Lui mentiva, e lei glielo permetteva: la storia di Marianna, una donna tra tradimenti, illusioni e la forza di ricominciare dopo i quarant’anni

Ha mentito, e lei glielha lasciato fare

Quante volte la vita ci insegna che la tentazione, quella che accarezza le debolezze degli uomini, non dorme mai. Sta sempre lì, pronta a cogliere di sorpresa anche il marito più tranquillo. E le mogli, a volte, abbassano un po troppo la guardia, sperando che questa volta non tocchi a loro. Così è capitato anche a me con Giulianae non solo una volta, purtroppo.

Quando Riccardo mi tradì per la prima volta, io rimasi profondamente ferito; poi però le concessi il perdono:

Va bene, per stavolta ti perdono. Nella vita può succedere di tutto. Un uomo può inciampare, lasciarsi andare per un attimo. È umano, soprattutto quando la quarantina incombe o magari è già passata

Non avevo mai sospettato niente di Riccardo, o forse semplicemente non volevo vedere. Mi fidavo, senza riserve. O forse il tempo davvero non bastava: due figli adolescenti crescevano alla velocità della luce. Insieme avevamo messo su una piccola azienda, fondata da me, poi lui aveva proposto di crescere, chiedere un prestito e lavorare insieme per il futuro della famiglia. Vivevamo nel suo appartamento a tre stanze in zona Navigli, lasciatogli dalla nonna ancor prima del matrimonio. Lazienda, intestata a Giuliana, era però dei due, come i soldi e le responsabilità.

Il primo scivolone di Riccardo fu con la segretaria nuova, Silvia: giovane, gambe da modella e sguardo languido. Era elegante, e fin dal primo giorno gli girava attorno, nonostante io fossi sempre presente in ufficio. Appena la vidi, non fui per nulla contento:

Riccardo, non ci serve una fotomodella alla reception, quanto piuttosto una donna concreta, magari con qualche anno desperienza sulle spalle.

Giovane non è un difetto, sbuffò Riccardo. E poi viene da uno studio rinomato, sa il fatto suo. E non dicevi proprio tu che chi sta alla reception rappresenta il biglietto da visita dellazienda? Silvia attirerà clienti, vedrai.

Lo guardai con scetticismo:

Vabbè, vediamo quale tipo di clienti attirerà.

Silvia si dimostrò puntuale, gentile, molto precisa. Decisi:

Lasciamola lavorare, almeno si comporta bene e si veste in modo professionale. Niente trucco esagerato, tutto nella norma.

Meno di un mese dopo, la mia delusione fu bruciante. Quella sera, andai a fare la spesa al supermercato sotto lufficio, un giro veloce per preparare la cena con amici dellindomani. Tornando verso lauto, notai la luce accesa nellufficio di Riccardo.

Doveva essere già tornato, la macchina è lì Si è trattenuto troppo, andrò a dirgli che è ora di tornare.

Parcheggiai e salii. Aprendo la porta, mi gelai: la scena era inequivocabile, un quadro da romanzo di serie B. Li beccai proprio sul fatto. Riccardo si voltò spaventatissimo e Silvia si coprì in fretta con la sua camicia.

Proprio quello che pensavo! sbottai. Credevo fossi stanco e affamato Invece!

E me ne andai. Piansi in macchina, la testa sul volante. Mi sembrava di aver perso tutto ciò che avevo costruito con fatica. Riccardo arrivò poco dopo a casa; io mi chiusi in camera, lui bussava disperato.

Giulianina, ti prego perdonami. È stata un’improvvisa, unica debolezza. Prometto che non succederà mai più.

Non risposi. Passai la notte insonne, senza sapere cosa fare.

Devo lasciarlo? Portare via i ragazzi? Sono quasi adulti, come lo spiego? Riccardo è un papà affettuoso, un marito presente. I figli lo adorano. Distruggerei la loro serenità? E il lavoro insieme, la ditta ora così in salute? E poi lo amo ancora, lo sento forte.

Allalba pensai che Riccardo era stato travolto da una tentazione e Silvia lo aveva adescato. Piangevo, ma mi resi conto che lo avrei perdonato. Non subito, forse, ma sì. La mattina dopo, in cucina, lui mi abbracciava e chiedeva scusa:

Scusami, sono stato uno sciocco. Lei mi si è gettata addosso e io non ho resistito. Mai più, te lo giuro.

Poi nel pomeriggio arrivarono amici a cena e dovemmo recitare la parte della famiglia felice. Riccardo, vedendo che non ero più freddo, rinacque a nuova vita. Decisi allora di concedergli unaltra possibilità.

Si sforzava, mi riempiva di ti amo, giurava che esistevo solo io

Passati due mesi, andando in cerca di un contratto nel suo ufficio, vidi per caso un messaggio sul cellulare di Riccardo. Non volevo, ma la curiosità vinse. Lo lessi e mi gelò il sangue: una certa Donatella gli aveva scritto parole che lasciavano poco spazio ai dubbi e chiedeva una telefonata. Con le mani che tremavano, composi il numero e sentii una vocina delicata:

Ciao, orsacchiotto mio!

Chiusi la chiamata di colpo. Orsacchiotto!, pensai furibondo.

In quel momento Riccardo rientrò. Gli lanciai il cellulare in faccia:

Richiama Donatella. Orsacchiotto! e uscii.

Andai fuori a fumare: avevo smesso da anni, ma in quel momento servivano tutte le sigarette del mondo. Poi capii che questa volta non avrei perdonato. Io non ero uno da cornificare.

Cosa faccio ora? I ragazzi ormai grandi, ma comunque ancora a casa La casa in comune, ma sua di fatto. Ditta insieme, prestito da pagare Tutto da dividere?

Fuori iniziava a scendere la sera. Tornai a casa. Sul tavolo, un enorme mazzo di rose rosse. Lui seduto sul divano, con i figli che lo abbracciavano affettuosi. Una scena da fotoromanzo: papà ideale che aspetta la moglie.

Quando i ragazzi andarono a letto, Riccardo mi si accostò:

Giuliana, questa donna mi insegue. Io amo solo te, tu lo sai.

Da quanto va avanti?

Poco, giuro, neanche due mesi. Ti prego. Siamo una famiglia, i figli, tutto Forse sto attraversando una fase, la famosa crisi di mezza età. Capita a noi uomini, sai…

Ancora una volta, sentii che se lo avessi davvero lasciato tutto sarebbe crollato. Ma stavolta decisi di fargli pagare il prezzo. Iniziò una guerra fredda in casa che durò quattro mesi. Alla fine, gli concessi di nuovo il perdono, ma lo tenni sotto controllo. Controllavo cellulare, email, ogni sua mossa. Ovunque vedevo inganni allorizzonte. Andò avanti così fino allestate.

Finalmente vacanza! Tutti al mare, stanza presa in affitto, sole, bagni, passeggiate. Ma anche lì, Riccardo riuscì a tradirmi. Ero con mio figlio più piccolo a fare la spesa; lui si intrufolò nella stanza accanto, dove alloggiava una signora sola e carina, che già da qualche giorno gli lanciava sguardi complici. Arrivando alla mia stanza, vidi Riccardo uscire dalla camera di lei, tutto sorridente e intento a sistemarsi i vestiti:

Grazie, è stato bellissimo diceva, e mi si parò davanti.

La donna richiuse la porta in fretta, e lui imbarazzato:

Giuliana, non è come sembra

Stesse scene, stesse parole. Diedi ai figli un po di soldi perché andassero al parco e con Riccardo sistemai le cose. Raccogliemmo le valigie e tornammo a Milano il giorno dopo, in silenzio per tutto il viaggio. Anche i figli ormai avevano capito: il papà aveva di nuovo fatto danni, e questa volta la mamma forse non lo avrebbe più perdonato.

A casa, Riccardo iniziò a fare promesse, mille scuse, persino io finii per sentirmi in colpa:

Forse se fossi stato più perfetto, più attento, non sarebbe successo

Stavo arrivando a dare la colpa a me stesso per i suoi tradimenti. Ma poi qualcosa si spezzò dentro, e divenni lucido:

Da quando viviamo insieme, Riccardo mi ha sempre mentito, e io glielho lasciato fare. Bastava che mi dicesse ti amo per sciogliermi. Eppure lui mi umiliava, mi manipolava, mi faceva sentire sbagliato Ma davvero non merito di più di casa, figli, lavoro? Ora basta. I figli sono cresciuti, e io non permetterò più di essere ingannato e umiliato. Devo riflettere bene e agire, non come sempre.

Finsi quasi il perdono, ma gli misi una condizione: volevo mettere per iscritto la separazione dei beni.

O accetti, o io non torno. Questo è il prezzo per ricostruire il matrimonio.

Accettò subito, giurando che non desiderava altro che la famiglia, che sarei dovuto essere io a gestire ogni centesimo. Voleva mostrarmi che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di tenere unito il matrimonio.

Il figlio maggiore partì per luniversità a Bologna, andò in studentato. Io trovai una casa per me e i bambini, lintestai a mia mamma.

Riccardo, così è meglio; una protezione dallinflazione linvestimento immobiliare è sempre il più sicuro.

Continuavamo a vivere ancora insieme; lasciarlo non era facile, perché era un papà perfetto e un buon marito (se si escludevano i tradimenti). Mi venivano dubbi terribili:

E se lui fosse davvero cambiato? Se avesse capito e ora fosse davvero pentito? E se stessi facendo un errore?

Soffrivo, ma ridevo spesso

Durò un anno, finché una nuova donna, Lisa, spazzò via ogni incertezza. Si presentò in ufficio: giovane moderna, capelli neri corti e sguardo deciso. I suoi occhi scuri mi fissavano senza imbarazzo. Avevo capito subito.

Buongiorno, Giuliana. Sono Lisa, vengo per Riccardo.

Mio marito? chiesi glaciale.

Sì, almeno ancora per poco: sarà mio marito presto. Non te ne ha parlato? Ho preferito chiarire subito; dagli uomini, si sa, meglio non aspettarsi chiarezza. Noi ci amiamo, ci sposeremo, me lha promesso.

Rimasi basito, poi scoppiati a ridere, a ridere forte di gusto. Non ridevo di lei: ridevo di me stesso, di Riccardo, dellenorme nuvola che mi ero raccontato. Un vecchio detto mi tornò in mente: Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ebbi la certezza che lui non sarebbe mai cambiato.

Lisa mi guardava perplessa, non capiva affatto perché ridevo.

E io, calmo:

Prendilo pure, Riccardo non ti chiederà mai il divorzio, sa che perderebbe tutto. Ma lasciati dire: meriti di meglio. Un uomo onesto, non uno sposato. Con il mio ex non avrai mai nulla di buono.

Quello stesso giorno misi via due valigie, e con mio figlio piccolo andai a vivere nella nuova casa. Certo, allinizio sarebbe stata dura, meglio qualche difficoltà temporanea che una tortura senza fine.

La vita dopo i quarantanni appena comincia. E adesso inizia per davvero. Pensavo tutto dun fiato, rincuorato.

Auguro buone giornate e tanta luce a chi legge. Se vi va, lasciate un follow o un like.

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Lui mentiva, e lei glielo permetteva: la storia di Marianna, una donna tra tradimenti, illusioni e la forza di ricominciare dopo i quarant’anni
Il turno silenzioso L’autobus si fermò con uno strattone e la gente iniziò a scendere, urtando i corrimano con le borse. Svetlana fu l’ultima ad alzarsi. Il ginocchio fece un po’ male scendendo i gradini sulla neve grigia e schiacciata. L’aria umida di febbraio la investì in faccia, profumando di fumo dalla centrale termica e di qualcosa di resinoso che arrivava dalla fascia scura del bosco. Davanti a lei si stagliava il lungo edificio del centro termale, file di finestre tutte uguali. Sulla facciata una vecchia insegna sbiadita con il nome del centro e, sotto, lo stemma della città. Tutt’intorno, il paesaggio tipico di certe strutture: abeti bassi lungo il vialetto, aiuole di cemento spoglie, qualche figura solitaria con la valigia. — Impegnativa, foglio di ricovero, documento — disse, secca, la donna allo sportello della reception, senza alzare gli occhi. Svetlana infilò la cartellina di plastica nella fessura. Dentro lo sportello odorava di carta e di un profumo economico. Alle sue spalle qualcuno sospirò forte, trascinando una valigia con le rotelle. — Per quanto tempo la degenza? — chiese la receptionist, sfogliando rapida i documenti. — Due settimane. — Bene. Terzo edificio, secondo piano, stanza duecentosei. Il medico la vedrà domani, studio sette. I pasti sono a orario, i buoni pasto sono nella cartellina. Avanti il prossimo. La cartellina tornò con dentro una tessera di plastica e una pila di buoni mensa. Svetlana si fece da parte per non ostacolare il flusso. In testa ronzava: «Due settimane. Due settimane senza cucinare, senza correggere compiti, senza accendere il portatile di notte». Trascinò con fatica la valigia fino al terzo edificio. Una ruota si incastrava e la valigia continuava a voler finire nel cumulo di neve. Nell’atrio si sentiva odore di cavolo bollito e di disinfettante. Sulla parete una bacheca di annunci scoloriti: orari delle terapie, locandina di un concerto di fisarmonica, avviso di un corso di camminata nordica. L’ascensore funzionava, ma chiudeva le porte con un tale stridio che Svetlana si ritrasse istintivamente. Decise che era meglio salire a piedi. Il corridoio al secondo piano era un lungo tunnel, le luci al neon ronzavano. Sulle porte targhe coi numeri, qua e là dei disegni di bambini: sole, una casetta, un abete. La duecentosei era a metà corridoio. Svetlana bussò e spinse la porta. Dentro due letti di metallo con coperte grigie, in mezzo un comodino, sotto la finestra un tavolo con una cerata a quadretti. Su un letto un pigiama piegato, su una sedia una borsa. Dal bagno arrivava il rumore dell’acqua. — Entrate pure, arrivo subito — rispose una voce femminile. Svetlana mise la valigia vicino al letto libero. La finestra dava sul bosco, qualche goccia lenta colava sul vetro. Il termosifone sotto il davanzale sibilava piano. Dal bagno uscì una donna non alta, sulla cinquantina, con l’asciugamano avvolto in testa. Il viso rotondo, occhi vivaci e scuri. — Coinquilina? — chiese sorridendo. — Io sono Tania. — Svetlana. Si strinsero la mano un po’ impacciate, come gente che si conosce in treno. Tania, senza pudori, iniziò a sistemare nella scaffalatura del mobile i suoi farmaci. — Quanto ti fermi? — chiese poi. — Due settimane. — Ottimo! Io tre. È il terzo anno che vengo qui — lo disse con un po’ d’orgoglio — e ci si abitua, guarda. All’inizio pensi: centro termale, solo anziani, che malinconia… Poi invece il ritmo, l’aria, le terapie… E nessuno che ti stressa. Svetlana annuì senza sapere cosa rispondere. Prese dalla valigia la tuta, dei calzettoni, l’accappatoio. Tutto le sembrava estraneo, come se appartenesse a un’altra vita, dove lei aveva davvero tempo per un pisolino o una passeggiata. — Che terapie segui? — la incalzò Tania. — Ortopedia e sistema nervoso. Schiena, ginocchio… — fece un mezzo gesto vago. — Ce ne sono tanti così. Io cuore. E anche i nervi, ovvio! — sospirò Tania. — Marito, figli, scuola… Tutto sulle spalle. Svetlana annuì di nuovo. Del marito non aveva voglia di parlare. Ormai da due anni erano separati, rimasti gli alimenti sul conto e qualche telefonata al figlio. — Andiamo insieme a cena? — propose Tania. — Di solito c’è folla, meglio farsi compagnia. — Volentieri. A cena si formò la fila. La sala era bassa, lampadari pendenti, file di tavoli da quattro. In giro donne in camice bianco con i vassoi. Odore di pesce in umido e di composta. Si sedettero a un tavolo libero. Subito si unirono altri due: un uomo alto, brizzolato, in felpa sportiva, e una signora robusta con il rossetto acceso. — Possiamo? — chiese l’uomo. — In due si chiacchiera poco. Io sono Valerio. Lei è Nina. — Svetlana — rispose lei. — Tania. — Ecco, già una compagnia! — esultò Nina. — Io vengo ogni anno. Prima era la tessera del sindacato, ora pago io: a casa non si riposa mai. Nipoti, orto, vicini… — Di dove sei? — chiese Valerio a Svetlana. — Da Padova. — Ah, la città! — rise lui. — Io da Perugia. Qui ormai abbiamo una piccola delegazione! — fece un cenno vago dietro sé — Se vuoi, domani conosci gli altri. La sera giochiamo a briscola in salone. Svetlana sorrise con cortesia. La briscola non la interessava molto, però l’idea di poter semplicemente stare in salone, a non fare niente, le parve curiosamente piacevole. Il cibo era semplice, di pensione: orzo con pesce, insalata di rape rosse, composta di frutta secca. Svetlana si accorse che mangiava piano, senza inghiottire di fretta come a casa, fra una telefonata della direttrice e un messaggino della prof della classe di suo figlio. Dopo cena Tania le propose una passeggiata fino al bosco. — Tanto vale respirare un po’ d’aria buona, già che siamo qui. Uscirono sul sentiero. Il bosco iniziava subito dopo la luce dei lampioni, dentro l’ombra degli abeti la neve era soffice. Lungo il viale i faretti disegnavano cerchi gialli sulla neve. In lontananza risate soffocate, qualche porta che sbatteva. — Tu lavori? — domandò Tania. — Sì. Ragioniera in una società commerciale. — Eh, responsabilità! — scosse la testa Tania. — Io scuola. Italiano e storia. Venticinque anni. Forse è arrivato il momento di… — Si fermò, fece un gesto, sorrideva amaro. — Insomma, il centro mi salva la vita ogni volta. Svetlana pensò che anche lei non vedeva un salvagente da tempo. Negli ultimi anni aveva solo cercato di restare a galla: bilanci, scadenze, riunioni di genitori, liste di cose da fare. Il centro termale sembrava una pausa, ma una pausa strana, come se avesse marinato una lezione. La notte faticò a dormire. La coinquilina russava piano, dal muro si sentiva qualcuno russare forte, da qualche parte una porta sbatteva. Svetlana fissava il soffitto e sentiva quel solito pizzicore di ansia: doveva chiamare il figlio, controllare la posta, scrivere alla direttrice. Il telefono sul comodino, lo schermo spento. Lo prese, guardò l’ora, aprì WhatsApp: poi lo richiuse. Si costrinse a lasciarlo a faccia in giù. La mattina tutto iniziò con una nuova fila: quella dal medico. Nel corridoio del primo edificio, gente in accappatoio e tuta, cartelline in mano. In TV una trasmissione di giardinaggio a volume basso, odore di caffè della macchinetta e di farmacie nell’aria. — Si fa per numero o per fila? — chiese una donna col cappello di lana, seduta accanto a Svetlana. — Numero — rispose lei, mostrando il biglietto. — Allora tu dopo di me. Che qui se possono ti passano avanti… La donna subito ricominciò a raccontare della pressione alla vicina. Svetlana ascoltava a metà, fissando la porta chiusa dello studio medico. Le sembrava strano essere lì, tra gente che parlava di analisi e medicine. Aveva ancora nella testa le conversazioni sul lavoro di ieri, ma già sembravano più lontane. Il medico era un uomo asciutto, con gli occhiali. Rapidamente sfogliò la sua cartella, le fece domande di routine. — Disturbi? — Schiena, ginocchio. Mi affatico presto. Dormo male. Annunciò una serie di cure: ginnastica, piscina, massaggi lombari, fisioterapie. E: «Orari regolari. È la cosa più importante. Dorma prima delle undici, faccia passeggiate, stia meno su Whatsapp». Svetlana sorrise. — Questa è dura. — Qui sarà più facile che a casa, — replicò secco il medico. — Ne approfitti. Gli appuntamenti scandirono le sue giornate come un’agenda non sua. Mattina, ginnastica in sala con le vetrate e la coach in tuta che mostrava esercizi con bastoni e palloni. Poi piscina, piccola, piastrelle azzurre, cloro negli occhi. Dopo pranzo, massaggio: un’infermiera piccola ma forte le scioglieva la schiena, e la sorpresa era accorgersi che ci si poteva stendere senza far niente. Le file alle terapie diventavano posti da chiacchiere. La gente si conosceva come in treno, raccontandosi storie. Tania subito entrò nella compagnia dei «veterani»: Nina, un’altra signora con orecchini vistosi, il solito Valerio. Valerio manteneva una certa distanza ma era sempre presente. In palestra dietro Svetlana, in piscina nella corsia accanto, a pranzo facile trovarlo al loro tavolo. — Nuoti bene — le disse una volta uscendo insieme dall’acqua. — Non affoghi mai. — Da piccola facevo corsi. Poi… mai tempo. — «Mai tempo» non è una diagnosi, — disse piano lui. — Dopo l’infarto ho capito che quel «mai tempo» è solo una scusa. Il tempo si trova. Svetlana non sapeva cosa dire. Gli guardò il petto, dove si intravedeva sotto la felpa la lunga cicatrice. — Hai avuto paura? — chiese. — Eccome, — rispose sincero. — Poi uno si abitua all’idea che non è eterno. E comincia a scegliere a cosa dedica le sue giornate. Quelle parole la lasciarono pensosa. Si ricordò di come, l’anno prima, era rimasta a letto con la febbre ma non aveva mai spento il computer: rispondeva alle mail, batteva conti. Nessuno le aveva nemmeno detto di riposare. Nemmeno lei. La sera, in salone, si riunivano. C’era chi guardava la TV, chi giocava a carte. Un vecchio distributore d’acqua, teiera, scatola di biscotti portati da casa. Una volta Tania la trascinò fuori dalla camera: — Vieni, ti presento agli altri. Non puoi passare due settimane isolata! Si sedettero vicino alla TV. Valerio stava mescolando un mazzo. — Si gioca a scopa? — propose lui. — Non sono capace — confessò Svetlana. — Imparerai! — insistette Nina. Le carte scivolavano sul tavolo, risate qua e là, battute. Svetlana all’inizio si confondeva, poi si lasciò andare. Era piacevole sapere che da una mossa non dipendeva nulla. Se sbagliavi, al massimo avevi ancora le carte in mano. Le conversazioni erano semplici: il tempo, la minestra buona della mensa, la mitica infermiera della sala 9. Ma a volte si infilava qualcosa di diverso. — Quando i figli erano piccoli, sognavo crescessero in fretta così avevo tempo per me… — rifletteva Nina scuotendo le carte — Ora sono grandi ma mi cercano di più. Per il nipote, per i soldi. Mi viene da dire: lasciatemi stare, sono stanca, ma… — E perché no? — chiese piano Svetlana. Nina la guardò stupita. — Ma come si fa? Sono figli. Io sono la mamma. Svetlana ricordò il figlio prima della partenza: «E chi mi cucina la cena?» E come lei, stanca morta dalla giornata, stava comunque ai fornelli, invece di ordinare una pizza. — Si può essere mamme e essere stanche, — disse. — E dirlo. — Chi ce l’ha insegnato? — intervenne Tania. — A noi hanno insegnato a sopportare. Rimasero in silenzio. Dal tavolo vicino una risata, in TV una cantante in abito luccicante tirava una nota. I giorni scorrevano. Sveglia, ginnastica, mensa, terapie, passeggiata al bosco, carte in salone. In quella routine comparivano piccole attese: Svetlana cominciava ad aspettare la ginnastica, quando i muscoli si risvegliavano; la piscina, dove scivolare nell’acqua e restare soli con il proprio respiro; il massaggio che ti lasciava addosso un tepore pesante. E aspettava anche le chiacchiere con Valerio. Non era invadente, non faceva domande. A volte bevevano tè guardando il bosco, ognuno nei suoi pensieri. Altre volte raccontava cose banali: come nella sua città avessero chiuso la fabbrica, come da ragazzo adorasse la moto, come adesso avesse paura di guidare troppo lontano. — Cosa temi di più? — le chiese un giorno. Una domanda semplice, che la spiazzò. Istintivamente pensò «l’altezza», «i serpenti», ma sapeva che non era vero. — Temo che resti tutto così — disse, sorpresa delle sue stesse parole — Lavoro, casa, conti, riunioni, compiti, liste… Fino alla pensione. Poi… Si fermò. — Poi non avrai più le forze per cambiare — completò lui. — So cosa intendi. Rimasero in silenzio. — Cosa vorresti cambiare? — domandò lui. — Non lo so — ammise —. Nemmeno mi ricordo cosa vorrei io. Ho sempre qualcun altro che vuole qualcosa da me. Lui annuì, comprensivo. — Qui la cosa bella è che il giorno è tutto uguale, e alla fine capisci cosa è tuo e cosa è richiesto dagli altri. Era vero. Lì non decideva quasi niente: l’orario era fisso, il cibo arrivava da sé, il letto lo rifacevano le donne delle pulizie. Lei si concesse di rimanere a letto a guardare fuori, senza sensi di colpa. I fiocchi di neve scendevano lenti, i passi dei pochi uscivano avvolti nei cappotti. Il mondo andava avanti anche senza di lei. Il settimo giorno le telefonò il figlio. — Mamma, dov’è il caricabatterie del tablet? — fu il saluto. — Nel cassetto, a destra — rispose lei —. E tu tutto bene? — Sì. Domani passo da papà. Quando torni? — Tra una settimana. — È tanto — ci fu un po’ di rimprovero nella voce. — Ho le cure. Ho bisogno. Svuotata di ogni scusa, la frase suonò netta. Lei stessa si stupì della calma. — Va bene — sospirò lui —. Tu non annoiarti. Rimase ancora un po’ con il telefono in mano. In petto sentiva un senso strano: ansia ma anche sollievo. Si era concessa di essere non solo madre ma anche una persona che aveva diritto a curarsi. La sera, in salone, organizzarono un «benvenuto» per i nuovi arrivati: bollitore, teiera, piatto di biscotti, musica da una cassa portatile. L’addetta alle attività cercava di lanciare giochi, ma tutti preferivano parlare. Svetlana stava in un angolo, ascoltando storie di orti, di divorzi, di nipoti. Si sentiva parte di una comunità provvisoria: tutti accomunati dall’essere usciti, per un attimo, dalla loro vita vera. A un certo punto Valerio le si sedette vicino. — Domani per me finisce il turno, — disse piano. Svetlana si scosse, anche se sapeva che ognuno aveva la propria data di partenza. — Già? — Dieci giorni. Volati. Ma devo tornare, la mia cagnolina mi aspetta, la vicina la sta accudendo. — Capisco. Si fecero silenziosi. — Non sparire — le disse basso lui. — Voglio dire… non regalare tutto al lavoro. Un po’ lascialo a te stessa. — Ci provo, — rispose lei. Lui annuì, le lanciò uno sguardo che sembrava volersi ricordare qualcosa, poi fissò la TV dove passava un vecchio film. Il giorno dopo, la vide scendere con la valigia per la partenza. Addosso la solita felpa, una giacca sopra. — Stammi bene, — disse lui — In bocca al lupo. — Anche tu. — Si strinsero la mano. La sua era calda, asciutta. Per un attimo Svetlana pensò di chiedergli il numero, ma non lo fece. E neanche lui. Aveva senso così: che tutto restasse lì, dentro quella parentesi. Quando vide l’autobus allontanarsi, Svetlana lo seguì con lo sguardo dal salone fino al cancello. Poi sparì dietro la curva; rimasero solo le tracce delle ruote. La settimana seguente fu diversa. Le serate in salone proseguirono, ma Svetlana portava più spesso una sua lettura. Si metteva vicino alla finestra col romanzo che rimandava da mesi: leggevo la stessa pagina, i pensieri che correvano altrove, ma senza rabbia. Aveva tempo. Un giorno Tania tornò agitata dalla visita cardiologica. — Immagina, mi dice di non agitarmi. Come se fosse un interruttore: click ed è fatto. — Si può provare almeno un po’, — suggerì Svetlana — Magari a scuola non caricarti tutto addosso… O a casa. — E chi altro lo fa? — rispose Tania per riflesso — I figli… Si fermò e sorrise forzatamente. — Vedi, parlo come mio marito. Diceva sempre “chi, se non io?” Poi è finito con l’ictus. E la vita è andata avanti anche senza di lui. — Magari va avanti anche senza di te — osservò dolcemente Svetlana. Tania la guardò a lungo. — In queste due settimane sei diventata più saggia, — disse — O semplicemente hai riposato. Svetlana fece spallucce. — Sono solo stanca di portare tutto sulle spalle. Voglio provare un altro modo. Detto ad alta voce suonava più vero. L’ultimo giorno camminò per i corridoi familiari come in un museo di una piccola, breve vita. Entrò in palestra, c’era già un altro gruppo che si allenava. Guardò la piscina attraverso il vetro. Passò dal massaggiatore per ringraziarlo. — Torni pure — disse lui — La schiena risponde bene. — Vedremo, — rispose lei. In stanza fece la valigia: accappatoio, tuta, costume. Sul comodino rimasero solo il caricabatterie e il libro. Tania era seduta sul letto, girava tra le dita la sua impegnativa. — Non vorrei partire, — confessò — qui sembra tutto più facile. — Qui è facile perché è finto, — disse Svetlana — Se vivessimo qui un anno, troveremmo anche qui i motivi per arrabbiarci. — Forse sì — Tania sorrideva — Se torni, chiamami. — Le lasciò un foglietto col numero. — Sono una frequentatrice abituale. Svetlana lo salvò in rubrica. — Ci sentiamo, — promise. L’autobus partiva dopo pranzo. Alla mensa servivano per commiato i classici pancakes con la panna. Svetlana era al solito tavolo, mangiava piano, sorseggiando il tè. Nina raccontava dei nipoti, Tania di analisi. Fuori la neve si scioglieva, l’acqua scendeva dai tetti. Al capolinea per il centro termale si radunarono una decina di persone: qualcuno scattava foto, uno fumava nervoso. Svetlana, con la valigia, guardava il cielo basso. Dentro era calma. Non euforia, non tristezza. Un’accettazione quieta. Sul bus prese posto accanto al finestrino. Il centro scivolava via: edifici, sentieri, bosco. Forse sarebbe tornata, pensò. Ma anche se no, quelle due settimane le sarebbero rimaste come un piccolo frammento di vita in cui si era concessa di non essere solo una ragioniera, una madre. Il viaggio verso Padova durò qualche ora. La città la accolse con nevischio e quella solita frenesia. Sotto casa le auto in doppia fila, qualcuno litigava al cellulare, dal primo piano usciva musica forte. Svetlana salì, aprì la porta. L’appartamento profumava di polvere e di dolce: il figlio aveva scaldato delle brioche. Nell’ingresso scarpe, giacca appesa alla buona. — Mamma, sei tornata! — urlò dalla camera il ragazzo. Si avventò nel corridoio con le cuffiette e il telefono in mano. L’abbracciò a metà, da adolescente. — Come andava lì? — chiese. — Bene, — rispose lei, e poi aggiunse: — Anzi, ho riposato. — Mi hai portato il magnete? — domandò lui. — È in borsa — sorrise. Andò in cucina, mise l’acqua a bollire. Due piatti nel lavello, qualche briciola sul tavolo. Un tempo avrebbe iniziato subito a pulire, brontolando. Ora pensò solo che avrebbe fatto dopo. Il telefono vibrò. La direttrice: «Domani rientri? Abbiamo tante cose da sistemare…» Svetlana guardò il messaggio e appoggiò il telefono a faccia in giù. Poi lo prese, riaprì la chat e scrisse: «Buongiorno. Domani ritorno come previsto. Ci sarà da ridiscutere la distribuzione delle mansioni. Non potrò più restare la sera o portarmi il lavoro a casa». Rilesse il testo. Una volta avrebbe cancellato la metà. Invece inviò. Il figlio riapparve sulla soglia. — Mamma, domani torni tardi? Dovrei andare dall’amico… — Domani torno in orario — disse lei — e ceniamo insieme. Però qualche faccenda di casa la fai tu. Non sono di ferro. Lui fece una smorfia. — In che senso? — Nel senso letterale. Hai l’età per lavare i piatti e cucinarti da solo, a volte. Non sarò sempre a fare tutto io. Lui sbuffò, ma non protestò. Sparì in camera sbattendo la porta. Svetlana sospirò, ma senza il solito senso di colpa. Sentiva solo di aver finalmente segnato il confine. Il bollitore si spense. Mise il tè nella tazza, si sedette. Dietro la finestra, i lampioni opachi; in cortile passava un cane. Pensò a Valerio, con quella sua frase su come spendere i propri giorni. Sorseggiò il tè. Niente miracoli: la schiena doleva ancora, il ginocchio pure, e il lavoro c’era sempre. Ma qualcosa era scattato. Sentiva il suo corpo, la sua stanchezza, il suo diritto al riposo con una chiarezza nuova. Aprì il cassetto e tirò fuori la prescrizione. La mise sul tavolo accanto all’agenda. Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, avrebbe chiesto le ferie per l’estate. Non per andare dai parenti a «dare una mano», ma solo per sé. Il figlio riapparve. — Mamma, domani mangiamo i ravioli? — chiese. — Volentieri, — rispose lei. — Ma li cucini tu. Ti insegno. Lui fece una smorfia, ma brillava di interesse. Svetlana sorrise. La vita non era cambiata di colpo, ma c’era adesso uno spazio solo suo. Quello spazio cominciava da cose minime: dire no a un lavoro extra, chiedere aiuto, passeggiare dopo l’ufficio per puro piacere. Finì il tè, spense la luce in cucina, andò in camera. Domani sarebbe stato un giorno normale, ma in quella normalità avrebbe trovato finalmente un posto per sé. E pensarlo la scaldava con un calore silenzioso e dolce.