Ventiquattr’ore senza bugie Quando Platone si rese conto che il cliente non aveva ancora imparato il testo, mancavano tre giorni a Capodanno e in studio già montavano i fuochi d’artificio che non ci sarebbero stati. — Non “cari amici” — disse guardando il gobbo. — Non fa più effetto, è morto. Diciamo “buonasera”, senza “cari”. Il candidato, governatore di una provincia media ma ambiziosa, sbadigliò e si grattò il collo. — E “gentili”? Si può dire? Ci rispettano, no? — Non ci rispettano, — rispose Platone automaticamente, poi si corresse: — Ma noi fingiamo che ci rispettano, loro fingono di crederci. È così che funziona la festa. Nella stanza al quarto piano di un business center in affitto c’erano tre riflettori, un albero di Natale scenografico e il chroma key con lo sfondo del Quirinale stampato. Sul tavolo davanti a Platone due versioni del discorso. La prima: classica, “abbiamo fatto tanto ma dobbiamo fare di più”, “ciascuno di voi”, “insieme”. La seconda: un po’ più “umana”, con una storia inventata di quando il governatore festeggiava il Capodanno in una casa popolare milanese. Storia falsa dall’inizio alla fine. — Si parte con i ringraziamenti, — disse Platone passando il primo foglio. — Poi una promessa. Poi la scena calda sulla famiglia. Poi un piccolo ponte verso il futuro. Nessun dettaglio, solo sensazioni. Lei non è un ragioniere, è un simbolo. — Mai stato un ragioniere, — rise il governatore. — Due bocciature in matematica. — Meglio così, — disse Platone. — Le telecamere tra mezz’ora. Proviamo. Non ascoltava più il cliente inciampare sulla parola “inclusività”, pensava già al montaggio. Il discorso sarebbe andato in onda registrato, ma doveva sembrare in diretta. Avrebbero aggiunto neve fuori dalla finestra. Anche l’orologio che batte la mezzanotte. La voce era la cosa più importante. Doveva suonare come se parlasse a braccio. Questo era il suo mestiere. Voci degli altri, accenti messi al posto giusto, la giusta dose di menzogna. Platone amava questa sensazione: quando un burocrate anonimo che teme la gente vera diventava un “leader della Regione” sicuro di sè. Come una traccia audio pulita tirata fuori da un file pieno di rumoracci. — E sugli ospedali che diciamo? — chiese il governatore, facendo una pausa. Platone diede un’occhiata al testo. — Diciamo che “continueremo a migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria”, — rispose. — Significa tutto e niente. Chi sta male penserà che riconosce il problema. Chi sta bene, che è merito suo. Niente dettagli, meglio di no. — Ma lì… lasciamo stare. Tu ne sai di più. E in effetti ne sapeva di più. Non di medicina, ma di come non parlare di medicina. Due ore dopo, mentre la troupe smontava le luci e la truccatrice toglieva il fondotinta al governatore, Platone era già nel suo angolo a sistemare il comunicato stampa: “Il Presidente della Regione fa il bilancio dell’anno e illustra i piani per il futuro”. Tolse “illustra”, sostituì con “sottolinea”. Meno dettagli. Nella stanza a fianco ridevano. Stavano parlando del brindisi aziendale. La direttrice comunicazione, magra e capelli slavati, si affacciò. — Vieni al nostro aperitivo? — chiese. — Domani, dopo la riunione. Dai, ci vuole, anche per noi. — Se non scoppia l’ennesima emergenza, — rispose lui. — Anche se qui le emergenze sono sempre in agenda. Lei sbuffò e se ne andò. Platone guardò lo schermo. Sul cellulare lampeggiava il messaggio della moglie: “Vieni alla recita di Cosimo? Ti aspetta”. Aveva già scritto la risposta: “Ho la diretta, non posso”, ma non l’aveva ancora mandata. Sapeva che alla fine avrebbe inviato quel messaggio, e poi avrebbe riscritto ancora l’augurio di Capodanno “da parte del governatore” su Instagram, togliendo la parola “amato”. Il governatore non amava la sua Regione. Amava il potere e il silenzio attorno a sé. Platone non si considerava un cattivo. Si considerava un maestro dell’impacchettamento. La gente vuole la fiaba per Capodanno, e lui la fornisce. Al posto dei rendiconti coi numeri, una storia rassicurante “ci siamo avvicinati gli uni agli altri”. Al posto delle ammissioni di colpa, una promessa di “lavorare più sodo”. La bugia non era nemmeno inganno, era semplicemente lubrificante, senza il quale l’ingranaggio sociale scricchiolerebbe e arrugginirebbe. Così aveva pensato fino al giorno dopo. Il mattino successivo, a ventiquattr’ore dalla mezzanotte, si svegliò di colpo, la bocca secca e un’unica frase in testa: “Abbiamo fatto tanto”. Ora non gli sembrava più una frase valida. Il telefono vibrava sul comodino. Un vocale della moglie: “Stasera vieni sicuro? Cosimo ha provato la poesia”. Premette su ascolta, poi su rispondi e disse: — Vengo… La gola si chiuse in spasmo. “Vengo” rimase bloccato, come una lisca. Tossicchiò, riprovò: — Io… probabilmente… non ci riesco. Devo lavorare. Salto ancora. Si vergognava, ma era uscito tutto liscio. Rimase in silenzio, stupito di sé stesso. La moglie rispose quasi subito: — Lo sapevo. Si aspettava i rimproveri, ma non arrivarono. Solo stanchezza. Venti minuti dopo era già in macchina, bloccato nel traffico mattutino. La radio chiacchierava dell’ansia prenatalizia, i conduttori scherzavano sul “è ora di fare la lista dei buoni propositi”. Poi il segnale cadde, e su tutte le frequenze partì la stessa voce del giornalista del GR. “Si registra ovunque nel mondo un fenomeno inusuale, — diceva il giornalista. — Le persone riferiscono di non riuscire più a pronunciare affermazioni false. Tentare di mentire causa disagio fisico, crampi, blocchi nel parlare. Scienziati e medici ancora non hanno spiegazioni. Le autorità invitano alla calma”. — Fesserie, — sbuffò Platone a voce alta. — Un altro tormentone social. Ma quando aggiunse: “Passerà tra due ore”, la lingua sembrava incollata al palato. Si morse la lingua e tacque. Non panico, ma un fastidio ribolliva dentro di lui. Non gli piaceva vedere lo scenario che si inceppava. In sede c’era caos. Di solito a fine dicembre tutto filava: discorso, comunicati, lista degli invitati. Oggi, nella sala riunione, tre notiziari diversi proiettati sul muro, tutti a parlare della stessa cosa. Su un canale, il giornalista tentava di sdrammatizzare, ma dicendo “Sembra un’isteria collettiva” tossì e sputò: “Non so cos’è, ho paura”. Su un altro, l’esperto cominciò sicuro: “Non ci sono prove”, ma poi ammise, con una smorfia, di aver già letto rapporti scientifici in merito e di non capire nemmeno lui come fosse possibile. — Ma cos’è ‘sta roba… — la direttrice comunicazione si interruppe, forse avrebbe voluto dire qualcosa di più colorito, ma anche a lei si bloccò la bocca. — Ok. Andiamo avanti. Platone, spiegaci. Avrebbe voluto dire: “Passerà, aspettiamo”, ma invece dalla sua bocca uscì: — Non lo so. Se è vero, il nostro copione va a farsi benedire. — Come sarebbe? — domandò il governatore entrando. — Ieri abbiamo registrato tutto. Va in onda la registrazione! — Ieri avete detto cose non vere quasi ogni frase, — rispose Platone con calma. — Se il fenomeno è reale, appena partiamo con la registrazione voi iniziate a tossire in diretta. Sentì una stretta al petto mentre lo diceva. Di solito smorzava: “dati non del tutto precisi”, “concessioni retoriche”. Ora la lingua non gli permetteva i vecchi eufemismi. — Forse vale solo se si parla dal vivo? — provò il governatore. — La registrazione c’è. Fecero partire il file. A video, il governatore sorrideva e diceva: “Abbiamo fatto tutto il possibile per far sentire a ciascun cittadino la vicinanza dello Stato”. Sulla parola “tutto”, l’immagine si sgranò, l’audio frusciò, il viso sullo schermo si contorse come se avesse un conato. Nero. Silenzio. — Che taglio è questo? — domandò l’operatore, pallido. — Non è un taglio, — disse Platone. — È… Avrebbe voluto dire “anomalia”, ma la lingua scelse: — Un divieto. Restarono a fissare il fotogramma bloccato. Il governatore si tolse gli occhiali e si massaggiò l’attaccatura del naso. — Quindi non posso dire che abbiamo fatto tutto, — scandì. — Perché non è vero. — Esatto, — rispose Platone. — Avete fatto una parte. Alcune cose bene, altre no. Ma non tutto. — E ora? — chiese la direttrice. — Tra un giorno andiamo in diretta su Rai 1. Tutti vogliono lustrini. E noi cosa? Diamo i resoconti della Corte dei Conti? Platone aprì il laptop. Le dita digitarono di getto: “Abbiamo fatto tanto, ma…” Provò a cambiare “tanto” con “quello che potevamo”, la mano tremò. Si accorse di non riuscire più, dopo anni, ad aprire con la formula di sempre. — Facciamo la prova, — disse. — Dica qualcosa di clamorosamente falso. Il governatore fece spallucce. — Adoro alzarmi alle sei e fare jogging. Sulla parola “adoro”, la faccia gli si storse. Tossì, gli vennero gli occhi lucidi. — Lo… detesto, — riuscì a sputare. — Ogni tanto lo faccio perché così dicono i medici. — Ok, — mormorò Platone. — Funziona. La giornata diventò una catena di piani saltati. In sala riunioni gli avvocati gridavano: il loro cliente, un grande costruttore, intervistato in tv locale aveva ammesso all’improvviso che “sulle forniture si risparmia, altrimenti gli utili vanno giù”. Il suo PR tentava d’interrompere, ma a una domanda su “responsabilità sociale d’impresa” se ne usciva che “interessa solo il margine, il resto è scena”. Nella chat del quartier generale piovevano screenshot dai social. Sotto gli auguri dei brand la gente scriveva: “Avete licenziato metà personale”, “Alzato i prezzi e la chiamate attenzione al cliente”. Gli SMM manager rispondevano, ma non con le solite formule. Al posto di “ci dispiace che abbia avuto questa percezione” usciva: “non ci interessa la sua opinione, rispondiamo per protocollo”. Poi cancellavano, ma ormai gli screenshot viaggiavano. — Così non può andare avanti, — disse uno. — Il mondo non funziona così. — Funziona sull’autoinganno, — replicò Platone capendo improvvisamente di parlare non da cinico, ma come uno che ha visto le viscere della macchina. — Senza le piccole aggiunte, tutto stride. Avrebbe voluto aggiungere che forse non è neanche un male. Ma la lingua non lo permise. Non ne era più certo. A pranzo al TG mostrarono il Presidente della Repubblica. Uscì senza la tradizionale sicurezza. Alla domanda: “Ha la situazione sotto controllo?” iniziò “Certo”, ma poi si bloccò, farfugliò: “In parte. Su parecchie cose no”. Il Paese rimase in apnea. — Se nemmeno lui ce la fa… — disse la direttrice, — è grave. — È ovunque, — rispose Platone. — Non è questione nostra. — Non aiuta, — brontolò lei. La sera si riunirono in una stanza senza finestre. Sul tavolo pile di discorsi degli anni passati, rapporti, documenti. Un TV acceso senza audio: un sindaco, in diretta, confessava di non aver letto il bilancio che aveva votato. — Serve un nuovo testo, — disse il governatore. — Che io possa davvero pronunciare. Ma che non mi faccia fuori la mattina dopo. — Non le serve un testo, — disse Platone. — Le serve un nuovo formato. Se sale e parla come sempre, la fanno a pezzi. Se fa il penitente, lo dicono debole. Serve un’altra via. — Quale? — chiese la direttrice. Platone non sapeva. I vecchi schemi non funzionavano. Non si poteva promettere “una casa a testa”, se non sarebbe accaduto. Non si poteva dire “non aumenteremo mai i prezzi”, se già l’inflazione mangiava gli stipendi. Non si poteva nemmeno iniziare con “cari”, se nella testa giravano solo parolacce. Guardò il governatore. Stanco, smarrito, ma non cattivo. Non un mostro. Solo un uomo che aveva perso la lingua cui era abituato. — Facciamo così, — disse Platone. — Le faccio delle domande. Lei risponde sinceramente. Ne montiamo un discorso. — Vuoi farmi scavare la fossa da solo? — rise amaro il governatore. — Voglio che almeno una volta dica alla gente qualcosa che riesce a reggere anche lei, — rispose Platone. Si sorprese per il tono. Di solito non si lasciava andare così coi clienti. — Va bene, — sospirò il governatore. — Chiedi. Stettero lì fino a notte. Platone domandava: “Cosa ha fatto davvero quest’anno? Non da report, ma di pancia”. “Cosa ha fallito?” “Cosa la spaventa?” “Cosa vorrebbe per sé, e non per la Regione, l’anno prossimo?” Quando il governatore tentava la formula vaga, subito si bloccava. Doveva essere diretto: — Non sono andato nel comune dove c’è stato l’incidente perché avevo paura della folla. — I rapporti non li leggo tutti, guardo i riassunti. — Non credo di risolvere il problema delle strade quest’anno. — Voglio essere rieletto perché temo di perdere lo status e la scorta. La direttrice stava in un angolo, prendeva appunti con la faccia livida. — Se questo lo mandiamo in onda, — disse infine, — ci mangiano vivi. — Se lo copriamo, — rispose Platone, — ci mangiano lo stesso. Solo in modo diverso. Si stupì di nuovo. Nel suo gergo non c’era “noi”, solo “cliente” e “pubblico”. Ora invece si sentiva dentro anche lui. Verso mezzanotte il telefono squillò. La moglie. — Vieni? — chiese senza saluti. Avrebbe voluto dire: “Ritardo, ma arrivo se posso”, ma la lingua si bloccò ancora. — No, — disse. — Non vengo. Scelgo il lavoro. Non perché conta di più, ma perché mi viene naturale così. Ho paura a restare con voi e non sapere cosa dire. Silenzio. — Grazie, almeno non menti, — disse infine lei. — Cosimo reciterà lo stesso, ti mando il video. Si spense la chiamata, lui rimase a guardare lo schermo. Davanti una bozza di discorso, niente formule: “Non ho fatto molte cose che avevo promesso.” “Non posso garantirvi che l’anno prossimo andrà meglio.” “Ho paura anch’io.” Non era un discorso, era una confessione. Impossibile da mandare in onda. — Così non va, — commentò il governatore. — Spegneranno dopo mezzo minuto. — Sì, — confermò Platone. — Bisogna montarlo in un altro modo. Ricominciò. Non mentire, ma dare una struttura. Sostituire “ho paura” con “capisco le vostre paure e le condivido”. Togliere i dettagli che fanno solo male. Lasciare la sostanza. Ogni volta che tentava di addolcire la verità al limite della bugia, il corpo lo sentiva. La parola si impastava, la frase si rompeva. Doveva trovare una forma onesta ma non distruttiva. “Non ho fatto molte cose che avevo promesso” diventò: “Non tutto quello che avevo previsto sono riuscito a realizzare.” Andava. Era preciso. “Non posso garantirvi che l’anno prossimo andrà meglio” diventò: “Non prometto un anno facile, ma prometto di non far finta che i problemi non esistano.” Anche questa passava. Così, passo dopo passo, ricomposero il discorso nuovo. Né eroico, né lacrimoso: storto, umano. — È… strano, — disse il governatore dopo l’ennesima lettura. — Mi sento nudo. — Però respira meglio, — notò Platone. — Forse anche loro. La mattina del trentuno la città era un laboratorio nevrotico. Nei supermercati, le cassiere ammettevano di detestare la folla. I clienti si confessavano tra sé di aver comprato troppa torta per riempire la solitudine. I tassisti dichiaravano quante regole avevano infranto per tornare prima a casa. Le telefonate in sede esplodevano. Da Roma, dal Ministero: “Avete idea di cosa dirà il vostro presidente? Controllate il testo?” Platone diceva la verità: — Controlliamo fino a un certo punto. Può sempre improvisare. Ma abbiamo fatto di tutto per evitare bugie vere. La parola “tutto” stavolta scivolava bene. Aveva davvero fatto tutto il possibile in quella notte. La direttrice nervosa fumava in finestra. — Se funziona, — disse, — ci portano a tutti i corsi come “esempio di nuova sincerità”. Se non funziona… — Ci licenziano, — concluse Platone. — Non è il peggior esito. Pensò che nella sua vita ne aveva viste di peggiori. La lingua non protestò. Era la verità. Un’ora prima della diretta andarono in studio. Questa volta niente chroma key del Quirinale. Solo il vero ufficio del governatore. Sul tavolo un alberello, e in campo una pila di carte. — Almeno si tolgono? — chiese l’operatore — Stonano. — Lasciatele, — disse Platone. — Che restino. Il governatore si sedette, sistemò la cravatta. Guardò la camera, poi Platone. — Se comincio a dire cavolate, mi fermi? — chiese. — Non posso, — rispose Platone onestamente. — Anche io ho la lingua che non risponde. “Tre, due, uno”, contò il regista. Luce rossa. Il governatore inspirò. — Buonasera, — disse. — Oggi non vi dirò che quest’anno è stato facile. È stato duro per molti di voi e anche per me. Platone si immobilizzò. Era passata. Da lì in avanti era come stare su una corda tesa. — Non ho fatto molte cose che avevo promesso, — continuò il governatore. — A volte abbiamo sbagliato, a volte non abbiamo fatto in tempo, a volte eravamo spaventati dalle scelte difficili. Lo vedete, lo sentite. Dalla regia qualcuno sussurrò una bestemmia. La direttrice chiuse gli occhi. — Non prometto che l’anno prossimo spariranno tutti i problemi, — disse il governatore. — Ma prometto che non farò finta che non ci siano. E che parlerò con voi onestamente, anche se sarà duro per me e per voi. Non era perfetto. Ogni tanto si inceppava, cercava la parola, qualche occhiata al foglio, ma non si rifugiava negli slogan. Al posto di “abbiamo raggiunto traguardi importanti”, disse: “abbiamo fatto qualche passo, ma non basta”. Al posto di “ciascuno di voi” — “molti di voi”. Invece di “sono fiero di tutti”, “ringrazio chi non si è arreso”. Alla fine uscì dal copione: — Voglio dire una cosa personale, — annunciò. — Spesso non sono andato dove mi aspettavano. Perché avevo paura di guardarvi in faccia. Non vi prometto che cambierò in una notte, ma so che così non si può più andare avanti. A Platone corse un brivido lungo la schiena. Quella frase non era in scaletta. Era autentica. — Buon anno, — concluse il governatore. — Che sia almeno un po’ più sincero. La luce rossa si spense. Silenzio. — Ecco, — fece la direttrice. — Ci hanno divorato. — Aspettiamo, — rispose Platone. Le reazioni non furono né entusiaste né isteriche. Mischiate. Sui social c’era chi scriveva: “Ancora parole, vedremo i fatti”. Altri: “Almeno niente favole”. Qualcuno: “Lo sappiamo che va male, ma ci vuole dire a Capodanno?”. Qualcun altro lo ringraziava: “Non ha fatto finta che viviamo in una cartolina”. In tv nazionale gli esperti discutevano: alcuni lo chiamavano “precedente pericoloso”, altri “segno della nuova domanda sociale”. Chi provava a dire “tutto studiato a tavolino” si inceppava. In ufficio un silenzio strano. Nessuno batteva pacche, nessuno auguri. Tutti a guardare i feed. — Non ci hanno cacciato, — disse alla fine la direttrice, guardando il telefono. — Da Roma ci han scritto: “coraggioso”. Poi: “caso da analizzare”. Complimento o minaccia? — Entrambi, — rispose Platone. Sentì una stanchezza non solo da notti insonni. Come se in quelle ventiquattr’ore avesse dovuto reimparare a parlare. Vibrò il telefono. Messaggio della moglie: un video. Cosimo, su uno sgabello alla recita dell’asilo, recitava una poesia sull’albero. Alla fine sbagliava, guardava in camera e diceva: — Papà non è venuto, ma io la racconto lo stesso. Platone lo guardò: sì, era così. Senza scuse. Rispose: “Ho sbagliato. Non so come rimediare, ma vorrei provarci”. Le dita incerte, ma la lingua non protestava. Era sincero. Lei rispose breve: “Vediamo”. Passò la notte in uno stato di dormiveglia. Fuori sparavano i veri fuochi, non quelli dei suoi montaggi. In giro la gente gridava non solo “Auguri”, ma anche “Ti amo da una vita” o “Sto con te solo per paura della solitudine”. Qualcuno lasciava, altri iniziavano discorsi veri rimandati per anni. Platone stava sul divano, in un appartamento vuoto, a pensare che tutto il suo mestiere era l’arte di piegare la realtà, ma senza spezzarla, solo curvarla sotto la luce giusta. Ora però quella maestria era in discussione. Se il mondo ogni tanto richiederà schiettezza, dovrà imparare un altro mestiere. Non sapeva se desiderarlo. Amava il controllo. Amava le frasi che centrano l’obiettivo. L’onestà è troppo imprevedibile. Verso l’alba si addormentò. Si svegliò col cellulare che vibrava sul tavolo. Fuori giorno fatto. Mal di testa. Sul display decine di notifiche: chat di lavoro, newsletter, messaggi personali. Aprì la prima. “Sembra finita, — scriveva la direttrice com. — Ho appena detto a mio figlio che il disegno era bello anche se era brutto, e non mi ha fatto niente. Prova anche tu”. Platone si sedette sul bordo del divano. Provò ad alta voce: — Andare oggi dalla suocera sarà una gioia. Niente crampi. La solita piccola bugia scivolò come niente. L’anomalia era sparita. Provò insieme sollievo e perdita, come se avessero spento una luce troppo forte alla quale cominciava a fare l’abitudine. Il telefono vibrò di nuovo. Stavolta il vicesegretario regionale: — Platone, ciao, — voce allegra come nulla fosse. — Sei stato un grande. Il discorso di ieri sta già facendo scuola. Da Roma dicono che è “un nuovo livello di fiducia”. Abbiamo una proposta per te. — Quale? — Dobbiamo impacchettare questa sincerità. Farne un marchio. Tipo “il nostro governatore: il più trasparente d’Italia”. Slogan, spot, tu sai come si fa. Alla gente piace. Pensa: “Non vi mentiamo — siamo con voi”. Ce la fai? Platone rimase in silenzio. In testa gli si accavallavano loghi, hashtag, campagne. Sapeva come farlo. Prendi qualcosa di vero, la trasformi in prodotto, formato, la moltiplichi. — Ci sei? — sollecitò il vice. — Dobbiamo fare in fretta, finché è caldo. Voleva rispondere “Certo, lo facciamo”, ma la lingua si incagliò. Non forte come il giorno prima, ma si fece sentire. Non divieto, solo un piccolo freno interiore. Ricordò il governatore che diceva in camera: “Non farò finta”. Ricordò lo sguardo del figlio. Il messaggio: “Ho sbagliato”. — Io… potrei farlo, — rispose lento. — Non è difficile. Il punto è se lo voglio. Risero di là. — Su, non fare il filosofo. Ieri ci siamo tutti un po’ persi, ma è finita. Dai, si lavora. Tu vivi per queste cose. “Ci vivo con questo” — avrebbe voluto dire. “Ci vivo” sarebbe mentire. Ma la lingua scelse ancora una terza via: — Ci ho lavorato perché non sapevo fare altro. Ma non so se voglio continuare allo stesso modo. Silenzio. — Vuoi fare il moralista? — rise il vice. — Lascia stare. Pensaci un paio d’ore. Ma sappi che, se non tu, ci sarà qualcun altro. Anche l’onestà è una merce. Devi solo venderla bene. La linea cadde. Platone posò il telefono e andò in cucina. Mise il bollitore. I pensieri si agitavano senza forma precisa, di sicuro capiva una sola cosa: tornare alla leggerezza della bugia non gli sarebbe più riuscito. Non perché impossibile, ma perché di qui in avanti avrebbe ricordato il suono delle parole senza trucco. Si fece il tè, si appoggiò al davanzale. Guardava il cortile, neve, rifiuti sotto il portone, un cane che rovistava nei sacchetti. Nessun quadretto natalizio. Il telefono ancora vibrò. Messaggio della moglie: “Usciamo a passeggiare. Se vuoi, vieni anche tu. Niente promesse”. Digitò una risposta, la cancellò. Poi ne scrisse un’altra: “Vengo, se riesco. Non prometto. Ma vorrei.” La lingua non protestò. Era una formula sincera di quella sua scissione interiore. Inviò il messaggio e tornò al telefono pieno di chat di lavoro e mail “urgenti”. Il lavoro non era sparito. Il mondo non era né meglio né peggio. Solo per un giorno aveva mostrato i suoi ingranaggi, e ora rimetteva la maschera. Platone si sedette alla scrivania, aprì il laptop e creò un nuovo file. Come titolo scrisse: “Concept per una comunicazione sincera”. Poi, tra parentesi, aggiunse: “senza bugie, per quanto possibile”. Sorrise di quella precisazione. Qualcosa dentro era appena cambiato. Non una rivoluzione, non un’illuminazione, solo una piega. Non sapeva ancora cosa scrivere, né se avrebbe accettato la proposta, né se fosse andato a fare una passeggiata con la famiglia. Non sapeva chi sarebbe stato tra un anno. Sapeva solo che non avrebbe più potuto considerare le bugie uno strumento innocuo. Ogni volta che la sua mano avrebbe voluto smussare gli angoli, da qualche parte dentro avrebbe sentito la voce rauca di ieri: “Non ho fatto molte cose che avevo promesso”. Chiuse gli occhi, respirò e iniziò a scrivere. Fuori qualcuno sparava le ultime miccette, e in tv già si discuteva delle “ventiquattr’ore di sincerità” e di come capitalizzarle in politica o affari. Il mondo aveva volto la propria onestà in nuovo carburante. Platone scriveva lentamente, pesando ogni parola come se su ciascuna si giocasse non solo un obiettivo ma una responsabilità. Non era un santo, né un censore. Solo uno che per un giorno, a Capodanno, aveva perso il diritto di mentire – e non riusciva più a dimenticare com’era stato.

Una notte e un giorno senza bugie

Quando Plinio capì che il cliente una volta ancora non aveva studiato il testo, a Capodanno mancavano tre giorni e già nello studio si stava montando il fuoco dartificio che non sarebbe mai scoppiato. I tecnici sembravano fatine stanche, la scenografia sfrigolava dietro un vetro opaco.

Niente carissimi amici disse Plinio fissando il gobbo, che avrebbe potuto essere unanguilla di carta verde, la voce disciolta in un raggio di luce. È così vecchio che fa paura. Diciamo solo Buonasera. Senza carissimi.

Il candidato, governatore di una provincia non troppo grande ma smisurata nelle pretese, sbadigliò, grattandosi il collo.

E stimati? Si può dire stimati? Dai, loro ci stimano, no?

Non ci stimano, scappò a Plinio, che subito si corresse: Però nel gioco delle parti fingiamo, e loro fanno finta di crederci. Così funziona la festa.

Lo spazio era il quarto piano spento di un centro uffici a noleggio. Tre faretti, un albero di Natale plasticato, un telo verde col Colosseo stampato dietro la schiena, come una copertina della domenica. Sul tavolo due discorsi. Il primo, classico: tanto fatto, ancor più da fare, ognuno di voi, insieme, sempre. Il secondo, vagamente alla mano, con la storiafinta dallinizio alla finedi quando il Governatore da bambino aspettava lanno nuovo in una casa popolare a Napoli.

Si inizia con il ringraziamento, spiegò Plinio passando il primo foglio. Poi la promessa. Poi il quadretto caldo su famiglia e pane e panettone. Infine un ponte al futuro, ma niente dettagli. Solo sensazioni. Lei non è ragioniere. Lei è simbolo.

Tanto, ai ragionieri somiglio poco, sogghignò il Governatore. Mia madre piangeva alle pagelle di matematica.

Ancora meglio, disse Plinio. Le telecamere tra mezzora. Proviamo.

Il cliente inciampava sul termine inclusione. Plinio pensava già al montaggio. Il discorso sarebbe andato in onda registrato, ma ben camuffato come diretta. La neve oltre la finestra sarebbe caduta solo sullo schermo, le campane di San Pietro avrebbero battuto il tempo di una clip, la voce doveva sembrare accaduta proprio lì, senza carta di mezzo.

Quella era la sua officina. Voci altrui, accenti sistemati con il microscopio, la falsità centellinata a piccoli dosi di Val dAosta. Plinio amava la trasformazione: dal burocrate timoroso degli umani nasceva il leader della regione, pulito come una traccia audio dopo la restaurazione digitale.

E degli ospedali parliamo? chiese il Governatore, fermandosi.

Plinio scorse il testo.

Diciamo che continueremo a migliorare la qualità delle cure, rispose. È tutto e niente. Per chi soffre, sembrerà che lei ammetta il problema. Per chi sta bene, sarà bravissimo. Mai affondare nei dettagli.

Però lì fece per protestare il Governatore. Va bene. Tu ne sai più di me.

Effettivamente, lui sapeva. Non di medicina, ma di come evitarla con le parole.

Qualche ora dopo, tra una truccatrice che staccava il cerone dal viso del Governatore e una troupe che smontava la pioggia di luci, Plinio, nellangolo del quartier generale, correggeva il comunicato stampa: Il Presidente della Provincia traccia il consuntivo e illustra il futuro. Togliere illustra, sostituire con sottolinea. Via il concreto.

Dal bagno, voci. Si organizzava la cena aziendale. La responsabile della comunicazione, magrissima, coi capelli sbiaditi da mille lavaggi, comparve nella porta.

Vieni? Domani, dopo la riunione. Anche noi abbiamo diritto a svagarci.

Se non brucia nulla, disse lui. Anche se gli incendi qui li abbiamo in calendario.

Lei fece una smorfia prima di dileguarsi. Plinio posò lo sguardo sullo schermo. Lampeggiava un messaggio della moglie: Vieni alla recita di Cosimo? Ti aspetta. Aveva già digitato Ho una diretta, impossibile, ma non l’aveva inviato. In fondo sapeva che avrebbe premuto invio solo dopo aver rivisto per la decima volta il discorso capodanno del Governatore su Instagram, togliendo ogni minimo caro. Il Governatore non amava la sua provincia; amava solo il potere e il vuoto intorno.

Plinio non si considerava un malvagio. Si considerava un maestro del confezionamento. A Natale la gente voleva la favola; lui la impacchettava. Non numeri, tabelle, ma tepore: ci siamo avvicinati. Non confessioni di fallimenti, ma rafforzeremo limpegno. La menzogna non era un crimine, era olio, lunico che facesse scorrere la macchina sociale senza cigolare.

Fino al giorno dopo.

Al mattino, a ventiquattro ore dai rintocchi, si svegliò con la bocca secca e in testa il refrain: Abbiamo fatto molto. Ora suonava senza magia.

Il telefono vibrava sul comodino. Messaggio audio della moglie: Vieni davvero oggi? Cosimo ha imparato la poesia. Plinio premette ascolta, poi rispondi, e disse:

Verrò

Ma la gola gli si strinse come un nodo. La parola verrò restò incastrata come una lisca. Provò ancora:

Io forse non posso. Cè lavoro. Salto anche stavolta.

La vergogna fu lieve, come dire la temperatura, non una confessione. Silenzio, poi risposta della moglie:

Lo sapevo.

Senza rimproveri, solo stanchezza.

Poco dopo, nella Giulia imbottigliata sul raccordo, la radio parlava dellassalto ai panettoni, i conduttori scherzavano sulle promesse da Capodanno. Poi: improvvisamente, lo stesso notiziario su tutte le frequenze, la voce del cronista quasi stonata nel paesaggio:

In tutto il mondo fenomeno inspiegabile: la gente non riesce a pronunciare frasi false. Tentativi di mentire causano disagio fisico, spasmi alla gola, discorsi che sinceppano. Gli esperti chiedono calma.

Bagianate, disse Plinio. È una bufala virale.

Ma quando aggiunse: Tornerà tutto normale in due ore, la lingua gli si appiccicò al palato. Tacque, più irritato che spaventato. Non amava quando la trama si sfilacciava senza avviso.

Nella sede, caos. Dicembre di solito era solo ripetizione: discorso, conferenze, inviti. Ma oggi, sui tre schermi della sala riunioni, lo stesso allarme si propagava come una nube bizzarra.

Un presentatore provò a scherzare: Sono tutte suggestioni, tossendo, poi schioccando: ho paura, non so spiegare. Un esperto, sicuro: nessuna prova scientifica, ma subito confessava di non capire cosa stesse succedendo.

Ma che roba è la comunicatrice non finì la frase, cercando di rendere più mite limprecazione. Anche la sua bocca fu colta da spasmo. Ok, lavoriamo. Plinio, spiegaci.

Plinio avrebbe voluto rispondere: Aspettiamo, passerà, ma dalla sua bocca uscì:

Non ci capisco niente. Se è tutto vero, salta ogni nostro piano.

Perché? domandò il Governatore dalla porta. Abbiamo già registrato tutto, andiamo in onda in differita.

Ieri, ogni due frasi diceva una cosa falsa, replicò calmo Plinio. Se davvero è successo qualcosa, appena mandiamo il video lei tossirà in faccia a tutta lItalia.

Avvertì una stretta nello stomaco. Le sue parole, di solito levigate, ora non cedevano alle metafore: niente dati imprecisi, niente concessioni. Solo piatti enunciati.

Forse succede se lo dici dal vivo, non su nastro, azzardò il Governatore.

Attivarono il computer, aprirono il file. Il Governatore sorrideva, diceva: Abbiamo fatto di tutto perché ogni cittadino sentisse la presenza dello Stato. Sullespressione di tutto la clip sincrespa, laudio stride, il viso si deforma come nel sogno di un vetraio, una spina nella gola la registrazione si spegne.

Silenzio. Loperatore, pallido, sussurra:

Che razza di taglio è?

Non è editing, risponde Plinio. È

Vorrebbe dire anomalìa, ma la lingua va altrove:

È divieto.

Stanno tutti fermi su quellinquadratura. Il Governatore si sfila gli occhiali, si strofina il naso.

Non posso dire che abbiamo fatto tutto. Perché non è vero.

Sì, annuisce Plinio. Avete gestito delle cose, alcune bene. Altre no. Ma non tutto.

E adesso? balbetta la comunicatrice. In ventiquattro ore si va in diretta su Rai. Alla gente serve la favola. Che facciamo, leggiamo il verbale della Corte dei Conti?

Plinio apre il portatile. Le dita scrivono da sole: Abbiamo fatto molto, tuttavia… Prova a cancellare molto, mettere quello che si poteva, ma la mano trema. Da anni non inciampava nella formula di partenza.

Facciamo una prova, suggerisce. Dica una bugia bella grossa, ora.

Il Governatore scrolla le spalle.

Adoro alzarmi alle sei a correre.

Sulla parola adoro perde la maschera. Tossisce, lacrime agli occhi.

Lo odio, sbrodola. Ma ogni tanto lo faccio perché i medici insistono.

Funziona, mormora Plinio.

Il giorno diventò un domino di copioni saltati. In sala riunioni gli avvocati urlavano: il loro costruttore cliente confessava in diretta che aveva risparmiato sui materiali per guadagnare di più. Il suo PR cercava di zittirlo, ma lui stesso, a domanda sul valore sociale dimpresa, vomitava: Ci importa solo il margine, il resto è scena.

Nella chat giravano screenshot di social: sotto le pubblicità i commenti erano avete licenziato metà personale, avete rincarato i pandori per finta cura. I social media manager rispondevano senza filtro: niente ci dispiace che abbia questa percezione, bensì ci importa poco della vostra percezione, rispondiamo per obbligo. Poi cancellavano, ma le prove rimanevano.

Non durerà, mugugnò qualcuno. Il mondo non regge.

Il mondo si regge sullautoillusione, rifletté Plinio, e non sembrò più un cinico ma un dissezionatore di sogni. Senza piccoli abbellimenti tutto stride.

Avrebbe voluto aggiungere: forse è meglio, ma non riuscì. Dentro aveva solo domande.

Per pranzo mostrarono il Presidente in TV. Si presentò teso. Alla domanda: Controlla la situazione?, iniziò Certamente, poi ci ripensò e dichiarò: In parte. Molte cose, no. Il Paese trattenne il fiato.

Se neanche lui ci riesce… bisbigliò la comunicatrice.

È ovunque, rispose Plinio. Non siamo i soli.

Non ci consola, concluse lei.

Quella sera si rifugiarono in uno stanzino senza finestre. Una pila di discorsi degli anni scorsi e resoconti. In un angolo la TV senza audio mostrava un sindaco confessare di non aver letto il bilancio che aveva appena approvato.

Serve un testo nuovo, disse il Governatore. Uno che riesca a leggere senza saltare aria. E che non mi faccia cacciare domani.

Serve un formato, non un testo, ribatté Plinio. Se fate tutto come prima, vi sbranano. Se venite a piangere in diretta, vi daranno dei deboli. Serve la terza via.

Quale? chiese lei.

Plinio non lo sapeva. Non si poteva promettere una casa a testa se non succedeva. Non si poteva dire i prezzi non saliranno se linflazione aveva già svuotato i portafogli italiani. Perfino cari concittadini dava istinto di bestemmia.

Guardò il Governatore. Era stanco, confuso, umano. Non un mostro. Solo un uomo a cui avevano tolto la lingua consueta.

Facciamo così, propose Plinio. Io le faccio delle domande, lei risponde onestamente. Da lì tiriamo fuori il messaggio.

Vuoi scavarmi la fossa? sogghignò amaro il Governatore.

Voglio che almeno una volta dica alla gente qualcosa che non le pesa più della coscienza, replicò Plinio.

Gli uscì naturale. Di solito non era così con i clienti.

Va bene, sospirò il Governatore. Chiedi.

Rimasero fino a notte. Plinio domandava: Cosa hai davvero fatto questanno? Niente carte, solo memoria. Cosa è andato male? Cosa ti spaventa davvero? Cosa vorresti per te stesso il prossimo anno, non per la provincia?

Quando lui tentava una frase vaga, gli si stortava la bocca. Doveva parlare schietto:

Non sono andato nel quartiere dellincidente perché temevo urla.

I rapporti non li leggo mai tutti, guardo i riassunti.

Non credo di poter asfaltare le strade in dodici mesi.

Voglio essere rieletto perché ho paura di perdere status e scorta.

La PR sedeva cupa, annotando a penna. Il viso cenere.

Se mandiamo tutto in onda ci ammazzano.

Se lo nascondiamo, anche, ma diversamente, sussurrò Plinio.

Si stupì del noi: fino a ieri esisteva solo il cliente e il pubblico. Ora lui si vedeva dentro lingranaggio.

Prima di mezzanotte il telefono squillò. Era la moglie.

Vieni? chiese senza saluti.

Avrebbe voluto dire: Vengo tardi, ma arrivo. La lingua si rifiutò.

No, disse Plinio. Non vengo. Ho scelto il lavoro, non perché sia più importante, ma perché mi viene meglio rifugiarmi lì. Ho paura di non avere le parole giuste con voi.

Silenzio.

Grazie di non mentire, almeno, rispose lei infine. Cosimo la poesia la reciterà lo stesso. Ti mando il video.

Spento il telefono, rimase a fissare lo schermo. In bozza, frasi nude:

Non ho mantenuto molte promesse.

Non posso garantirvi che lanno nuovo sarà lieve.

Ho paura anchio.

Una confessione, non un discorso. Inadatto alletere.

Non va, sentenziò il Governatore dopo aver letto. Spegneranno tutto dopo trenta secondi.

È vero, assentì Plinio. Dobbiamo riassemblare tutto daccapo.

Ricomincia: niente bugie, ma sintesi. Ho paura diventa comprendo e condivido le vostre paure. Taglia tutto ciò che rischia di ferire eccessivamente. Tiene solo il nocciolo.

Ogni cedimento alla tentazione della menzogna, la lingua si ribella. Bisogna trovare la parola giusta che non sia veleno.

Non ho mantenuto molte promesse cambia in: Non tutto ciò che ho promesso è stato realizzato. Nessun blocco, tutto scorre.

Non posso garantirvi che lanno nuovo sarà migliore si trasforma in: Non posso promettervi un anno leggero, ma vi prometto che non farò finta vada tutto bene. Anche questo passa.

Così, a tastoni, costruivano la nuova cosa. Né eroica, né penitenziale. Una stonata, imperfetta, cosa vera.

Pare strano, sospirò il Governatore. Mi sento nudo.

Ma almeno respira, dardeggiò Plinio. E, forse, anche chi ascolta.

La mattina del trentuno la città intera respirava lansia del laboratorio. In supermercato le cassiere confessavano di odiare la folla. I clienti ammettevano ad alta voce di aver comprato pandoro extra per riempire la solitudine. I tassisti snocciolavano il numero delle infrazioni stradali, tanto per non nascondersi.

Il telefono di Plinio squillava ogni minuto. Amici dalla Città Metropolitana: Ma siete pazzi? Lo mandate davvero in onda? Chi controlla? Lui, onesto:

Lo controlliamo solo in parte. Può saltar fuori dal testo in diretta. Ma nessuna bugia inserita.

Quel nessuna passò indisturbato. Aveva davvero fatto il massimo in quelle ore.

La responsabile, alla finestra, fumava.

Se va bene, disse, ci useranno come best case nei corsi futuri. Se va male

Veniamo licenziati, tagliò Plinio. Ma potrebbe andare peggio.

Tante cose peggiori, e il corpo non protestava: era la verità.

Unora prima della diretta entrarono in studio. Niente Colosseo in computer grafica. Solo il vero ufficio del Governatore. Sulla scrivania un alberello e una pila di pratiche.

E quei fascicoli li togliamo? propose loperatore.

Lasciateli, stabilì Plinio.

Il Governatore si accomodò, sistemò la cravatta. Guardò la camera con aria di chi attende una tempesta.

Se dico fesserie, tu mi fermi? chiese.

Non potrei, rispose Plinio. Anche la mia lingua si ribella.

Countdown, registrazione avviata.

Il Governatore inspirò.

Buonasera, disse, la voce senza timbro di festa. Non dirò che questanno sia stato semplice. È stato duro per voi e per me.

Plinio si accorse che le parole fluivano. Pegno pagato. Il testo procedeva precario.

Non ho mantenuto molte promesse. In certi casi abbiamo sbagliato, in altri avevo paura delle scelte difficili. Voi lo sapete meglio di me.

Qualcuno bisbigliò nellauricolare. La PR si coprì gli occhi.

Non dirò che i problemi spariranno domani. Ma posso promettervi di non fingere che non esistano. Parlerò chiaro, anche se farà male a entrambi.

Il tono era incerto, ogni tanto guardava il foglio, ma non si nascondeva dietro la retorica. Niente abbiamo raggiunto traguardi storici, ma solo qualcosa è stato fatto, il resto resta. Da ognuno di voi a molti di voi. Da sono orgoglioso di tutti a ringrazio chi resiste.

Alla fine devìa fuori testo:

Voglio aggiungere una cosa personale. Spesso non sono andato dove mi aspettavate. Perché mi faceva paura guardarvi negli occhi. Non prometto di cambiare in una notte. Ma non posso più continuare così.

Brivido lungo la schiena di Plinio. Non era nel testo. Ma uscì senza spasmi: quindi era vero.

Buon anno, concluse il Governatore. Che sia almeno un po più onesto.

Stop. La luce rossa si spegne.

Ecco, ci hanno mangiati vivi, bofonchiò la PR.

Aspettiamo, rispose Plinio.

La risposta fu confusa. Sui social fioccavano: Ancora parole, vediamo i fatti. Almeno non ha raccontato frottole. Perché questa tristezza proprio a Capodanno? E, infine, Grazie, per non averci presi in giro con la solita cartolina.

Tra gli esperti in TV cera chi gridava al pericolo, chi alla svolta. Qualcuno voleva parlare di manovra di comunicazionema si impigliava sulle sillabe.

In ufficio nessuno si congratulava. Silenzio e telefoni occupati.

Non ci hanno cacciato, sussurrò la PR. Dal centro mi hanno scritto: coraggioso. E poi: analizzeremo il caso. Non so se sia un premio o una minaccia.

Entrambi, disse Plinio.

Sentì la stanchezza colare sotto pelle, non era solo sonno: pareva avesse dovuto imparare da capo a respirare.

Arrivò il video della recita: Cosimo sul seggiolino dellasilo, poesia tremante tra le labbra. Alla fine, stoppa, guarda la telecamera:

Papà non è venuto, ma io la dico lo stesso.

Plinio fissò quelle immagini e senza scuse capì che era vero.

Rispose: Sono in torto. Non so come migliorare, ma ci provo. La lingua non frenava, era sincerità.

La moglie: Vedremo.

La notte si sciolse mezza tra i petardi veri fuori, non quelli finti in postproduzione. In città la gente urlava dai balconi non solo auguri, ma ti amo da sempre o resto solo per paura della solitudine. Altrove finivano storie. Discorso onesto: inedito.

Plinio sul divano in una casa muta capì che la sua arte era sempre stata piegare la realtà, delicato come una zampa di cerbiattomai spezzarla, solo curvarla al bisogno. Quella notte, però, la curva si era fatta taglio. Forse, in futuro, serviva un nuovo mestiere.

Non sapeva se desiderasse davvero cambiarlo. Amava il controllo. Amava vedere le parole andare a segno. Lonestà, invece, era mare strano.

Si addormentò tardi.

Al risveglio il telefono vibrava come una sveglia di api. Fuori era già mattina, la testa batteva.

Messaggi, mailing list, gruppi. Primo messaggio dalla PR: Sembra tutto finito. Ho appena detto a mia figlia che il suo disegno era bello, anche se era brutto, e non mi è successo niente. Prova tu.

Plinio si sedette. Provò a voce alta:

Andrò volentieri a pranzo da mia suocera.

Nessun fastidio. La piccola bugia era tornata, liscia come crema pasticcera. Fine dellanomalia.

Sentì insieme leggerezza e smarrimento, come quando la pioggia smette e non sai che fare dellombrello.

Nuova chiamata, il vicegovernatore.

Plinio, ciao! allegro, come se nulla fosse. Sei stato spettacolare. Le istituzioni sono entusiaste, vogliono proporti una cosa:

Quale?

Dobbiamo confezionare questa sincerità, farne un marchio. Il nostro Governatore: il più schietto dItalia. Slogan, video, campagne come solo tu sai. La gente la adora. Immagina: Non vi mentiamo: siamo con voi! Funziona eh? Ci pensi tu?

Plinio taceva. Nella testa già nascevano loghi, hashtag, format. Sapeva come si faceva. Si prende il vero, lo si mette in barattolo.

Sei lì? pressa il vice. Ci serve subito. Il ferro va battuto caldo.

Istintivamente voleva dire: Naturalmente! ma la lingua si impuntò, meno di ieri ma abbastanza da sentirlo.

Gli venne in mente il Governatore serio in camera: Non farò finta. Lo sguardo di Cosimo dopo la poesia. Quel messaggio: Ho sbagliato.

Posso farlo, disse piano. Non è difficile. La domanda è: lo voglio?

Risero dallaltro capo:

Dai, non dirmi che ti sei messo a fare il moralista! Abbiamo dato di matto tutti ieri, adesso si torna normali. Facci lavorare. È il tuo mestiere!

Ci campo, avrebbe detto Plinio. Ci vivo sarebbe stata menzogna. Ma la lingua scelse:

Ho fatto questo perché non sapevo far altro. Ora non so se voglio ancora andare avanti uguale.

Silenzio.

Che fai, il predicatore? ghignò il vice. Va che troviamo un altro. La sincerità si vende, basta saperla impacchettare.

Chiuse la chiamata.

Plinio lasciò il cellulare e mise su il tè. I pensieri erano sciame indefinito, nessuna forma. Lunica certezza: non poteva più tornare alla bugia facile, anche se fisicamente era possibile. Ogni volta che avrebbe addolcito la realtà, avrebbe sentito quella voce strozzata: pura, senza tendaggi.

Versò il tè, osservò il cortile: neve sporca, sacchetti di carta, il cane del vicolo che frugava tra le bucce. Niente cartolina natalizia.

Nuovo messaggio dalla moglie: Andiamo fuori. Se vuoi, vieni. Senza promesse.

Lui scrisse e cancellò. Poi riscrisse:

Verrò, se posso. Non prometto. Ma mi piacerebbe.

Nessun blocco del linguaggio. Questa sì, era la più onesta delle risposte.

Inviò il messaggio, poi tornò al pc, dove lampeggiavano chat e mail urgenti. Il lavoro era lì, il mondo non cambiato. Solo per un giorno, aveva mostrato le viscere, ora le maschere tornavano.

Plinio si mise alla scrivania e avviò un nuovo file. Titolo: Concetto di comunicazione onesta. Ci aggiunse tra parentesi: senza inganni, per quanto possibile.

Rise tra sé della precisazione. Un microscopico spostamento interiore, non una rivoluzione. Più un cambio di vento.

Non sapeva cosa avrebbe scritto, se avrebbe accettato la proposta, se sarebbe andato a spasso con i suoi. Ignorava chi sarebbe stato lanno dopo. Ma sapeva questo: che la menzogna non sarebbe più stata uno strumento innocuo. Ogni volta che la mano avesse tentato di smussare gli spigoli, avrebbe sentito dentro la voce roca di ieri: Non ho mantenuto molte promesse.

Chiuse gli occhi, inspirò e cominciò a digitare le prime righe.

Fuori i petardi tardivi, e i notiziari già parlavano delle ventiquattro ore di sincerità, inventando nuove strategie per venderla. Il mondo correva a trasformare la memoria in risorsa.

Plinio scriveva piano, scegliendo ogni parola come una piccola responsabilità. Nessun santo, nessun redentore. Solo un uomo che, per un Capodanno, aveva perso la facoltà di mentire, e ora non riusciva più a dimenticare che effetto facesse.

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Ventiquattr’ore senza bugie Quando Platone si rese conto che il cliente non aveva ancora imparato il testo, mancavano tre giorni a Capodanno e in studio già montavano i fuochi d’artificio che non ci sarebbero stati. — Non “cari amici” — disse guardando il gobbo. — Non fa più effetto, è morto. Diciamo “buonasera”, senza “cari”. Il candidato, governatore di una provincia media ma ambiziosa, sbadigliò e si grattò il collo. — E “gentili”? Si può dire? Ci rispettano, no? — Non ci rispettano, — rispose Platone automaticamente, poi si corresse: — Ma noi fingiamo che ci rispettano, loro fingono di crederci. È così che funziona la festa. Nella stanza al quarto piano di un business center in affitto c’erano tre riflettori, un albero di Natale scenografico e il chroma key con lo sfondo del Quirinale stampato. Sul tavolo davanti a Platone due versioni del discorso. La prima: classica, “abbiamo fatto tanto ma dobbiamo fare di più”, “ciascuno di voi”, “insieme”. La seconda: un po’ più “umana”, con una storia inventata di quando il governatore festeggiava il Capodanno in una casa popolare milanese. Storia falsa dall’inizio alla fine. — Si parte con i ringraziamenti, — disse Platone passando il primo foglio. — Poi una promessa. Poi la scena calda sulla famiglia. Poi un piccolo ponte verso il futuro. Nessun dettaglio, solo sensazioni. Lei non è un ragioniere, è un simbolo. — Mai stato un ragioniere, — rise il governatore. — Due bocciature in matematica. — Meglio così, — disse Platone. — Le telecamere tra mezz’ora. Proviamo. Non ascoltava più il cliente inciampare sulla parola “inclusività”, pensava già al montaggio. Il discorso sarebbe andato in onda registrato, ma doveva sembrare in diretta. Avrebbero aggiunto neve fuori dalla finestra. Anche l’orologio che batte la mezzanotte. La voce era la cosa più importante. Doveva suonare come se parlasse a braccio. Questo era il suo mestiere. Voci degli altri, accenti messi al posto giusto, la giusta dose di menzogna. Platone amava questa sensazione: quando un burocrate anonimo che teme la gente vera diventava un “leader della Regione” sicuro di sè. Come una traccia audio pulita tirata fuori da un file pieno di rumoracci. — E sugli ospedali che diciamo? — chiese il governatore, facendo una pausa. Platone diede un’occhiata al testo. — Diciamo che “continueremo a migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria”, — rispose. — Significa tutto e niente. Chi sta male penserà che riconosce il problema. Chi sta bene, che è merito suo. Niente dettagli, meglio di no. — Ma lì… lasciamo stare. Tu ne sai di più. E in effetti ne sapeva di più. Non di medicina, ma di come non parlare di medicina. Due ore dopo, mentre la troupe smontava le luci e la truccatrice toglieva il fondotinta al governatore, Platone era già nel suo angolo a sistemare il comunicato stampa: “Il Presidente della Regione fa il bilancio dell’anno e illustra i piani per il futuro”. Tolse “illustra”, sostituì con “sottolinea”. Meno dettagli. Nella stanza a fianco ridevano. Stavano parlando del brindisi aziendale. La direttrice comunicazione, magra e capelli slavati, si affacciò. — Vieni al nostro aperitivo? — chiese. — Domani, dopo la riunione. Dai, ci vuole, anche per noi. — Se non scoppia l’ennesima emergenza, — rispose lui. — Anche se qui le emergenze sono sempre in agenda. Lei sbuffò e se ne andò. Platone guardò lo schermo. Sul cellulare lampeggiava il messaggio della moglie: “Vieni alla recita di Cosimo? Ti aspetta”. Aveva già scritto la risposta: “Ho la diretta, non posso”, ma non l’aveva ancora mandata. Sapeva che alla fine avrebbe inviato quel messaggio, e poi avrebbe riscritto ancora l’augurio di Capodanno “da parte del governatore” su Instagram, togliendo la parola “amato”. Il governatore non amava la sua Regione. Amava il potere e il silenzio attorno a sé. Platone non si considerava un cattivo. Si considerava un maestro dell’impacchettamento. La gente vuole la fiaba per Capodanno, e lui la fornisce. Al posto dei rendiconti coi numeri, una storia rassicurante “ci siamo avvicinati gli uni agli altri”. Al posto delle ammissioni di colpa, una promessa di “lavorare più sodo”. La bugia non era nemmeno inganno, era semplicemente lubrificante, senza il quale l’ingranaggio sociale scricchiolerebbe e arrugginirebbe. Così aveva pensato fino al giorno dopo. Il mattino successivo, a ventiquattr’ore dalla mezzanotte, si svegliò di colpo, la bocca secca e un’unica frase in testa: “Abbiamo fatto tanto”. Ora non gli sembrava più una frase valida. Il telefono vibrava sul comodino. Un vocale della moglie: “Stasera vieni sicuro? Cosimo ha provato la poesia”. Premette su ascolta, poi su rispondi e disse: — Vengo… La gola si chiuse in spasmo. “Vengo” rimase bloccato, come una lisca. Tossicchiò, riprovò: — Io… probabilmente… non ci riesco. Devo lavorare. Salto ancora. Si vergognava, ma era uscito tutto liscio. Rimase in silenzio, stupito di sé stesso. La moglie rispose quasi subito: — Lo sapevo. Si aspettava i rimproveri, ma non arrivarono. Solo stanchezza. Venti minuti dopo era già in macchina, bloccato nel traffico mattutino. La radio chiacchierava dell’ansia prenatalizia, i conduttori scherzavano sul “è ora di fare la lista dei buoni propositi”. Poi il segnale cadde, e su tutte le frequenze partì la stessa voce del giornalista del GR. “Si registra ovunque nel mondo un fenomeno inusuale, — diceva il giornalista. — Le persone riferiscono di non riuscire più a pronunciare affermazioni false. Tentare di mentire causa disagio fisico, crampi, blocchi nel parlare. Scienziati e medici ancora non hanno spiegazioni. Le autorità invitano alla calma”. — Fesserie, — sbuffò Platone a voce alta. — Un altro tormentone social. Ma quando aggiunse: “Passerà tra due ore”, la lingua sembrava incollata al palato. Si morse la lingua e tacque. Non panico, ma un fastidio ribolliva dentro di lui. Non gli piaceva vedere lo scenario che si inceppava. In sede c’era caos. Di solito a fine dicembre tutto filava: discorso, comunicati, lista degli invitati. Oggi, nella sala riunione, tre notiziari diversi proiettati sul muro, tutti a parlare della stessa cosa. Su un canale, il giornalista tentava di sdrammatizzare, ma dicendo “Sembra un’isteria collettiva” tossì e sputò: “Non so cos’è, ho paura”. Su un altro, l’esperto cominciò sicuro: “Non ci sono prove”, ma poi ammise, con una smorfia, di aver già letto rapporti scientifici in merito e di non capire nemmeno lui come fosse possibile. — Ma cos’è ‘sta roba… — la direttrice comunicazione si interruppe, forse avrebbe voluto dire qualcosa di più colorito, ma anche a lei si bloccò la bocca. — Ok. Andiamo avanti. Platone, spiegaci. Avrebbe voluto dire: “Passerà, aspettiamo”, ma invece dalla sua bocca uscì: — Non lo so. Se è vero, il nostro copione va a farsi benedire. — Come sarebbe? — domandò il governatore entrando. — Ieri abbiamo registrato tutto. Va in onda la registrazione! — Ieri avete detto cose non vere quasi ogni frase, — rispose Platone con calma. — Se il fenomeno è reale, appena partiamo con la registrazione voi iniziate a tossire in diretta. Sentì una stretta al petto mentre lo diceva. Di solito smorzava: “dati non del tutto precisi”, “concessioni retoriche”. Ora la lingua non gli permetteva i vecchi eufemismi. — Forse vale solo se si parla dal vivo? — provò il governatore. — La registrazione c’è. Fecero partire il file. A video, il governatore sorrideva e diceva: “Abbiamo fatto tutto il possibile per far sentire a ciascun cittadino la vicinanza dello Stato”. Sulla parola “tutto”, l’immagine si sgranò, l’audio frusciò, il viso sullo schermo si contorse come se avesse un conato. Nero. Silenzio. — Che taglio è questo? — domandò l’operatore, pallido. — Non è un taglio, — disse Platone. — È… Avrebbe voluto dire “anomalia”, ma la lingua scelse: — Un divieto. Restarono a fissare il fotogramma bloccato. Il governatore si tolse gli occhiali e si massaggiò l’attaccatura del naso. — Quindi non posso dire che abbiamo fatto tutto, — scandì. — Perché non è vero. — Esatto, — rispose Platone. — Avete fatto una parte. Alcune cose bene, altre no. Ma non tutto. — E ora? — chiese la direttrice. — Tra un giorno andiamo in diretta su Rai 1. Tutti vogliono lustrini. E noi cosa? Diamo i resoconti della Corte dei Conti? Platone aprì il laptop. Le dita digitarono di getto: “Abbiamo fatto tanto, ma…” Provò a cambiare “tanto” con “quello che potevamo”, la mano tremò. Si accorse di non riuscire più, dopo anni, ad aprire con la formula di sempre. — Facciamo la prova, — disse. — Dica qualcosa di clamorosamente falso. Il governatore fece spallucce. — Adoro alzarmi alle sei e fare jogging. Sulla parola “adoro”, la faccia gli si storse. Tossì, gli vennero gli occhi lucidi. — Lo… detesto, — riuscì a sputare. — Ogni tanto lo faccio perché così dicono i medici. — Ok, — mormorò Platone. — Funziona. La giornata diventò una catena di piani saltati. In sala riunioni gli avvocati gridavano: il loro cliente, un grande costruttore, intervistato in tv locale aveva ammesso all’improvviso che “sulle forniture si risparmia, altrimenti gli utili vanno giù”. Il suo PR tentava d’interrompere, ma a una domanda su “responsabilità sociale d’impresa” se ne usciva che “interessa solo il margine, il resto è scena”. Nella chat del quartier generale piovevano screenshot dai social. Sotto gli auguri dei brand la gente scriveva: “Avete licenziato metà personale”, “Alzato i prezzi e la chiamate attenzione al cliente”. Gli SMM manager rispondevano, ma non con le solite formule. Al posto di “ci dispiace che abbia avuto questa percezione” usciva: “non ci interessa la sua opinione, rispondiamo per protocollo”. Poi cancellavano, ma ormai gli screenshot viaggiavano. — Così non può andare avanti, — disse uno. — Il mondo non funziona così. — Funziona sull’autoinganno, — replicò Platone capendo improvvisamente di parlare non da cinico, ma come uno che ha visto le viscere della macchina. — Senza le piccole aggiunte, tutto stride. Avrebbe voluto aggiungere che forse non è neanche un male. Ma la lingua non lo permise. Non ne era più certo. A pranzo al TG mostrarono il Presidente della Repubblica. Uscì senza la tradizionale sicurezza. Alla domanda: “Ha la situazione sotto controllo?” iniziò “Certo”, ma poi si bloccò, farfugliò: “In parte. Su parecchie cose no”. Il Paese rimase in apnea. — Se nemmeno lui ce la fa… — disse la direttrice, — è grave. — È ovunque, — rispose Platone. — Non è questione nostra. — Non aiuta, — brontolò lei. La sera si riunirono in una stanza senza finestre. Sul tavolo pile di discorsi degli anni passati, rapporti, documenti. Un TV acceso senza audio: un sindaco, in diretta, confessava di non aver letto il bilancio che aveva votato. — Serve un nuovo testo, — disse il governatore. — Che io possa davvero pronunciare. Ma che non mi faccia fuori la mattina dopo. — Non le serve un testo, — disse Platone. — Le serve un nuovo formato. Se sale e parla come sempre, la fanno a pezzi. Se fa il penitente, lo dicono debole. Serve un’altra via. — Quale? — chiese la direttrice. Platone non sapeva. I vecchi schemi non funzionavano. Non si poteva promettere “una casa a testa”, se non sarebbe accaduto. Non si poteva dire “non aumenteremo mai i prezzi”, se già l’inflazione mangiava gli stipendi. Non si poteva nemmeno iniziare con “cari”, se nella testa giravano solo parolacce. Guardò il governatore. Stanco, smarrito, ma non cattivo. Non un mostro. Solo un uomo che aveva perso la lingua cui era abituato. — Facciamo così, — disse Platone. — Le faccio delle domande. Lei risponde sinceramente. Ne montiamo un discorso. — Vuoi farmi scavare la fossa da solo? — rise amaro il governatore. — Voglio che almeno una volta dica alla gente qualcosa che riesce a reggere anche lei, — rispose Platone. Si sorprese per il tono. Di solito non si lasciava andare così coi clienti. — Va bene, — sospirò il governatore. — Chiedi. Stettero lì fino a notte. Platone domandava: “Cosa ha fatto davvero quest’anno? Non da report, ma di pancia”. “Cosa ha fallito?” “Cosa la spaventa?” “Cosa vorrebbe per sé, e non per la Regione, l’anno prossimo?” Quando il governatore tentava la formula vaga, subito si bloccava. Doveva essere diretto: — Non sono andato nel comune dove c’è stato l’incidente perché avevo paura della folla. — I rapporti non li leggo tutti, guardo i riassunti. — Non credo di risolvere il problema delle strade quest’anno. — Voglio essere rieletto perché temo di perdere lo status e la scorta. La direttrice stava in un angolo, prendeva appunti con la faccia livida. — Se questo lo mandiamo in onda, — disse infine, — ci mangiano vivi. — Se lo copriamo, — rispose Platone, — ci mangiano lo stesso. Solo in modo diverso. Si stupì di nuovo. Nel suo gergo non c’era “noi”, solo “cliente” e “pubblico”. Ora invece si sentiva dentro anche lui. Verso mezzanotte il telefono squillò. La moglie. — Vieni? — chiese senza saluti. Avrebbe voluto dire: “Ritardo, ma arrivo se posso”, ma la lingua si bloccò ancora. — No, — disse. — Non vengo. Scelgo il lavoro. Non perché conta di più, ma perché mi viene naturale così. Ho paura a restare con voi e non sapere cosa dire. Silenzio. — Grazie, almeno non menti, — disse infine lei. — Cosimo reciterà lo stesso, ti mando il video. Si spense la chiamata, lui rimase a guardare lo schermo. Davanti una bozza di discorso, niente formule: “Non ho fatto molte cose che avevo promesso.” “Non posso garantirvi che l’anno prossimo andrà meglio.” “Ho paura anch’io.” Non era un discorso, era una confessione. Impossibile da mandare in onda. — Così non va, — commentò il governatore. — Spegneranno dopo mezzo minuto. — Sì, — confermò Platone. — Bisogna montarlo in un altro modo. Ricominciò. Non mentire, ma dare una struttura. Sostituire “ho paura” con “capisco le vostre paure e le condivido”. Togliere i dettagli che fanno solo male. Lasciare la sostanza. Ogni volta che tentava di addolcire la verità al limite della bugia, il corpo lo sentiva. La parola si impastava, la frase si rompeva. Doveva trovare una forma onesta ma non distruttiva. “Non ho fatto molte cose che avevo promesso” diventò: “Non tutto quello che avevo previsto sono riuscito a realizzare.” Andava. Era preciso. “Non posso garantirvi che l’anno prossimo andrà meglio” diventò: “Non prometto un anno facile, ma prometto di non far finta che i problemi non esistano.” Anche questa passava. Così, passo dopo passo, ricomposero il discorso nuovo. Né eroico, né lacrimoso: storto, umano. — È… strano, — disse il governatore dopo l’ennesima lettura. — Mi sento nudo. — Però respira meglio, — notò Platone. — Forse anche loro. La mattina del trentuno la città era un laboratorio nevrotico. Nei supermercati, le cassiere ammettevano di detestare la folla. I clienti si confessavano tra sé di aver comprato troppa torta per riempire la solitudine. I tassisti dichiaravano quante regole avevano infranto per tornare prima a casa. Le telefonate in sede esplodevano. Da Roma, dal Ministero: “Avete idea di cosa dirà il vostro presidente? Controllate il testo?” Platone diceva la verità: — Controlliamo fino a un certo punto. Può sempre improvisare. Ma abbiamo fatto di tutto per evitare bugie vere. La parola “tutto” stavolta scivolava bene. Aveva davvero fatto tutto il possibile in quella notte. La direttrice nervosa fumava in finestra. — Se funziona, — disse, — ci portano a tutti i corsi come “esempio di nuova sincerità”. Se non funziona… — Ci licenziano, — concluse Platone. — Non è il peggior esito. Pensò che nella sua vita ne aveva viste di peggiori. La lingua non protestò. Era la verità. Un’ora prima della diretta andarono in studio. Questa volta niente chroma key del Quirinale. Solo il vero ufficio del governatore. Sul tavolo un alberello, e in campo una pila di carte. — Almeno si tolgono? — chiese l’operatore — Stonano. — Lasciatele, — disse Platone. — Che restino. Il governatore si sedette, sistemò la cravatta. Guardò la camera, poi Platone. — Se comincio a dire cavolate, mi fermi? — chiese. — Non posso, — rispose Platone onestamente. — Anche io ho la lingua che non risponde. “Tre, due, uno”, contò il regista. Luce rossa. Il governatore inspirò. — Buonasera, — disse. — Oggi non vi dirò che quest’anno è stato facile. È stato duro per molti di voi e anche per me. Platone si immobilizzò. Era passata. Da lì in avanti era come stare su una corda tesa. — Non ho fatto molte cose che avevo promesso, — continuò il governatore. — A volte abbiamo sbagliato, a volte non abbiamo fatto in tempo, a volte eravamo spaventati dalle scelte difficili. Lo vedete, lo sentite. Dalla regia qualcuno sussurrò una bestemmia. La direttrice chiuse gli occhi. — Non prometto che l’anno prossimo spariranno tutti i problemi, — disse il governatore. — Ma prometto che non farò finta che non ci siano. E che parlerò con voi onestamente, anche se sarà duro per me e per voi. Non era perfetto. Ogni tanto si inceppava, cercava la parola, qualche occhiata al foglio, ma non si rifugiava negli slogan. Al posto di “abbiamo raggiunto traguardi importanti”, disse: “abbiamo fatto qualche passo, ma non basta”. Al posto di “ciascuno di voi” — “molti di voi”. Invece di “sono fiero di tutti”, “ringrazio chi non si è arreso”. Alla fine uscì dal copione: — Voglio dire una cosa personale, — annunciò. — Spesso non sono andato dove mi aspettavano. Perché avevo paura di guardarvi in faccia. Non vi prometto che cambierò in una notte, ma so che così non si può più andare avanti. A Platone corse un brivido lungo la schiena. Quella frase non era in scaletta. Era autentica. — Buon anno, — concluse il governatore. — Che sia almeno un po’ più sincero. La luce rossa si spense. Silenzio. — Ecco, — fece la direttrice. — Ci hanno divorato. — Aspettiamo, — rispose Platone. Le reazioni non furono né entusiaste né isteriche. Mischiate. Sui social c’era chi scriveva: “Ancora parole, vedremo i fatti”. Altri: “Almeno niente favole”. Qualcuno: “Lo sappiamo che va male, ma ci vuole dire a Capodanno?”. Qualcun altro lo ringraziava: “Non ha fatto finta che viviamo in una cartolina”. In tv nazionale gli esperti discutevano: alcuni lo chiamavano “precedente pericoloso”, altri “segno della nuova domanda sociale”. Chi provava a dire “tutto studiato a tavolino” si inceppava. In ufficio un silenzio strano. Nessuno batteva pacche, nessuno auguri. Tutti a guardare i feed. — Non ci hanno cacciato, — disse alla fine la direttrice, guardando il telefono. — Da Roma ci han scritto: “coraggioso”. Poi: “caso da analizzare”. Complimento o minaccia? — Entrambi, — rispose Platone. Sentì una stanchezza non solo da notti insonni. Come se in quelle ventiquattr’ore avesse dovuto reimparare a parlare. Vibrò il telefono. Messaggio della moglie: un video. Cosimo, su uno sgabello alla recita dell’asilo, recitava una poesia sull’albero. Alla fine sbagliava, guardava in camera e diceva: — Papà non è venuto, ma io la racconto lo stesso. Platone lo guardò: sì, era così. Senza scuse. Rispose: “Ho sbagliato. Non so come rimediare, ma vorrei provarci”. Le dita incerte, ma la lingua non protestava. Era sincero. Lei rispose breve: “Vediamo”. Passò la notte in uno stato di dormiveglia. Fuori sparavano i veri fuochi, non quelli dei suoi montaggi. In giro la gente gridava non solo “Auguri”, ma anche “Ti amo da una vita” o “Sto con te solo per paura della solitudine”. Qualcuno lasciava, altri iniziavano discorsi veri rimandati per anni. Platone stava sul divano, in un appartamento vuoto, a pensare che tutto il suo mestiere era l’arte di piegare la realtà, ma senza spezzarla, solo curvarla sotto la luce giusta. Ora però quella maestria era in discussione. Se il mondo ogni tanto richiederà schiettezza, dovrà imparare un altro mestiere. Non sapeva se desiderarlo. Amava il controllo. Amava le frasi che centrano l’obiettivo. L’onestà è troppo imprevedibile. Verso l’alba si addormentò. Si svegliò col cellulare che vibrava sul tavolo. Fuori giorno fatto. Mal di testa. Sul display decine di notifiche: chat di lavoro, newsletter, messaggi personali. Aprì la prima. “Sembra finita, — scriveva la direttrice com. — Ho appena detto a mio figlio che il disegno era bello anche se era brutto, e non mi ha fatto niente. Prova anche tu”. Platone si sedette sul bordo del divano. Provò ad alta voce: — Andare oggi dalla suocera sarà una gioia. Niente crampi. La solita piccola bugia scivolò come niente. L’anomalia era sparita. Provò insieme sollievo e perdita, come se avessero spento una luce troppo forte alla quale cominciava a fare l’abitudine. Il telefono vibrò di nuovo. Stavolta il vicesegretario regionale: — Platone, ciao, — voce allegra come nulla fosse. — Sei stato un grande. Il discorso di ieri sta già facendo scuola. Da Roma dicono che è “un nuovo livello di fiducia”. Abbiamo una proposta per te. — Quale? — Dobbiamo impacchettare questa sincerità. Farne un marchio. Tipo “il nostro governatore: il più trasparente d’Italia”. Slogan, spot, tu sai come si fa. Alla gente piace. Pensa: “Non vi mentiamo — siamo con voi”. Ce la fai? Platone rimase in silenzio. In testa gli si accavallavano loghi, hashtag, campagne. Sapeva come farlo. Prendi qualcosa di vero, la trasformi in prodotto, formato, la moltiplichi. — Ci sei? — sollecitò il vice. — Dobbiamo fare in fretta, finché è caldo. Voleva rispondere “Certo, lo facciamo”, ma la lingua si incagliò. Non forte come il giorno prima, ma si fece sentire. Non divieto, solo un piccolo freno interiore. Ricordò il governatore che diceva in camera: “Non farò finta”. Ricordò lo sguardo del figlio. Il messaggio: “Ho sbagliato”. — Io… potrei farlo, — rispose lento. — Non è difficile. Il punto è se lo voglio. Risero di là. — Su, non fare il filosofo. Ieri ci siamo tutti un po’ persi, ma è finita. Dai, si lavora. Tu vivi per queste cose. “Ci vivo con questo” — avrebbe voluto dire. “Ci vivo” sarebbe mentire. Ma la lingua scelse ancora una terza via: — Ci ho lavorato perché non sapevo fare altro. Ma non so se voglio continuare allo stesso modo. Silenzio. — Vuoi fare il moralista? — rise il vice. — Lascia stare. Pensaci un paio d’ore. Ma sappi che, se non tu, ci sarà qualcun altro. Anche l’onestà è una merce. Devi solo venderla bene. La linea cadde. Platone posò il telefono e andò in cucina. Mise il bollitore. I pensieri si agitavano senza forma precisa, di sicuro capiva una sola cosa: tornare alla leggerezza della bugia non gli sarebbe più riuscito. Non perché impossibile, ma perché di qui in avanti avrebbe ricordato il suono delle parole senza trucco. Si fece il tè, si appoggiò al davanzale. Guardava il cortile, neve, rifiuti sotto il portone, un cane che rovistava nei sacchetti. Nessun quadretto natalizio. Il telefono ancora vibrò. Messaggio della moglie: “Usciamo a passeggiare. Se vuoi, vieni anche tu. Niente promesse”. Digitò una risposta, la cancellò. Poi ne scrisse un’altra: “Vengo, se riesco. Non prometto. Ma vorrei.” La lingua non protestò. Era una formula sincera di quella sua scissione interiore. Inviò il messaggio e tornò al telefono pieno di chat di lavoro e mail “urgenti”. Il lavoro non era sparito. Il mondo non era né meglio né peggio. Solo per un giorno aveva mostrato i suoi ingranaggi, e ora rimetteva la maschera. Platone si sedette alla scrivania, aprì il laptop e creò un nuovo file. Come titolo scrisse: “Concept per una comunicazione sincera”. Poi, tra parentesi, aggiunse: “senza bugie, per quanto possibile”. Sorrise di quella precisazione. Qualcosa dentro era appena cambiato. Non una rivoluzione, non un’illuminazione, solo una piega. Non sapeva ancora cosa scrivere, né se avrebbe accettato la proposta, né se fosse andato a fare una passeggiata con la famiglia. Non sapeva chi sarebbe stato tra un anno. Sapeva solo che non avrebbe più potuto considerare le bugie uno strumento innocuo. Ogni volta che la sua mano avrebbe voluto smussare gli angoli, da qualche parte dentro avrebbe sentito la voce rauca di ieri: “Non ho fatto molte cose che avevo promesso”. Chiuse gli occhi, respirò e iniziò a scrivere. Fuori qualcuno sparava le ultime miccette, e in tv già si discuteva delle “ventiquattr’ore di sincerità” e di come capitalizzarle in politica o affari. Il mondo aveva volto la propria onestà in nuovo carburante. Platone scriveva lentamente, pesando ogni parola come se su ciascuna si giocasse non solo un obiettivo ma una responsabilità. Non era un santo, né un censore. Solo uno che per un giorno, a Capodanno, aveva perso il diritto di mentire – e non riusciva più a dimenticare com’era stato.
Mio marito mi ha lasciato con nostro figlio nella sua vecchia e semidiroccata casetta. Non sapeva che una stanza segreta piena d’oro era nascosta sotto quella casa.