Stavamo andando al nostro matrimonio. Al semaforo mio marito si è girato e mi ha chiesto: «Sei davvero sicura di volerlo?» Non ho fatto in tempo a rispondere

Stiamo andando al nostro matrimonio. Al semaforo mio marito si gira verso di me e chiede: «Sei proprio sicura di volerlo?». Non faccio in tempo a rispondere.

Il semaforo scatta sul verde un attimo prima che apra bocca.

Matteo preme sullacceleratore. La Panda beige riparte, si infila nel traffico, e la domanda resta sospesa tra di noi come il fumo di una sigaretta, come il profumo forte del suo dopobarba Proraso, come tutto quello di cui non abbiamo parlato negli ultimi mesi.

Matteo, inizio.

Verde, dice lui. Si va.

Guardo le sue mani sul volante. Palme larghe, unghie corte, la fede doro sottile che gli brilla sullanulare sinistro lha infilata unora fa, davanti allufficiale di stato civile, e sembra ancora estranea. Anche la mia. Continuo a rigirarla tra le dita mentre posiamo per le foto davanti agli scalini del comune.

Sul sedile posteriore cè mia mamma, silenziosa cosa rarissima per lei e sento il suo sguardo fisso sulla nuca. Pesante, attento, lo sguardo di una donna che ha già capito tutto ma non dirà nulla, a meno che non le venga chiesto.

Mancano sette minuti al ristorante.

Sei proprio sicura di volerlo? ripeto, quasi per sicurezza.

Giulia, sospira lui, stringendo appena il volante. Non ora.

E quando?

Dopo. Tra gli ospiti, con la tavola pronta e la zia Lucia arrivata da Modena.

Zia Lucia, ripeto.

Mamma tossisce piano dal sedile dietro.

Mi volto verso il finestrino. Fuori scorre Bologna dottobre asfalto bagnato, platani spogli lungo il viale, una donna col passeggino ci guarda senza nessun interesse. Ho un vestito bianco, il velo sulla testa, anche se per tutto il tragitto cerco di toglierlo e mamma invece insiste che così si fa, che è bello così, che poi mi pentirò se non lo metto.

Guardo la donna col passeggino e penso: forse lei è felice. O forse no. Forse semplicemente sta tornando a casa e a lei, ai semafori, nessuno fa certe domande.

Il ristorante Tramonto Emiliano ci accoglie con macchine parcheggiate, palloncini rossi allingresso e zia Lucia nella sua sciarpa scintillante.

Finalmente! esclama lei, agitandosi tutta. Eccovi! Vi aspettavamo!

E la domanda si scioglie di nuovo, stavolta tra gli abbracci, nel profumo di prosecco, nei evviva gli sposi e nella croccantezza del pane spezzato.

*

Il ristorante rumoreggia.

Quaranta persone sedute lungo il tavolo. I parenti di Matteo chiassosi, ospitali, gente che si alza a cantare sono a unestremità; i miei più silenziosi, un po intimiditi dalla confusione sono allaltra. In mezzo i nostri amici: Romano e Anna, Sergio che lavora con Matteo in fabbrica, Caterina, la mia compagna di università.

Caterina mi lancia unocchiata e inclina la testa, come a dire: tutto bene? Faccio un cenno vago ne parliamo dopo.

Matteo siede accanto a me, nelle parti ufficiali sorridiamo, ci baciamo quando urlano bacio!, brindiamo con chiunque si avvicini con un calice. Lui è buono. È sempre stato troppo buono il che è il problema. Ora lo vedo limpido, più che mai.

Giulia, siede Zina, la mamma di Matteo, accarezzandomi la mano. Sei pallida. Hai mangiato qualcosa?

Mangiato sì, sto bene, davvero.

Vedi, abbassa la voce, da noi tutte le spose sembrano pallide. Porta fortuna, dura il matrimonio.

Grazie, signora Zina

Solo Zina, dai ora siamo una famiglia.

La guardo. Bassa, rotondetta, occhi dolci. La sua tenerezza mi stringe la gola. Lei non ha colpe. Matteo non ha colpe. Nessuno ha colpe, ed è questo che fa più male.

Zina, dico solo. Davvero, grazie di tutto.

Accarezza la mia mano e torna da zia Lucia, a ridere e riempire i bicchieri.

Caterina mi raggiunge dopo cinque minuti.

Vieni in bagno con me, dice. Non è una domanda.

*

La toilette del Tramonto Emiliano è tutta piastrelle marmorizzate finto ovviamente e il profumo chimico di rosa forte nellaria. Davanti allo specchio Caterina mi osserva, silenziosa. Il velo è storto, il mascara colato appena sotto locchio, il rossetto quasi sparito.

Dimmi, fa lei.

Mi ha chiesto al semaforo davanti al ristorante. Sei sicura?

Lei resta zitta un istante.

E tu che hai risposto?

Niente. Semaforo verde.

Chiaro, tira fuori il rossetto dalla pochette. Dai, mettilo tu.

Cate

Prima ti sistemi, poi parli. Fa meno paura.

Lo prendo, è troppo scuro per me, ma lo passo sul labbro ci vuole azione, qualsiasi.

Lui ha dei dubbi, mormoro.

Hai dei dubbi tu, mi corregge.

No, io

Giulia, ti conosco da dodici anni. Hai dei dubbi. Da questa primavera almeno.

Ripongo il rossetto sul ripiano.

È una brava persona.

Sì.

Mi vuole bene.

Sì, si vede.

Siamo insieme da tre anni.

Tre anni e quattro mesi, precisa. Io non ti chiedo se lui è bravo o no. Ti chiedo: tu, cosa vuoi?

La musica filtra dalle pareti lenta, forse Eros Ramazzotti. Tacco di donna che risuona in corridoio poi svanisce.

Non lo so, dico.

Questa è la prima verità della giornata.

Caterina annuisce senza rimprovero, senza consigli.

Ok, dice. Ora usciamo. Ma dopo ne riparliamo.

Ok.

Prometti.

Prometto.

Usciamo. È il momento dei balli.

*

Matteo non è mai stato un gran ballerino lo ammette sempre con una sincerità autoironica che fa quasi tenerezza. Mi tiene per la vita, si muove un po goffamente mentre gli appoggio la testa sulla spalla; giriamo a ritmo lento e penso: ecco, così sembra da fuori. Perfetti, normali.

Giulia, sussurra piano.

Mh?

Scusa per quella domanda. Non dovevo fartela lì.

Quando?

Prima. Molto prima. Esita. Forse mai. Non lo so.

Lo guardo vicino, occhi con qualche filo dargento nelle tempie, anche se ha trentadue anni.

Perché me lhai chiesto, Matte?

Lui guarda oltre me dove zia Lucia già coinvolge Romano nel girotondo.

Perché da mesi hai quello sguardo risponde infine. Guardi altrove. Non su di me.

Sono stanca. Lavoro, i preparativi

Giulia.

Lo dice con una voce che mi fa smettere di parlare.

Non voglio trattenerti, dice. Questo volevo dirti. Se vuoi andare, vai. Ti capisco.

La musica finisce. Applausi. Restiamo fermi, non so cosa dire.

Usciamo un attimo? propone.

*

Usciamo in veranda, con vista parcheggio e piccolo giardino. Matteo fuma io anni che ho smesso appoggio sulle spalle la sua giacca.

Raccontami di Michele, dice.

Non rispondo subito.

Perché?

Perché è importante per te. E quindi per me.

Michele. Abbiamo lavorato insieme otto mesi in redazione lui redattore da febbraio, io la più anziana dei collaboratori. Non è mai successo nulla. Mai uno sguardo di troppo, nulla solo pensieri. Pensieri di quelli che si fanno su un posto dove forse staresti bene, anche se non ci sei mai stato.

Non cè niente lì, dico.

Lo so. Soffia il fumo lontano. Ma non è il punto, vero? Non riguarda lui.

E allora cosa?

Riguarda te. Esita. Tre anni fa eri diversa. Più viva. Volevi fare cose scrivere per una rivista, poi un romanzo, parlavi di Milano

Sogni, Matte.

Perché solo sogni? Scrivi bene, Giulia. Sei sempre stata brava.

Guardo nel piccolo giardino. Gli alberi sono zuppi, su una panchina un cane bagnato nostro, penso. Aspetta il padrone.

Non so cosa voglio, dico. Davvero. E fa paura.

Lo so che non lo sai, dice lui. Per questo ho chiesto.

Ci siamo appena sposati.

Lo so.

Ci sono quaranta persone tra dentro e fuori.

Quarantadue sorride di lato, la stessa mezza espressione che mi fece innamorare. Zia Lucia ha portato pure il nipote.

Matte Gli occhi mi pizzicano. Perché lo fai?

Cosa?

Dici sempre le cose giuste. Sempre.

È male?

È insopportabile. Perché se fossi sbagliato, sarebbe tutto più facile. Potrei anche arrabbiarmi.

Schiaccia la sigaretta.

Giulia, guardami.

Lo guardo.

Ti amo, dice piano. Sul serio. Ed è per questo che ho chiesto. Non per lasciarti andare ma perché non voglio trovarti infelice accanto a me.

Non sono infelice.

Ma neppure felice.

Taccio.

Non è giusto, dico infine. Non puoi farmi certe domande oggi.

Forse no. Mi sistema una ciocca di capelli; una folata mi spettina il velo. Ma se non ora, quando? Fra un anno, cinque? Sarebbe peggio.

Dietro la porta qualcuno ride forte. Il rumore di festa arriva ovattato.

Torniamo dentro, dico. Ho freddo.

Annuisce. Apre, mi fa passare davanti.

Entro e penso: oggi devo decidere. Stasera, prima che finisca.

*

Mamma mi intercetta diretta al tavolo.

Giulia. Vieni qui.

Così decisa che la seguo dietro una colonna fiorita.

Mamma, non ora

Proprio ora, taglia corto. Ho visto che siete usciti. Ho visto la tua faccia.

Mamma

Basta. Mi prende la mano. La sua mano è calda, un po ruvida di chi lavora, cucina, stira, resta sempre attivo. Ho sposato tuo padre a ventidue anni. Non sapevo cosa volevo. Pensavo fosse normale pensavo che lavrei scoperto strada facendo.

E lhai scoperto?

Resta in silenzio.

Ho trovato altro. Non quello che aspettavo. Stringe la mano. Giulia, Matteo è un bravuomo.

Oggi tutti me lo dicono.

Perché è vero. Ma buono non è tuo.

La guardo interrogativa.

Sei contraria?

No. Sono con te. Sospiro sommesso. Ho passato trentanni accanto a un uomo che rispettavo. Non è poco. Ma a volte mi sembrava

Non finisce la frase.

Sembrava cosa?

Che vivevo una vita non mia. Ordinata. Giusta. Ma non mia.

Stiamo zitte. Zia Lucia passa con il vassoio di gelatina, seguita dal nipote in farfallino.

Mamma, dico. Ma mi sono già sposata.

Lo so.

Cè la firma sui documenti.

Lo so, Giulia. Mi lascia la mano. I documenti si cambiano. La vita, no.

Ritorna al tavolo. Io resto lì, fissando Matteo che ride con Romano, Zina che versa insalata, zia Lucia, il nipote, Caterina che alza appena il mento verso di me.

Mi domando: come sono arrivata qui?

E capisco che non è la domanda giusta. Ce nè unaltra.

*

Caterina siede di fianco tutto il tempo dopo. Non parla, si limita a riempirmi il bicchiere e a rispondere per me al cugino di Matteo che vorrebbe parlarmi di compravendite.

Alle nove e mezza Matteo arriva dallaltra parte.

Sei stanca?

Un po.

Vuoi andare via prima?

Lo guardo.

È il nostro matrimonio.

Lo so. Possiamo restare. O andare. O parlare, davvero.

Qui?

No. Vieni.

Usciamo. Non più di là, ma nel cortile laterale, piccolo, con una panchina di legno e un lampione che dà una luce calda. Ci sediamo.

Matte, dico, devo dirti una cosa.

Dimmi.

Non sono innamorata di Michele. Mai stata. Ma questo non vuol dire che va tutto bene.

Lo so.

Ho trentanni. Vivo a Bologna, lavoro in redazione, scrivo articoli su urbanistica e imprenditori locali. Vita normale. Bella.

Ma?

Ma a volte di notte riapro quel file e scrivo. Non per la redazione. Per me. E in quei momenti Mi fermo. Non so spiegare.

In quei momenti vivi, suggerisce.

Lo guardo.

Sì.

Ho letto, dice. Lasciasti il portatile aperto a febbraio. Ho letto le prime righe. E poi tutto.

Matteo

Scusa, non dovevo. Fissa il lampione. Giulia, è bellissimo. Non capisci quanto.

Non rispondo.

Perché non scrivi sul serio? chiede.

Perché non riesco a finire.

Perché hai paura, conclude lui. Perché se ci provi potresti non farcela; oppure sì, e allora cambierebbe tutto.

Non rispondo, ma è così.

Giulia. So che ormai è tardi per certi discorsi. Ma ascolta, si volta. Se hai paura che io ti fermi ti sbagli. Non lo farò. Mai.

Non puoi saperlo.

Posso. Calmo ma deciso. Perché da tre anni ti vedo spegnerti poco alla volta. E ogni volta che succede, hai quello sguardo assente. Non è per me. Sei tu che ti blocchi. Io sono qui.

Mi accorgo che piango. Piano, senza rumore. Non so da quanto.

Non vuol dire che va tutto bene, sussurro.

No. Non tenta di abbracciarmi. Ma vuol dire che, se vuoi, possiamo capirci. Insieme.

E se non voglio più?

Allora ti lascio andare. Fa male, ma ti lascio. Silenzio. Giulia. Dimmi una volta, in faccia: vuoi provarci con me?

Mi asciugo la guancia. Il velo si impiglia nel bottone della giacca e finalmente lo tolgo lo lascio lì.

Penso a mia madre, ai suoi trentanni con un uomo rispettato. A Caterina che ha divorziato a ventotto e ne parla felice. A Zina e i suoi occhi buoni. Al portatile di febbraio e il file che nessuno avrebbe mai dovuto leggere.

Al semaforo.

Alla domanda cui non ho risposto.

Voglio provarci, dico. Ma ad una condizione.

Quale?

Che scriverò. Sul serio. E tu non dire che è una roba da niente, che non è un lavoro, che meglio fare qualcosa di concreto.

Mai detto, io.

Appunto. Parlo a me stessa. Lo guardo. Il permesso mi serve da me. Non da te.

Lui tace, fa bene a tacere.

E poi dobbiamo parlarci. Così. Non solo oggi, non solo quando ci sono semafori.

Promesso.

E poi, Milano. Un nodo mi si scioglie dentro. Voglio provare a mandare articoli alle redazioni di Milano. O andarci. Non so ancora, ma provo.

Matteo mi guarda. Poi dice:

Va bene.

Solo va bene?

Va bene, ripete. Andiamo. Insieme. O prima tu, poi io. Troviamo il modo.

Rido nervosa e sollevata.

Matte, sei matto.

Forse. Sorriso vero, caldo, molto più che in tutto il giorno. Ma sono il tuo matto. Adesso ufficialmente.

Adesso ufficialmente, confermo.

Siamo lì un minuto. Là dentro la festa continua. Musica, brindisi, urla bacio!, gente che balla.

Torniamo? chiede.

Torniamo.

Si alza, mi porge la mano. La prendo. Sento lanello: ora è meno estraneo, il suo e il mio.

*

Caterina mi intercetta sulla porta.

Allora? incuriosita.

Tutto bene, rispondo.

È tutto?

Tutto bene è già tanto, replico. Fidati.

Mi osserva un secondo, poi annuisce.

Ok. Vieni. Cè il primo in tavola.

Ritorniamo. Zia Lucia racconta aneddoti di Modena, il nipote la ascolta con aria sconvolta, Romano e Anna ballano, Zina tampona gli occhi col fazzoletto, chissà se ride o piange.

Matteo si siede vicino, mi versa prosecco, per sé prende acqua.

Cosa brindiamo? chiede zia Lucia alzando il bicchiere.

Matteo mi cerca con gli occhi.

A non avere paura, dice.

Zia Lucia sobbalza: brindisi inconsueto. Ma beve. Tutti bevono. Anchio.

E penso: forse questa è la vera risposta. Non sì o no al semaforo. Basta non avere paura e vedere che succede.

*

Ce ne andiamo prima di mezzanotte. Gli altri restano, zia Lucia è la più accesa, ma Matteo dice che gli sposi possono, e nessuno protesta davvero.

In auto silenzio. Un silenzio buono, non pesante come allinizio, ma nuovo, leggero, come se qualcosa fosse cambiato.

Guardo fuori. Bologna dottobre scorre stesse strade bagnate, stessi lampioni. Ma qualcosa è diverso. O sono diversa io. Chissà.

Matteo.

Sì?

Quando lhai notato? Il mio sguardo.

Ci pensa.

A giugno. Stavamo andando dai miei genitori in campagna, te lo ricordi? Guardavi fuori per tutto il viaggio. Io parlavo, tu rispondevi bene, al momento giusto, ma eri altrove.

E non hai detto niente.

Non sapevo come. Pausa. Poi ho imparato a tacere. Cattiva abitudine.

Anche la mia.

Ci fermiamo a un altro semaforo. Rosso.

Giulia, dice.

Sì?

Sei proprio sicura?

Lo guardo. Lui mi osserva serio, un po stanco, la solita espressione negli angoli degli occhi.

Sì, rispondo.

Scatta il verde.

Ripartiamo.

*

A casa ci accoglie il buio e lodore del gatto la nostra Minù sul davanzale ci fissa con aria di rimprovero: siete in ritardo, lo terrò a mente.

Ciao Minù, dico.

Lei si gira verso la finestra.

Ti serba rancore, dice Matteo. Unica tutto il giorno, poverina.

Come Minù, commento. Anche lei si offende se si tace troppo a lungo.

Ride, piano.

Mi tolgo le scarpe lì nellingresso, le appoggio al muro. Bianche, col tacco basso, le ha scelte mamma un mese intero domani metto le pantofole, e sarà bello così.

Matteo appende la giacca, allenta la cravatta.

Ti va un tè?

Volentieri.

In cucina lui mette il bollitore, io prendo le tazze: la sua preferita, blu col disegno dellorso, la mia con su scritto Non parlare prima del caffè, anche se bevo solo tè. Regalo di mia mamma, anni fa.

Giulia, dice mentre lacqua scalda. Posso dirti una cosa?

Dimmi.

Sono contento che abbiamo parlato. Guarda la teiera, non me. Lo volevo da tanto. Non trovavo le parole.

Anchio.

Siamo un caso perso, scherza. Ma senza giudizio.

Sì, sorrido.

Il bollitore fischia. Versa lacqua, io prendo le bustine. Niente infusiera, noi magari un giorno.

Minù scende, si strofina sulla mia gamba.

Ci ha perdonati, nota Matteo.

Gli animali imparano dai migliori, commento.

Ci sediamo al tavolo, piccolo, da cucina. La mattina i giornali e i fogli di lavoro, la sera solo due tazze. Un tavolo normale. Una cucina normale. La nostra.

Matte.

Mmm.

Domani apro quel file. E scrivo. Almeno una pagina.

Mi guarda.

Bene.

Non mi chiederai che cè dentro?

Quando vorrai farlo leggere, lo farai.

Annuisco.

Va bene. Allora, lo farò.

Beviamo il tè in silenzio. Minù si acciambella al suo posto sotto il calorifero, zampa indietro e occhi chiusi. Fuori piove, tipica pioggia fine di ottobre che tamburella sui vetri.

Penso a mamma. Domani la chiamo parte alle dieci, devo farcela prima. Per cosa? Per dire grazie. Lei capirà.

Matte, dico. A cosa pensi ora?

Riflette.

Che non abbiamo più zucchero.

Ridacchio, davvero.

Tutto qui?

E che sono sposato, aggiunge serio. Mi sembra ancora strano.

Anche a me. Guardo la fede. Adesso ci sto quasi dentro. Matte, andrà tutto bene?

Aspetta la risposta apprezzo che non promette mai niente prima di esserne sicuro.

Non lo so, dice infine. Ma ci proveremo.

Risposta onesta. Corretta.

Ci proviamo, dico.

*

Una settimana dopo apro quel file.

Ci sono diciotto pagine non ricordo daver scritto tanto. Leggo piano, correggo, tolgo, aggiungo. Tre ore, dimentico cena, Matteo mi porta un piatto con un panino senza fiatare.

Un mese e spedisco le prime cinque pagine a una rivista letteraria. Non di Milano una piccola locale. Ma vera. Solo per provare.

Rispondono dopo tre settimane. Mi chiedono altro.

Chiamo mamma.

Mamma, ricordi quello che dicevi sulla vita degli altri?

Ricordo, dice tranquilla.

Sto scrivendo la mia, dico. Piano. Ma la scrivo.

Resta in silenzio. Poi:

È bello, Giulia.

Solo così. A volte basta.

*

A novembre andiamo a Milano. Tre giorni, senza meta precisa. Matteo prende ferie, io metto il portatile in borsa.

Giriamo per la città, il caffè nei bar piccoli, un giorno intero io in redazione non quella dove ho spedito la bozza, unaltra a parlare con leditore di firme dai territori. Lei dice che ne cercano, mi dà il suo contatto.

La sera sediamo in un bar non lontano dalla Darsena, lui ordina la zuppa mentre io guardo Milano nei vetri. La città dei sogni. Non è come lavevo sognata è più piccola, nervosa, cara ma è vera. Viva.

Che cè? chiede lui.

Niente, rispondo. Guardo.

Ti piace?

Ci penso.

Mi fa paura, ammetto. Ma mi piace.

È un buon segno, dice lui. Quando ti fa paura e piacere assieme.

Lo guardo. Mangia la zuppa come se si parlasse del tempo.

Matte, ti penti?

Di cosa?

Aver sposato una inquieta come me.

Fa la pausa lunga, occasione di risposta vera, non di circostanza.

No, dice. I tranquilli sono noiosi.

Ti pentirai, vedrai.

Forse. Sorride. Ma ancora no.

Dietro il vetro scende neve. La prima dellanno, bagnata, si scioglie sui marciapiedi. Passa la gente, chi ride, chi telefona. Una sera normale, in una grande città.

Apro il portatile, file nuovo. Non quello delle diciotto pagine, un altro, bianco.

Scrivi? chiede.

Provo.

Allora io prendo unaltra zuppa. Fai con calma.

Scrivo la prima riga.

Rileggo. Cancello. Ne scrivo unaltra.

Lui di fronte, legge il telefono, Milano scorre dietro il vetro, la neve si scioglie, è solo una sera.

Penso: forse è proprio così. La felicità. Non un fulmine, né una rivelazione. Solo chi ti siede davanti e ordina ancora da mangiare mentre tu scrivi. Solo la città fuori. Solo la prima frase, senza sapere dove porta.

Semplicemente non avere paura e vedere che succede.

Scrivo la seconda riga.

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