Diario, 12 novembre
Da dove cominciare? Forse da quel giorno di fine ottobre dellanno scorso, quando la porta di casa si è aperta per lasciar entrare non solo il fratello minore di mio marito, ma anche un anno intero di esaurimento e invadevole presenza. Non pensavo che una semplice settimana di ospitalità si sarebbe trasformata in un incubo di durata annuale, culminato solo oggi con larrivo dei carabinieri.
Dai Martina, capiscilo… Sta passando un brutto periodo! mi ha detto Marco, mentre giocherellava nervosamente con lo strofinaccio della cucina. La moglie lha lasciato, lhanno licenziato… Non può mica dormire in stazione.
Ho posato a terra le pesanti buste della spesa, le spalle indolenzite dopo lennesima giornata da incubo in ufficio. Lavoro in uno studio fiscale: bilancio trimestrale, controlli dellAgenzia delle Entrate neanche il tempo di prendere fiato e già il mal di schiena mi tormentava.
Marco, abitiamo in un bilocale, non in un ostello per parenti sfortunati! ho ribattuto, togliendomi gli stivali senza neppure guardarlo. Simone ha una casa tutta sua a Ferrara. Che venga appoggiarsi qui mi suona assurdo.
Mah La sua la sta affittando per pagare il mutuo. Pare abbia acceso un finanziamento per aiutare il figlio. Un casino, non ci ho capito molto nemmeno io. Dice che gli serve restare a Milano qualche giorno, tempo di trovare un lavoro, fare un paio di colloqui, giusto sette o dieci giorni.
Sapevo che Marco aveva il cuore troppo grande e nessuna esperienza nel dire di no alla famiglia, soprattutto a Simone, il ribelle di casa, capace da sempre di farsi compatire e ottenere attenzione.
Va bene ho sospirato, lasciando cadere la discussione. Però sia chiaro: qui si segue un ordine. Sveglia alle sei, a letto alle undici, niente festini né sconosciuti in giro per casa.
E così, Simone è arrivato la sera dopo, spalancando la porta con una sporta a quadretti enorme che sapeva di treno regionale e di scarpone bagnato. Mi ha quasi investita cercando di abbracciarmi:
Ehi, campionessa di casa! Mi ospitate? Dai che non vi darò fastidio, davvero! Basta un divano e una presa per caricare il cellulare, e sono felice.
I primi giorni sono filati lisci. Dormiva tutto mattino sul divano, uscendo nel pomeriggio a caccia di lavoro, poi tornava giusto per la cena. Mangiava però come tre. Ho visto sparire una pentola di minestrone da cinque litri in un solo giorno di solito bastava a me e Marco per unintera settimana. E le polpette preparate per due cene sono svanite durante la notte.
Laria di Milano mi scatena una fame da leoni! rideva Simone, asciugandosi la bocca con un pezzo di pane.
Ho fatto finta di nulla, aggiungendo mentalmente una voce in più alla lista della spesa. A discapito dello stomaco ma non delleducazione.
Allo scadere della settimana, a cena, ho chiesto con tatto:
Allora Simone, come va la ricerca? Qualcosa di buono?
Ha buttato giù la forchetta, laria mogia:
Tutto una fregatura qui. Annunciano mille euro al mese, ma quando ci arrivi è sempre vendita porta a porta o consegne a domicilio pagate niente. Io ho una laurea, mica posso accettare qualsiasi cosa… Però ho un contatto, in una ditta seria. Devono richiamarmi lunedì, mi hanno detto di aspettare.
E così abbiamo aspettato “due giorni in più”. Poi unaltra settimana. Nessuna telefonata. Simone ha smesso di uscire al mattino: tornando dal lavoro, lo trovavo sempre sul divano, tv accesa, briciole e tazze sporche ovunque. E quellodore agrodolce, misto di deodorante maschile e birra.
Oggi almeno hai chiamato per il lavoro? domandavo.
Sì, ma la responsabile è malata. Mi richiamano la prossima settimana. A proposito, Martina, è finito il parmigiano in frigo? Mi facevo un toast…
Quel mi facevo mi feriva come uno schiaffo. Avevo in casa ormai non un ospite, ma un coinquilino senza diritto. Usava senza chiedere tutti i prodotti, dal bagnoschiuma di Marco al mio plaid preferito, passando da canale a canale mentre io cercavo di vedere un po di notizie.
Un mese dopo, la neve fuori si scioglieva in pozzanghere dentro casa la situazione pure era un pantano.
Una sera ho chiuso la porta della cucina alle spalle di Marco, che smontava e rimontava il tostapane per lennesima volta.
Dobbiamo parlare seriamente. Di Simone.
Marco, abbattuto, ha sospirato:
Ha detto che sta per rimettersi in piedi. Non posso mandare mio fratello in strada. Ci farebbe una brutta figura anche mia madre lo sai, ci ha sempre detto di restare uniti.
Tua mamma vive a Parma! Non ha idea di che inferno sia diventata casa nostra. Le bollette sono raddoppiate, il cibo volatilizzato. Glielo vuoi fare almeno contribuire alle spese?
Ha le carte bloccate, ha debiti, pian piano Marco mi ha confidato la verità. Mi ha giurato che ci restituirà tutto, appena trova un impiego vero.
Così ancora abbi pazienza. È diventato il refrain della stagione.
La primavera è volata, lestate pure. Nessun lavoro, nemmeno in cantiere. Ha accampato una ernia come scusa per non fare lavori pesanti, ma a sollevare litri di birra davanti alla tv nessun problema. Ho scoperto dalla bottigliera che mancava il brandy che Marco aveva ricevuto dagli amici per i suoi quarantanni. Scandalo e urla Simone ha negato tutto, accusando anche noi di essere ubriaconi nascosti.
Siete degli avari! Un giorno ve ne porterò una cassa di quellamaro, quando sarò ricco!
Quella sera, esausta, ho detto basta: o Simone se ne andava prima della fine della settimana, o chiedevo la separazione. Lappartamento era stato comprato insieme, ma il grosso dei finanziamenti era mio, grazie anche allaiuto dei miei genitori.
Marco si è spaventato, ha portato il fratello sul balcone e fumato due pacchetti interi. Simone, a denti stretti, ha promesso che aveva trovato una stanza a Sesto San Giovanni e sarebbe andato via tra due settimane, appena avesse avuto il primo stipendio (sarebbe diventato guardiano di notte, diceva lui).
Respiro profondo. Due settimane non sono eterne, mi sono detta.
La settimana dopo, però, Simone torna a casa con una mano fasciata nel gesso:
Ho fatto un volo per le scale, annuncia da martire. Polso rotto, niente lavoro.
Basta uno sguardo al gesso per capire la recita. Nessun trasferimento. Nessun impiego.
Non vorrai mica cacciare uno sfortunato, insinua Simone, con un lampo beffardo negli occhi. Ha capito di aver trovato il biglietto per la casa gratis.
Lestate si è trasformata in un inferno. Ogni minimo bisogno diventava una richiesta:
Martina, tagliami il pane, non riesco Martina, mi aiuti a lavare la schiena?
Allultima domanda gli ho risposto in modo così secco che non ci ha riprovato più, ma la tensione era ormai alle stelle.
Marco ha cominciato a fare straordinari su straordinari, pur di restare fuori lasciando a me la gestione di Simone, sempre più impadronito di casa. Ho iniziato anchio a fare tardi, passeggiando al parco o perdendomi nelle viuzze di Porta Romana, pur di rimandare il ritorno.
Sei mesi, otto mesi. Il gesso via, Simone continuava con le lamentele sui dolori. Aveva spostato i mobili, portava a casa amici sconosciuti (me lo ha detto la vicina). E alle mie lamentele rispondeva:
Sono vostro parente! Secondo la legge della famiglia, mi spetta aiuto! Questa casa è grande (anche se grande per lui vuol dire conteggiare pure la cucina). Siete taccagni! Non vado certo nella vostra camera…
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata oggi, a un anno esatto dal suo arrivo. Sono rientrata prima dal lavoro, una fitta tremenda alla testa. Ho aperto la porta di casa e mi sono bloccata subito: risate e musica a palla. Due paia di scarpe femminili, stivali vecchiacci e una giacca appesa male in corridoio. In sala, Simone sul divano abbracciava una donna svampita, tinta bionda, tutti e due a fumare con la cenere sul tappeto e i piatti rubati dal frigo sul tavolo.
Ah, la padrona! ha biascicato Simone. Lei è Claudia, la mia ispirazione artistica!
È scattata dentro di me una freddezza nuova, irremovibile. Niente più dubbi, né pietà, né paura di deludere Marco.
Fuori, ho detto glaciale.
In che senso? Dai, Martina, ora Claudia se ne va
Tutti e due fuori. Ora. Cinque minuti.
Ma sei matta? Dove vuoi che vada a questora? Questa ormai è anche casa mia! Sei solo lospite tu, qui!
È venuto verso di me, minacciando. Ho preso il telefono.
Chiamo i carabinieri.
Fai pure! Non possono toccarmi, sono ospite, qui mi ha invitato Marco!
Ho composto il numero, calma.
Buonasera, vorrei una pattuglia. In casa mia ci sono persone non residenti, ubriache e minacciose. Sì, sono la proprietaria… Aspetto.
Claudia ha dato forfait sentendo carabinieri, ha arraffato i suoi stracci e se nè volata via. Simone invece si è rimesso sul divano e ha iniziato a fumare, ghignando.
Vediamo se Marco ti dà ragione. Stai rovinando una famiglia, Martina.
Ho chiuso la porta della cucina, ho chiamato Marco.
Ho chiamato i carabinieri, gli ho detto. Tuo fratello ha portato in casa unestranea, hanno fatto casino e minacciato me. Se provi a difenderlo, non tornare. Domani vado dallavvocato.
Silenzio. Poi la voce di Marco, altra, rauca.
Arrivo subito. Fai quello che devi. Anchio non ce la faccio più.
I carabinieri sono arrivati in meno di venti minuti. Due uomini robusti, sguardo stanco ma deciso.
Chi è la proprietaria? ha chiesto il maresciallo, puntando lo sguardo su Simone, sdraiato come un sovrano.
Io, ho mostrato la carta didentità e latto di proprietà. Questa persona non vive qui, non è benvenuto. Chiedo che venga allontanato.
Documenti, per favore.
Simone, svogliato, ha passato il suo. Ferrara come residenza, niente domicilio a Milano.
Deve uscire. Non ha diritto di stare qui senza consenso di tutti i proprietari. Ha venti minuti per preparare le sue cose.
Ma scherzate?! Veri italiani non fanno questo tra parenti! Quando arriva mio fratello vedrete!
Può risolvere tra familiari quanto vuole, ma ora il proprietario presente vuole che vada via. Altrimenti finisce in caserma per ubriachezza e disturbo, ci sono già delle segnalazioni dei vicini. Su, cè da andare.
Simone dapprima ha fatto il duro, poi ha capito che i carabinieri non scherzavano. Ha buttato tutto nel borsone, sbattendo porte e borbottando: una scena da ragazzino.
Mentre finalmente se ne andava, Marco ha varcato la soglia. Sconvolto, più invecchiato che mai.
Marco! Difendimi tu! Tua moglie mi sbatte in mezzo a una strada!
Marco lo ha guardato, poi si è rivolto a me. E ha trovato solo disprezzo per quello spettacolo.
Vai, Simone. È finita. Basta. Niente più soldi, nessuna stanza qui. Scegli tu dove andare.
Siete due miserabili! Traditori!
Si è lanciato giù per le scale, i carabinieri dietro.
Grazie, ho detto al maresciallo.
Cambiate la serratura, mi ha consigliato lui. Con certi parenti non si sa mai.
Richiusa la porta, solo silenzio e un senso di vuoto. Marco, senza parlare, ha spalancato la finestra per far uscire lodore di fumo e di rovina, poi ha raccolto le ultime cicche. Mi sono avvicinata e gli ho posato una mano sulla spalla.
Scusami, ha mormorato piano. Dovevo pensarci prima…
Meglio tardi che mai.
Abbiamo passato il weekend a pulire. Il divano su cui dormiva Simone labbiamo portato in discarica, irrecuperabile. Marco ha cambiato di persona la serratura. Nessun bisogno di altro.
Simone ha telefonato un paio di volte da numeri sconosciuti, blaterava di soldi per il treno, di vendetta. Marco ha smesso di rispondere.
La pace, faticosamente, è tornata. Sono tornata a entrare in casa col sorriso, respirando lodore buono della mia cena, e non di corpi estranei e sigarette. E Marco sembra aver imparato: la famiglia è chi ti rispetta e ti protegge, non chi ti prende per sfinimento.
A volte serve passare dentro allinferno della convivenza forzata per riscoprire quanto vale difendere la propria serenità. E la propria casa.







