Firme sul pianerottolo: una raccolta per “prendere provvedimenti” contro il rumore notturno, silenzi, accuse e scontri tra vicini in un condominio italiano, fino a un’assemblea dove emergono storie nascoste, incomprensioni, rabbia e, forse, una nuova forma di vicinanza.

Le firme sul pianerottolo

Sergio si fermò davanti alle cassette della posta, perché sulla bacheca dove di solito comparivano avvisi per il controllo dei contatori o gatti smarriti, era apparso un nuovo foglio. Attaccato storto con le puntine, come incollato in fretta. In alto, in stampatello: Raccolta firme. Prendere provvedimenti. Sotto, il cognome di un appartamento al quinto piano, e un breve elenco di lamentele: rumori notturni, colpi, urla, violazione dellordinanza del silenzio, pericolo per la sicurezza. In basso cominciavano già a scorrere firme, eleganti e incerte.

Lesse due volte, anche se il senso era chiaro già alla prima. Le dita si mossero da sole verso la penna nella tasca della giacca, ma Sergio si bloccò. Non perché fosse contrario, semplicemente non gli piaceva essere spinto. Abitava in quel palazzo da dodici anni e aveva imparato a tenersi al margine delle guerre condominiali, come dal vento gelido della tramontana. Aveva già abbastanza pensieri per conto suo: lavoro in officina, turni, la madre reduce da un ictus dallaltra parte della città, e un figlio adolescente che alternava silenzi assoluti a scoppi dira inspiegabili.

Sul pianerottolo regnava un silenzio ovattato; solo lascensore, chissà dove, sbatteva le porte come un tuono. Sergio salì al suo quarto piano, prese le chiavi, ma prima di aprire si voltò a guardare la scala che saliva verso lalto. Lì, al quinto, viveva Valentina Petroni. Sulla cinquantina, aspetto asciutto, sempre con i capelli corti e lo sguardo pesante. Salutava raramente per prima e rispondeva come se disturbassi il suo respiro. Sergio la vedeva spesso con le borse della Coop o con il secchio quando lavava il pianerottolo davanti al suo appartamento. A volte, di notte, da là dentro si sentivano davvero strani rumori: tonfi, uno strillo breve, come qualcosa tirato a forza sul pavimento.

La chat del palazzo la consultava solo quando serviva. Il resto erano discussioni su parcheggi e immondizia. Da settimane, però, cera solo un tema.

Ancora alle due di notte casino! Mio figlio sè svegliato!

Ho il turno alle sei, dopo sono uno zombie. Si può andare avanti così?

Non è casino, è che sposta i mobili, lho sentito.

Bisogna chiamare i carabinieri. Cè la legge.

Sergio scorreva senza rispondere. Non era un santo. Quando alle tre si sentiva un colpo, si svegliava anche lui, e lirritazione risaliva dallo stomaco. In quei momenti avrebbe voluto che qualcuno sistemasse tutto, così da leggere la mattina: Situazione risolta.

La sera scrisse, comunque, un messaggio breve: Chi raccoglie le firme? Dovè il foglio?

Rispose la referente del condominio, Nina Vassalli, del terzo. Bacheca al piano terra. Domani alle sette assemblea a casa mia. Dobbiamo muoverci, prima che sia tardi.

Sergio posò il telefono. Dentro, unangoscia identica a quella delle riunioni a scuola: tutto già deciso, gli altri ti chiamano solo a mettere una croce.

Il giorno dopo incrociò Valentina Petroni sulle scale. Saliva trascinandosi due borse pesanti, col fiatone, ma ostinatamente non chiedeva aiuto. Sergio prese una borsa, senza chiedere.

Non serve, disse lei, secca.

Ti accompagno, rispose Sergio, e andarono su insieme.

Lei tacque fino alla porta, poi strappò la borsa dalle mani di Sergio.

Grazie, disse. Non come gratitudine, piuttosto come una voce segnata su un registro.

Sergio si stava già girando, quando sentì un suono strano dietro la porta di lei, come un respiro affannoso e un lamento profondo. Valentina Petroni si immobilizzò, la chiave tremava nella toppa.

Vatutto a posto?, chiese Sergio, senza sapere perché.

Tutto a posto, tagliò lei, e chiuse veloce.

Sergio scese, ma il suono gli rimase nelle orecchie. Non un botto, non la musica. Quel rumore, umano, carico.

Dopo un paio di giorni, sulla porta di Valentina comparve un biglietto attaccato col nastro. Sergio lo notò scendendo col sacchetto della spazzatura. BASTA FARE RUMORE DI NOTTE. NON DOBBIAMO SOPPORTARE. Lettere grandi, marcate, con rabbia.

Rimase a fissare la carta. Il nastro brillava come una ferita fresca. Gli venne in mente: da bambino anche sulla sua porta lasciavano avvisi, quando il padre urlava e beveva. Allora Sergio odiava più i vicini che il padre, gente pronta a far finta di nulla mentre sussurrava alle spalle.

Salì al quinto e ascoltò. Dietro la porta, silenzio. Non suonò. Staccò piano il biglietto, lo piegò e mise in tasca. Poi lo buttò giù nel bidone grande, fuori, dove nessuno potesse vederlo.

Intanto la chat si era fatta aspra.

Lo fa apposta. Non le importa di nessuno.

Gente così va cacciata. Che vada in una casa isolata.

I carabinieri hanno detto di fare una denuncia collettiva.

Sergio notò come rumori e disturbo diventavano rapidamente gente cosí. Non parlavano più di una notte, ma di una persona-problema.

Sabato rientrò tardi dal lavoro. In ascensore odore di deodorante e fumo. Al quarto scese, e sentí dallalto due tonfi sordi. Non un lavoro, qualcosa che cade. Poi una voce femminile, strozzata ma chiara:

Tieniun attimo

Sergio salì al quinto. Davanti alla porta di Valentina cera luce, una striscia forte sotto la porta. Bussò.

Chi è? La voce tesa.

Sergio, del quarto. Tutto?

La porta si aprì nella catena. Valentina in vestaglia, una macchia rossa sulla guancia, come asciugata di corsa.

Niente. Puoi andare, disse.

Un lamento rauco uscì dalla casa.

Serve aiuto? chiese Sergio, dimpulso.

Lei lo guardò come se avesse offerto lelemosina.

Non serve. Ho tutto sotto controllo.

Cè qualcuno

Mio fratello, non si muove. Detto in fretta, per troncare la domanda. Ora vai.

La porta si chiuse.

Sergio rimase indeciso sul pianerottolo, combattuto tra la voglia di andarsene e quella di restare: aveva sentito troppo per fingere dignorare.

Scese, ma nella notte il termine immobile continuava a girargli in testa. Immaginava qualcuno cadere, essere sollevato, lambulanza chiamata nel buio, il trascinarsi di oggetti, il letto spostato. E sotto, i vicini pieni di rabbia.

Allassemblea da Nina Vassalli andò non per curiosità, ma perché sentiva che, se non ci fosse andato, poi si sarebbe vergognato. Alle sette cera già gente alla porta. Alcuni in pantofole, altri col piumino appena rientrati. Parlottavano piano, pesante la tensione.

Nina Vassalli li accolse nella cucina stretta. Sul tavolo, le firme, la stampa della legge sul silenzio e il numero dei carabinieri.

La situazione è questa, cominciò. Non possiamo più tollerare. Abbiamo bambini, abbiamo il lavoro. Io ogni notte misuro la pressione, perché non dormo. Non è contro la persona, ma ci sono le regole.

Sergio notò come avesse scelto con cura non è contro la persona e che qualcuno tirò un sospiro.

Io mi sveglio sempre alle due, disse una madre del sesto, il volto segnato.Il bambino si addormenta e subito un gran botto, come una madia che cade. Ho cullato mio figlio fino al mattino.

Mio padre è appena stato operato, disse un uomo in tuta. Non può agitarsi, pensa sempre che ci sia un incendio.

Va chiamata la polizia ogni volta, propose qualcuno. Che mettano tutto a verbale.

Sergio ascoltava, sapendo che non mentivano. Erano esausti. E in quella stanchezza cera la forza della loro ragione.

Ma qualcuno le ha parlato?, domandò Sergio.

Io, rispose Nina Vassalli. Risponde male. Dice che, se non ci sta bene, dobbiamo traslocare. E sbatte la porta.

È sempre stata così, commentò la madre del sesto. Come se fossimo noi a doverle qualcosa.

Sergio pensò di accennare al fratello, ma si fermò. Non era certo di poter svelare dettagli degli altri. Ma anche il silenzio è una scelta.

Magari ha provò a dire.

Tutti abbiamo qualcosa, lo interruppe Nina Vassalli. Ma nessuno fa tanto rumore.

In quel momento suonò il campanello. Nina andò ad aprire. In cucina entrò Valentina Petroni, giacca scura, capelli lisci, in mano cartellina e telefono. Sguardo duro, non impaurito.

Capisco che si parla di me?, disse.

In cucina lo spazio divenne angusto, come in ascensore.

Discutiamo della situazione, corresse Nina. Lei disturba.

Disturbo, ripeté Valentina, accennando a un cenno dassenso. Bene. Allora ascoltate.

Appoggiò la cartella sul tavolo, ne tirò fuori fogli, un certificato, referti. Mise sul tavolo anche il telefono.

Questo è mio fratello. Disabile grave. Ictus. Non cammina, non si siede. Di notte ha le crisi. Va in apnea, cade dal letto se non arrivo in tempo. Lo giro ogni due ore, sennò piaghe. Non è muovere mobili. Sollevo un uomo che pesa più di me.

Parlava piano, ma nella voce vibrava una stanchezza tagliente. Sergio notò lividi sulle sue braccia, proprio come per chi tiene davvero troppo peso.

Ho chiamato lambulanza tre volte in un mese. Vedete?, mostrò le chiamate sul telefono. Quei fogli sono referti medici. Non dovrei mostrarveli, ma siete voi a firmare come se in casa mia fosse discoteca.

Qualcuno tossì. La mamma del sesto abbassò lo sguardo.

Non lo sapevamo, disse piano.

Non sapevate, perché non avete domandato, tagliò Valentina. Scrivete sulle porte. In chat mi insultate. Volevate provvedimenti. Quali? Che lo porti giù per le scale, così dormite meglio?

Nessuno ha detto cose simili, sinfiammò Nina. Ma cè la legge. Dopo le undici silenzio.

La legge, replicò Valentina, scuotendo la testa. Bene. Volete la legge? Allora chiamerò i carabinieri e lambulanza insieme, ogni volta. Metteremo a verbale che sollevo una persona. Ogni volta dovrete firmare di aver sentito? Volete essere testimoni?

Ma allora dobbiamo sopportare?, scattò luomo in tuta. La sua voce si ruppe, e Sergio capì che anche lui era al limite. Mio padre è malato. Non posso sentire cadere gente ogni notte.

Io posso allora?, rispose Valentina fissandolo. Pensa che mi faccia piacere? Che non vorrei dormire?

In cucina calò una pausa. Sergio ebbe voglia di dire qualcosa di semplice, per alleggerire. Ma il semplice non cera.

Nina sospirò, cupa: Valentina, capisce che qui tutti stanno male. Se avesse avvisato

Avvisato cosa? Che di notte potrebbe morire?, chiuse la cartella. Non ci so fare a chiedere. E in ogni caso, a chi dovrei?

Sergio capì che quella frase era vera. Vivevano vicini, ma non erano “vicini”: erano solo porte.

Niente urla, disse Sergio, con la voce roca. O ci rompiamo del tutto, o si prova a trovare una strada.

Tutti si voltarono verso di lui. Sergio odiava stare al centro, ma ormai era troppo tardi per nascondersi.

Io la firma non lho messa, aggiunse. E non la metterò. Serve solo a trovare un nemico. Ma nemmeno fingere che sia tutto a posto: la salute è vera.

Nina tese le labbra: Proposte?

Sergio pensò a quando la notte se ne stava fermo sul pianerottolo.

Primo, disse, ci si dà una regola per le emergenze. Valentina, se di notte capita qualcosa e sai che il rumore sarà forte, puoi scrivere in chat solo: ambulanza o crisi. Senza spiegare, così uno capisce che non è per lavori.

Non sono obbligata, sbottò lei. Poi, fissando Sergio, abbassò lo sguardo. Se posso.

Secondo, si rivolse agli altri, se sentite un tonfo forte, prima di chiamare i carabinieri, provate a bussare o scrivere. Chiedete se serve aiuto, senza accuse. Se non risponde, solo allora si decide che fare.

E se risponde ancora male?, disse la mamma del sesto.

Allora, saprete di aver fatto il possibile, rispose Sergio. Per voi stessi.

Nina sbuffò, ma stavolta non rispose.

E unidea in più… Sergio guardò Valentina, magari tappetini di gomma, coperture ai piedi delle sedie, o la possibilità di spostare il letto dalla parete. If serve aiuto a spostare, posso dare una mano.

Valentina esitò, poi piano: Il letto no, cè un sollevatore fatto da mio cugino, è fissato al telaio. Però tappetini può essere. E sinterruppe come impigliata …se qualcuno può stare unoretta di pomeriggio perché io possa andare in farmacia, sarebbe…

Si fermò. In cucina qualcuno si mosse.

Io posso il mercoledì, disse la madre del sesto, che aveva il bambino. Mia madre mi tiene il piccolo. Unora la faccio.

Io pure, disse a denti stretti luomo in tuta. Non di notte, ma di giorno aiuto.

Sergio sentì la tensione calare appena, ma non sparire del tutto; mutava solo forma.

Nina raccolse il foglio delle firme. Che faccio di questo?

Sergio guardò le righe: cerano nomi di cui conosceva la faccia dallascensore.

Il foglio va tolto, disse. Se qualcuno vuol fare denuncia, lo faccia a titolo personale, con date. Non con raccolte generiche.

Saresti contro lordine?, disse Nina con tono duro.

Sono per lordine, rispose lui. Ma che non sia un manganello.

Valentina alzò gli occhi.

Toglietelo, per favore. Non voglio vedere ogni giorno quanti mi vogliono fuori.

Nina piegò il foglio e lo infilò nella cartella. Sergio non capì se lo avesse fatto per rispetto, o perché capiva che la maggioranza stava cambiando idea.

Dopo la riunione si dispersero in silenzio. Sui gradini qualcuno provò a scherzare, ma la battuta morì lì. Sergio uscì sul pianerottolo, Valentina dietro a lui. Scendendo insieme, lei disse:

Non dovevi metterti in mezzo.

Forse, rispose Sergio. Ma non volevo arrivare a denunce e litigi.

Arriveremo comunque, concluse lei, esausta. Quando lui peggiorerà.

Sergio voleva chiedere il nome del fratello, ma tacque. Disse solo: Se di notte serve una mano bussa. Io ci sono.

Lei annuì, senza guardare.

Il giorno dopo il foglio non cera più. In chat però comparve un nuovo messaggio: Daccordo: emergenza, Valentina avvisa. Niente polemiche la notte. Chi può aiutare di giorno, mi scriva.

Sergio rimase stupito dalla parola turni. Suonava troppo organizzata per loro. Però dopo unora la chat si riempì di proposte: qualcuno disponibile il lunedì, un altro il venerdì. Altri in silenzio.

La prima notte dopo la riunione ci fu comunque rumore. Sergio si svegliò di colpo, col cuore pesante. Erano le 2:17. In chat comparve subito: Crisi. Arriva ambulanza. Solo questo. Niente richieste, niente emoticon.

Sergio, disteso, sentiva di sopra passi e porte sbattere. Immaginava Valentina che teneva il fratello per non farlo soffocare. Il fastidio non passava, ma si aggiungeva qualcosa di nuovo, muto e opprimente.

La mattina dopo, in ascensore, Sergio incontrò Nina Vassalli, pallida.

Hanno fatto casino pure stanotte.

Cera lambulanza, replicò Sergio.

Ho visto, disse lei. Non sapevo Ma io non dormo più davvero. Il cuore, Sergio

Sergio annuì. Non poteva cancellare il suo cuore.

Forse i tappi per le orecchie?, propose, sapendo quanto suonasse penoso.

I tappi? Nina sorrise stanca. E siamo arrivati a questo

Una settimana dopo Sergio salì da Valentina nel pomeriggio, come promesso. In mano un sacchetto con protezioni di gomma e un grosso tappeto, comprati al ferramenta. Suonò. La porta si aprì subito, come se lo aspettasse.

Dentro odore di farmaci, qualcosa di acido da ospedale. In camera il letto contro il muro. Sullorlo un uomo magro, il volto vuoto, occhi fissi ma senza vedere. Accanto una struttura fatta di tubi e cinghie, fissata al letto. Sergio capì perché il letto non si sposta.

Questo, disse, mostrando il tappeto. Sotto il letto attutisce. I gommini sulle sedie, così fanno meno rumore.

Le sedie battono quando metto il catino, spiegò Valentina. Faccio in fretta ma le mani

Guardò i palmi: screpolati, segnati.

Sergio aiutò in silenzio, sistemando tutto con delicatezza, evitando i punti sensibili della struttura. Mosse piano, sentendo la schiena tendersi. Valentina stava attenta, che non rischiasse di sganciare il sollevatore.

Grazie, disse. Questa volta, diversa da prima.

Sergio fece per andarsene, ma sentì il telefono di là. Valentina rispose, il viso scuro.

No, ora non posso, sussurrò al ricevente. Ho sì. No.

Chiuse la chiamata e guardò Sergio.

Servizi sociali. Mi han detto due ore di assistenza a settimana, aspettano liste da mesi. Qui ci vorrebbe ogni giorno

Sergio non sapeva cosa dire. Capiva: il loro turno di condominio non era soluzione, ma una toppa.

La sera, in chat, qualcuno scrisse: Perché dobbiamo aiutarla? È famiglia sua, risolva con chi di dovere. Risposte tante, non tutte cattive. Cera chi spiegava, chi protestava, chi rimaneva in silenzio.

Sergio lesse e non rispose. Sentì la stanchezza crescere, non verso Valentina, ma verso il dibattito infinito su chi fosse giusto aiutare e quanto.

Dopo un paio di giorni, vide al piano terra un nuovo foglio. Una tabella: giorni, orari, cognomi. In basso, il telefono di Valentina e una nota: Se emergenza di notte, scrivo in chat. Se qualcuno può aiutare a sollevare o accogliere i soccorsi, mi dica. Il foglio era dritto.

Sergio provò fastidio a vedere quel foglio, come per quello delle firme. Ma era cambiato il senso: era come se il condominio ammettesse che dietro le porte il dolore diventava voce allorario.

Una notte, Sergio salì di nuovo. Un colpo tremendo di sopra, urli strozzati. Bussò. Valentina aprì, senza catena.

Aiutami, disse, secca.

Sergio entrò e tolse le scarpe. In camera suo fratello era riverso sul pavimento, ansimava. Insieme lo sollevarono, lenti. Le mani di Sergio tremavano per la fatica. Valentina aggiustò il cuscino, verificò il respiro.

Uscendo sul pianerottolo, sentì una porta aprirsi sotto, qualcuno che spiava attento. Poi la porta si richiuse. Nessuno fece domande, nessuno accorse. Il condominio tratteneva il fiato.

La mattina dopo Sergio incontrò il vicino con la firma: Vittorio. Vittorio evitò lo sguardo.

Ascolta, disse, io allora quella firma davvero era troppo. Ma non lo sapevo. Non avrei

Ho capito, rispose Sergio. Non importa più. Conta che si fa adesso.

Vittorio annuì, ma il suo viso conservava una nota dura, da chi non ama ammettere torti nemmeno con sé stesso.

Il compromesso funzionava. Non bene, ma funzionava. Di notte qualche volta Ambulanza o Crisi in chat. I messaggi rabbiosi sempre meno, più spesso di mattina, con la calma. Qualcuno aiutava Valentina di giorno, altri sparivano dopo una volta. Nina Vassalli custodiva la tabella, qualche buco qua e là.

Sergio notò meno chiacchiere casuali sul pianerottolo. I saluti erano cauti, come parole in bilico. Non cerano più minacce appese, ma nemmeno la leggerezza di prima. Anche una discussione sulla lampadina diventava: Basta che non ricominci”.

Una sera, tornato a casa, trovò Valentina allascensore. Aveva in mano un sacchetto di farmaci e un piccolo thermos. Il viso grigio di stanchezza.

Come va lui?, chiese Sergio.

Vivo, rispose. Stanotte è stato calmo.

Salirono insieme. Al quarto Sergio uscì, ma indugiò.

Se serve… bussa, disse.

Lei annuì, poi aggiunse, come sorpresa: Allassemblea… non volevo tutti

Non finì la frase e con un gesto liquido la lasciò cadere.

Ho capito, disse Sergio.

La porta dellascensore si chiuse, lasciandolo solo. Entrò a casa, si tolse il cappotto, posò le scarpe sul tappeto. Silenzio. Il figlio con le cuffie, la madre al telefono a chiedergli quando sarebbe passato.

Guardò le notifiche, poi la porta, dietro cui si ascendeva la scala. Pensò ai fogli che cambiano la gente: uno pieno di firme contro, laltro di nomi per unora del proprio tempo. Che la distanza tra quei fogli era più piccola di quella tra vicini, anche muri a muro.

Quella sera in chat, qualcuno scrisse: Grazie a chi ha aiutato oggi. Per favore, non discutiamo il privato. Se serve, in privato. Il messaggio sparì subito tra la solita discussione sui rifiuti e lascensore rotto.

Sergio spense il telefono e mise su il bollitore. Sapeva che di notte poteva svegliarsi di nuovo, col cuore in gola. E che ormai, svegliandosi, avrebbe pensato non solo al suo sonno. Non lo rendeva migliore, semplicemente lo rendeva partecipe.

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Firme sul pianerottolo: una raccolta per “prendere provvedimenti” contro il rumore notturno, silenzi, accuse e scontri tra vicini in un condominio italiano, fino a un’assemblea dove emergono storie nascoste, incomprensioni, rabbia e, forse, una nuova forma di vicinanza.
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