Non ne posso più dei comportamenti di tua madre! Ho deciso: chiedo il divorzio e basta! – ha dichiarato mia moglie

Non ne posso più delle scenate di tua madre! Voglio il divorzio, punto e basta! ha dichiarato mia moglie.

La chiave ha girato nella serratura proprio mentre stavo finendo di pulire le briciole dalla tavola, i resti della visita di mia suocera. Briciole di cantucci che aveva portato apposta per il nipotino, anche se Marco ha appena un anno e i dolci per lui sono ancora vietati. La macchia di caffè quello lo rovesciava sempre quando iniziava ad agitare le mani per spiegare come secondo lei non stavo crescendo mio figlio nel modo giusto.

Ciao, la voce di Matteo suonava stanca. Si è tolto la giacca e lha appoggiata sulla sedia senza nemmeno rivolgermi unocchiata.

Sono rimasta in silenzio. Continuavo a girare lo straccio sulla tavola già lucida. Dentro mi ribolliva tutto. Tre anni. Tre anni di sopportazione.

Che succede? finalmente si è voltato, forse ha sentito qualcosa nellaria.

Ho lanciato lo straccio nel lavandino. Gli schizzi sono finiti sulle mattonelle.

Non ne posso più delle scenate di tua madre! Voglio il divorzio, punto e basta!

Le parole sono uscite di getto, come uno schiaffo. Non avevo pianificato di dirlo proprio adesso ma ne avevo accumulato troppa dentro.

Matteo è rimasto pietrificato. Ha aperto e chiuso la bocca. Poi ha sorriso nervosamente.

Ma che dici?

Ho detto tutto. La mia voce sembrava più calma di come mi sentivo. Prendi le tue cose. O le prendo io, come vuoi.

È venuto in cucina, si è buttato sulla sedia. Si è passato le mani sul viso. Io ero lì, braccia conserte davanti al lavandino, a fissarlo. Luomo che avevo sposato quattro anni fa in abito bianco convinta che avremmo costruito qualcosa di vero.

Giulia, dai, parliamone come persone civili…

Parlarne? ho riso amaro. Come oggi pomeriggio, quando tua madre si è presentata col doppione delle chiavi che tu le hai dato senza dirmelo? A giudicare perché in frigo abbiamo i surgelati?

Vuole solo il bene…

Vuole solo rovinarmi la vita! ho alzato la voce. Ogni settimana, Matteo. Ogni sacrosanta settimana si inventa una scusa per venire qui, ficcare il naso, criticarmi su come pulisco, cucino o vesto Marco!

Lui zitto, lo sguardo fisso sul tavolo.

Oggi ha detto… ho dovuto ingoiare il rospo, mi faceva male anche solo ripeterlo, ha detto che sono una madre incapace. Davanti a Marco. E capisce tutto anche se è piccolo.

Non voleva…

Tua madre non voleva sempre! ho dato un colpo con il pugno sul tavolo. Però guarda caso sono sempre io la colpevole! Non voleva rovinarmi il compleanno quando è venuta a raccontare di quanto la nuora dellamica sua sia perfetta. Non voleva offendermi a Natale quando davanti a tutti ha detto che sono pigra a non voler lavorare!

Matteo mi ha guardato. Nei suoi occhi solo stanchezza. Niente rabbia, niente difesa.

Cosa vuoi che faccia?

La domanda. Era quella che aspettavo, la goccia di troppo.

Voglio che mi difendi! Almeno una volta in tre anni di matrimonio! Almeno una volta, mettere tua moglie davanti a tua madre!

Non esagerare…

Esagero?! la voce si è spezzata in un urlo. Nella cameretta Marco si è mosso lo sentivo dal baby monitor. Ho dovuto abbassare il tono. Esagero, quando lei sei mesi fa ha fatto scenate perché non potevamo andare sempre da lei in campagna? Quando pretende il rendiconto su come spendiamo i soldi? Quando decide dove mandare nostro figlio allasilo?

Vuole solo aiutare…

Aiutare?! ho preso il sacchetto che aveva lasciato oggi sua madre. Guarda! Ha portato della biancheria per me, senza chiedere! Perché, testuali parole non hai gusto, devi essere decente per mio figlio!

Ho rovesciato tutto sul tavolo. Mutande color carne, enormi. Un reggiseno grigio da vecchia. Matteo ha cambiato colore.

Effettivamente…

È umiliante! Non ne posso più! Mi sveglio ogni giorno col terrore di cosa si inventerà stavolta, quale consiglio non richiesto, quale critica.

Giravo per la cucina, rabbia e frustrazione che mi mangiavano.

E tu… tu ogni volta stai dalla sua parte. Non voleva. Si preoccupa. Fa per il tuo bene. Ma chi protegge me?

Ti amo, ha sussurrato.

Amare non è solo dirlo, Matteo. È prendere posizione. Metterti fra me e chi mi ferisce, anche se è tua madre.

Si è appoggiato allo schienale. Guardava fuori, nella notte di dicembre.

Per lei è difficile accettare che ho una mia famiglia.

Per lei?! ho tossito per lo sdegno. E io? Vivo nel terrore! Non posso rilassarmi a casa mia! Da un momento allaltro può entrare tua madre con le sue pretese!

Le tolgo le chiavi…

Non sono solo le chiavi! mi sono seduta di fronte, fissandolo negli occhi. Il problema è che tu glielo permetti. Non dici mai basta. Non difendi il nostro rapporto.

Un attimo di silenzio. Solo il ronzio del frigorifero e il ticchettio dellorologio.

Non so come farlo, ha ammesso infine. Non ho mai saputo dirle di no.

Allora scegli. O lei o io.

Parole dure. Ultimative. Ma ormai era necessario.

Giulia, non è giusto…

Giusto? mi sono alzata. Giusto è stato subire attacchi per tre anni? Stare zitta quando lei davanti ai miei genitori mi ha accusata di essermi sposata per interesse? Sorridere quando in ospedale ha detto che nostro figlio è tutto tuo e nulla di me?

Anche lui si è alzato. Ha fatto per abbracciarmi. Mi sono tirata indietro.

Lascia stare. Sono seria. O oggi stesso parli con lei e fissi dei limiti, oppure me ne vado.

Giulia…

No. Basta. Sono stanca di essere la colpevole. Stanca di dovermi giustificare per non essere abbastanza per il suo figliolo. Stanca di non vivere la mia vita!

Il telefono ha vibrato sul tavolo. Matteo ha letto il display ho visto la mascella tese. Mamma.

Ha risposto.

Pronto… sì, mamma… no, va tutto bene…

Lì qualcosa in me si è spezzato del tutto.

Gli ho strappato il telefono e ho messo il vivavoce.

…glielhai detto? la voce della suocera era tesa. Della casa?

Ho guardato Matteo. Era pallido.

Quale casa? ho chiesto gelida.

Silenzio, poi la voce di lei, mielosa:

Giulia cara, non è cosa che ti riguarda…

Sono sua moglie. Mi riguarda. Quale casa?

Matteo provava a riprendersi il telefono, sono scappata.

Io e Matteo stavamo pensando… ha iniziato la suocera, la mia sorella Serena vende il suo trilocale a Porta Romana. Ha bisogno di liquidità per la figlia che si iscrive in università a Milano…

Serena. La cugina sempre pronta a sottolineare quanto la moglie di suo figlio sia migliore di me, brava famiglia e carriera.

E quindi? ho guardato mio marito.

Mamma ci ha proposto di comprarlo. A buon prezzo.

Con che soldi?

Silenzio.

Con che soldi, Matteo?!

Con i tuoi risparmi, ha sussurrato. E un po dei miei…

I miei risparmi. Quei ventimila euro messi da parte in cinque anni, da prima del matrimonio. Due lavori, niente lussi. Sognavo un piccolo centro estetico mio. Avevo anche il business plan.

Lavete deciso tra voi, senza dirmelo.

Giulia, è un affare! Una casa in centro…

E io? E i miei sogni?

Il centro estetico può aspettare…

Aspettare?! Ho trentanni! È da due anni che seguo nostro figlio a casa! Quanto dovrei ancora aspettare?

La suocera dal telefono incalzava:

Giulia, dai, ma quale centro estetico ora! Pensa a Marco, gli serve più spazio! Serena fa lo sconto solo a noi, è famiglia!

Famiglia, ho ripetuto. Una famiglia dove decidete tutto voi e io nemmeno conto.

Ho messo giù il telefono e guardato Matteo.

Avevi intenzione di dirmelo? O avresti preso e basta i miei soldi?

Volevo parlarne…

Con chi? Con tua madre si, con Serena pure. Con me mai.

La porta si è spalancata il solito doppione. È entrata la suocera, col cappotto di visone, la faccia rossa per il freddo.

Che sta succedendo?! Matteo, perché urla?

Dietro di lei Serena in persona. Più tonda e soddisfatta che mai.

Ciao Giulia. Passavamo di qui, volevamo portarti i documenti della casa…

Documenti. Senza nemmeno consultarci.

Via, ho sussurrato.

Cosa? la suocera sgomenta.

Ho detto via da casa mia! Tutte e due!

Ma come parli?! la suocera si è avvicinata. Matteo, senti come mi risponde?

Mamma, forse ora non è il momento… ha mormorato lui.

Non è il momento?! lei si è girata furibonda su di lui. Ti ho cresciuto da sola dopo papà! Ho dato tutto per te! E tu ora per questa… indicando me, per questa ingrata…

Basta! ho urlato. Così forte che Serena ha sussultato. Basta, uscite fuori! Ora!

Ma Giulia, non agitarti Serena provava a calmare, è un affare davvero! A te casa, a mia figlia i soldi…

Non mi serve la vostra casa! Voglio solo un marito che mi rispetti! Una famiglia dove non sono lestranea!

Ma chi ti credi? Solo perché sei giovane e carina? Matteo ti ha sposata solo perché sei rimasta incinta! Altrimenti non saresti mai entrata in famiglia!

Silenzio.

Matteo bianco, senza voce.

È vero? ho chiesto.

Silenzio.

Matteo, mi hai sposata solo perché aspettavo Marco?

Io… ti amavo…

Amavo. Passato. Ho annuito. Chiaro.

Ho preso la borsa. Telefono in tasca.

Giulia, aspetta… Matteo è venuto verso di me.

Non toccarmi. Lascia le chiavi. Passerai domani quando non ci sarò per le tue cose.

Non puoi andartene così!

Posso. E lo faccio. Da voi e da questa follia.

La suocera ha provato ad afferrarmi il braccio.

Lasci tuo figlio?!

Domani torno a prendere Marco. Se serve con i carabinieri. Stasera lasciatelo dormire in pace non merita queste scenate.

Ho sbattuto la porta dietro di me. Il freddo mi ha schiaffeggiata. Ho preso le scale quasi di corsa.

Dietro ho sentito la porta riaprirsi Matteo mi inseguiva.

Giulia, aspetta! Dove vai?!

Avanti, senza voltarmi. Quarto piano, terzo, secondo…

Troveremo una soluzione! Parlo con mamma, giuro!

Primo piano. Uscita. Un passo e sono fuori.

Laria gelida mi brucia i polmoni. Cammino veloce, senza meta. Giacca aperta, niente sciarpa. Basta continuare ad andare. Lontano da casa, da loro, da questa vita.

Il telefono vibra. Mia madre. Rifiuto. Matteo di nuovo. Rifiuto. Ancora la suocera. Silenzio.

Mi fermo solo davanti alla metro. Mi siedo su una panchina. Mani che tremano: freddo, nervoso? Chissà.

Cosa ho fatto?

Sono andata via. Senza niente, senza Marco, senza piano. Come nei film. Solo che nei film la protagonista trova il principe azzurro. Qui?

Nella realtà resto seduto su una panchina gelida a dicembre, senza un euro in tasca la borsa è a casa, solo il telefono. Dove vado? Da mamma? Una stanza con mia sorella minore, studentessa. Non cè spazio neppure per una brandina.

Da Michela? Vive stipata con marito e figli. Non serve altra confusione.

Arriva un messaggio di Matteo: Scusa. Vediamoci domani. Parliamo con calma.

Con calma. Come se si potesse parlare con calma di una vita che non è la tua. Di un matrimonio senza amore. Di una suocera che ti considera unintrusa. Di sogni che non fregano a nessuno.

Altra notifica, numero sconosciuto: Giulia, sono Serena. Riflettici davvero, la casa è unoccasione. Pensa a Marco gli serve spazio. Chiamami, ne parliamo.

Ne parliamo sempre tra di loro. A me danno solo il responso.

Mi alzo. Vado verso la metro. In tasca, almeno, la tessera ATM. Mi nascondo tra la folla, lascio che il tepore mi sciolga. Scendo, salgo in carrozza. Direzione? Nessuna.

Sceso a Moscova, per caso. Il nome mi piaceva. Cammino per le vie. Le luci, le vetrine, la gente che passa spedita. E io lì, estraneo, smarrito.

Entro in un bar notturno. Ordino un tè almeno la carta funziona. Mi metto al tavolo, fisso fuori la gente.

Penso a Marco. Si sveglierà e chiamerà la mamma. Non mi troverà. Cosa dirà Matteo? Che la mamma è scappata? Che li ha lasciati?

Un senso di colpa mi stringe il petto. No. Non li ho mollati. Mi serve solo tempo. Per pensare. Per capire che fare.

Si avvicina la cameriera giovane, stanca.

Qualcosaltro?

No, grazie.

Mi squadra un attimo. Restava lì.

Scusi, so che non è affar mio… ma tutto bene?

Sorrido amaro.

Direi di no.

Vuole parlarne?

Strano. Unestranea pronta ad ascoltare. Ha capito che sto male? O vuole solo passare il tempo?

Ho lasciato mio marito, le dico semplice. Poco fa. Unora forse.

Si siede di fronte.

Ho la pausa. Se ti va, racconta.

Le racconto tutto. Di mia suocera, la casa, la delusione, il niente dove andare. Le parole escono da sole, come fiume rotto.

Lei ascolta. Poi, tranquilla:

Sai che anche io sono scappata da una situazione simile? Tre anni fa. Madre del mio compagno sempre in mezzo. Ho resistito finché non ce lho più fatta.

E tu che hai fatto?

Via. Niente valigie, niente soldi. Una notte per volta da amici, poi una stanza in affitto. Duro. Ma sai? Per la prima volta respiravo.

Avevi figli?

No. Tu?

Un bambino. Marco. Un anno.

Annuisce.

Allora è più difficile. Ma non impossibile. Soprattutto non tornare indietro. Se torni, la situazione precipita. Se vedono che torni, peggiorerà tutto.

Finitolo il tè freddo.

Ho paura di non farcela.

Chi lha detto che sarai sola? sorride. Hai i tuoi, le amiche. E sei più forte di quanto credi. Se sei uscita, puoi anche restare fuori.

Ci scambiamo il numero. Si chiama Nika. Una cameriera che in mezzora mi ha dato più ascolto di mio marito in quattro anni.

Al bar fuori ormai è lalba. La città si sveglia. Tiro fuori il cellulare ventitré chiamate. Matteo, la suocera, mia madre, pure Michela.

Scrivo a Matteo: Domani alle due ci vediamo in luogo neutro. Senza tua madre. Parliamo di Marco e del divorzio. Non chiamare più.

Invia. Sospiro.

Mi aspetta una strada in salita. Casa in affitto, tribunale, assegni, la custodia. Paura? Sì. Ma meno che restare con loro, invisibile.

Cammino nella città che si sveglia. Per la prima volta in tre anni sento di respirare davvero. Sono libero.

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Non ne posso più dei comportamenti di tua madre! Ho deciso: chiedo il divorzio e basta! – ha dichiarato mia moglie
Il proseguimento della storiaMentre il tramonto tingeva le colline d’oro, i protagonisti scoprirono una vecchia mappa che prometteva di rivelare il segreto nascosto del loro villaggio.