Tutta la giornata, Olimpia laveva passata come in una nebbia pastosa, preparando la casa per il Capodanno. Puliva ossessivamente i pavimenti di piastrelle fredde, cucinava piatti tradizionali che aveva imparato da bambina e sistemava la tovaglia sul tavolo come fosse un vestito da festa. Era il suo primo Capodanno senza mamma e papà, il primo trascorso col suo amore Marcello.
Viveva ormai da tre mesi nella casa di lui, un appartamento dai muri spessi e le luci fioche, sovrastato dallodore di chi ha vissuto troppo. Marcello aveva quindici anni più di lei, una storia di matrimonio naufragato, un figlio con mantenimento e una passione per lAmaro lucano che non aveva mai saputo domare. Ma, nel sogno confuso di Olimpia, tutto questo si scioglieva come zucchero: quando si ama, le crepe diventano ornamenti. Nessuno capiva cosa lavesse fatta innamorare di Marcello. Non era bello, anzi in certi angoli della stanza, sotto le luci gialle, sembrava quasi temibile, il viso scavato e segnato da mille rughe e la bocca sempre tirata in una smorfia ruvida. Il carattere? Spigoloso come le tegole vecchie, la tirchieria da far ridere anche gli avari nei film e, quanto ai soldi, sempre spariti. E se cerano, almeno, erano suoi: di Marcello e di nessun altro.
Ma Olimpia Olimpia che nel sogno era dolce e silenziosa come una Madonnina sperava che, in quei tre mesi, lui si sarebbe reso conto della donna che aveva accanto: ordinata, schiva, infaticabile. Sperava che lavrebbe chiesta in moglie, come una volta si usava nei paesi della Puglia. Dobbiamo viverci un po, vedere come te la cavi mica voglio unaltra come la mia ex. Così diceva lui, lasciando nel mistero chi fosse mai questa ex moglie: Olimpia non riuscì mai a stanare quel fantasma dalle sue parole confuse.
Così Olimpia si affannava: non discuteva quando lui rientrava barcollando, preparava il ragù, lavava le sue camicie maleodoranti, puliva ogni centimetro del bagno calcareo, comprava la spesa con i suoi risparmi in euro (perché Dio non voglia che Marcello pensasse a lei come una materialista!). Anche il cenone laveva preparato tutto da sola, comprando le lenticchie e il cotechino con i soldi che aveva da parte. Addirittura, sotto lalbero tutto storto del salotto, aveva lasciato per lui un cellulare nuovo, acquistato sacrificando qualche uscita con le amiche.
Mentre Olimpia, intrappolata in questo sogno denso e silenzioso, si agitava per il gran momento, Marcello si preparava a modo suo, affogando la vigilia in un bar scrostato, tra amici e bicchierini impolverati di liquore dolciastro. Rientrò a casa allegro e vaporoso, e sbottò: Stasera festeggiamo con i miei amici! Amici che Olimpia non aveva mai visto, figure indefinite collassate dai suoi discorsi passati. Il tavolo era pronto, mancava unora allanno nuovo e il cuore di Olimpia galleggiava tra la speranza e la delusione. Non si lamentò: lei non voleva essere come la sua ex.
Poco prima della mezzanotte, una compagnia di sconosciuti sfondò la porta come una tempesta di vento: uomini e donne già ubriacati, voci e risate come carillon impazziti. Marcello si animò, fece sedere tutti, e la festa divenne loro. Olimpia restò sul margine, trasparente, nemmeno un saluto o una presentazione. Bevevano e ridevano, le loro storie si intrecciavano a battute che a lei sembravano versi di una lingua sconosciuta. Quando, cercando di non tremare, suggerì che era tempo di stappare lo spumante, la guardarono come si guarda unombra che appare nel sogno senza invito.
E questa chi sarebbe? biascicò una delle donne, occhi rossi e labbra sbavate.
Ah, la coinquilina del letto, rise Marcello, e la battuta divenne subito burla collettiva. Mangiarono il suo cibo, la presero in giro, lodarono lo spirito di Marcello che aveva trovato una cuoca gratis, una cameriera personale. Marcello non la difese, anzi: rise con loro, posandosi ancora più pesante sul suo cuore.
Nel sogno, Olimpia si ritirò piano, senza rumore. Raccolse in fretta le sue cose, camminò sotto la luna storta di gennaio, come se trovasse la strada tra le nubi dellinconscio. Tornò a casa dei suoi, dove la madre le disse come un ritornello antico Te lavevo detto. Il padre sospirò di sollievo. Olimpia pianse, si tolse dagli occhi le lenti rosa dellillusione e si sentì leggera.
Passò una settimana. Quando i soldi finirono, Marcello suonò alla porta di Olimpia, come se nulla fosse successo. Ma cosè, ti sei offesa o che? Carina davvero, tu lì a fare la bella vita da mamma e papà, e qui nel mio frigo cè solo il vento! Stai diventando proprio come la mia ex.
Alla sua sfacciataggine, Olimpia rimase muta. Tante volte aveva sognato questo momento, immaginando discorsi taglienti e risolutivi. In quel momento, però, tutto quello che riuscì a fare fu mandarlo al diavolo chiudendo la porta.
E così, dal Capodanno, per Olimpia ebbe inizio una nuova vita libera, finalmente, dagli incantesimi di quel vecchio sogno.







