Glasha, vuoi sposarti?

Caro diario,
questa mattina mi sono svegliata con il pensiero fisso di un gioco di parole che mi ha perseguitata tutta la notte: Ginevra, vuoi sposarti?. Il ragazzo, Michele Zannini, mi ha spinto il braccio con la solita arroganza, come se volesse mettere alla prova la mia pazienza. Io, pronta a rispondere, ho sbattuto la mano contro di lui, e lui, con un sorriso che mostrava i denti, ha osservato le curve generose di Ginevra Agapova, la nostra amica più voluminosa.

Michele, ti interessa? Se non è così, andiamo a rotolarci nel granaio dammi almeno una mano, ha borzato, tentando di avvicinarsi. Senza pensarci troppo, lho lanciato nella rovo, dove è finito come un elicottero impazzito, le braccia agitate in aria, mentre dal club dei giovani scoppicava una risata fragorosa.

Ehi, rotellina, ha sputato Michele, appena uscito dal rovo e strofinandosi il sedere dolorante, pensi davvero che io rida di te? È su di te che scoppia la risata.

Ginevra si è voltata, stringendo le labbra per non far fuoriuscire una rabbia più grande. La nostra compagna, Natalina, mi ha posato una mano sulla spalla e ha detto: Che fai, Gine? Non conosci Michele? A lui basta solo fare il sornione.

Ho sorriso, ma non piangerò. Sono ormai abituata a queste mosse, e capisco che Natalina è brava a calmare gli animi: non la chiamano pallina, è forte ma al mio fianco è come un salice fragile.

Andiamo, il film sta per cominciare, ha detto Natalina, e siamo entrate tutte insieme nella penombra del club di paese. Ho aggiustato il vestito, ho preso posto sui sedili di legno scricchiolanti di una casa del popolo degli anni sessanta. Il comfort era scarso, ma lemozione del cinema era più che sufficiente.

Ho sospirato osservando le eroine slanciate sul grande schermo. La sorella maggiore, Maria, era più snella di me, eredità del padre magro, così come il fratello minore, Nicola, che sembrava un fuso. La mamma, invece, era rotonda, e forse da lei ho preso la mia forma. La madre di Ginevra, Claudia, era sempre attiva, non sembrava mai stancarsi, e con il padre andavano daccordo come due rami intrecciati.

Ho pensato, allora, che forse non avrei mai trovato lanima gemella nel nostro piccolo borgo, né altrove.

Domenica, le ragazze mi hanno convocata al centro del municipio perché il nuovo autobus con la bancarella dei dolci stava per arrivare. Così abbiamo trovato posto su una panchina di legno, saltellando sui cunicoli di ciottoli come palline in un campo da bocce. Dopo un breve tragitto, siamo arrivati al palazzo comunale, con la sua piazza assolata e laltoparlante che diffondeva musica per tutta la zona. Lì, vicino a un barile di grappa, le ragazze hanno corso, ridendo, chiudendo gli occhi al sole.

Guarda quella pallina, ho sentito dire a me stessa, e ho desiderato che quelle parole non fossero su di me, ma nessuna delle mie amiche era così leggera. Ho girato lo sguardo verso due ragazzi sotto un albero: uno pensieroso, laltro con un sorriso beffardo, che scrutava Ginevra da capo a piedi e spingeva il suo compagno a fare lo stesso.

Mi sono avvicinata alle compagne, desiderando nascondere i miei occhi che sembravano olivi dolio, pronti a pizzicare chi mi guardava. Ragazze, arriveremo anche noi al ballo? ha annunciato Ninetta. È già sera quando torniamo a casa? Ce la faremo! Lo zio Vincenzo ha promesso di prenderci dal centro culturale. Andiamo o no? Andiamo! Abbiamo corso verso il centro culturale, dove la musica era quasi sempre una sola fisarmonica, ma quel giorno cerano colonne bianche e unorchestra della regione, un evento speciale per le festività.

Ho osservato il bordo del mio vestito azzurro, felice di averlo scelto, e ho cercato di stare al passo con le altre. Nessuno mi ha invitata, lo sapevo, ma le ragazze giravano in cerchio, sorridenti, felici. Io rimanevo accanto a un muro, come se qualcuno mi osservasse. Il mio viso, con i capelli castani intrecciati in due trecce, il naso aquilino e le guance rosate, non raccontava molto a chi non guardava con cuore.

Magari potremmo ballare perché stare lì?. Ho riconosciuto subito il ragazzo che avevo visto in piazza accanto al burlone, ed è stato lui a chiedermi: Posso? ho annuito. Era più alto di me, silenzioso, e poi ha chiesto: Come ti chiami? Ginevra, Gine. Io sono Stefano. Di dove sei? Di Berceto. Ah, è vicino. Dove abiti? Qui, adesso. Prima eri in città, a studiare e a lavorare.

Mi ha accompagnata alla macchina, ma non ha avuto il coraggio di parlare di più. Il suo amico, Yuri, ha commentato: Ti vedevo girare intorno alla pallina, perché la chiami così? Ha un nome. Oh, Stefano, sei innamorato, ha sorriso. Perché subito innamorato? È solo una ragazza bella, simpatica, gentile. Stefano, non offenderti, era solo uno scherzo. Se fossi serio, potresti chiedere un altro incontro. Non sono solo, ho Valentina e Vito, devo prenderli. Una ragazza perché volere figli altrui quando ha i propri?

Stefano ha sfiorato i miei capelli scuri, si è salutato con lamico e è tornato a casa. Era cresciuto qui, ma aveva studiato altrove. Sua madre, morta lanno scorso, lo aveva lasciato a prendersi cura dei due fratelli più piccoli: Vito, sette anni, e Valentina, dieci. Londata di tristezza lo aveva colpito, e la zia Zoe, amica di sua madre, lo aveva spronato: Devi sposarti, Stefano. Hai bisogno di una donna con figli, così sarai pari. Conosco una, Serafina Curdi, più giovane di Vito, forse adatta a te.

Ho ascoltato, ma ho risposto che non era il momento. Non voglio un carico, non voglio unancora. Ho deciso di non discutere ulteriormente.

Ora, mentre torniamo indietro sui sentieri di Berceto, mi perdo nei ricordi di quel ragazzo dagli occhi grigi, timido, che non conosco davvero, ma che mi incuriosisce. Ecco, guardami allo specchio, mi dico, sono una pallina, ma è così. Natalina a volte mi chiama pallina nostra, ma è un dolce tormento.

Domenica scorsa, le ragazze mi hanno invitata al centro, ma ho detto di no. Cosa ci faccio lì?, ho pensato, ricordando Stefano. Vorrei che mi chiamasse, ma è rimasto in silenzio.

Da lunedì il lavoro nei campi è stato intenso, le ragazze esauste si sono sdraiate sullerba. Gine, ho dimenticato tutto, ha detto Natalia, avvicinandosi e sussurrandomi: Il ragazzo di cui ti ho parlato, quello del ballo, ti aspetta domenica prossima. Lorchestra arriverà, ti chiama. Io? Sì, ha chiesto di te, perché non sei venuta. Andremo tutti, ha confermato. Lui aspetta proprio te. Il mio viso si è scaldato, prima di gioire, poi di temere: E se mi chiamasse come Michele Zannini, a farmi andare al granaio per giocare?

Ho passato la settimana con questi pensieri. Non siamo andate in piazza né al ballo. Separandomi dalle amiche, Stefano e io ci siamo seduti su una panchina dombra nel parco. Volevo rivederti, ha confessato, stringendo il cappellino con le mani tremanti. Pensavo che non volessi, ma forse hai già un fidanzato. Non ho un fidanzato. Anchio non ho una sposa. Ha poi aggiunto: Ho due fratelli, dieci e sette anni. Il padre è morto, la mamma ora è andata. Sono il loro capo. Mi ha guardato negli occhi, come a dire: Questo sono io. E allora mi piaci, ho sussurrato. Meglio dire subito, così non sarà più doloroso.

È cambiato qualcosa?, ho chiesto. Mi piaci ancora. Allimprovviso Stefano mi ha avvolto in un abbraccio timido e ha detto: Gine, i miei fratelli, Valentina e Vito, sono buoni, si cureranno da soli, avranno le loro famiglie, davvero, non sono un peso.

Lautunno è arrivato, la famiglia Agapova ha spazzato via lorto, e la sera il fuoco del camino scaldava la casa. Ero accanto al camino, con il vestito azzurro, guardando lorologio. Claudia ha sospirato: Il figlio di mezzo si sposa, è un bravo ragazzo, anche se ha dei figli. Il papà, tamburellando le dita sul tavolo, ha detto: Con un ragazzo così, Ginevra non si perderà. Avrà figli e ne crescerà una nuova vita. Correte, gli sposi stanno arrivando!, ha esclamato Claudia. Sono saltata fuori senza nemmeno prendere il mantello, pronta a incontrare lo sposo.

Valentina e Vito sono corsi verso di me, afferrandomi le mani, gli occhi pieni di un linguaggio che non ha bisogno di parole. Lasciate che Gine vada, ride Stefano, abbracciamola. Sì, farina e zucchero, sposo e sposa! hanno cantato i bambini, mentre entravano tutti nella casa. Ho dimenticato i soprannomi, i rimproveri, le risate cattive. Forse, se qualcuno mi chiamasse ancora pallina, risponderei con un sorriso.

Caro diario, non so ancora dove mi porterà il futuro, ma sento che il cammino accanto a Stefano è già più chiaro, anche se il sentiero è ancora pieno di incognite.

Con affetto,
Ginevra.

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Glasha, vuoi sposarti?
HA CALPESTATO I MIEI SOGNI QUESTA DONNA SPREGIUDICATA —Figlio mio, se non la smetti con quella sfrontata opportunista, considera che non hai più una madre! Quella Nina ha almeno quindici anni più di te!— mi ripeteva sempre la mamma. —Mamma, non ci riesco, non ce la faccio! Anche se lo volessi…— mi giustificavo io. …Avevo una ragazza del cuore, la mia Lenoccia di 14 anni. Pura, timida, desiderata. Quando l’ho conosciuta alla discoteca della scuola, io ne avevo 18. Mi piaceva così tanto Lenoccia, da morirci! Attraverso la sua amica, con mille scuse, l’ho invitata a uscire. Credete sia venuta? Macché! Ho cominciato a seguirla come un cacciatore. Ho trovato il suo numero, chiamato, supplicato per un appuntamento. Alla fine, si è arresa. Ma ha voluto che chiedessi il permesso a sua madre. Ero tremante sulla soglia di casa sua. La mamma di Lenuccia si è rivelata una donna simpatica, mi ha affidato la figlia per due ore. Abbiamo passeggiato nel parco, chiacchierato, riso. Tutto innocente. All’improvviso, Lenuccia mi dice: —Vova, ho già un ragazzo. Credo di amarlo. Ma è un cascamorto. Sono stufa di trovarlo con altre. Però ho il mio orgoglio. Proviamo a frequentarci noi, che dici? Alzai le sopracciglia incuriosito. Quindi, Lenoccia poteva sembrare timida ma in realtà sapeva già amare… Mi sono invaghito ancora di più. Le due ore sono volate, poi ho riconsegnato Lenuccia alla mamma. …Col tempo, non potevo più vivere senza di lei. Anche la mia mamma ha amato subito quel “raggio di sole”. Lenuccia stava spesso da noi. Mamma la riempiva di consigli femminili, a volte si scordavano pure di me a parlare tra loro. Quando Lenuccia ha compiuto 18 anni, abbiamo parlato di matrimonio. Nessuno di noi, né le famiglie, aveva dubbi. Le nozze sarebbero state in autunno. …E’ arrivata l’estate. Lei è partita in campagna dalla nonna, io sono rimasto in villeggiatura a dare una mano a mamma. Un giorno innaffio l’orto, mi chiama una donna sui 35 anni, spettinata, scomposta, con uno sguardo acceso. Non l’avevo mai vista tra i vicini. Mi chiede da bere. Le porgo una tazza d’acqua fresca di pozzo. —Grazie giovanotto! Quasi crepavo di sete. In cambio le offro la mia ‘liquore casalingo’. Prenda, non si formalizzi. Ed ecco che mi ritrovo una bottiglia piena in mano. Di sera, a cena, bevo quel liquore. Quella sera la mamma era via in città, sono rimasto solo. Se ci fosse stata, mai mi avrebbe fatto toccare quella bottiglia! Il giorno dopo, la donna torna. Si chiama Nina; vive nel paese vicino. La invito in casa. Di nuovo la solita bottiglia, chiacchiere, un’insalatina e due panini. Senza accorgerci, la bottiglia finisce. Ancora oggi mi maledico per ciò che successe dopo… Nina mi ha stregato come un ragazzino, mi ha soggiogato. Ero come un manzo al guinzaglio. Quando mi sono ripreso non c’era più. Mia madre mi scuoteva per svegliarmi: —Vladimir! Cosa è successo mentre non c’ero? Con chi hai bevuto? E il tuo letto? Sembra ci sia passato sopra un branco di cavalli! —preoccupata, era confusa. Riuscii appena ad aprire gli occhi, testa pesante, mani tremanti… Non seppi spiegare. La sera, tornai in me. Ricordai tutto. E mi vergognai di fronte a Lenoccia… Non passa una settimana e Nina ricompare. E io… Sono pure contento di vederla, quasi mi mancava! Mamma si precipita sulla porta, mani sui fianchi: —Lei cosa vuole qui, signora? La porto via, la rimprovero: —Mamma, che modi! Magari voleva solo un bicchiere d’acqua! —Uhm… Questa è Ninetta-la-Perditempo del paese! Tutti la conoscono. Gira per le villette, seduce uomini! Che non pensi di portarsi via anche te! Mandala via prima che sia troppo tardi! Ma ormai era troppo tardi. Mi aveva già stregato con la ‘pozione magica’. Sentivo che non l’amavo, non era mia, eppure la seguivo come un’ombra. Lenoccia, la promessa sposa, me la dimenticai. E quando le parlai, Nina mi disse: —Vladimir, il primo amore non è mai la vera fidanzata. Il matrimonio saltò. Mamma invitò Lenoccia a casa e confessò tutto: —Cara, perdona Vladimir, non sa cosa fa. Quando se ne accorgerà sarà tardi, perderà tutto con quella donna. Tu pensa alla tua felicità, non aspettarlo. Lenoccia si sposò serenamente. Mamma, per separarmi da Nina, andò in caserma e chiese che mi chiamassero subito in servizio militare. All’epoca avevo rinvio. Fui spedito in Afghanistan. Di quello che passai laggiù non parlo… Tornai senza tre dita della mano destra, una ferita lieve. La mia psiche era distrutta. Diventai temerario e insensibile. Nina mi aspettava e ormai avevamo un figlio. Prima di partire, non ero sicuro di tornare vivo, e decisi di lasciare almeno un figlio. In guerra sognavo una famiglia con cinque figli. Mamma continuava a odiare Nina. Con Lenoccia era sempre affettuosa, persino lavorava a maglia per sua figlia. Credeva pure che fosse mia figlia… Mi avrebbe fatto piacere, ma non era così. Lenoccia veniva a trovare mamma, si informava di me. Mamma sospirava: —Oh Lenoccia, Vladimir è ancora con quella… Non si staccherà mai! Questi discorsi me li ha riportati lei stessa, anni dopo. Mi sono trasferito al Nord per lavoro. Nina e i nostri tre figli vennero con me. Ne nacquero altri due. Ho coronato il mio sogno. Ma dopo due anni, una figlia morì di broncopolmonite. Clima troppo duro. Torniamo a casa, tra le nostre betulle, si sopportano meglio le disgrazie. Mi tornava sempre più in mente Lenuccia, la mia ex promessa. Una nostalgia struggente. Chiesi a mamma il suo telefono, mi ha dato persino l’indirizzo, avvertendomi però: —Non ti intromettere nella sua vita, lascia perdere! L’ho chiamata subito. Lei era ancora più bella. Mi ha invitato a casa. Il marito mi ha conosciuto come ‘amico d’infanzia’ e ci ha lasciati soli. Sul tavolo una bottiglia di spumante, frutta. —E allora, Vladimir? Racconta come va la vita — mi disse lei guardandomi dritta negli occhi. —Perdonami, Lenoccia. Così è andata. Nulla cambierà ormai. Ho quattro figli…— balbettavo. —Non cambiare nulla, Vova. Ci siamo rivisti, abbiamo ricordato la gioventù, va bene così. Solo tua mamma mi dispiace… Tu sii dolce con lei — mi raccomandò. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, sempre bella e desiderabile. Presi la sua mano, la baciai teneramente: —Lenoccia, ti amo come allora. Ma il nostro amore è passato e basta. Ti chiedo perdono! —Vova, è tardi. Vai. Ma non potevo andarmene così. Mi travolsero emozioni enormi, un desiderio folle! …Al mattino me ne andai in silenzio. Lei dormiva serena. Cominciammo a vederci di nascosto per tre anni. Poi lei si trasferì in periferia, la storia si interruppe per sempre. …Ho divorziato da Nina quando i figli sono cresciuti. Aveva ragione mamma. Una donnaccia resta tale: è passata sulla mia vita come un uragano, calpestando i sentimenti, spezzando il cuore. …Per quanto uno lavi l’acqua, acqua resta. Solo uno dei miei figli si è rivelato davvero mio. Il primogenito…