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06
Era già sera. Il genero aveva accompagnato la suocera a casa: deposita le sue due borse nell’ingresso e lei va dalla figlia. Quando vede la madre, Sara rimane delusa: “Adesso dovrò accudire te per tutta la vita? Non tornerai più al tuo paese…”. Una storia vera di amicizia, famiglie e scelte difficili nella vita di una donna italiana.
Era già calata la sera. Il genero aveva accompagnato la suocera a casa. Posò le sue due valigie nellingresso
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Non ne posso più dei comportamenti di tua madre! Ho deciso: chiedo il divorzio e basta! – ha dichiarato mia moglie
Non ne posso più delle scenate di tua madre! Voglio il divorzio, punto e basta! ha dichiarato mia moglie.
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05
Tu sei il mio miracolo. Giovanna camminava senza distinguere la strada, mentre nella mente rimbombavano soltanto le parole del medico: «Peccato, troppo tardi… non possiamo… non posso promettere nulla, ma dovresti sistemare tutte le tue cose… antidolorifici… peccato… solo un miracolo…» Le parole del medico furono come un fulmine a ciel sereno, una diagnosi inattesa, dura, implacabile. Eppure la chiamano “la silenziosa”. Questo “silenzioso divoratore” si era avvicinato senza farsi notare. Forse in quell’anno in cui Giovanna non era riuscita ad entrare a Medicina, e il suo sogno si era infranto come una bolla di sapone. O forse quando sua madre, scivolando dietro casa, era rimasta sdraiata al freddo quasi tre ore e, poco dopo, era volata via senza più riprendere conoscenza. O forse… o forse… Di questi “forse”, pensava la ragazza, ce ne sono davvero troppi. E che cosa sia stato il vero innesco, resta ancora un mistero. – «Metti in ordine tutte le faccende», continuava a risuonare nella sua testa. – Eh, quali faccende ormai – niente figli, niente ricchezze, niente debiti. Solo aspettare, aspettare… solo un miracolo… Giovanna non si accorse neanche che le lacrime le rigavano il viso, le asciugava automaticamente con il dorso della mano. Era già uscita dai cancelli dell’ospedale, aveva percorso un lungo viale in ombra fitto di grandi platani. Si avvicinava la strada, le auto sfrecciavano indaffarate. Tutti sembravano avere fretta. – Tutti corrono a vivere, e io… – sospirò tristemente. D’improvviso la stanchezza la investì, il cuore prese a battere all’impazzata. Si fermò, appoggiando la mano al tronco di un grande albero. Un minuto, due, tre… il battito tornò normale. Ecco un taxi. A casa, a casa. Là ci sono le pareti, i ricordi, le fotografie. Dall’altra parte della strada rispetto alla casa di Giovanna iniziava il bosco. Non erano ancora arrivati i nuovi palazzi, il vecchio quartiere respirava aria fresca – betulle, abeti, pini. Erba, cespugli, funghi. Giovanna amava passeggiare nel bosco, le dava forza, la cullava fra nebbie, canti di uccellini, ragni dalle tenere ragnatele. Anche oggi la ragazza decise di concedersi una passeggiata. Indossò l’impermeabile, il cielo si rabbuiava, iniziava a piovere. Il bosco l’accolse con un silenzio improvviso, quasi la natura trattesse il fiato in attesa dei tuoni, nemmeno la solita fastidiosa zanzara si sentiva. Giovanna camminava e camminava, una curva, due, tre… non si accorse di quanto fosse andata lontano. All’improvviso provò uno strano disagio, un peso nel petto. Si immobilizzò, come in ascolto dell’universo e di sé stessa. Qualcosa la turbava. Guardò attorno, cercando ciò che l’aveva insospettita. Nel folto, a pochi metri dal sentiero, vide un mucchietto muoversi debolmente. Per un attimo le parve di sentire un gemito. Flemmatico, quasi impercettibile. In due salti fu lì. – Cos’è? Ah… un cane… – urlò la ragazza. Sotto un albero, legato al tronco, giaceva un cane sporco e magrissimo. Giovanna, graffiandosi le dita, sciolse i nodi umidi della corda. Finalmente libera, riuscì a guardarlo meglio. Quello che vide la colpì: il cane aveva un’enorme tumefazione sull’inguine. Grande come un pugno maschile. Giovanna si appoggiò all’albero e rimase in silenzio, soffocata dalle lacrime che le sporcavano il viso di terra e pioggia. Ripresasi, si accovacciò e cercò di parlare con la bestiola, ma il cane riusciva solo a gemere. Non aveva neanche la forza di aprire gli occhi. Giovanna tolse impermeabile e felpa, creando una sorta di coperta, nella quale avvolse dolcemente il cane. L’animale era quasi senza peso. Giovanna corse verso il paese. I medici, vedendolo, rimasero stupiti, senza fare domande. «Analisi, ecografia, radiografia, qualsiasi cosa serva, fatela. Voglio aiutarla», sussurrò la ragazza, che poi, seduta sul lettino, perse i sensi. Il cane rimase in clinica per gli esami, Giovanna tornò a casa. La mattina seguente era già ai cancelli. Il chirurgo la chiamò: ci vorranno alcuni giorni per valutare la situazione e stabilizzare l’animale. – Però non si preoccupi, qui sarà al sicuro. A proposito, sa come si chiama il cane? È di razza… – Non so, l’ho trovata nel bosco, sporca, malata, legata a un albero. – Ha un tatuaggio identificativo, difficile da leggere, ma sappiamo a chi appartiene. – E le allungò un bigliettino con un numero di telefono. – Qui c’è anche il mio numero. Il vostro è alla reception. Quando sapremo qualcosa, la chiamerò. Giovanna restava accanto al cane durante le flebo, lo accarezzava, gli sussurrava parole dolci. L’animale restava apatico, indifferente a punture, carezze, cibo. – Non vuole più vivere, – sospirò l’infermiera, – chissà il dolore del tradimento… abbiamo chiamato, ma ci hanno detto che di quel cane non sanno nulla… Intanto gli esiti degli esami arrivarono. Il chirurgo chiamò Giovanna la sera. – Non le nascondo la verità: la situazione è gravissima, quasi senza speranza. Se solo avesse voglia di vivere, se solo potesse mangiare qualcosa e trovare il calore di una persona che ama… si potrebbe tentare. Ma anche in questo caso ci vorrebbe solo un miracolo… – Si fermò. – Ne ho curati tanti, ma ogni storia è come la prima, non mi ci abituo mai… – Proviamoci, – esclamò Giovanna stringendo la mano al medico. – E se accadesse un miracolo? La mattina seguente Giovanna era al fianco della cagnolina, che si spegneva a vista d’occhio. Giovanna piangeva, le sussurrava dolcemente, la coccolava sotto il muso, la grattava dietro le orecchie, cercando uno sguardo negli occhi spenti. – Se muori tu, muoio anch’io, – sentì dire l’infermiera. Si voltò e vide la ragazza appoggiata al muro, occhi chiusi e il viso rigato di lacrime. L’infermiera si asciugò il naso, commossa. Giovanna sentì una lingua canina sfiorarle debole la mano. Le mise accanto una ciotola d’acqua. L’operazione durò oltre tre ore. Giovanna attese lungamente. Alla fine il chirurgo uscì stremato. – L’operazione è andata bene, ma non garantisce nulla. Ora è sotto anestesia, sarà meglio che qualcuno sia qui al risveglio. Forse oggi abbiamo assistito a un piccolo miracolo, chissà… Il recupero di Marvel fu duro. Così chiamò la cagnolina: Marvel, il mio miracolo. Febbre, farmaci, notti insonni, punture su punture. *** Quattro mesi dopo, l’autunno avanzava. Giovanna e Marvel passeggiavano ormai a lungo nel bosco. La cagnolina aveva capito di non dover più temere l’abbandono e si era affezionata sempre più alla sua nuova padrona. Ma la padrona… Giovanna rifletteva con timore al destino del cane, quando la sua malattia avrebbe avuto il sopravvento. Così iniziò a cercare per Marvel una nuova casa. Fissò un appuntamento per la visita; aveva bisogno che la cagnolina si abituasse a nuove mani. Ma prima, la mattina, doveva andare in ospedale a ritirare i suoi esami. – Domani saprò la verità. Ho paura, ma devo farcela. Devo riuscire perché Marvel abbia il tempo di legarsi a qualcun altro. Mio Dio, che paura… Dopo una notte insonne, Giovanna era apatica, solo il cane riusciva a interessarla. L’infermiera la chiamò nell’ufficio del primario. – Senta, i suoi risultati mi hanno sorpreso – la voce vellutata dell’oncologo le arrivava dritta nell’anima – È raro, ma sembra che il suo organismo abbia reagito. In senso positivo – è in remissione. Bisogna tenere la situazione sotto osservazione. Mi auguro che riprenda anche psicologicamente. Le nostre congratulazioni! Sa, è proprio un miracolo! A casa la aspettava una Marvel felice, che le corse incontro scodinzolando e le diceva con gli occhi “Dove sei stata? Mi preoccupavo!”. Si sedette sul pavimento e abbracciò il muso scodinzolante. – Marvel, tu sei il mio miracolo! Il mio vero miracolo! – Restarono a lungo abbracciate sul pavimento. C’è felicità più grande che scoprire che l’Universo ci regala ancora tempo… e che noi possiamo donare amore l’un l’altro?
Sei il mio miracolo. Giulia camminava, quasi senza vedere dove йшла. Nella sua testa rimbombavano solo
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016
Firme sul pianerottolo: una raccolta per “prendere provvedimenti” contro il rumore notturno, silenzi, accuse e scontri tra vicini in un condominio italiano, fino a un’assemblea dove emergono storie nascoste, incomprensioni, rabbia e, forse, una nuova forma di vicinanza.
Le firme sul pianerottolo Sergio si fermò davanti alle cassette della posta, perché sulla bacheca dove
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06
Natale, Capodanno e… Stress in Famiglia: Quando la Tradizione di Festeggiare Tutti Insieme si Trasforma in una Festa Solo per Alcuni — Tra Piatti da Preparare, Parenti da Accontentare e il Desiderio di Vivere Il Mio Vero Capodanno
FESTA DI FAMIGLIA Mamma ha detto che anche questanno festeggeremo il Capodanno da noi, gli occhi di Matteo
Mia moglie si occupa della casa mentre io sono qui con te, amore mio: Ho ricevuto una chiamata sconvolgente e ho sentito mio marito dire «Mia moglie sta cucinando e pulendo il bagno mentre io sono qui con te, amore» – Quello che ho scoperto mi ha portato a confrontarlo e a decidere di cacciarlo di casa dopo dieci anni di matrimonio.
Sconosciuto mi ha chiamata, e ho sentito la voce di mio marito dire: «Mia moglie sta cucinando e pulendo
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055
Senza Invito – Una Storia Italiana di Famiglia, Orgoglio e Distanze Generazionali
Senza invito Vittorio Petroni stava tenendo in mano un sacchetto con delle medicine quando la vicina
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04
SORPRESA PER LA MOGLIE Aprendo la porta, Marisa ha buttato sulla credenza il mazzo di fiori portato dal lavoro, si è tolta finalmente le scarpe col tacco e ha infilato le pantofole. Anche se forse sarebbero stati più indicati gli stivali. C’era più acqua in casa che sulle scale. Dal fondo dell’appartamento arrivavano il miagolio soffocato del gatto e altri strani rumori: colpi, brontolii e persino del fumo. — Alessandro, che è successo?! Il marito è apparso dopo qualche secondo. In mutande, scalzo, coperto di fuliggine, il viso graffiato e un bel livido sotto l’occhio. Un asciugamano annodato in testa, tipo turbante. — Marisina, sei già qui? Non ti aspettavo così presto. Credevo che con il party aziendale, visto che sei la direttrice, saresti rimasta fino all’ultimo ospite… Sbuffando, Marisa si è lasciata cadere su un pouf e ha ordinato: — Racconta, disgraziato. Che hai combinato stavolta? — E-e-ecco, amore mio, — ha balbettato Alessandro, impaurito, — tu però non agitarti… — Mi agitavo, — l’ha interrotto Marisa, — quando negli anni ‘90 la malavita mi minacciava. Mi preoccupavo col default, con la crisi. Dopo tutto ciò, niente mi tocca più. Adesso parla, che succede in casa? — Allora… — Stringi! — Va bene! Volevo farti una sorpresa per festeggiare. Ho deciso di sistemare casa, fare il bucato e preparare una cena speciale. Ho preso un giorno di permesso, caricato la lavatrice, sono andato al mercato… cioè prima al mercato, ho comprato il vitello e quello ha cominciato a… — Il vitello? — ha precisato Marisa. — No, la lavatrice. Ma non subito. Ho messo il vitello al forno, sono andato a fare pulizie, e lì il gatto… — È vivo? — Certo, — si è offeso Alessandro. — Solo un po’ bagnato. Guarda, quando ho avviato la lavatrice, dentro non c’era. Giuro! Poi si è infilato, non capisco come. — Come può un gatto entrare in una lavatrice chiusa?! — Non so, si sarà infiltrato. Perplessa, Marisa chiude gli occhi e fa: — Avanti, la cosa si fa interessante. Prima però fammi vedere il gatto. Voglio esserne certa. — Cuore, non posso. Bisogna andare da lui. — Spero almeno abbia ancora tutte le zampe? Asciugandosi il viso graffiato, Alessandro conferma cupo: — E come! Solo che per sicurezza le ho momentaneamente “bloccate”. — Va bene, dopo. E poi? — Insomma, mentre il gatto faceva il bagnetto, ho sentito puzza di bruciato. Vado in cucina, apro il forno, mi brucio le dita, la carne stava andando a fuoco, ci butto sopra dell’olio… Non sapevo però che sarebbe esploso! — I capelli presi, fumo ovunque, ho iniziato a spegnere tutto. E intanto il gatto urlava. Corro alla lavatrice, vedo i suoi occhi dallo sportellino: stava davvero male. L’ho spenta, provo ad aprirla ma non si apre. Il gatto continua a urlare. E il piano cottura brucia. Prendo un piede di porco. Beh… la lavatrice ha subito ceduto, ma il gatto è libero. — Nel frattempo, mentre spengevo i fornelli, quell’anima in pena si è precipitata in tutta la casa, ha fatto cadere due vasi, ha sporcato il tappeto, strappato le tende, graffiato le pareti, rovesciato lo spumante dal tavolo, i vicini sotto battevano sulla batteria del calorifero e credo abbiano minacciato di sterilizzare… Ma sterilizzare chi? Noi lo abbiamo già sistemato due anni fa! O parlavano di me? Insomma, tutto bene, tu non ti preoccupare… Tra le lacrime dal ridere, Marisa si alza, scansa il marito e passa in salotto. Il disastro è come descritto da Alessandro. Più almeno una decina di dettagli che avrebbero fatto svenire chiunque non fosse stata Marisa. Ma dopo vent’anni al timone di una grossa società, ne aveva viste di peggio: purché i nipoti non fossero a casa e marito e gatto vivi, il resto non contava. Il gatto, in effetti, era legato alla batteria, tutte e quattro le zampe bloccate, e la testa avvolta da una vecchia sciarpa. Ma vivo, niente ustioni: tanto basta. Alessandro si affretta a spiegare: — Capisci, amore, non voleva stare sul termosifone. Temevo non asciugasse. Non sono riuscito a strizzarlo, si agitava. Quindi l’ho legato. E la sciarpa, per non farlo urlare. I vicini avranno suonato dieci volte e minacciato pompieri e polizia. Persino una strega volevano chiamare, per una maledizione. Sciolto il gatto, Marisa lo consola, poi lo asciuga con l’asciugamano (ormai spelacchiato della testa di Alessandro) e lo libera. — Sei uno str… Alessandro. Poteva soffocare! Ma dopo il lavaggio niente lo spaventa più, nemmeno me! Seduta sul divano, Marisa abbraccia il gatto e guarda il marito. — Allora? — Cosa? — balbetta Alessandro deluso. — Mi vado a impiccare subito o ti lascio godere della soddisfazione? — Ah, — sospira Marisa. — Oggi è l’8 marzo. Sorridendo largo, Alessandro corre in camera, torna tutto impettito e misterioso con le mani dietro la schiena. Si inginocchia davanti a lei e solennemente recita: — Marisina, luce dei miei occhi. Siamo insieme da trent’anni e mi sorprendi sempre. Sei la donna, mamma e nonna più bella, misteriosa, elegante, paziente, sensibile e affettuosa. Ti auguro una splendida Festa della Donna, resta sempre come sei. Ecco. Allunga le braccia e porge una scatolina con un anello d’oro e un mazzo di rose, ormai stravolto e spelacchiato. Si giustifica: — Era un bellissimo mazzo, davvero. Solo che non ha retto l’incontro col gatto impazzito. Non arrabbiarti né con me, né con lui. Non è tutta colpa sua. Volevo solo farti felice. Accarezzando la testa del marito, Marisa annusa i fiori e sorride. — Hanno ancora profumo, pensa! E neanche di bruciato. Però, basta esperimenti, Alessandro, ok? Solo i fiori la prossima volta. Un altro “festone” così la casa non lo regge. E nemmeno i vicini. — Sai, al lavoro ti regalano cose belle, fiori costosi, volevo stupirti con qualcosa di diverso. Con un tocco speciale. Una sorpresa con il fuoco, per lasciarti a bocca aperta… — E ci sei riuscito, sciagura mia, — sorride Marisa. — E pure con il fuoco. Non importa cosa ricevo al lavoro. Tu ci metti il cuore, l’amore, e basta. Adesso però, andiamo: sistemiamo sto disastro e chiediamo scusa ai vicini. O davvero chiamano la strega. Che magari ha anche lei il marito a casa, e lui avrà pensato di farle una sorpresa… dopo tutto, chissà che le passa per la testa adesso!
SORPRESA PER LA MOGLIE Appena varcata la porta, Maristella ha gettato una montagna di fiori del meeting
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04
Stregato dall’Amore: La doppia vita di Igor fra passione proibita, segreti professionali, e misteriosi legami spezzati dalla magia di una fattucchiera italiana
Incantato Un giorno, a Matteo capitò una storia damore avvolta dalla magia. Prima di allora la sua vita
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057
Il fratello di mio marito era venuto «per una settimana di ospitalità», ma è rimasto un anno intero – alla fine abbiamo dovuto mandarlo via con l’aiuto della polizia
Diario, 12 novembre Da dove cominciare? Forse da quel giorno di fine ottobre dellanno scorso, quando