Tu sei il mio miracolo. Giovanna camminava senza distinguere la strada, mentre nella mente rimbombavano soltanto le parole del medico: «Peccato, troppo tardi… non possiamo… non posso promettere nulla, ma dovresti sistemare tutte le tue cose… antidolorifici… peccato… solo un miracolo…» Le parole del medico furono come un fulmine a ciel sereno, una diagnosi inattesa, dura, implacabile. Eppure la chiamano “la silenziosa”. Questo “silenzioso divoratore” si era avvicinato senza farsi notare. Forse in quell’anno in cui Giovanna non era riuscita ad entrare a Medicina, e il suo sogno si era infranto come una bolla di sapone. O forse quando sua madre, scivolando dietro casa, era rimasta sdraiata al freddo quasi tre ore e, poco dopo, era volata via senza più riprendere conoscenza. O forse… o forse… Di questi “forse”, pensava la ragazza, ce ne sono davvero troppi. E che cosa sia stato il vero innesco, resta ancora un mistero. – «Metti in ordine tutte le faccende», continuava a risuonare nella sua testa. – Eh, quali faccende ormai – niente figli, niente ricchezze, niente debiti. Solo aspettare, aspettare… solo un miracolo… Giovanna non si accorse neanche che le lacrime le rigavano il viso, le asciugava automaticamente con il dorso della mano. Era già uscita dai cancelli dell’ospedale, aveva percorso un lungo viale in ombra fitto di grandi platani. Si avvicinava la strada, le auto sfrecciavano indaffarate. Tutti sembravano avere fretta. – Tutti corrono a vivere, e io… – sospirò tristemente. D’improvviso la stanchezza la investì, il cuore prese a battere all’impazzata. Si fermò, appoggiando la mano al tronco di un grande albero. Un minuto, due, tre… il battito tornò normale. Ecco un taxi. A casa, a casa. Là ci sono le pareti, i ricordi, le fotografie. Dall’altra parte della strada rispetto alla casa di Giovanna iniziava il bosco. Non erano ancora arrivati i nuovi palazzi, il vecchio quartiere respirava aria fresca – betulle, abeti, pini. Erba, cespugli, funghi. Giovanna amava passeggiare nel bosco, le dava forza, la cullava fra nebbie, canti di uccellini, ragni dalle tenere ragnatele. Anche oggi la ragazza decise di concedersi una passeggiata. Indossò l’impermeabile, il cielo si rabbuiava, iniziava a piovere. Il bosco l’accolse con un silenzio improvviso, quasi la natura trattesse il fiato in attesa dei tuoni, nemmeno la solita fastidiosa zanzara si sentiva. Giovanna camminava e camminava, una curva, due, tre… non si accorse di quanto fosse andata lontano. All’improvviso provò uno strano disagio, un peso nel petto. Si immobilizzò, come in ascolto dell’universo e di sé stessa. Qualcosa la turbava. Guardò attorno, cercando ciò che l’aveva insospettita. Nel folto, a pochi metri dal sentiero, vide un mucchietto muoversi debolmente. Per un attimo le parve di sentire un gemito. Flemmatico, quasi impercettibile. In due salti fu lì. – Cos’è? Ah… un cane… – urlò la ragazza. Sotto un albero, legato al tronco, giaceva un cane sporco e magrissimo. Giovanna, graffiandosi le dita, sciolse i nodi umidi della corda. Finalmente libera, riuscì a guardarlo meglio. Quello che vide la colpì: il cane aveva un’enorme tumefazione sull’inguine. Grande come un pugno maschile. Giovanna si appoggiò all’albero e rimase in silenzio, soffocata dalle lacrime che le sporcavano il viso di terra e pioggia. Ripresasi, si accovacciò e cercò di parlare con la bestiola, ma il cane riusciva solo a gemere. Non aveva neanche la forza di aprire gli occhi. Giovanna tolse impermeabile e felpa, creando una sorta di coperta, nella quale avvolse dolcemente il cane. L’animale era quasi senza peso. Giovanna corse verso il paese. I medici, vedendolo, rimasero stupiti, senza fare domande. «Analisi, ecografia, radiografia, qualsiasi cosa serva, fatela. Voglio aiutarla», sussurrò la ragazza, che poi, seduta sul lettino, perse i sensi. Il cane rimase in clinica per gli esami, Giovanna tornò a casa. La mattina seguente era già ai cancelli. Il chirurgo la chiamò: ci vorranno alcuni giorni per valutare la situazione e stabilizzare l’animale. – Però non si preoccupi, qui sarà al sicuro. A proposito, sa come si chiama il cane? È di razza… – Non so, l’ho trovata nel bosco, sporca, malata, legata a un albero. – Ha un tatuaggio identificativo, difficile da leggere, ma sappiamo a chi appartiene. – E le allungò un bigliettino con un numero di telefono. – Qui c’è anche il mio numero. Il vostro è alla reception. Quando sapremo qualcosa, la chiamerò. Giovanna restava accanto al cane durante le flebo, lo accarezzava, gli sussurrava parole dolci. L’animale restava apatico, indifferente a punture, carezze, cibo. – Non vuole più vivere, – sospirò l’infermiera, – chissà il dolore del tradimento… abbiamo chiamato, ma ci hanno detto che di quel cane non sanno nulla… Intanto gli esiti degli esami arrivarono. Il chirurgo chiamò Giovanna la sera. – Non le nascondo la verità: la situazione è gravissima, quasi senza speranza. Se solo avesse voglia di vivere, se solo potesse mangiare qualcosa e trovare il calore di una persona che ama… si potrebbe tentare. Ma anche in questo caso ci vorrebbe solo un miracolo… – Si fermò. – Ne ho curati tanti, ma ogni storia è come la prima, non mi ci abituo mai… – Proviamoci, – esclamò Giovanna stringendo la mano al medico. – E se accadesse un miracolo? La mattina seguente Giovanna era al fianco della cagnolina, che si spegneva a vista d’occhio. Giovanna piangeva, le sussurrava dolcemente, la coccolava sotto il muso, la grattava dietro le orecchie, cercando uno sguardo negli occhi spenti. – Se muori tu, muoio anch’io, – sentì dire l’infermiera. Si voltò e vide la ragazza appoggiata al muro, occhi chiusi e il viso rigato di lacrime. L’infermiera si asciugò il naso, commossa. Giovanna sentì una lingua canina sfiorarle debole la mano. Le mise accanto una ciotola d’acqua. L’operazione durò oltre tre ore. Giovanna attese lungamente. Alla fine il chirurgo uscì stremato. – L’operazione è andata bene, ma non garantisce nulla. Ora è sotto anestesia, sarà meglio che qualcuno sia qui al risveglio. Forse oggi abbiamo assistito a un piccolo miracolo, chissà… Il recupero di Marvel fu duro. Così chiamò la cagnolina: Marvel, il mio miracolo. Febbre, farmaci, notti insonni, punture su punture. *** Quattro mesi dopo, l’autunno avanzava. Giovanna e Marvel passeggiavano ormai a lungo nel bosco. La cagnolina aveva capito di non dover più temere l’abbandono e si era affezionata sempre più alla sua nuova padrona. Ma la padrona… Giovanna rifletteva con timore al destino del cane, quando la sua malattia avrebbe avuto il sopravvento. Così iniziò a cercare per Marvel una nuova casa. Fissò un appuntamento per la visita; aveva bisogno che la cagnolina si abituasse a nuove mani. Ma prima, la mattina, doveva andare in ospedale a ritirare i suoi esami. – Domani saprò la verità. Ho paura, ma devo farcela. Devo riuscire perché Marvel abbia il tempo di legarsi a qualcun altro. Mio Dio, che paura… Dopo una notte insonne, Giovanna era apatica, solo il cane riusciva a interessarla. L’infermiera la chiamò nell’ufficio del primario. – Senta, i suoi risultati mi hanno sorpreso – la voce vellutata dell’oncologo le arrivava dritta nell’anima – È raro, ma sembra che il suo organismo abbia reagito. In senso positivo – è in remissione. Bisogna tenere la situazione sotto osservazione. Mi auguro che riprenda anche psicologicamente. Le nostre congratulazioni! Sa, è proprio un miracolo! A casa la aspettava una Marvel felice, che le corse incontro scodinzolando e le diceva con gli occhi “Dove sei stata? Mi preoccupavo!”. Si sedette sul pavimento e abbracciò il muso scodinzolante. – Marvel, tu sei il mio miracolo! Il mio vero miracolo! – Restarono a lungo abbracciate sul pavimento. C’è felicità più grande che scoprire che l’Universo ci regala ancora tempo… e che noi possiamo donare amore l’un l’altro?

Sei il mio miracolo.
Giulia camminava, quasi senza vedere dove йшла. Nella sua testa rimbombavano solo le parole: «Peccato, troppo tardi ormai non si può fare nulla non posso dire altro, ma è meglio sistemare tutte le sue faccende antidolorifici peccato ci vorrebbe solo un miracolo»
Le parole del medico lavevano colpita come una secchiata dacqua gelida. La diagnosi era stata improvvisa, dura, implacabile, anche se tutti la chiamano «la silenziosa».
Questo «mangiatore silenzioso» si era infilato nella sua vita senza farsi notare. Forse era iniziato lanno in cui Giulia non era riuscita a entrare a medicina e il suo sogno si era sgonfiato come una bolla di sapone. O forse quando sua madre, caduta dietro casa, era rimasta distesa al freddo per tre ore, e poi, senza più riprendersi pienamente, se nera andata in silenzio dopo pochi giorni. O forse forse
Di questi «forse», pensava Giulia, ce nerano fin troppi. E cosa, poi, era stata la goccia: impossibile capirlo.
«Sistemare le sue faccende», continuava a ripetersi dentro. E che faccende, ormai niente figli, nessuna ricchezza, non deve nulla a nessuno. Solo aspettare, aspettare solo un miracolo
Giulia non si rendeva nemmeno conto che le lacrime le bagnavano le guance, e le asciugava in automatico col dorso della mano. Era già uscita ormai dal portone dellospedale, aveva attraversato il lungo viale allombra dei platani secolari. In fondo si sentivano le macchine che sfrecciavano veloci per via Mazzini. Tutti sembravano avere fretta, correre da qualche parte.
Tutti corrono a vivere, e io pensò con amarezza, sospirando.
A un tratto unondata di stanchezza la colpì, sentì il cuore battere a mille, fu costretta a fermarsi e appoggiarsi con la mano al tronco di un vecchio albero.
Un minuto, due, tre il cuore tornò a ritmi più quieti. Eccolo, un taxi. Casa, finalmente. Là ci sono le pareti familiari, i ricordi, le fotografie.
Proprio davanti a dove abitava Giulia, cominciava il bosco. Un piccolo angolo verde sopravvissuto tra i quartieri di Roma: pini, betulle, abeti Erba alta, cespugli, funghi. Giulia adorava passeggiare lì, sentiva che la natura le dava forza: misteri di nebbie, il canto degli uccelli, ragnetti su fili di seta tra gli alberi.
Anche quel giorno decise di andare a fare una camminata. Si mise il k-way, il cielo era grigio e minacciava pioggia. Il bosco la accolse in un silenzio innaturale, sembrava che tutto fosse in attesa del temporale, neanche una zanzara a disturbarla.
Cammina e cammina, una svolta, poi unaltra, e ancora una. Senza accorgersene si era inoltrata parecchio nel bosco, e a un certo punto fu presa da unansia sottile, qualcosa di pesante che le si mosse dentro. Rimase immobile, in ascolto, come se volesse percepire luniverso, o forse semplicemente se stessa. Qualcosa la preoccupava, la turbava. Guardò intorno, attenta. Cercava di capire cosa avesse attirato la sua attenzione.
Più in là, a una decina di metri dal sentiero, scorse una forma, una specie di mucchio, che si mosse appena. A Giulia parve addirittura di percepire un lamento, lieve, quasi un sospiro.
Con due balzi fu accanto a quella massa.
Che cosè? Ah, un cane esclamò senza trattenersi.
Sotto un albero, legato al tronco, cera un cane sporco, sfinito. Giulia si mise subito a sciogliere il nodo che stringeva la corda, a costo di scorticarsi le dita. Quando finalmente liberò il povero animale, poté guardarlo meglio.
Quello che vide la paralizzò: il cane aveva una grossa massa allinguine, grande più di un pugno. Giulia si appoggiò allalbero, stravolta, le lacrime le facevano colare righe di sporco sulla faccia.
Dopo aver riguadagnato un minimo di calma, si sedette accovacciata per cercare di parlargli, ma il cane riusciva solo a lamentarsi piano. Non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi.
Tolse il k-way e la felpa, fece una specie di copertina con cui avvolse con cura il cane. Era talmente magro e leggero che sembrava di portare un peluche. Giulia corse verso la città.
I veterinari rimasero stupiti quando la videro entrare di corsa con quel cane, ma non fecero domande.
«Fate analisi, ecografia, lastra, quel che serve voglio provare a salvarla», riuscì a dire Giulia prima di crollare svenuta su una sedia.
Il cane restò ricoverato per gli accertamenti, mentre Giulia dovette tornare a casa.
La mattina dopo era di nuovo alla clinica. Un giovane chirurgo venne a parlarle: ci vorranno ancora un paio di giorni per sistemare le prime urgenze e inquadrare meglio la situazione, disse.
Intanto non si preoccupi, qui la sua amica è al sicuro. Tra laltro, sa chi è e da dove viene questa cagnolina? Ha un tatuaggio, difficile da leggere, ma stiamo cercando di capire. Le allungò un bigliettino con dei numeri. Qui cè anche il mio telefono, il suo numero lho lasciato in segreteria. Appena so qualcosa, la chiamo.
Giulia rimase accanto al cane durante le flebo, la accarezzava, le sussurrava parole piano piano. Il cane non reagiva a carezze, né aghi, né cibo: apatico, indifferente a tutto.
Non ha più voglia di lottare, mormorò linfermiera, le hanno spezzato il cuore. Abbiamo anche provato a chiamare chi risultava dal tatuaggio, ma hanno detto che non hanno mai avuto una cagnolina così.
Arrivò intanto il responso degli esami. Il chirurgo chiamò Giulia, chiese di vedersi quella sera dopo il lavoro.
Le dico sinceramente: la situazione è gravissima e quasi senza speranza. Anche il cane sembra aver perso ogni voglia di vivere. Se solo ci fosse un po di volontà e qualcuno disposto a starle vicino Potrei anche tentare, ma servirebbe davvero un miracolo tacque, sembrava stremato Ne ho visti passare tanti sotto le mie mani, ma ogni volta è come la prima.
Proviamoci, Giulia gli strinse la mano. Ci proviamo. Un miracolo, magari
Da quella mattina Giulia restò di fianco alla cagnolina, che si spegneva piano. Le parlava, la accarezzava, le teneva il muso tra le mani, cercando di guardarla negli occhi vitrei.
Se muori tu, muoio anchio, mormorò a voce talmente bassa che sentì solo linfermiera.
Lei si girò e vide la ragazza rannicchiata contro la parete, occhi chiusi, lacrime che scendevano silenziose. Linfermiera si voltò in fretta, si soffiò il naso.
A un certo punto Giulia sentì la lingua del cane lambirle piano il dorso della mano. Avvicinò la ciotola dellacqua.
Loperazione durò tre ore. Giulia attese fuori. Ne uscì il chirurgo, esausto.
Lintervento è andato bene, ma non possiamo garantire nulla. Adesso la cagnolina dorme ancora, meglio se domani mattina sarà lei la prima che vedrà quando si sveglia. Oggi è stata già una piccola benedizione, aspettiamo il resto.
Il periodo della ripresa fu una faticaccia. Giulia laveva ormai chiamata Miracolina, dal miracolo che tanto sperava si ripetesse. Febbre, farmaci, notti in bianco, iniezioni su iniezioni.
***
Passarono quattro mesi. Lautunno scaldava laria di colori caldi. Giulia e Miracolina camminavano lungamente nel bosco. La cagna aveva capito che, stavolta, nessuno lavrebbe più abbandonata e si era legata sempre di più alla sua nuova amica. Ma Giulia
Giulia tremava a pensare cosa ne sarebbe stato di Miracolina, quando la sua malattia avrebbe vinto.
Cominciò a cercare per lei una nuova famiglia. Un giorno fissò un incontro, dopo aver detto che al mattino sarebbe passata in ospedale per i suoi controlli. Le analisi erano pronte, la visita era finita.
Domani saprò la verità, pensò, che paura devo fare in tempo ad abituare Miracolina a unaltra casa. Dio mio, quanto ho paura
Dopo una notte insonne, era uno straccio. Solo Miracolina riusciva a scuoterla dalla sua apatia. Linfermiera la chiamò dal primario.
Devo dirle che i risultati mi hanno sorpreso, la voce calda delloncologo le arrivò fino allanima. Capita raramente, ma in lei il quadro è cambiato. In meglio: si parla di remissione. Bisogna restare sotto controllo, ma spero che anche psicologicamente si riprenda in fretta. Accetti i nostri complimenti! Davvero, un miracolo!
A casa, Miracolina la accolse saltando, abbaiando, scodinzolando: «Dove sei stata, che ansia mi hai fatto passare!».
Giulia si inginocchiò, baciò il musino caldo e allegro.
Miracolina! Sei tu il miracolo! Sei il mio miracolo! E rimasero lì, abbracciate per terra, a lungo.
Che felicità più grande può dare il sentirsi regalare ancora tempo dalla vita, per offrirlo a chi amiamo?

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eleven + nineteen =

Tu sei il mio miracolo. Giovanna camminava senza distinguere la strada, mentre nella mente rimbombavano soltanto le parole del medico: «Peccato, troppo tardi… non possiamo… non posso promettere nulla, ma dovresti sistemare tutte le tue cose… antidolorifici… peccato… solo un miracolo…» Le parole del medico furono come un fulmine a ciel sereno, una diagnosi inattesa, dura, implacabile. Eppure la chiamano “la silenziosa”. Questo “silenzioso divoratore” si era avvicinato senza farsi notare. Forse in quell’anno in cui Giovanna non era riuscita ad entrare a Medicina, e il suo sogno si era infranto come una bolla di sapone. O forse quando sua madre, scivolando dietro casa, era rimasta sdraiata al freddo quasi tre ore e, poco dopo, era volata via senza più riprendere conoscenza. O forse… o forse… Di questi “forse”, pensava la ragazza, ce ne sono davvero troppi. E che cosa sia stato il vero innesco, resta ancora un mistero. – «Metti in ordine tutte le faccende», continuava a risuonare nella sua testa. – Eh, quali faccende ormai – niente figli, niente ricchezze, niente debiti. Solo aspettare, aspettare… solo un miracolo… Giovanna non si accorse neanche che le lacrime le rigavano il viso, le asciugava automaticamente con il dorso della mano. Era già uscita dai cancelli dell’ospedale, aveva percorso un lungo viale in ombra fitto di grandi platani. Si avvicinava la strada, le auto sfrecciavano indaffarate. Tutti sembravano avere fretta. – Tutti corrono a vivere, e io… – sospirò tristemente. D’improvviso la stanchezza la investì, il cuore prese a battere all’impazzata. Si fermò, appoggiando la mano al tronco di un grande albero. Un minuto, due, tre… il battito tornò normale. Ecco un taxi. A casa, a casa. Là ci sono le pareti, i ricordi, le fotografie. Dall’altra parte della strada rispetto alla casa di Giovanna iniziava il bosco. Non erano ancora arrivati i nuovi palazzi, il vecchio quartiere respirava aria fresca – betulle, abeti, pini. Erba, cespugli, funghi. Giovanna amava passeggiare nel bosco, le dava forza, la cullava fra nebbie, canti di uccellini, ragni dalle tenere ragnatele. Anche oggi la ragazza decise di concedersi una passeggiata. Indossò l’impermeabile, il cielo si rabbuiava, iniziava a piovere. Il bosco l’accolse con un silenzio improvviso, quasi la natura trattesse il fiato in attesa dei tuoni, nemmeno la solita fastidiosa zanzara si sentiva. Giovanna camminava e camminava, una curva, due, tre… non si accorse di quanto fosse andata lontano. All’improvviso provò uno strano disagio, un peso nel petto. Si immobilizzò, come in ascolto dell’universo e di sé stessa. Qualcosa la turbava. Guardò attorno, cercando ciò che l’aveva insospettita. Nel folto, a pochi metri dal sentiero, vide un mucchietto muoversi debolmente. Per un attimo le parve di sentire un gemito. Flemmatico, quasi impercettibile. In due salti fu lì. – Cos’è? Ah… un cane… – urlò la ragazza. Sotto un albero, legato al tronco, giaceva un cane sporco e magrissimo. Giovanna, graffiandosi le dita, sciolse i nodi umidi della corda. Finalmente libera, riuscì a guardarlo meglio. Quello che vide la colpì: il cane aveva un’enorme tumefazione sull’inguine. Grande come un pugno maschile. Giovanna si appoggiò all’albero e rimase in silenzio, soffocata dalle lacrime che le sporcavano il viso di terra e pioggia. Ripresasi, si accovacciò e cercò di parlare con la bestiola, ma il cane riusciva solo a gemere. Non aveva neanche la forza di aprire gli occhi. Giovanna tolse impermeabile e felpa, creando una sorta di coperta, nella quale avvolse dolcemente il cane. L’animale era quasi senza peso. Giovanna corse verso il paese. I medici, vedendolo, rimasero stupiti, senza fare domande. «Analisi, ecografia, radiografia, qualsiasi cosa serva, fatela. Voglio aiutarla», sussurrò la ragazza, che poi, seduta sul lettino, perse i sensi. Il cane rimase in clinica per gli esami, Giovanna tornò a casa. La mattina seguente era già ai cancelli. Il chirurgo la chiamò: ci vorranno alcuni giorni per valutare la situazione e stabilizzare l’animale. – Però non si preoccupi, qui sarà al sicuro. A proposito, sa come si chiama il cane? È di razza… – Non so, l’ho trovata nel bosco, sporca, malata, legata a un albero. – Ha un tatuaggio identificativo, difficile da leggere, ma sappiamo a chi appartiene. – E le allungò un bigliettino con un numero di telefono. – Qui c’è anche il mio numero. Il vostro è alla reception. Quando sapremo qualcosa, la chiamerò. Giovanna restava accanto al cane durante le flebo, lo accarezzava, gli sussurrava parole dolci. L’animale restava apatico, indifferente a punture, carezze, cibo. – Non vuole più vivere, – sospirò l’infermiera, – chissà il dolore del tradimento… abbiamo chiamato, ma ci hanno detto che di quel cane non sanno nulla… Intanto gli esiti degli esami arrivarono. Il chirurgo chiamò Giovanna la sera. – Non le nascondo la verità: la situazione è gravissima, quasi senza speranza. Se solo avesse voglia di vivere, se solo potesse mangiare qualcosa e trovare il calore di una persona che ama… si potrebbe tentare. Ma anche in questo caso ci vorrebbe solo un miracolo… – Si fermò. – Ne ho curati tanti, ma ogni storia è come la prima, non mi ci abituo mai… – Proviamoci, – esclamò Giovanna stringendo la mano al medico. – E se accadesse un miracolo? La mattina seguente Giovanna era al fianco della cagnolina, che si spegneva a vista d’occhio. Giovanna piangeva, le sussurrava dolcemente, la coccolava sotto il muso, la grattava dietro le orecchie, cercando uno sguardo negli occhi spenti. – Se muori tu, muoio anch’io, – sentì dire l’infermiera. Si voltò e vide la ragazza appoggiata al muro, occhi chiusi e il viso rigato di lacrime. L’infermiera si asciugò il naso, commossa. Giovanna sentì una lingua canina sfiorarle debole la mano. Le mise accanto una ciotola d’acqua. L’operazione durò oltre tre ore. Giovanna attese lungamente. Alla fine il chirurgo uscì stremato. – L’operazione è andata bene, ma non garantisce nulla. Ora è sotto anestesia, sarà meglio che qualcuno sia qui al risveglio. Forse oggi abbiamo assistito a un piccolo miracolo, chissà… Il recupero di Marvel fu duro. Così chiamò la cagnolina: Marvel, il mio miracolo. Febbre, farmaci, notti insonni, punture su punture. *** Quattro mesi dopo, l’autunno avanzava. Giovanna e Marvel passeggiavano ormai a lungo nel bosco. La cagnolina aveva capito di non dover più temere l’abbandono e si era affezionata sempre più alla sua nuova padrona. Ma la padrona… Giovanna rifletteva con timore al destino del cane, quando la sua malattia avrebbe avuto il sopravvento. Così iniziò a cercare per Marvel una nuova casa. Fissò un appuntamento per la visita; aveva bisogno che la cagnolina si abituasse a nuove mani. Ma prima, la mattina, doveva andare in ospedale a ritirare i suoi esami. – Domani saprò la verità. Ho paura, ma devo farcela. Devo riuscire perché Marvel abbia il tempo di legarsi a qualcun altro. Mio Dio, che paura… Dopo una notte insonne, Giovanna era apatica, solo il cane riusciva a interessarla. L’infermiera la chiamò nell’ufficio del primario. – Senta, i suoi risultati mi hanno sorpreso – la voce vellutata dell’oncologo le arrivava dritta nell’anima – È raro, ma sembra che il suo organismo abbia reagito. In senso positivo – è in remissione. Bisogna tenere la situazione sotto osservazione. Mi auguro che riprenda anche psicologicamente. Le nostre congratulazioni! Sa, è proprio un miracolo! A casa la aspettava una Marvel felice, che le corse incontro scodinzolando e le diceva con gli occhi “Dove sei stata? Mi preoccupavo!”. Si sedette sul pavimento e abbracciò il muso scodinzolante. – Marvel, tu sei il mio miracolo! Il mio vero miracolo! – Restarono a lungo abbracciate sul pavimento. C’è felicità più grande che scoprire che l’Universo ci regala ancora tempo… e che noi possiamo donare amore l’un l’altro?
La mia vera vita