Cosa ci fai nel mio portatile? – Un mistero svelato davanti a uno sguardo sconosciuto

Perché ti sei infilata nel mio portatile? Un mistero davanti a uno sguardo sconosciuto.
«Ma che diamine ci fai col mio computer?» scattò Alessandro, sollevandosi sopra Elisabetta. Lei non laveva mai visto così…
Elisabetta era appena tornata da scuola e già nellingresso le era arrivato il tanfo pesante di vino. Dalla camera si sentiva un gran trambusto. Suo padre era di nuovo ubriaco. La ragazza andò dritta in cucina.
La mamma era al lavello a sbucciare patate. Sentendo i passi dietro di sé, si voltò. Elisabetta, con lo sguardo acuto da vera piemontese, notò subito la guancia gonfia e rossastra.
«Mamma, andiamocene via da qui. Quanto pensi di poter sopportare ancora? Un giorno ti ammazzerà» sbottò Elisabetta piena di rabbia.
«Ma dove vuoi che andiamo? Chi ci prenderebbe? I soldi per laffitto mica ce li abbiamo. Non ti preoccupare, non mi farà niente. È solo un codardo. Con me fa il bullo e basta.»
La mattina dopo, Elisabetta si svegliò a causa di strani rumori dalla cucina. Si affacciò: suo padre era al fornello, testa allindietro, che beveva direttamente dalla bocca della moka, manco fosse un toscano in vacanza che si scorda le buone maniere. Elisabetta fissava ipnotizzata il pomo dAdamo che saliva e scendeva come una processione di Pasqua, sentendo lacqua calda scendere giù con un rumore disgustoso. «Affogati, per favore, Dio fallo affogare!» pensò in silenzio, con un odio sordo.
Lui però, niente. Appoggiò la moka, tirò un sospiro soddisfatto, la fissò con due occhi rossi e gonfi e si trascinò verso il bagno.
Elisabetta fece una smorfia al pensiero che sua madre avrebbe di nuovo riempito la moka senza lavarla, con il rischio di trovarsi in bocca pure un po di baffi e alito di papà. Prese la moka e la spazzolò come se dovesse convincerla a confessare un peccato, giurando che mai più avrebbe bevuto senza prima una bella lavata.
Durante le vacanze di Natale, Elisabetta partì con la classe per tre giorni a Torino. Al ritorno, la mamma era in ospedale.
«È stato lui?» domandò dura, vedendo la testa della mamma tutta fasciata.
«No, piccolina. Sono scivolata sul ghiaccio.»
Ma Elisabetta sapeva già che mentiva.
Per via dei molti colpi alla testa, la madre aveva ormai la pressione alle stelle. Sei mesi dopo, fece un ictus e morì. Il padre piangeva durante il funerale, ma erano lacrime intrise di barbera; a volte ricordava la cara Teresa con rimpianto, altre volte la malediva tra un rutto e laltro.
Diceva che Elisabetta era uguale alla madre, la minacciava: se anche lei avesse avuto il coraggio di lasciarlo, lavrebbe ammazzata. Elisabetta contava i giorni per finire il liceo. Al ballo di fine anno non si presentò nemmeno. Il giorno dopo, con un colpo da agente segreto, ritirò il diploma in segreteria. Mentre il padre era al lavoro, raccolse le sue cose alla svelta e sparì da casa.
Il padre le lasciava dei soldi per la spesa, e lei li metteva sempre da parte un po per volta. Ogni tanto, gliene sfilava pure dal portafoglio, mentre lui dormiva ancora come un sasso. Non erano chissà quanti euro, ma per un po bastavano. Tanto aveva deciso: sarebbe andata via, avrebbe lavorato, e magari continuato a studiare da privatista. Alla spesa non si rinunciava!
Non temeva che suo padre la cercasse. Tutti nel quartiere conoscevano le sue abitudini da bar sport, nessuno gli avrebbe mai dato una mano a trovarla. Si trasferì in una città più grande Bologna affittò un appartamento sgangherato in periferia e si fece assumere da Pasta&Pomodoro Fast-Food. Le cose non andarono male: le avevano fatto subito il libretto sanitario, il pranzo era compreso
Si iscrisse a un istituto tecnico per studiare ragioneria. Quando scoprirono che capiva qualcosa di numeri, la misero subito alla cassa.
I ragazzi la corteggiavano. «Allinizio son tutti cari e teneri, poi cominciano a bere o ti piantano le corna. Non so chi sia peggio. Non farti incantare dalle parole zuccherose, figlia. Stai in campana. Anchio ero una bella ragazza un tempo. Tuo padre mica beveva, quando ci siamo conosciuti eravamo innamoratissimi. E poi? Che fine ha fatto tutto?» ripeteva sempre la mamma.
Elisabetta ci pensava spesso, così rimbalzava tra uno sguardo e laltro dei ragazzi senza mai lanciarsi. Aveva già visto che razza di favola era stata la vita dei suoi genitori.
Sua madre, il giorno dello stipendio, correva al supermercato a riempire la dispensa: pasta, zucchero, cereali, scatolette quanto bastava per vivere mezzo inverno di fila. Il padre sperperava tutto in vino, ma in casa la roba da mangiare non mancava mai era monotona, sì, ma almeno cera. Anche Elisabetta ora faceva lo stesso.
Tornava a casa caricata come un mulo, con le sporte che le tagliavano le braccia. Davanti a lei avanzava un ragazzo perso nel telefono. Elisabetta sperava che la notasse e passasse oltre, ma ovviamente le piantò una spallata.
«Scusa», disse lui, sollevando lo sguardo dallo schermo due occhi castani da sciogliere anche un gelato.
Elisabetta avrebbe voluto rispondere stizzita, ma vide il sorriso del ragazzo e si senti un po imbarazzata.
«Tutto ok, anche io ero distratta!» rispose e abbozzò un sorriso.
Il ragazzo si offrì di aiutarla. Elisabetta esitò, ma alla fine cedette: del resto, uno con un sorriso così sincero non poteva essere cattivo. Si conobbero. Alessandro la accompagnò con le borse fino a casa, ma Elisabetta non gli permise di arrivare alla porta.
Il giorno dopo, lui si presentò al Pasta&Pomodoro. Si giustificò dicendo che era lì per caso, ma Elisabetta era sicura che non fosse affatto un caso. Cominciarono a vedersi.
Alessandro le raccontò, senza menare tanto il can per laia, di essere divorziato e di avere una bambina che adorava. Aveva lasciato la casa allex moglie e ora dormiva sul divano da un amico. Ammetteva che il matrimonio era stato un abbaglio.
«Non avevamo niente in comune. A volte, giorni senza nemmeno una parola.»
Parlava spesso della figlia, e questo convinse Elisabetta che forse su di lui si poteva davvero contare. Dopo un mese, Alessandro propose di andare a vivere insieme.
«Prendiamo una casa migliore, più vicina al centro. In due si vive meglio.»
Elisabetta accettò. Era al settimo cielo. Una famiglia normale, finalmente. Si trasferirono in un appartamento più grande, festeggiarono quel nuovo inizio in modo semplice, senza troppi fronzoli. Al futuro o al matrimonio, Elisabetta neanche pensava. Alessandro però parlava di avere figli, due di sicuro: un maschio e una femmina. E lei cominciava a crederci.
Alessandro aveva pagato laffitto con due mesi di anticipo. Alla terza rata, con aria da bravo ragazzo pentito, non riuscì più a pagare. Elisabetta guardò unultima volta lappartamento in cui aveva creduto di trovare la felicità, poi chiuse la porta con determinazione, e sussurrò una promessa al suo bambino che laspettava in incubatrice: «Ce la faremo, tesoro, ce la caveremo lontano da tutto questo.»Fuori il cielo di Bologna prometteva una pioggia impaziente. Elisabetta ripensò a tutte le fughe, ai carrelli della spesa pieni di pasta e zucchero, alle minacce lasciate dietro le porte chiuse. Passò una mano sul vetro appannato della sala dattesa del reparto neonatale e sorrise al piccolo bozzolo rosa che dormiva oltre il vetro, ignaro delle tempeste e delle promesse mantenute a metà.
Aveva ancora le braccia segnate dalle sporte, le tasche mezze vuote e il cuore pieno di voglia di scappare. Ma adesso non era più sola. Guardò il figlio e la vide: la madre, con la mano tra i pacchi al supermercato; sé stessa bambina, occhi da cerbiatta e coraggio da gigante. Sentì che ogni bufera passata le era servita. Non era più la paura a chiamarla: era la speranza.
Appoggiò la fronte al vetro, gli occhi lucidi ma fermi. Fuori, il primo scroscio di pioggia. Dentro, una promessa: che da qui il mondo doveva cambiare direzione almeno per loro due.
Il piccolo si mosse nel sonno, come se avesse sentito; Elisabetta ridacchiò tra lacrime e sogni. Poi si raddrizzò, raccolse la giacca e si avviò verso lascensore. Forse avrebbe trovato ancora porte chiuse, forse la vita le avrebbe chiesto di stringere i denti. Ma questa volta, giurò sottovoce, avrebbe scelto lei la strada. E intanto unaltra giornata nascente si apriva per loro, fatta solo di possibilità.

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