CALPESTÒ IL DESTINO UNA SCONOSCIUTA
Figlio mio, se non lasci quella sfrontata, considera che non hai più una madre! Quella Nunzia ha almeno quindici anni più di te! continuava a ripetermi mia madre con voce accorata.
Mamma, non riesco Ci ho provato mi giustificavo ogni volta.
Avevo una ragazza che amavo, una dolce fanciulla di nome Beatrice, aveva quattordici anni. Pura, riservata, desiderata. Lavevo conosciuta a una festa scolastica, io ne avevo diciotto. Mi incantò Beatrice, cera quasi da piangere tanto la trovavo speciale.
Attraverso una sua amica, con mille stratagemmi, riuscii a invitarla a uscire. Ma credete che sia venuta? Macché! Io, come un cacciatore, iniziai a seguirla, a cercare il suo numero, la tormentavo con telefonate, la supplicavo di vedermi. Alla fine la ragazza cedette, ma mi avvertì: “Vieni da casa mia, chiedi il permesso a mia madre”.
Ero fuori dalla porta di casa di Beatrice, sudavo, mi sentivo goffo ed emozionato.
La madre si rivelò una donna gioviale, con uno spirito allegro. Mi affidò la figlia per due ore.
Passeggiammo nel parco, ridendo e chiacchierando. Tutto si svolse con innocenza. Allimprovviso Beatrice disse:
Gino, io ho già un fidanzato. Credo di amarlo. Però lui è un gran donnaiolo, mi sono stancata di sorprenderlo sempre con unaltra. Mi resta ancora un po di dignità. Proviamo a diventare amici, che ne dici?
Alzai le sopracciglia, ancor più incuriosito. Così, Beatrice poteva sembrare una ragazzina ingenua, ma forse aveva già conosciuto lamore. Fu per me ancora più interessante.
Le due ore volarono e riportai Beatrice dalla madre.
Col tempo, non potevo più vivere senza quella ragazza.
Anche mia madre si affezionò a quellraggio di sole. Beatrice veniva spesso a casa da noi, mia madre cercava di insegnarle i trucchi e i segreti femminili. Spesso, in mezzo alle loro chiacchiere, si dimenticavano pure di me.
Quando Beatrice compì diciotto anni, iniziammo a parlare di matrimonio. Nessuno di noi, né le nostre famiglie, aveva dubbi: ci saremmo sposati.
Stabilimmo la data per lautunno.
Arrivò lestate e Beatrice partì per il paese dalla nonna. Io passai tutta la stagione nella casa di campagna di famiglia, ad aiutare mia madre con lorto.
Un giorno, mentre annaffiavo i pomodori, sentii una voce:
Giovanotto, posso avere dellacqua?
Mi voltai e vidi una donna sui trentacinque anni, trasandata, spettinata, ma con uno sguardo vivace. Non ricordavo di averla vista tra i vicini, ma non potevo negare un po dacqua. Versai dellacqua fresca dalla fonte in una tazza e gliela portai:
Beva pure
La donna bevve con piacere e disse:
Oh grazie, ragazzo! Stavo morendo di sete! Ho qui con me il mio liquore alle ciliegie. È dolcissimo accettalo in segno di gratitudine!
E la sconosciuta mi porse una bottiglia piena. Mi sembrava scortese rifiutare. Gridai dietro di lei che si allontanava:
Grazie!
Quella sera, a cena, bevvi il liquore. Mia madre quel giorno era partita per Firenze, e io rimasi solo in campagna. Con lei non lavrei mai bevuto.
Il giorno dopo, la donna tornò. Facemmo conversazione. Si chiamava Nunzia. Viveva poco più in là, in un piccolo borgo. La invitai in casa. Portava ancora con sé la stessa bottiglia di liquore dolce. Presto improvvisai uninsalata e dei panini. Chiacchierando, non ci accorgemmo neppure che il liquore era finito. Ancora oggi, dopo tanti anni, mi maledico per ciò che accadde dopo.
Nunzia, come una strega, mi sedusse. Fui come un vitello legato al suo laccio, completamente sotto il suo incantesimo. Non capivo che mi stava succedendo, mi sentivo in un sogno confuso.
Quando mi ripresi, Nunzia non cera più. Cera invece mia madre che cercava di scuotermi:
Gino! Che è successo mentre ero via? Con chi hai bevuto? Perché il tuo letto sembra calpestato da un branco di cavalli? borbottava preoccupata.
A stento aprii gli occhi, la testa mi ronzava e le mani mi tremavano. Non riuscii a dare una spiegazione a mia madre. La sera tornai in me. Ero pieno di vergogna verso la mia promessa sposa Beatrice.
Nemmeno una settimana dopo, Nunzia venne di nuovo. E fui persino felice di rivederla, perfino un po mi era mancata. Mia madre uscì sulluscio:
Che vuole, signora?
Trascinai dentro mia madre.
Mamma, dai! Non si trattano così gli ospiti! Magari cerca solo dellacqua, sei sempre così accogliente di solito, provai a calmarla.
Ospite? Ma questa è Nunzia la Zingara! La conoscono tutti in paese Si aggira da una casa allaltra, seduce gli uomini Una poco di buono! Vuole anche il mio figliolo! Non lo permetterò mai! Cacciala subito! urlava furiosa mia madre.
Non capiva che ormai era tardi. Sera insinuata in me quella sua magia, con quel liquore di miele. Mi legaiva a lei una forza estranea alla mia volontà. Sentivo che non lamavo, non era la mia donna, eppure correvo sempre dietro a lei come unombra.
Di Beatrice mi scordai del tutto. E quando dissi a Nunzia della mia promessa sposa, lei mi rispose:
Ginetto, il primo amore non è vera promessa
Le nozze saltarono.
Mia madre invitò Beatrice a casa e le raccontò tutto:
Perdonalo, tesoro, Gino è solo uno sciocco. Neanche lui sa che si sta buttando dentro un pozzo senza fondo. Quando se ne accorgerà, sarà tardi. Ma tu, Beatrice, pensa alla tua vita, non aspettarlo, si scusava mia madre.
Beatrice si sposò, serenamente.
Mia madre, per allontanarmi da Nunzia, si recò al distretto militare e chiese che mi chiamassero al servizio, benché avessi una proroga. Mi arruolarono e finii in missione. Non racconterò tutto ciò che vissi laggiù Tornai senza tre dita della mano destra. Una ferita leggera, dissero.
La mia psiche ne uscì segnata. Divenni impavido e indifferente. Nunzia mi attese. Avevamo già un bambino. Prima di partire per la missione, avevo deciso di lasciare un seme se mai non fossi più tornato. Durante la guerra sognai cinque figli.
Mia madre continuava a non sopportare Nunzia. Stimava ancora Beatrice, le faceva scarpine e cuffiette per la figlia. Per una strana convinzione, mia madre era certa che la bimba di Beatrice fosse mia. Mi avrebbe fatto piacere ma non era così.
Beatrice, intanto, veniva ancora a trovarla. Chiedeva di me. Mia madre sospirava:
Oh Beatrice, Gino ancora con quella sfrontata. Non lo capirò mai Cosa ci trova?
Anni dopo, Beatrice mi raccontò quello che mia madre le disse.
Nel frattempo, mimbarcai per il Nord. Nunzia e i tre figli vennero con me.
Lì nacquero altri due bambini. Il mio sogno di cinque figli si era avverato. Ma dopo due anni, la nostra bambina di cinque anni morì di polmonite. Il clima rigido del Nord non perdona. Tornammo alle nostre terre. È più facile affrontare il dolore sotto gli ulivi di casa.
Sempre più spesso ricordavo Beatrice, la fidanzata scartata. Una nostalgia malinconica mi assaliva. Chiesi il suo numero a mia madre, che mi diede pure lindirizzo, ma mi ammonì: Non turbare la sua famiglia. Non serve riaprire vecchie ferite.
Chiamai, e subito ci incontrammo. Beatrice era diventata ancora più bella. Mi invitò a casa, mi presentò al marito come amico dinfanzia. Forse lui era così sicuro della moglie che non ebbe problemi a lasciarci soli, andando al lavoro di notte.
Sul tavolo cera una bottiglia di prosecco lasciata a metà e frutta fresca. La figlia di Beatrice era dalla nonna.
Allora, bentornato Gino! So tutto da tua madre. Raccontami tu: come va la vita? sospirò Beatrice, guardandomi con quegli occhi che portavano lontano.
Perdonami, Beatrice. È andata così. Ormai non posso cambiare nulla. Ho quattro figli, balbettai.
E non cè nulla da cambiare, Gino. Ci siamo visti, abbiamo rivisto i ricordi della gioventù e basta. Solo mi dispiace per tua madre. Lei soffre ancora per te. Sii più affettuoso con lei, mi consigliò Beatrice.
Guardavo Beatrice, non riuscivo a staccare gli occhi. Il tempo laveva risparmiata. Ancora uguale, ancora desiderata. Le presi la mano, la baciai con una dolcezza infinita.
Beatrice, ti amo come allora, quando eravamo ragazzi. Solo che il nostro amore è svanito, come una barca che passa. Non posso riscrivere la vita, non bastano le parole per tutto il rimpianto che ho mi sfogai.
Gino, è tardi ormai, devi andare, pose fine Beatrice a quellabbraccio.
Ma come avrei potuto andarmene così?
Mi travolse unondata di emozioni, una passione improvvisa infiammò il mio cuore!
La mattina dopo me ne andai in silenzio. Lei dormiva serena.
Continuammo a vederci in segreto. Così per tre anni. Poi Beatrice si trasferì con la famiglia in un paese vicino e tutto finì.
Con Nunzia divorziammo, quando i figli furono grandi. Aveva ragione mia madre. Una sfrontata rimane una sfrontata. Ha calpestato la mia vita, spezzato il mio cuore.
Puoi bollire lacqua quanto vuoi, resta sempre acqua.
Della mia carne, ho riconosciuto un solo figlio. Il primoOggi bevo il mio caffè lento, guardando fuori dalla finestra le foglie che ruotano nel vento. Ogni tanto mi passa accanto uno dei miei figli, chi con uno sguardo schivo, chi con un sorriso incertoognuno un mistero e una benedizione. Penso a mia madre, ormai una voce lontana di ricordi e detti popolari, e sento il peso di tutto ciò che ho perso e trovato.
Beatrice non la cerco più. Ogni tanto una lettera, una cartolina destate: Saluti da Trani, qui il mare è calmo. Nessuna promessa, nessun rancore, soltanto la traccia di unaffinità che ha resistito al tempo, come un profumo che non si cancella dalle mani.
A Nunzia non porto odio. Piuttosto, gratitudine assorta: anche dalle strade sbagliate si costruisce un cammino, e le sue ombre hanno lasciato spazio a giorni migliori. Dei miei errori, ho fatto storie da raccontare la sera, davanti al fuoco, quando i figli chiedono: Papà, comera la vita da giovane?
Rispondo con un sorriso amaro: Ho corso dietro a sogni, a donne, a chimere. Ma il vero coraggiolho imparato tardista nel restare. Nel riconoscere il proprio posto, anche se bagnato dalla pioggia.
E quando la notte cade, sogno ancora una Beatrice che corre nel prato, i capelli sciolti e le risate leggere, troppo giovane e troppo vera per restare. Al risveglio, sento il profumo pungente della terra e il pianto di un nipote che reclama la vita.
Forse, questa è la mia eredità: amare senza possedere, lasciare andare senza odiare. E scoprire, a distanza di una vita, che nessuna strada è davvero perduta se la si percorre con il cuore, anche quando trema.
Così ogni mattina, nella pace di questa casa un po vuota e piena di voci, calpesto anchio il destino. Ma con passi leggeri, ormai.







