano. Soffrì moltissimo, ma ai genitori raccontò di essere stata lei a lasciare il brillante avvocato per incomprensioni di carattere. Solo dopo un anno e mezzo riuscì a lasciarsi conquistare da un altro uomo.