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Lisa torna al ritrovo degli ex compagni dopo trent’anni per salutare la professoressa preferita: tra abbracci, volti cambiati dal tempo e l’incontro inaspettato con il suo amore segreto del liceo, Vitaliano, Lisa scopre la magia delle seconde occasioni e il valore dei ricordi che non svaniscono mai
Lucia arrivò alla rimpatriata degli ex compagni di scuola. Erano già passati trentanni Aveva deciso di
«Mamma vive sulle mie spalle» — queste parole mi hanno gelato il sangue. Ancora oggi non riesco a scordare il giorno in cui ho letto il messaggio di mio figlio, che mi ha trafitto il cuore. La mia vita nell’appartamento di Bologna si è capovolta, e il dolore di quelle parole ancora risuona nella mia anima.
«Mamma vive alle mie spalle» queste parole mi hanno gelato il sangue.Non potrò mai dimenticare il giorno
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03
Ma quante volte ancora, santo cielo?! – Lisa sbatté il canovaccio sul tavolo. – Sono tornata dall’ufficio un’ora fa, non ho neanche avuto il tempo di cambiarmi! – Dai, ma che ricominci anche tu? – Andrea bloccava il passaggio sulla porta. – La mamma si è affacciata solo cinque minuti. – Cinque minuti? Sul serio? – Lisa indicò la montagna di piatti sporchi. – E le altre dieci persone erano di passaggio? Tutti insieme, proprio? Dalla sala si levò una risata fragorosa. Qualcuno alzò al massimo il volume della TV. – Ma perché ti lamenti come se non fossi di famiglia? – sbuffò Andrea. – Stiamo così bene, è divertente. – Divertente per te, che stai lì a sentire le storie degli altri… Io sto tagliando la terza ciotola di insalata russa! – Lisa fece segno verso la pila di patate. – E sono già le nove di sera. Domani ho una presentazione importante, eh! – Ancora con questa presentazione… Ma va’ là, sono solo delle immagini! – Immagini?? – Lisa divenne paonazza – Quello è un progetto da un milione, che io… – Lisetta! – si fece sentire la suocera, voce sdolcinata. – Ma cos’è tutta questa lentezza col’insalata? Abbiamo fame, dai! Galina P., la suocera, arrivò sulla soglia della cucina, rimettendosi in ordine i capelli. – Ma non potete almeno avvisare quando venite tutti insieme? – provò a restare calma Lisa. – Ma dai, a che serve avvisare? – la suocera infilò la mano nella ciotola dei cetrioli e si prese un pezzo. – Siamo famiglia, siamo venuti a prendere un tè insieme. Ai miei tempi… Giochi di famiglia – Eh, ai vostri tempi non c’erano gli smartphone, – borbottò Lisa. – Come? – strinse gli occhi Galina. – Dicevo: l’insalata è quasi pronta, – Lisa prese platealmente il coltello e iniziò a tagliare la mortadella. – Andreuccio, – la suocera si rivolse al figlio. – Tua moglie è proprio ingestibile. Manca di ospitalità e rispetto per gli anziani… – Mamma, basta dai – Andrea si agitava. – È solo un po’ stanca. – Stanca! – sbottò la suocera – Io alla sua età portavo avanti quattro figli, lavoravo, cucinavo, lavavo, e non mi sono mai lamentata. Un’altra risata dalla sala. Qualcuno urlò: “Andrea, vieni qui, che Vitto ha una storia pazzesca!” – Vado a sentire – si rallegrò Andrea e scappò via. – Sempre così – sussurrò Lisa guardandolo – Quando c’è da fare, lui sparisce subito. – Non permetterti di parlar così di tuo marito! – cominciò la suocera. – Dovresti solo ringraziarlo per averti sposata. Col tuo caratterino… Lisa smise di ascoltare. Guardò il coltello, il tagliere, la confezione di maionese… e si ricordò all’improvviso delle gocce che aveva comprato in farmacia quella mattina… – Sapete una cosa, signora Galina? – disse lentamente Lisa. – Ha ragione. Ora preparo tutto. Questa cena non la dimenticherete mai. – Finalmente! – si entusiasmò la suocera. – Adesso chiamo anche la signora Gina, abita qui vicino. – Te lo ricordi, Galina, quando tua nuora ha salato tutto il risotto? – gridò dalla sala zia Valeria – Abbiamo bevuto acqua tutta notte! – Già – approvò la suocera affacciandosi dalla cucina. – Lisa cucina molto… a modo suo. Lisa mescolò l’insalata contando fino a dieci. Qualcuno suonò di nuovo alla porta. – Sarà Gina! – si animò la suocera. – Andrea, apri! – Sono impegnato! – gridò lui dalla sala. – Lisa, apri tu? – Ho le mani sporche, – ringhiò Lisa. – Ma che donna sei?! – lamentò la suocera andando lei stessa alla porta – Non puoi aiutare tuo marito? Alla porta non c’erano solo nonna Gina, ma anche Marina, sorella di Andrea, col marito e i bambini. – Eravamo di passaggio, – sorrise Marina spingendo i figli urlanti dentro casa. – Ho pensato di salutare il fratellino. – Tutti di passaggio, certo – borbottò Lisa tra sé afferrando un’altra confezione di maionese. Erano già le nove e mezza. – Cos’hai da mormorare? – la suocera si girò subito verso di lei. – Ho detto: venite pure tutti a tavola – rispose Lisa a gran voce. – Tra un attimo è pronto. Prese la scatolina dalla borsa. L’istruzione diceva effetto in un’ora ed era meglio restare vicini a casa e al bagno… Lisa sorrise e versò un terzo del flacone nell’insalata. – Lisa, ma il secondo c’è? – si affacciò in cucina Andrea – I bimbi hanno fame. – Arriva tutto – annuì lei. – Polpette, purè, sugo… il sugo oggi è proprio speciale! – Così si fa! – si rallegrò Andrea – È tanto che non cucinavi così. – Tutto lavoro lavoro – riprese la suocera dal corridoio – Mai a casa, mai a cucinare. – Oggi invece mi supero – mescolava Lisa col cucchiaio. – Preparerò una cena che vi rimarrà nella memoria. Altri colpi di campanello. – Ah, saranno Vitto e Elena! – urlò Andrea – Ho detto anche a loro di venire. Lisa si immobilizzò col cucchiaio in mano. – Hai invitato ancora gente?! – Ma sì, che sarà mai… ormai siamo tanti. Vitto porta pure sua suocera che è qui da loro. Lisa guardò la scatoletta quasi vuota, poi all’insalata, poi contò gli ospiti… – Sai – disse, prendendo anche un’altra confezione dalla borsa – oggi il sugo sarà davvero… memorabile. Così basterà per tutti. – Così ti voglio! – gridò qualcuno dalla sala – Che cena sarebbe senza il sugo? – Senza il sugo non si può – confermò Lisa, dosando le gocce nel sugo – L’importante è che tutti si riempiano la pancia. – Allora, tutti a tavola! – dichiarò solenne Galina. – Guardate come si è impegnata la nostra Lisa! Si accomodarono rumorosamente. I ragazzi si tuffarono nell’insalata. – Ma forse è meglio iniziare col caldo? – suggerì Lisa con falsa dolcezza – L’insalata deve insaporirsi ancora. – Devi sempre complicare – sbuffò la suocera – Dai ai bambini da mangiare! – Giusto – approvò zia Valeria, riempiendosi il piatto. – Una volta si mangiava senza tante storie. – Stavolta sarà qualcosa di diverso – sorrise Lisa. – Una vera esperienza che non scorderete. – Lisa, tu non mangi niente? – chiese Andrea con la bocca piena. – Ho già mangiato fuori – lei restava appoggiata allo stipite – E cucinando mi sono saziata solo a sentire i profumi. – Vedila lì – ironizzò Marina – Adesso non mangia più con la famiglia. Solo lavoro e creatività… – A proposito di lavoro, – si mise in mezzo Vitto – Ma vi pagano veramente per disegnare quelle cose? Bella vita eh… Lisa osservava in silenzio come tutti si riempivano il piatto di nuovo. I piatti si svuotavano in modo inquietante. – Che bontà! – masticò nonna Gina – Finalmente hai imparato, niente più quei tuoi salatini strani. – Già – acconsentì Elena, la moglie di Vitto. – Ti ricordi l’ultima volta col “cesar” e i crostini? Bruciore di stomaco tutta sera! – Tranquilli – disse Lisa con voce calma – Stavolta nessuna acidità. Sentirete qualcosa di… diverso. – Come, scusa? – chiese la suocera. – Dico, magari accendiamo un po’ di musica? – Facciamo! – si entusiasmò Andrea – Prendo la cassa bluetooth. Si alzò ma si fermò sulla porta: – Lisa, sei strana oggi. – Sono solo spettatrice – si strinse nelle spalle lei – Volevo proprio vedere come ve la mangiate… Anzi, come fate il pieno per bene. – Ma dai! – e la pacchettò sulla spalla – Ti piace vederci contenti. Perfino mamma sta lodando. – L’importante è che vi piaccia – annuì Lisa – Ho anche scaldato altro sugo. Specialmente per tua madre, l’ho fatto con amore. Che lo assaggi eh! Guardò l’orologio. Secondo i suoi calcoli, i “super effetti” sarebbero arrivati entro mezz’ora. Proprio in tempo, quando erano tutti belli pieni e rilassati. – Lisetta, – la voce zuccherosa della suocera – Il tè ci sarà? – Certo, – prese la borsa dall’ingresso – Ma ora devo andare di corsa: mi hanno chiamata d’urgenza al lavoro. – Adesso? – sbottò Andrea – A cena di famiglia? Hai visto l’ora? – Perché, che c’è di male? – sorrise sinceramente per la prima volta – Siete arrivati senza avvisare, io me ne vado senza avvisare. Famiglia, no? – Gioventù moderna – allargò le braccia Galina – Nessun rispetto per i valori di famiglia! Ma dopo mezz’ora cambiò tutto… – Andreuccio, non mi sento bene, – sospirò la suocera, tenendosi la pancia. – Anche a me gira lo stomaco, – smorfie Vitto da seduto. – Sarà l’insalata? – zia Valeria tentò, ma non finì la frase che corse subito in bagno. – Ehi, dove corri?! – Marina la seguì – Arrivo prima io! – No, arrivo io! – urlava Elena cercando di sorpassare. In cinque minuti, in corridoio si formò una fila per il bagno fino alla cucina. – Mamma, sto male! – piangevano i figli di Marina. – Resistete! – ringhiò lei saltellando – Galina, quanto ci metti ancora? – Appena entrata! – rispose la suocera mixando rumori toilet-style. – Che roba, – mugolò nonna Gina appoggiata al muro – Ai nostri tempi non succedeva… – Andrea! – urlò Galina dal bagno – Chiama subito tua moglie! Colpa sua e della sua cucina! Andrea prese il telefono, ma Lisa non rispondeva. Solo un messaggio: “Spero che la cena sia stata di vostro gradimento. Ah, anche i vicini hanno il bagno. E Vitto ha casa nel palazzo accanto. Forza, parenti, correte… Magari fate in tempo.” – L’ha fatto apposta? – sussurrò zia Valeria tappandosi la bocca. – Mamma, esci! – gemeva Marina – C’è una fila chilometrica! – Non posso! – urlava Galina – Cosa ci ha messo quella ragazza?! In quel momento suonarono alla porta. La vicina dall’alto: – Tutto bene qui? Il mio lampadario trema… – Non ce la faccio più, – urlava qualcuno in fila – Forse conviene chiamare l’ambulanza? – Quale ambulanza?! – sbraitò Andrea – Così lo vengono a sapere tutti? – E sarebbe meglio fare figuracce coi vicini? – ribatté Marina tentando di spostare Vitto dalla porta. Il telefono vibrò ancora. Messaggio di Lisa: “Ah, dimenticavo, domani chiedo il divorzio.” – Cosa vuol dire divorzio?! – urlò Galina lasciando finalmente il bagno – Andrea, non può farlo! – Pensiamo dopo! – ruggì Vitto lanciandosi nel bagno libero – Ci sono cose più urgenti ora! I bambini di Marina iniziavano a piangere all’unisono. Elena chiamava i vicini. Nonna Gina sbraitava contro la gioventù moderna. E il cellulare continuava a bippare: “E comunque non preoccupatevi per le mie cose – le ho portate via mentre mangiavate. Buona digestione!” “P.S. Mi è piaciuto quando, Andrea, elogiavi le mie ‘immagini’. Ora questi ‘disegni’ daranno i soldi solo a me. Quel progetto da un milione? L’ho consegnato ieri. Non resterò senza lavoro.” “Per te, invece, sarà il caso di cercare in fretta una nuova cuoca per la tua preziosa famiglia. Anzi, meglio imparare a cucinare: per il ristorante ormai non avrai più soldi. Ho svuotato tutto il conto – tanto siamo famiglia, no?” La fila per il bagno continuava a crescere. Un urlo disperato di Marina si sentiva lontano: “I vicini non aprono!!!” E Lisa, intanto, si godeva il suo cappuccino in una tranquillissima caffetteria dall’altra parte di Milano. Per la prima volta in tre anni si sentiva davvero felice.
Ma quanto devo ancora sopportare?! Elisa lancia il canovaccio sul tavolo. Sono tornata da lavoro da unora
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Viktor porta la sua fidanzata a conoscere i genitori: «E se non piacerò loro?» si preoccupa Olga varcando il cancello. «Impossibile! Sei la migliore» la rassicura lui, aprendole la porta di casa. In corridoio li accoglie mamma Eugenia Vitalievna. «Mamma, questa è Olga!» presenta il figlio. «Credevo volessi presentarci la tua fidanzata» sussurra stupita la donna, scrutando la ragazza. «Ma è proprio lei!» sorride allegro Viktor. «Che strano…» mormora con sospetto la suocera. Ma questo era solo l’inizio: il giorno della presentazione ai genitori di Viktor, Olga lo ricorderà per tutta la vita.
15 dicembre Oggi ho portato la mia fidanzata a conoscere i miei genitori. E se non piaccio loro?
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Invisibile in casa mia: quando ti senti esclusa nella tua stessa famiglia
Unestranea in casa propria Ma come fai a non capire, Marco? Giada ormai non riesce più a trattenersi.
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– Anna, hai di nuovo lasciato l’asciugamano bagnato appeso al gancio in bagno? La voce della suocera riecheggiò dall’ingresso appena Anna mise piede in casa dopo una lunga giornata di lavoro. Valentina era lì, braccia conserte e uno sguardo che avrebbe trapassato il marmo. – Si sta asciugando, – ribatté Anna sfilandosi le décolleté. – Per questo esiste il gancio. – In certe case per bene gli asciugamani si appendono allo stendino. Ma tu, che vuoi saperne? Anna passò oltre, ignorando volutamente la suocera. Ventotto anni, due lauree, un ruolo da dirigente – e ogni santo giorno doveva sopportare lamentele sugli asciugamani. Valentina la seguì con occhi critici. Quel suo modo di fare – taciturno, distante, come se qui comandasse lei. A cinquantacinque anni, Valentina pensava di sapere riconoscere la gente al volo, e Anna non le era mai andata a genio. Fredda, altezzosa. Per suo figlio Massimo serviva una donna calda, di casa, non questa statua di ghiaccio. Nei giorni seguenti Valentina osservava. Annotava. Ricordava… – Arturo, raccogli i giochi prima di cena. – Non voglio. – Non t’ho chiesto se vuoi o no. Raccoglili. Il piccolo Arturo, sei anni, sbuffò ma si mise a raccogliere i soldatini sparsi ovunque. Anna tirava dritto, tagliando le verdure senza voltarsi. Valentina spiava dal salotto. Ecco, proprio quella freddezza aveva sempre notato. Mai un sorriso, mai una parola dolce. Solo ordini. Povero bambino. – Nonna, – Arturo si arrampicò accanto a lei sul divano quando Anna andò in camera a sistemare il bucato. – Ma perché mamma è sempre cattiva? Valentina lo accarezzò piano sulla testa. Il momento perfetto. – Vedi, tesoro… Alcune persone sono fatte così. Non sanno mostrare affetto. Triste, vero? – Invece tu lo sai fare? – Ma certo, amore mio. La nonna ti vuole tanto, tanto bene. La nonna non è cattiva. Arturo si strinse a lei. Valentina sorrise. Quando restavano da soli, gettava nuove ombre sul quadro. Con cautela, goccia a goccia… – Oggi la mamma non mi ha fatto vedere i cartoni, – si lamentò Arturo dopo una settimana. – Tesoro. La mamma è severa, vero? Pure la nonna a volte pensa che lei esageri con te. Ma tu non ci pensare, vieni da me: io ti capisco sempre. Il bimbo annuiva, assorbendo ogni parola. La nonna è buona. La nonna capisce. E la mamma… – Sai, – continuava Valentina in un sussurro quasi complice, – alcune mamme proprio non riescono ad essere dolci. Non è colpa tua, Arturo. Sei un bambino meraviglioso. È la tua mamma che non va. Arturo la abbracciava. Un piccolo gelo si annidava nel cuore quando pensava a sua madre. Dopo un mese Anna notò il cambiamento. – Arturo, amore, vieni qui dalla mamma che ti abbraccio. Lui si scansò. – Non voglio. – Perché? – Per niente. Fuggì dalla nonna. Anna rimase immobile, le braccia tese nel vuoto. Qualcosa s’era rotto e non sapeva quando. Valentina assistette alla scena dall’ingresso, sulle labbra un sorriso soddisfatto. – Amore, – la sera Anna si inginocchiò accanto ad Arturo, – sei arrabbiato con la mamma? – No. – Allora perché non vuoi giocare con me? Lui si strinse nelle spalle e la guardò distante. – Voglio stare con la nonna. Anna lo lasciò andare e dentro sentì una fitta dolorosa. – Massimo, non riconosco più Arturo, – disse una sera a suo marito, quando tutti dormivano. – Mi evita. Prima non era così. – Ma dai, Anna. I bambini sono così. Un giorno così, il giorno dopo cosà. – Non sono capricci. Mi guarda come se avessi fatto qualcosa di brutto. – Esageri. La mamma sta con lui tutto il giorno mentre lavoriamo. Forse si è solo affezionato. Anna stava per replicare, ma Massimo era già immerso nel telefono. – La mamma ti vuole bene, – diceva intanto Valentina la sera mettendo a letto il nipote quando i genitori tornavano tardi. – A modo suo. Freddo. Severo. Non tutte le mamme sono capaci di essere buone, capisci? – Perché? – Succede, tesoro. La nonna invece non ti farà mai male. Ti proteggerà sempre. Non come la mamma. Arturo si addormentava con queste parole. Ogni mattina guardava sua madre sempre più diffidente. Adesso era chiaro di chi si fidava. – Artù, andiamo a fare una passeggiata? – Anna gli porgeva la mano. – Io voglio la nonna. – Arturo… – La nonna! Valentina gli prese subito la mano. – Ma che lo tormenti il bambino? Non vedi che non vuole? Dai, Arturo, che la nonna ti compra il gelato. Se ne andarono. Anna li seguì con lo sguardo, un peso le stringeva il petto. Suo figlio si allontanava da lei, correva dalla suocera, e lei non capiva più nulla. Quella sera Massimo trovò Anna in cucina, davanti a una tazza di tè freddo, persa a fissare il muro. – Anna, parlerò io con lui. Promesso. Lei annuì, non aveva più parole. Massimo si sedette accanto al figlio in cameretta. – Artù, racconta a papà. Perché non vuoi stare con la mamma? Il bambino abbassò lo sguardo. – Così. – Così non è una risposta. La mamma ti ha sgridato? – No… – Allora cosa c’è che non va? Arturo taceva. Aveva sei anni e non sapeva spiegare ciò che sentiva. La nonna diceva che la mamma è cattiva, fredda. Allora, sarà vero. La nonna non mente. Massimo uscì senza risposta… Intanto Valentina preparava la prossima mossa. La nuora appariva sempre più sconfortata – chiaro: ancora un po’ e si sarebbe tolta di torno da sola. Massimo meritava di meglio, una moglie vera, non quella lastra di ghiaccio. – Arturo, – lo intercettò nel corridoio mentre Anna era sotto la doccia, – lo sai che la nonna ti ama più di tutti? – Sì. – E la mamma… la mamma così-così, eh? Niente coccole, niente carezze, sempre nervosa. Povero tesoro mio. Non sentì i passi dietro di sé. – Mamma. Valentina si voltò. Massimo era fermo sulla porta, il viso pallido. – Arturo, vai in camera, – disse piano, con tono fermo, tanto che il piccolo scappò subito. – Massimo, io volevo solo… – Ho sentito tutto. Silenzio. – Tu… – Massimo deglutì. – Tu hai messo mio figlio contro Anna? Tutto questo tempo? – Ma io pensavo al suo bene! Lei lo tratta come una guardia carceraria! – Sei impazzita? Valentina fece un passo indietro. Mai visto suo figlio guardarla così, con disgusto. – Massimo, ascolta… – No. Ora ascolti tu. – Si avvicinò. – Hai messo mio figlio contro sua madre. Mia moglie. Ti rendi conto di cosa hai fatto? – Io volevo solo il meglio! – Il meglio? Adesso Arturo scappa da sua madre! Anna non si dà pace! Questo sarebbe il meglio? Valentina drizzò il mento. – Ottimo allora. Non è la donna per te. Fredda, cattiva, senza cuore… – Basta! L’urlo le gelò il sangue. Massimo ansimava. – Prepara le valigie. Oggi stesso. – Mi butti fuori? – Proteggo la mia famiglia. Da te. Valentina rimase di sasso. Negli occhi del figlio lesse la condanna: nessuna discussione, nessuna seconda possibilità. Un’ora dopo se ne andò. Niente saluti… Massimo raggiunse Anna in camera da letto. – Ora so perché Arturo è cambiato. Anna alzò verso di lui gli occhi rossi. – Mia madre… Diceva ad Arturo che tu sei cattiva, che non lo ami davvero. Ha passato settimane a mettergli la testa contro di te. Anna restò immobile. Poi inspirò pianissimo. – Pensavo di diventare matta. Pensavo di essere una cattiva madre. Massimo le si sedette accanto e l’abbracciò forte. – Sei una madre splendida. È lei… Non so cosa le sia preso. Ma non si avvicinerà più ad Arturo, te lo prometto. Le settimane seguenti furono difficilissime. Arturo chiedeva della nonna, non capiva perché fosse sparita. I genitori parlavano con lui, piano, con pazienza. – Tesoro, – gli diceva Anna accarezzandogli i capelli, – quello che la nonna diceva sulla mamma non era vero. La mamma ti vuole un bene infinito. Arturo la guardava dubbioso. – Però sei cattiva. – Non cattiva, Arturo. Sono severa. Voglio solo che tu cresca una persona buona. Anche la severità è amore, capisci? Il bambino ci pensò su, a lungo. – Vuoi abbracciarmi? Anna lo strinse così forte che lui scoppiò a ridere… Così, giorno dopo giorno, Arturo tornò a essere se stesso. Il vero Arturo. Quello che correva dalla mamma con i disegni in mano. Che si addormentava con le sue ninnananne. Massimo guardava Anna e suo figlio giocare in salotto e pensava a sua madre. Lei chiamò più volte. Massimo non rispondeva mai. Valentina era rimasta sola nel suo appartamento. Senza nipote, senza figlio. Aveva solo voluto proteggere Massimo da una donna sbagliata. E alla fine aveva perso entrambi. Anna appoggiò la testa sulla spalla di Massimo. – Grazie per aver rimesso tutto a posto. – Scusa se ci ho messo tanto a capirlo. Arturo li raggiunse di corsa, si arrampicò sulle ginocchia del papà. – Papà, mamma, domani andiamo tutti insieme allo zoo? La vita, pian piano, riprendeva colore…
Bianca, hai lasciato di nuovo lasciugamano bagnato appeso in bagno? La voce di Giuliana risuonò dallingresso
Il figlio minore — Alessandro, davvero devi partire per questo viaggio? Il cuore non mi dà pace… Chiedi a qualcuno di sostituirti, — sussurrò Olga, cercando di celare la voce tremante. — Questa corsa significa buoni soldi. E ne abbiamo bisogno, Olghina. Sappiamo entrambi che ogni euro ora vale oro, — rispose Alessio, stringendo la moglie tra le braccia e baciandole la fronte, poi dando un bacio alle due bambine chiassose, le gemelline Daniela e Carina. Olga annuì in silenzio. Il cuore le sanguinava, ma la ragione le diceva che il marito aveva ragione: il loro bilancio era al limite. Asciugandosi le lacrime, lo guardò andare via e sussurrò, abbracciandolo: — Torna presto… Ti aspettiamo. La porta si chiuse dietro Alessio. Olga si fece forza, diede da mangiare alle bambine e le portò fuori per una passeggiata. La giornata passò sorprendentemente tranquilla. Niente capricci, niente pianti — quasi che anche le bambine percepissero qualcosa di inquietante. Ogni sera, alle dieci, si sentivano al telefono, come sempre. Olga raccontava quanto sentissero la sua mancanza le bambine, come procedeva piano le comande di cucito. Alessio rideva al telefono e prometteva: “Domani sono a casa, micetta.” Ma a casa non tornò più. Sulla strada del ritorno, il suo camion si scontrò con un tir che aveva invaso la corsia opposta. Tutto successo troppo in fretta. Nessuna possibilità di evitare l’impatto. Alessio morì sul colpo. Quella stessa notte, il telefono squillò. Olga, come in un sogno, alzò la cornetta — e il suo mondo crollò. Si trascinò dalla vicina, la zia Nina, e le chiese di badare alle bambine. Poi crollò lei stessa sulla soglia. I medici riuscirono a salvarla per miracolo — un cesareo d’urgenza, intervento difficile. Il bambino nato era debole, prematuro. Gli mancava la forza del padre, e alla madre la spalla di un uomo. Olga lo chiamò Alessio, come il marito. Quando uscì dall’ospedale, contò i soldi rimasti. Bastavano per due mesi. Poi… si sarebbe visto. La vita divenne una lotta per la sopravvivenza. La vicina, zia Nina, aiutava come poteva. Non avevano parenti vicini. Olga riprese a cucire — dapprima per i vicini, poi, con il passaparola, arrivarono le clienti. Le gemelle andarono a scuola, il piccolo Alessio all’asilo. Loro erano la sua speranza, il suo ancoraggio. Ma… Amava di più le bambine. E il bambino… no, non lo odiava — semplicemente non riusciva a guardarlo senza dolore. Somigliava sempre di più al marito perduto. E ogni volta che lo vedeva, sentiva di non aver saputo trattenerlo… Il bambino era tranquillo, buono, premuroso. Leggeva, aiutava, non si lamentava mai. Alle bambine comprava vestiti nuovi, cuciva loro abiti per le bambole. Ad Alessio aggiustava i vecchi vestiti. — Poverino… Orfano con la mamma in vita, — sospirava zia Nina, vedendolo lavare i piatti o riordinare i giocattoli delle sorelle. Gli anni passarono. Le gemelle crebbero, si sposarono, si dispersero. Restò solo Alessio con la madre. Terminata la scuola professionale, trovò lavoro come ingegnere nella fabbrica di dolci della loro città, Modena. Olga cominciava a perdere la vista — le notti insonni, i nervi logorati, gli anni di solitudine avevano lasciato il segno. Alessio si prendeva cura di lei come poteva. Cucinava, lavava, la accompagnava a passeggio tenendola per mano. Lei gli sussurrava sempre più spesso: — Perdonami, figlio… Non ho meritato il tuo amore. Vivi la tua vita, sei giovane… Lui sorrideva soltanto: — Andrà tutto bene, mamma. Avrò anche io moglie e figli. Avrai ancora tempo per goderti i nipoti. E un giorno arrivò. Lisa, semplice e timida. — Mamma, Lisa starà con noi. Non ha nessuno. È orfana, — disse piano Alessio. Dopo tre mesi si celebrò il matrimonio. Vennero le gemelle, i nipoti, i generi — tutta la famiglia riunita. Olga era felice, ma sorrideva sempre più spesso tra le lacrime. La diagnosi fu spietata — cancro. Non le rimaneva molto, e lo sapeva. Ma il destino le concesse ancora una gioia — vide il suo primo nipotino. Se ne andò serena, con un sorriso sulle labbra, gli occhi che si chiusero per sempre e la mano che stringeva dolcemente quella del figlio che era rimasto il più caro.
Il figlio più piccolo Leandro, non partire, ti prego Ho un brutto presentimento Chiedi a qualcuno di
Cosa ci fai nel mio portatile? – Un mistero svelato davanti a uno sguardo sconosciuto
Perché ti sei infilata nel mio portatile? Un mistero davanti a uno sguardo sconosciuto.«Ma che diamine
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“Di nuovo si è intromessa nella tua testa!” — “Irinushka, devi lasciarlo oggi stesso, mi senti? Oggi!” Il difficile viaggio di Irina tra tradimenti, una madre invadente e la riconquista della propria libertà: tra discussioni, fughe mancate, telefonate piene di sensi di colpa, cene con polpettone, drammi con il batticuore finto, finché una chiave (scomparsa) sblocca finalmente il coraggio di andarsene davvero – per iniziare una nuova vita, anche se fa paura, anche se mamma non capisce, anche se fuori piove.
Ancora lei ti ha fatto il lavaggio del cervello Figlia mia, devi lasciarlo oggi stesso. Mi senti?
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Arrivato all’indirizzo indicato, l’uomo aprì la portiera e infilò la mano nella tasca della giacca: invece di tirare fuori dei soldi, estrasse un coltello e, minacciando, ordinò di consegnare tutti i soldi e di scendere dall’auto… Katja, insieme al piccolo Sasha, salutava Alexei in partenza per un lungo viaggio. Il marito volava all’estero, sperando di offrire una vita migliore alla famiglia. Prima di partire, Alexei strinse forte tra le braccia moglie e figlio e, cercando di calmare i suoi cari tra le lacrime, li rassicurava: — Katjusha, perché ti comporti come se questo fosse un addio per sempre? Un anno passerà in un lampo, nemmeno avrai il tempo di accorgertene. Mi sentirai ogni giorno, non ti mancherò nemmeno! E non dimenticare mia mamma, state insieme, uscite a passeggiare. Prendetevi cura di voi e dei nostri amici a quattro zampe, non saltate le vaccinazioni. Li vedi che guardiani abbiamo! — carezzò amorevolmente le orecchie dei cani, in ansia per la separazione. L’aereo, scintillante al sole di primavera, decollò da Fiumicino, prese quota e, puntando verso l’oceano, portava via il papà — lontano, su un altro continente. Katja, alta, Sasha e i due cani osservarono in silenzio l’aereo argentato che spariva nel cielo. Davanti a loro — un lungo anno di attesa… Alexei aveva lavorato nove anni per arrivare a questo momento. Come microbiologo, si sentiva vincitore. Aveva finalmente firmato il contratto con una grande azienda americana, e gli avevano persino pagato il biglietto in business class, segno di stima. Alexei partiva per gli Stati Uniti. Tra dieci ore sarebbe atterrato al JFK, ma con la mente era già là, pronto a iniziare una nuova vita, mentre la casa, la madre, Katja, Sasha, gli amici, i cani — sembravano già parte del passato. Katja rimase avvolta nel plaid e sentì il vuoto della casa ora che il marito era andato via. Lo sentirono anche i cani — Graf, di tre anni, e il piccolo Brio, che Katja aveva raccolto per strada. Graf si sdraiò ai suoi piedi e la fissò dritto negli occhi, Brio le si strinse addosso, quasi volesse consolarla. Sasha era chiuso in camera sua, affrontando il distacco in silenzio. Pensava: “Quando inizieranno le vacanze, prenderò ferie, e andremo tutti dalla suocera nella casa di campagna…” Anna Maria, la suocera, viveva in un altro quartiere, ma nei weekend veniva spesso da loro, restava a dormire, aiutava e stava vicino a Katja. Passeggiavano insieme con i cani, portavano Sasha a teatro, discutevano i piani per il trasferimento, sistemavano documenti e fotografie. In estate si trasferirono tutti nella casa in campagna: lavoravano nell’orto, andavano nel bosco, facevano il bagno nel fiume. I cani adoravano correre liberi, sempre vicini alla famiglia. Katja ricominciò a lavorare, e Alexei telefonava sempre più spesso, diceva quanto la famiglia gli mancasse, si dichiarava entusiasta dell’America e assicurava che per loro si aprivano prospettive brillanti. In autunno annunciò di aver trovato casa, aveva già versato la caparra e chiese a Katja di vendere l’appartamento e trasferire i soldi. Non aveva accettato di vendere la macchina. Alexei voleva che anche sua madre vendesse la casa di campagna: servivano fondi per pagare la casa americana senza debiti. L’appartamento fu venduto subito, con mobili e pianoforte compresi. Lo stesso acquirente comprò anche la casa di Anna Maria, e i soldi, secondo il contratto, finirono sul conto americano di Alexei. La notte prima del trasloco i cani giravano nervosi tra le valigie, guaivano piano e guardavano la padrona. Katja sentì per la prima volta una strana inquietudine che non la avrebbe più abbandonata. Dopo il trasferimento, Alexei chiamò sempre meno — “impegni, lavoro”. E in inverno accadde il peggio: nell’istituto di ricerca ci furono tagli, Katja fu licenziata. Il paese fermentava di crisi, le pensioni venivano pagate in ritardo, trovare lavoro era quasi impossibile. Graf cominciò a perdere peso — il cibo non bastava. La suocera propose di lavare i piatti e portare avanzi per i cani, ma Katja volle tentare da sola. Con il tempo si sistemarono: Graf riacquistò peso, la sera la andava a prendere sotto casa per aiutarla con le borse. Poi, caricando una pentola al bar, Katja si ruppe un braccio. Anna Maria improvvisamente stava male — il cuore cedeva. A Sasha serviva un giaccone. Katja chiamò Alexei. Lui rispose freddamente che dopo l’acquisto della casa i soldi erano finiti, ma avrebbe “cercato di mandare qualcosa”. Katja scoppiò a piangere, Anna Maria la consolava accarezzandole la spalla e sussurrando: — Coraggio, figlia mia. Ce la faremo. Anche i cani si avvicinarono e si strinsero a lei, come capendo. Dopo qualche giorno arrivarono duecento dollari. Appena presi da medicine, cibo e il giaccone per Sasha. Katja mise in una borsa la pelliccia di visone e i gioielli d’oro, andò al compro oro, già sapendo che non li avrebbe mai riscattati. Con la macchina attraversò mezza città per comprare sacchi di mangime e cibo. Altri soldi non ce n’erano. — Andrò a fare la tassista, — disse alla suocera. Anna Maria si spaventò, crollò a terra per lo shock, ma Katja fu irremovibile. Graf saltò subito sul sedile posteriore, si sdraiò tranquillo, come se avesse capito — ora dovevano resistere insieme. Il lavoro notturno fu sorprendentemente redditizio: in un turno Katja guadagnò più di un mese di stipendio. La notte seguente uscì di nuovo. Stavolta trovò un uomo distinto — il suo ex capo. Rimase scioccato nel vederla e confessò di averla cercata tutta la settimana: stava avviando una cooperativa e voleva lei come miglior collaboratrice. Le offrì subito un lavoro e le lasciò il biglietto da visita. Katja tornò a casa quasi felice. Graf, sentendo la voce allegra, si mise a scodinzolare agitato. Sulla strada notò un uomo solo. “È vicino”, disse lui. Katja accettò, sperando in una buona corsa. Giunti all’indirizzo, il cliente aprì la porta, mise la mano in tasca… e invece del portafoglio estrasse un coltello. Pochi istanti dopo, nel silenzio della notte, si levò un urlo spaventoso: Graf, ringhiando, saltò addosso all’aggressore e gli si attaccò alla schiena con i denti. L’uomo, tentando di scrollarselo di dosso, agitava il coltello disperato, senza riuscire a liberarsi. In quel momento Graf afferrò la mano con la lama: venne ferito al muso, ma non mollò la presa. Vedendo il sangue sul pelo del fedele amico, Katja, senza pensare al braccio ingessato, colpì l’aggressore in faccia con tutta la forza possibile. L’uomo cadde a terra col cane. Katja riuscì ad allontanare Graf infuriato, poi fuggì di corsa. Quella notte Brio non toccò cibo – nervoso, l’aspettava davanti alla porta. Katja, senza svegliare i suoi cari, curò e medicò Graf, lo rifocillò e, esausta, si addormentò sul divano abbracciando stretto il fedele protettore. Il piccolo Brio le si accoccolò accanto, appoggiando la testa sul ginocchio. Da quel momento non dovettero più contare i centesimi e, appena fu promossa, Katja poté permettersi una nuova auto. Alexei intanto si fece sentire sempre meno: ora chiamava solo nei giorni di festa, con scuse sempre nuove per la sua assenza. Dopo cinque anni Anna Maria morì — il cuore non resse. Il figlio non venne al funerale, né aiutò la famiglia. Poco prima di morire la suocera registrò l’appartamento a nome di Katja. Qualche mese dopo suonò insistentemente il campanello. I cani scattarono e corsero verso la porta. Sasha la aprì e si trovò davanti un uomo elegantissimo, valigetta costosa, sorriso falso e le braccia aperte per un abbraccio. — Allora, ragazzo, accogli papà! — disse quello, come un attore sul palco. — Una sola cosa: mio padre non l’ho mai visto, ma un traditore non voglio proprio vederlo! — replicò freddo il ragazzo. — Chiama la mamma! Arrivò Katja. Dietro di lei, come guardie del corpo, stavano Graf e Brio. — Che cosa vuoi adesso? Aspetta… — prese la borsetta, tirò fuori due banconote da cento dollari e gliele lanciò con disprezzo in faccia. — Tieni. Sappiamo restituire i debiti, a differenza tua. Traditore! — Quest’appartamento era di mia madre, è la mia eredità! Andate subito via! — Alexei, scordatosi di essere un “europeo educato”, brandiva la valigetta per colpire. Ma Graf con un balzo lo buttò a terra, staccò una manica del elegante cappotto e ringhiava minaccioso a mezzo centimetro dal naso, pronto a mordere. Brio, per niente da meno, si buttò sul secondo braccio, pulendosi i denti rabbiosamente contro il tessuto. — Graf! Grafino! Ma come, non riconosci il padrone? — balbettava Alexei, sperando di salvarsi almeno a parole. Graf, per tutta risposta, strappò pure l’altra manica. Katja, senza più aggiungere nulla, trascinò via i cani e chiuse la porta. Per sempre. P.S. Alexei N. non leggerà mai queste righe. Nell’agosto del 1998 è morto improvvisamente per un infarto, senza vedere la nascita del suo bambino in America. È stato sepolto al cimitero ortodosso Rock Creek a Washington, D.C. Nessuno dalla Russia è andato a dargli l’ultimo saluto.
Arrivato allindirizzo indicato, luomo apre lo sportello e infila la mano nella tasca del giubbotto.