Ancora lei ti ha fatto il lavaggio del cervello
Figlia mia, devi lasciarlo oggi stesso. Mi senti? Oggi stesso!
Giulia premeva il telefono allorecchio, serrando le palpebre. Oltre la finestra pulsava Milano allimbrunire, nella cornetta la voce della madre, densa come miele bruciato.
Mamma, io
Cosa cè da dire, mamma? la interruppe immediatamente Angela Rinaldi. Quante volte ancora devi sopportare? Prima quella bionda dellamministrazione, poi la tipa della palestra, e ora questa come si chiama Patrizia? Ma insomma, vuoi davvero lasciargli calpestare la tua dignità ancora?
Giulia taceva. Niente da rispondere. Tre tradimenti in due anni di matrimonio: dati inconfutabili.
Ho chiuso gli occhi tante, troppe volte…
Appunto! la madre singhiozzava. E lui ne approfitta! Pensa che, se hai perdonato una volta, perdonerai pure la seconda, la terza. Prepara la valigia, la tua stanza è pronta. Ti aspetto.
Il telefono morto. Giulia rimase a lungo a fissare la fede loro opaco alla luce gialla del vecchio abat-jour, inutile talismano di una felicità svanita.
La valigia sulla coperta sembrava una bocca affamata. Giulia ammassava maglioni, jeans, biancheria con gesti automatici, svuotati dal pensiero. Le mani lavoravano da sole, la testa rifiutava di seguire.
Che stai facendo?
Marco comparve sulla soglia, i capelli spettinati, la tuta sgualcita. Giulia non si voltò.
Vado via.
E dove dovresti andare?
Dalla mamma.
Lui sospirò forte.
Ancora quel lavaggio di cervello? Giulia, ma quanto puoi sopportare le scenate di quella esagerata?
Una foto di nozze sul comò. Giulia la prese in mano, sfiorando i volti sorridenti degli sposi ignari di ciò che li aspettava.
Giulia posò la foto, a faccia in giù.
E quanto ancora dovrei sopportare i tuoi tradimenti?
Va be
No, basta.
Raccolse la borsa, il giubbotto, le chiavi della Panda.
Tornerai mormorò Marco dietro di lei. Tra una settimana, striscerai di nuovo. Ma chi ti vuoi che ti cerchi?
Giulia uscì in silenzio, spremendo le ultime energie per attraversare la città nel buio.
Angela la attendeva sulla soglia, raccolta nello scialle di lana.
Devessere freddo stanotte, povera bambina. Vieni qui.
Labbraccio odorava di profumo conosciuto e torta di mele. Giulia si abbandonò finalmente, premendo il viso sulla spalla materna.
Vieni a prendere un tè caldo, con miele. Ho anche fatto i biscotti al burro che ti piacciono.
Lappartamento della madre laccolse con calore silenzioso. Tutto era come sempre: centrini alluncinetto sul televisore, gerani sul davanzale, odore di cannella dalla cucina. Un porto quieto dopo una tempesta lunga due anni.
Grazie, mamma sussurrò Giulia. Grazie per esserci
Il divorzio si allungò in quattro mesi. Udienze, carte, divisione dei mobili un tritacarne burocratico che sgretolava il resto di quella vita in comune. Giulia firmava documenti senza leggere. Che importava chi si tenesse il frullatore o il tavolino?
Firma qui e qui, indicò la cancelliera del tribunale.
La penna scivolava, una firma, un timbro. Matrimonio annullato. Ufficiale. Definitivo.
Fuori cadeva una neve sporca. Giulia vagava, lombrello chiuso. Il vuoto dentro non faceva più male: occupava semplicemente spazio immenso, risonante, interminabile.
I sei mesi dopo il divorzio si sciolsero in una macchia grigia e senza contorni. Giulia mangiava per forza, fissava il soffitto. Lamore per Marco sciocco, incomprensibile non spariva. Restava lì come una scheggia, a farle male le notti.
Angela non rimproverava. Bolliva brodo di pollo, carezzava i capelli della figlia.
Dormi ancora, piccolina. Riposati.
Giulia obbediva. I sogni erano bianchi, privi di trama nebbia e nientaltro.
Solo il lavoro distraeva, ma poco…
Lapatia si ritirò come la nebbia a giugno. Giulia, per la prima volta in mesi, desiderò uscire, comprare un gelato, sedersi su una panchina del parco.
Dove vai? Angela apparve inquieta nellingresso.
Al supermercato. Prendo il pane.
Quale pane? Ce labbiamo già.
Allora faccio solo due passi.
Due passi? la madre si aggrottò. Dove? Quanto stai fuori? Hai fatto colazione? E quella gonna, ma non è troppo corta?
Giulia rimase sospesa con le chiavi in mano. Aveva di nuovo quindici anni? No, ventotto. O non era cresciuta mai?
Mamma, è solo una passeggiata.
Quando rientri?
Un fastidio piccolo le pizzicava tra le costole. Giulia lo ingoiò, sforzandosi a sorridere.
Unora.
Unora giusta? Se no mi preoccupo.
Le domande erano diventate il rito quotidiano. Dove vai, perché, con chi, quanto ci metti, perché tardi di sette minuti. Persino la visita dal dentista richiedeva un resoconto.
Cosa ha detto il medico? Quale dente? Otturazione o estrazione? Quando torni? Perché non mi hai chiamata subito?
Giulia sopportava. La mamma si preoccupa, la mamma vuole bene, la mamma ama. Non si può essere ingrati.
Mamma, pensavo… Forse potrei cercare un monolocale?
Angela impallidì. La mano stretta al cuore.
Ma che dici? Che casa? Qui ti manca qualcosa?
No, è solo…
Ay, il cuore, si lasciò andare sulla sedia. Oddio, non sto per niente bene, la pressione sarà altissima…
Giulia corse a prendere lo sfigmomanometro, le gocce, un bicchiere dacqua. I sogni dautonomia si sciolsero nelle lacrime della madre.
Tentò di nuovo un mese dopo. Giulia trovò una mansarda poco costosa a venti minuti, lasciò la caparra, impacchettò tutto.
Angela era distesa sul divano, gli occhi rivolti al soffitto. Una mano teatrale al petto, respiro affannoso da attrice.
Mamma! Cosa succede?
Il cuore… oh, questo cuore maledetto… Vai, se proprio devi. Ce la farò da sola. Come posso.
Giulia scivolò in ginocchio accanto al divano, strinse la mano della madre. Fredda, bagnata. O forse solo a lei sembrava così?
Non vado da nessuna parte. Mi hai sentito? Resto.
Angela socchiuse un occhio un lampo per un attimo appena. Ancora un controllo. Giulia notò, ma finse di non vedere. Mamma non fingerebbe mai. O sì?
Chiamò lagenzia e annullò tutto quella sera…
Un altro mese, la storia si ripeté. Giulia scovò una stanza poco costosa vicino al lavoro, cominciò a fare la borsa.
Ay ay ay, Angela si accasciò piegata in due in cucina, mani sulla pancia. Lulcera, devessere lulcera! O lappendicite… Giulietta, chiama unambulanza!
Ma ieri ti sei abbuffata di patate e speck! Quale ulcera?
Non mi credi? le lacrime rigavano il volto di Angela. La mia stessa figlia non mi crede? Lasciami qui, vedi, starò sola, magari muoio e nessuno lo sa. Fai, fai…
Giulia svuotò la borsa di nuovo. Un dubbio si fece strada, ma lei lo ricacciò. Non si può pensare male di mamma. Mai!
Matteo entrò nella sua vita per caso nuovo responsabile nel dipartimento accanto. Alto, con due fossette e una risata contagiosa.
Giulia, ti piace il teatro?
Sì. Credo di sì. È una vita che non ci vado.
Il giardino dei ciliegi. Sabato. Mi fai compagnia?
Il cuore le fece un salto, per la prima volta dallanno scorso. Un vero appuntamento. Con un uomo che la guardava come se fosse preziosa, non una sopravvissuta al divorzio.
Doveva solo dirlo a sua madre.
Mamma, sabato vado a teatro.
Angela si voltò dalla fiction serale.
A teatro? Con chi?
Con un collega. Matteo, è nuovo.
Matteo la madre assaporò bene il nome. È carino?
Tanto.
Interessante. Raccontami di più.
Giulia si sedette vicino. Per la prima volta, aveva voglia di raccontare, ridere, condividere. Angela ascoltava, annuiva, faceva domande. La scintilla furba negli occhi la figlia non la vide o non volle vederla.
Il sabato mattina cominciò alla grande. Giulia sceglieva il vestito, si metteva il rossetto, canticchiava. Alla pièce mancavano ancora ore, ma la felicità sprizzava da ogni lato.
Esco al volo in farmacia disse Angela nellingresso e poi vado da Mirella.
Va bene, mamma.
La porta si chiuse. Giulia continuò a truccarsi mascara, un po di fard, una punta di illuminante. Dopo due ore provò a uscire.
Ma le chiavi sparite!
Giulia acchiappò il cellulare. Squilli. Squilli. Squilli. Utente irraggiungibile.
Quattordici chiamate in unora. Nessuna risposta.
Alle sette il sipario si sarebbe alzato. Alle sei Giulia sperava ancora. Alle sei e mezza vagava come una tigre in gabbia, sputando rabbia davanti alla porta chiusa. Alle sette accovacciata davanti alla porta, perse la voce in un pianto furioso.
Matteo la aveva aspettata davanti al teatro. Controllava il cellulare, si girava di continuo. Forse è in ritardo? Magari è rimasta imbottigliata nel traffico? Mandò tre messaggi, chiamò due volte. Giulia vide le notifiche e urlò come un animale ferito, impotente.
Angela tornò alle dieci di sera. Sapeva di pane fresco e profumo altrui.
Ma cosa fai li, seduta per terra?
Giulia la fissava senza fiato. Le parole graffiavano in gola, piene di veleno.
Le chiavi sibilò infine.
Quali chiavi? Oh, queste. Per errore ho preso anche le tue, immagina! Sto invecchiando.
Per errore. Ma certo. Si è portata via tutte le chiavi e non ha risposto alle chiamate, tutto per caso.
Giulia si rialzò. Le gambe tremavano, ma la testa era limpida per la prima volta dopo quasi due anni.
La mattina dopo, Giulia aspettò che la madre uscisse per la posta. Mise i documenti in borsa, riempì la vecchia valigia. Poi chiuse la porta senza rumore, lasciando appesi i suoi mazzi di chiavi.
Caterina la aprì scalza in pigiama a fiori.
Giulia? Che succede?
Posso dormire qui stanotte?
Entra.
Nessuna domanda, nessun giudizio. Solo tè caldo, una coperta e il divano. Il telefono di Giulia squillava come impazzito venti, trenta, quaranta chiamate perse.
I messaggi si accumulavano: Dove sei?, Come hai potuto?, Sto male dalla preoccupazione, Non ti importa di me?
Una settimana ospite da Caterina. Poi un miniappartamento in periferia, vista su capannoni e con inquilini rumorosi sopra.
Giulia chiamò la madre lottavo giorno.
Figlia! Finalmente! Mi hai mandato al manicomio, torna a casa, ti prego!
No.
Come no? Giulietta, sono tua mamma, ti amo più della mia vita…
Lo so, mamma. Ma ho bisogno di spazio.
Che spazio? Perché? Ho fatto tutto per te!
Giulia respirò a fondo.
Se vuoi restare nella mia vita, dovrai cambiare. Niente più controllo. Niente porte chiuse a chiave. Niente svenimenti se decido di andare via.
Sei crudele
Queste sono le condizioni. O le accetti, o puoi dimenticare di avere una figlia.
Silenzio. Lungo, tagliente.
Pensaci, mamma. Ti richiamo tra un mese.
Giulia non sapeva se la madre avrebbe mai cambiato. Ma lei non era più la stessa. E al teatro con Matteo andarono davvero, anche se a uno spettacolo diverso. Ma ormai, non aveva più importanza.







