Il numero in replay: una storia italiana di viaggi finti tra Milano e Bologna, camere d’albergo sempre uguali e bugie che si accumulano tra famiglia, lavoro e segreti, fino al giorno in cui la verità bussa alla porta

Numero in Replica

Sta in piedi nellingresso di casa e non riesce a decidere quale giacca prendere: quella calda col cappuccio, oppure la leggera che usa di solito per lavoro. Dalla cucina la moglie chiede:

A che ora parti oggi?

Il treno è alle nove risponde, anche se ormai conosce lorario a memoria. Torno domani verso sera.

Lei esce, si asciuga le mani sul canovaccio e lo osserva con una cura che lui trova fin troppo scrupolosa.

Sempre per la stessa azienda?

Sì. Cè una presentazione, poi una riunione.

Non gli piace quanto facilmente queste parole gli escano dalla bocca. Un tempo viaggiava davvero per affari, si perdeva tra le linee della metropolitana di città sconosciute, dormiva in alberghi diversi ogni settimana. Poi il suo reparto è stato tagliato, si è spostato in una piccola società, e ora al massimo parte una volta ogni sei mesi per qualche giorno. La vecchia abitudine, però, è rimasta. E anche quella di prenotare sempre la stessa stanza in un piccolo hotel poco distante da casa.

Di nuovo in quellalbergo? domanda la moglie, come se potesse leggere i suoi pensieri. Mi avevi detto che cera rumore.

Lui alza le spalle.

Ormai ci sono abituato. E costa poco.

Lei annuisce, ma lo sguardo resta su di lui.

Magari la prossima volta vengo anchio? Facciamo un giro della città. È una vita che non vado da nessuna parte.

Dentro sente una stretta. Si china a rifare il nodo alla scarpa, anche se il laccio è già a posto.

Non cè nulla da vedere. Zona industriale, hotel vicino alla tangenziale. È solo lavoro.

Dal corridoio sbuca la figlia.

Papà, non ti sei dimenticato la mia chiavetta? Allunga la mano, e lui vi mette il piccolo oggetto di plastica.

Finisci la relazione?

Sì. Tanto mi avevi detto che la sera qui hai tempo libero. Così dai unocchiata anche alla mia presentazione.

Annuisce. Quella sera davvero sfoglierà il suo file, aggiungendo qualche commento. Su quello almeno non si mente: in albergo ha sempre fin troppo tempo.

A che ora parti, papà? chiede la figlia, già pronta a rientrare in camera.

Tra unora.

Allora buon viaggio nei tuoi grandi affari dice senza voltarsi.

Rimane lì un istante, vorrebbe aggiungere qualcosa, ma si limita a sistemare la tracolla ed esce.

Lalbergo è poco fuori dal centro, dietro unofficina e un negozio di materiale edile. Conosce il percorso a memoria: autobus, sottopasso sotto al cavalcavia, scorciatoia tra i garage. Al banco cè una ragazza nuova, che ancora non ha mai visto. La receptionist di prima lo riconosceva a colpo docchio, sorrideva come a un vecchio amico.

Buonasera. Avete ancora camere libere? chiede, pur avendo già prenotato online.

Lei controlla il computer.

Sì, abbiamo una doppia standard. Una sola notte?

Sì, una.

Dice il cognome. La ragazza annuisce.

Tutto confermato. Quarto piano, camera quattrocentosei.

Sapeva che sarebbe stata quella. Nelle note chiede sempre: Se possibile, la stessa camera. Non per sentimentalismo, solo per comodità. Conosce ormai ogni dettaglio: dove trovare la presa a fianco al letto, come bloccare la finestra semiaperta, come funziona la doccia. E poi, è lo stesso posto in cui si vedono da tre anni.

Sale le scale lascensore funziona a giorni alterni e per abitudine conta i gradini. Si ferma sul pianerottolo del quarto piano, tira il fiato, estrae il telefono e scrive: Sono arrivato. Unora, come daccordo? La risposta arriva immediata: Sì, sto partendo.

Dentro la stanza cè odore di deodorante economico e di qualcosa di familiare, di domestico. Dà una rapida occhiata: letto stretto e rigido, comodino col telefono, scrivania con lampada, televisore che non accendono praticamente mai. Appoggia la borsa sulla sedia, apre la giacca e nota sul tavolo un quaderno nero.

Non è uno di quelli gratuiti dellhotel. È semplice, copertina morbida, quadrettato, abbandonato vicino al telecomando come un oggetto dimenticato dal personale.

Lo prende in mano, lo sfoglia. Sulla prima pagina, nessun nome né numero di telefono. Le prime pagine sono vuote, poi inizia una fitta scrittura. Sta per richiuderlo, ma locchio cade su una frase a metà: Oggi ho mentito di nuovo a mia moglie sul viaggio.

Resta a fissare il quaderno aperto. Le lettere sono irregolari, leggermente inclinate, senza vezzi. Legge unaltra riga: Ho detto che vado a un corso, ma in realtà torno nello stesso hotel di sempre.

Gli viene da sorridere, ma non cè niente di divertente. Chiude il quaderno e lo rimette dovera. Accende il televisore, subito abbassa il volume. Si toglie la giacca, la ripiega con cura. Apre il laptop per controllare la posta. Ma la frase resta in testa: ho mentito di nuovo a mia moglie.

Dopo quaranta minuti, bussano alla porta. Riconosce il ritmo delle nocche. Apre, la fa entrare.

Entra veloce, appoggia la borsa, si toglie il cappotto. Si baciano prima timidamente, come sempre dopo diverse settimane, poi con la consuetudine di chi si ritrova.

Tutto bene il viaggio? chiede lui.

Sì. Traffico come sempre.

Nota il quaderno sul tavolo.

È tuo?

No. Deve averlo lasciato qualcun altro.

Forse la donna delle pulizie?

Dubito. Ci sono delle note.

Lei alza le spalle e si chiude in bagno. Lui la osserva e pensa che tre anni fa gli sembrava quasi una ragazzina, anche se in fondo letà non è poi così diversa. Aveva appena compiuto quarantadue anni, si sentiva stanco e invisibile. A casa tutto scorreva in modo ordinario: lavoro, spesa, serie tv la sera. Con la moglie non litigavano quasi mai, ma non cera neanche tanto da dirsi. La figlia stava cominciando la sua strada. In ufficio, una collega nuova, una sera si trattenne troppo a lungo a una cena aziendale. Tutto il resto venne da sé.

A lungo si è ripetuto che nulla cambiava davvero. Che rimaneva lo stesso di sempre, senza intenzione di abbandonare la famiglia o stravolgere la vita di nessuno. Era solo spazio per sentirsi ancora vivo, desiderato, importante. Se lo è ripetuto talmente tante volte, soprattutto tornando a casa.

Dopo lincontro, quando lei è andata via prima per via di altri impegni, lui è rimasto solo nella stanza. Il quaderno era ancora lì. Ha acceso la lampada e ha riaperto a metà.

Non so quando tutto è diventato così complicato. Allinizio sembrava un gioco. Persino benefico: nessuno soffre, mi dico. Mia moglie va avanti come sempre, i figli crescono. Torno a casa con regali, sorrido di più. Sono persino più disponibile, per il senso di colpa che cerco di compensare. Che male cè?

Si è lasciato andare contro lo schienale. Quei pensieri sono familiari, quasi inquietanti. Ricorda il primo anno della relazione, quando regalava fiori senza ricorrenza, aiutava la figlia con luniversità, acconsentiva ad andare colla moglie in campagna anche se detestava la terra sotto le unghie. Gli sembrava di essere davvero una persona migliore.

Sfoglia unaltra pagina.

A volte penso di essere due persone. Uno che resta a tavola, scherza sul capufficio, discute con la moglie le ferie. Laltro che prende una stanza a ore e cambia ritmo desistenza. Sono abituato a questa divisione. Ho paura solo che prima o poi i confini spariscano.

Chiude il quaderno, guarda la porta. La serratura è intatta, la catenella chiusa. Qualcuno fa scorrere lacqua nella camera accanto. Tutto pare sotto controllo.

Il telefono vibra. La moglie scrive: Come sei arrivato? Tutto bene? Risponde: Sì, sono in stanza. Domani cè una chiamata sul progetto, sto preparando. Le dita digitano le frasi già rodate.

Riapre il quaderno, questa volta verso la fine. Le date sono irregolari, una ogni due o tre giorni, a volte settimane. Una annotazione di tre mesi fa.

Oggi lei ha detto che si è stancata di questo schema. Stanca di nascondersi, aspettare i miei messaggi, adattarsi ai miei orari. Mi ha chiesto se vedo altro di lei oltre questi incontri. Ho risposto che la amo, ma ho la mia famiglia, le mie responsabilità. Lei mi ha detto: Hai solo paura.

Ricorda una conversazione simile, di poco tempo fa. Lei ha chiesto cosa sarebbe successo dopo. Ha evitato di rispondere, accampando scuse sulla complessità, sulletà, sul fatto che un divorzio avrebbe sorpreso tutti. Il tono era lo stesso.

Posa il quaderno, si alza, cammina avanti e indietro. Allo specchio allingresso si vede riflesso: uomo di quarantanni passati, con un accenno di grigio alle tempie, la camicia un po tirata. Non è il peggiore dei quadri, ma neppure quello che sognava a venticinque.

Il telefono vibra di nuovo. Stavolta la figlia: Papà, puoi guardare domani di nuovo la mia presentazione? Ho aggiunto due slide. Risponde: Certo, la guardo di sera.

Vorrebbe chiederle altro, come sta, se va tutto bene. Ma chiude la chat. Si siede alla scrivania, torna al quaderno.

La pagina successiva è più agitata.

Oggi mia moglie ha chiesto perché passo tutto questo tempo in questa città. Dice che mi vede prepararmi con troppa cura. Ho fatto una battuta: partner affidabile, ottimo contratto. Lei mi ha guardato come se fosse la prima volta. Ho sentito le mani sudare. Poi è passato tutto, almeno in apparenza. Ma ora credo che non mi creda più.

Ripensa alla domanda di quella mattina in cucina. Lei che propone di seguirlo. Quello sguardo. Nulla di esplicito, nessuna scenata. Ma unincrespatura continua sotto la superficie.

Sfoglia avanti. In una nota lautore racconta daver incontrato casualmente lamante al centro commerciale, mentre era con marito e figli. Si sono ignorati, come sconosciuti. Più tardi, sdraiato nella solita stanza dalbergo, ha finto di non vedere il rischio che tutto potesse crollare se qualcuno li notava.

Si accorge daver passato oltre unora a leggere. Pensieri altrui e suoi si confondono. Chiude il quaderno. Ma rimane sul tavolo, presente come un monito.

La notte fatica a dormire. Dal corridoio si sente ridere, una porta sbatte rumorosa. Si immagina lautore della storia: un uomo suo coetaneo, forse qualche anno in più. Anche lui arriva qui, disfa la borsa, scrive aspettando. Anche lui a casa parla di trasferte.

La mattina successiva, sorseggiando un caffè solubile, riapre il quaderno.

Mi sono messo a calcolare quante volte ho mentito. Quanti messaggi cancellati prima che la moglie li vedesse. Quante volte ho detto ai figli che ero occupato per lavoro, mentre in realtà aspettavo qui che lei arrivasse. Perso il conto dopo cento. Sembra niente. Ma sento queste parole formare un muro fra me e loro. E temo che un giorno non riuscirò più a smontarlo.

Ricorda di quando aveva rimandato il cinema con la figlia per non perder lappuntamento qui. Le aveva detto che un cliente laspettava durgenza. Lei aveva solo risposto che sarebbe andata con unamica. I figli si abituano presto a un genitore sempre impegnato.

Chiude il quaderno e lo mette nel cassetto della scrivania. Così è più facile ignorarlo. Prepara le sue cose, ripassa caricabatterie e documenti. Prima di uscire, si ferma, apre il cassetto e guarda la copertina nera. Lascia il quaderno dovera, solo un po più vicino al muro come se fosse meno visibile così.

A casa ritrova la solita routine. La moglie chiede comè andata. Lui descrive la riunione inventata, il cliente fantasma, la cena coi colleghi. Lei ascolta, fa qualche domanda. A un certo punto dice:

Sei stanco. Vai a letto presto.

La figlia entra con il portatile.

Allora, mi aiuti a dare unocchiata? Lancia la presentazione, si siede. Lui legge i titoli, fa nota sulle slide, dà consigli. Lei ascolta, segna qualcosa sul suo taccuino. Poi chiede:

Papà, non ti sei stufato di questi viaggi? Dicevi che sognavi un lavoro tranquillo, senza spostamenti.

Esita un attimo.

Il lavoro è lavoro.

La mamma è preoccupata. Dice che sei… Non finisce, alza le spalle. Lascia perdere.

Sente salire lirritazione, non verso di lei, ma verso se stesso. Perché la sceneggiatura gli costa ogni volta più fatica.

Di notte si sveglia col la moglie rivolta di spalle, raggomitolata nelle lenzuola. Guarda i suoi capelli, la linea del collo, una ciocca sfuggita dallelastico. Un tempo conosceva a memoria ogni piega sulla pelle. Ora non ricorda quando lha guardata per lultima volta senza pensieri.

Davvero la sto tradendo? pensa. Non me ne sono mica andato. Sono qui, do una mano, sono presente Le scuse che usa gli sembrano improvvisamente estranee, come la calligrafia sconosciuta sul quaderno.

Passano due settimane, prepara di nuovo la borsa. Stavolta la moglie non fa domande. Chiede solo:

Per quanto stai via?

Una notte.

Capisco.

Il tono non ha rimproveri, nessuna curiosità. Questo silenzio fa più paura dei sospetti.

Arriva in albergo in serata. La ragazza della reception è sempre la stessa.

Buonasera. La camera è pronta a suo nome. Quarto piano, quattrocentosei.

Sale, apre la porta e come prima cosa guarda il tavolo. Il quaderno è ancora lì.

Lo prende in mano. Ora sulla copertina vi è una piccola piega, come se qualcuno ci avesse appoggiato sopra qualcosa di pesante. Sfoglia fino allultima pagina. Una nuova annotazione.

Pensavo di avere tutto sotto controllo. Di poter mantenere lequilibrio. Ma oggi è andato tutto storto. Mia moglie ha scoperto dei messaggi. Non tutti, solo qualcuno. Non parlava, mentre mi giustificavo. Mi ha guardato come uno sconosciuto. Ho detto che era stato un caso, che era roba vecchia, che non è serio. A un certo punto mi sono accorto che parlavo più a me stesso che a lei. È andata in camera e si è chiusa. I figli in cucina facevano finta di nulla. Io ero seduto in corridoio a pensare a come ci sono finito.

Avverte lungo la schiena una scossa fredda. Non è più un caso astratto conosce bene la situazione. Ricorda quando ha dimenticato di cancellare un messaggio, la moglie ha preso il telefono per chiamare la figlia. Era andata bene così sembrava.

Gira pagina. La data è di ieri.

Sono venuto qui perché non so dove altro stare. A casa tutto sa di quella conversazione. Lei non ha gridato, non ha pianto. Ha solo detto: Non so chi sei. Neanchio lo so. Sono in questa stanza dove mi sentivo felice e non provo nulla. Solo vuoto. Pensavo che fosse importante non oltrepassare il limite, non lasciare la famiglia, non abbandonare i figli. Ma il confine era stato oltrepassato da tempo. Ho fatto finta di non vederlo.

Chiude il quaderno, lo rimette sul tavolo, si siede sul letto. Quanti anni si è raccontato la stessa storia? Pensando che, senza scelte drastiche, tutto sarebbe rimasto sotto controllo. Una vita divisa in scomparti: qui la famiglia, qui il lavoro, qui la stanza dellhotel dove il tempo sembra sospendersi.

Qualcuno bussa. Sobbalza.

Sono io, riconosce la voce.

Apre e lei entra. Si sfila il cappotto, lo osserva con più attenzione del solito.

Sei strano oggi. È tutto a posto?

Sì, solo stanchezza.

Nota il quaderno sul tavolo.

Ancora lì? Non lo butti?

Non so di chi sia. Forse il proprietario tornerà.

Difficile. Chi se ne dimentica, se ne dimentica.

Si siede sul letto e lo abbraccia.

Sei sicuro di stare bene?

Annuisce, ma dentro si sente sul bordo di qualcosa che non sa ancora nominare. Fanno lamore, parlano di piccole cose, si accordano per la prossima volta. Lei domanda ancora se pensa di cambiare qualcosa. E lui, ancora una volta, evita la risposta.

Quando lei se ne va, resta solo. Riapre il quaderno, va allultima nota.

Non so cosa fare. Potrei negare tutto, dire che è stato un equivoco, che cambierò. Potrei andarmene, ricominciare da capo. Ma chi dice che non ripeterei tutto da capo? Forse posso solo smettere di mentire almeno con me stesso. Ammettere che non è solo una storia, non una piccola fuga, ma un sistema in cui vivo. Se non decido di distruggerlo, allora è una scelta. Con tutte le conseguenze.

Resta a lungo in silenzio. Poi prende il telefono e apre la chat con la moglie. Scrive: Come state? e cancella. Dobbiamo parlare quando torno? e cancella ancora. Alla fine: Comè la giornata? Lei risponde breve: Tutto bene, secondo programma.

Si avvicina alla finestra. Oltre il vetro la strada trafficata, luci di macchine. Dalledificio opposto unaltra luce accesa. Immagina qualcuno in una stanza simile, che scrive un proprio quaderno. Forse chi era qui prima di lui, forse un altro ancora, storia analoga. Si sorprende mentre mentalmente giustifica quello sconosciuto: la vita è difficile, ciascuno ha le sue ragioni. Proprio come fa con se stesso.

Torna al tavolo, apre il quaderno e cerca le prime pagine. Lì, le frasi sono più quiete.

Ho deciso di scrivere questo quaderno per non impazzire. Per essere onesto almeno qui. Se non riesco a dire la verità a chi mi è vicino, che almeno qui possa essere vera. Forse è unillusione. Ma così credo di perdere meno me stesso.

Chiude il quaderno e capisce di non volerlo lasciare lì. Ma nemmeno portarlo con sé gli va: prenderlo sarebbe appropriarsi di una storia altrui, lasciarlo sarebbe fingere che non lo riguardi affatto.

Estrae dalla borsa il porta-documenti, ci infila il quaderno. Ma poi lo estrae, lo posa sul letto, si siede accanto.

Il telefono vibra. Messaggio della figlia: Domani ho la discussione. Riesci a tornare per le tre? Fa due calcoli: secondo la bugia, lui sarebbe a casa in serata. Ma partendo al mattino, può arrivare in tempo.

Ci sarò, risponde. Poi aggiunge: Taglio qualche impegno. Lei manda un sorriso e un grande.

Spegne il telefono, si sdraia a fissare il soffitto. Nella testa le parole del quaderno: smettere di mentire almeno a se stessi. Cosa significa per lui? Ammettere che non è una vittima, non solo uno che si è incasinato, ma qualcuno che il sistema lo ha costruito apposta.

Immagina la confessione con la moglie. Dirle: Ho unaltra. Lei che lo guarda, la figlia che capisce. Non riesce a finirla, quella scena. Il cuore accelera.

Si alza, riprende il quaderno, lo sfoglia allultima pagina. Una frase in margine: Rimando sempre la conversazione perché non temo di perderli, ma che vedano chi sono davvero.

Chiude il quaderno, lo mette nel porta-documenti e chiude la cerniera. Poi prende una penna dalla tasca della giacca e sullinterno della copertina scrive il suo numero di cellulare. Senza nome solo cifre.

Non sa spiegare neanchegli il perché. Forse spera che un giorno lautore lo trovi e chiami. O magari chiunque altro trovi il quaderno e riconosca che non è lunico. Più probabilmente è il modo di ammettere che non è spettatore, ma parte in causa.

Prima di dormire scrive un messaggio alla moglie: Domani torno prima. Voglio esserci per la discussione. Poi parliamo, va bene? Resta a guardare a lungo le frasi, ma infine invia.

La risposta arriva dopo un po: Va bene.

La mattina lascia lalbergo con una sola borsa. Il porta-documenti con dentro il quaderno. Allaccoglienza si ferma un attimo.

Scusi dice alla ragazza nella stanza cera un quaderno non mio. Lho preso io. Se qualcuno lo reclama, questo è il mio numero. Lo scrive su un foglietto e lo passa.

Daccordo, lo riferirò dice lei senza particolare interesse.

Esce in strada. Laria è fresca ma non fredda. Il tragitto alla fermata è quello solito, ma i passi sono diversi, più lenti. Non ha un piano preciso, solo alcune voci che affiorano.

Sa che potrebbe cambiare idea in qualunque momento. Tornare a casa, rimandare la conversazione a un momento più tranquillo. Dire che non è nulla di serio, che è stato un errore. Nascondere il quaderno in un cassetto, tentare di dimenticare.

Sa anche che potrebbe non cambiare idea. Andare in cucina, aspettare che la moglie verserà il tè, dirle quello che ha nascosto per anni. Senza sapere dove condurrà, senza alcuna garanzia che le cose andranno meglio.

Arriva lautobus. Siede al finestrino. La città che scorre è sempre uguale: fermate, edicole, gente con le borse della spesa. Tira fuori il quaderno, lo tiene sulle ginocchia. Non lo apre. Lo stringe tra le mani.

Il telefono vibra. Messaggio della figlia: Sono agitata. Risponde: Io ci sarò. Andrà tutto bene.

Lautobus parte. Osserva il suo riflesso nel vetro e la copertina scura sulle sue ginocchia. Davanti cè casa, la discussione della figlia, il colloquio promesso. Dietro la stanza dellalbergo dove tutto può essere rimandato, separato, dove si può fingere sia unaltra vita.

Non sa ancora quale sceglierà. Ma ora sente che ha una scelta. E che sarà sempre più difficile mentire a se stesso.

Stringe il quaderno, distoglie lo sguardo dal vetro. Lautobus fa le stesse curve di sempre, ma oggi gli sembrano insieme vecchie e nuove.

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Il numero in replay: una storia italiana di viaggi finti tra Milano e Bologna, camere d’albergo sempre uguali e bugie che si accumulano tra famiglia, lavoro e segreti, fino al giorno in cui la verità bussa alla porta
Vivrà nella soffitta,” disse la moglie parlando del bambino. Ma non sapeva come tutto si sarebbe capovolto…