Anch’io vorrei essere felice: grazie di cuore per il vostro affetto, i like, i commenti, gli abbracci virtuali, le condivisioni e soprattutto i doni – da parte mia e dei miei cinque amici felini. Continuate a diffondere i racconti che vi piacciono: è una gioia anche per l’autrice! Dopo aver superato i quarant’anni, una donna, Lucia, ostetrica in ospedale, scopre quanto sia difficile affrontare la solitudine dopo la perdita del marito – un poliziotto morto in servizio – e il figlio ormai adulto e lontano. Le colleghe le invidiano la libertà, ma Lucia si sente vuota, benché ancora trovi senso solo nel suo lavoro. Un giorno, segue il caso di una giovanissima madre che rifiuta la sua bambina. Lucia, colpita dagli occhi profondi della neonata, inizia ad andarla a trovare ogni giorno, e così si accorge di desiderare di adottarla. Ma, essendo sola, teme di non riuscire ad averla affidata. Così trova il coraggio di chiedere a Costantino, pediatra dell’ospedale che le vuole bene, di sposarla almeno formalmente. Lui accetta, sorprendendola con un bacio che risveglia sentimenti sopiti. Si sposano con il sostegno commosso delle colleghe, adottano la bimba, e Lucia scopre che può ancora innamorarsi e assaporare di nuovo la vita. Costantino, Marinella e Lucia: una famiglia nata dal desiderio di amore e felicità. Lucia è riuscita davvero a diventare felice.

Anche io vorrei essere felice

Grazie di cuore per il vostro sostegno, per i mi piace, la vostra attenzione, i commenti ai racconti, gli abbonamenti e GRAZIE INFINITE da parte mia e dei miei cinque gatti per tutte le donazioni ricevute.
Condividete pure i racconti che preferite sui social: anche questo fa piacere a chi scrive!

Cera una donna poco sopra i quaranta che aveva perso ogni entusiasmo per la vita.

Faceva la levatrice allospedale San Giovanni a Firenze, e il lavoro era ormai lunica cosa che le scaldava il cuore, visto che viveva da sola.

Il marito era morto in servizio era nella Polizia di Stato. Avevano trascorso appena due anni insieme, poi il figlio era nato tre mesi dopo che lui non cera già più. Lei lo aveva cresciuto da sola: ora era grande, sposato, lavorava a Milano, aveva la sua vita e stava benone.

Gabriele, ogni tanto, faceva qualche scappata veloce da mamma, la chiamava spesso, ma lei era sempre sola.

Le colleghe la guardavano un po di traverso, anche con invidia vive solo per sé, che fortuna! ma Lucia sentiva solo il peso della solitudine. Loro, a pranzo, chiacchieravano di figli, mariti, preoccupazioni, gioie.

Lei non aveva mai nulla da aggiungere solo silenzio e un appartamento che le pareva sempre più vuoto.

Ascoltava le loro storie, annuiva, a volte si stupiva di certi racconti, ma alla fine, sotto sotto, le invidiava.

E tutta questa libertà, questa vita per sé, non le dava alcuna gioia.

Il ricordo del marito era sempre con lei, i suoi occhi innamorati, le mani forti.

Quellamore breve e improvviso, troncato troppo presto, le aveva bucato il cuore, una ferita che non voleva rimarginarsi.

Lunico posto dove si sentiva viva era al lavoro.

Proprio qualche giorno fa era rimasta colpita da una giovane mamma venuta a partorire. Una ragazzina, in pratica: aveva avuto una splendida bambina, ma la madre non sembrava affatto felice. Anzi, se ne stava di spalle, muta, come se volesse scomparire nel muro.

Buongiorno, mamma, la salutò Lucia, usando quel tono tenero che riservavano alle mamme felici, ma la ragazza ebbe un sussulto, si rabbuiò e senza nemmeno aprire gli occhi rispose secca:

Andatevene, non abbiamo nulla da dirci. Vi avevo già avvertito che non voglio questa bambina. Non voglio vederla, non la porterò a casa. Per favore, tempo sprecato

Lucia provò a dire ancora qualcosa, ma la ragazza voltò la faccia verso il muro, senza più parlare.

Appena Lucia uscì, la caposala, una toscanaccia senza peli sulla lingua, la guardò e fece il classico gesto del dito alla tempia, indicando la camera daccanto.

Eh, che vuoi Qualche anno fa ce nera una uguale: voleva scappare con un uomo sposato, pensava fosse ricco invece aveva le pezze, e così addio pure al bambino!

Anche Lucia in ventanni di sala parto ne aveva viste di tutti i colori: a volte le mamme in crisi, piangevano, ma quasi tutte alla fine si portavano via il piccolo.

Ma questa sembrava proprio determinata: la bimba era lì, e alla mamma non importava niente.

Così, senza quasi accorgersene, Lucia un giorno andò a vedere la neonata abbandonata.

Rischiò quasi di cozzare sulla soglia con il dottor Costantino Leone, pediatra rispettato in ospedale anche se un po trasandato. Nel reparto cera pace, i neonati dormivano beati appena mangiato.

Si avvicinò alla culla della bambina, che in quel preciso momento socchiuse gli occhietti e guardò Lucia con uno sguardo così serio e profondo che pareva dicesse: So già tutto.

Lucia rimase immobile: aveva paura di piangere e svegliare mezza nursery. Ma la neonata la fissava calma, saggia, quasi adulta.

Brava bimba disse sottovoce.

Si spaventò pure: Costantino era arrivato talmente silenzioso vicino a lei che non laveva nemmeno sentito.

Tra colleghe si diceva che lui avesse un certo debole per Lucia, ma lei lo prendeva a ridere. Bravuomo e ottimo medico, sì, ma per lei era tutto lì.

È proprio una bimba doro, non avere paura, il dottore accarezzò la piccola, poi guardò Lucia in un modo talmente strano che quasi la fece arrossire.

Da quel giorno, Lucia prese labitudine di passare ogni giorno dal reparto neonatale.

Sentiva che la piccola ormai la riconosceva, e quello sguardo le aveva riacceso il cuore: un calore nuovo ormai raro nella sua vita.

Ma che ti sei messa in testa, Lucia, sempre a far la spola in neonatologia? le fece notare uninfermiera impicciona. Ti piace il pediatra o la piccina rifiutata?

Ormai Lucia viene solo per lei, la bambina abbandonata.

Vuoi adottarla, per caso? La madre, ieri, ha già firmato il modulo di rinuncia e se nè andata.

Occhio, Lucia, ti affezioni e poi la portano via: tra poco la trasferiranno

Prenderla con sé! Ecco, era questo il pensiero che le scaldava il cuore senza che se ne accorgesse davvero.

Lidea, risuonata ad alta voce tra le chiacchiere in corsia, le parve improvvisamente meravigliosa.

Il tempo però correva: i neonati senza famiglia restavano in ospedale solo un mese, poi li trasferivano allIstituto per lInfanzia. Forse anche lontano, qualcuno poteva adottarla prima di lei.

Lucia si spaventò, e corse a presentare la domanda di adozione. Sulla carta era perfetta, ma il fatto che fosse sola giocava a favore delle coppie sposate.

Fu a questo punto che ebbe unidea un po audace.

Sapeva che Costantino le voleva bene, e che da tempo si arrangiava in un bilocale scalcagnato fuori città, due ore di viaggio solo per arrivare in ospedale.

A lei, serviva urgentemente un marito. Poi, be, si sarebbe potuto anche sistemare tutto con calma

Costantino, senti qui. Ti va se affitto una stanza a due passi dallospedale? gli propose Lucia senza mezze misure.

Ma cè una cosa: avrei bisogno che tu mi sposassi, almeno per un po, solo il tempo necessario. Voglio adottare quella bimba, ma se sono sola rischio che non me la affidino.

Costantino rimase un attimo spiazzato, poi sorrise: Che proposta originale Ma va bene, ci sto.

E, allimprovviso, si avvicinò e le stampò un bacio tenero sulle labbra.

Lucia restò talmente sorpresa che vacillò. Ma ecco lì uninfermiera che passava: addio, privacy!

Per dare limpressione giusta, così nessuno sospetta qualcosa, sussurrò subito Costantino, e Lucia non seppe che rispondere.

Quella sera, andando a letto, Lucia pensava intenerita alla piccolina che ormai sentiva sua, e a quel bacio inaspettato che le aveva lasciato le guance calde come il pane appena sfornato.

Si sposarono in fretta (in Comune, con un impiegato che, giura, aveva visto tutto) e festeggiarono in corsia con le colleghe, i cornetti del bar sotto e spumante rigorosamente italiano. Tutti erano sinceramente felici per loro, ancor più da quando avevano capito che Lucia e Costantino stavano facendo di tutto per adottare la bambina.

Ora Lucia era sposata, si trovava a crescere una figlia e non aveva davvero più tempo per la malinconia.

Costantino era proprio come credeva: una persona perbene, gentile, premurosa. Ma adesso, finalmente, sentiva sbocciare in sé un sentimento vero.

Era tornato il desiderio di vivere, crescere sua figlia, godersi i piccoli piaceri della vita e soprattutto, di amare amare proprio quelluomo, a cui aveva chiesto di prenderla per moglie.

Costantino, la piccolina (che chiamarono Martina) e Lucia: ora una famiglia.

Lucia aveva talmente voglia di essere felice che, alla fine, le è riuscito davvero ma sul serio!

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

19 + ten =

Anch’io vorrei essere felice: grazie di cuore per il vostro affetto, i like, i commenti, gli abbracci virtuali, le condivisioni e soprattutto i doni – da parte mia e dei miei cinque amici felini. Continuate a diffondere i racconti che vi piacciono: è una gioia anche per l’autrice! Dopo aver superato i quarant’anni, una donna, Lucia, ostetrica in ospedale, scopre quanto sia difficile affrontare la solitudine dopo la perdita del marito – un poliziotto morto in servizio – e il figlio ormai adulto e lontano. Le colleghe le invidiano la libertà, ma Lucia si sente vuota, benché ancora trovi senso solo nel suo lavoro. Un giorno, segue il caso di una giovanissima madre che rifiuta la sua bambina. Lucia, colpita dagli occhi profondi della neonata, inizia ad andarla a trovare ogni giorno, e così si accorge di desiderare di adottarla. Ma, essendo sola, teme di non riuscire ad averla affidata. Così trova il coraggio di chiedere a Costantino, pediatra dell’ospedale che le vuole bene, di sposarla almeno formalmente. Lui accetta, sorprendendola con un bacio che risveglia sentimenti sopiti. Si sposano con il sostegno commosso delle colleghe, adottano la bimba, e Lucia scopre che può ancora innamorarsi e assaporare di nuovo la vita. Costantino, Marinella e Lucia: una famiglia nata dal desiderio di amore e felicità. Lucia è riuscita davvero a diventare felice.
Ogni martedì Liana si affrettava verso la metropolitana, stringendo in mano una busta di plastica vuota. Era il simbolo del suo insuccesso odierno: due intere ore vagando senza meta nei centri commerciali, senza trovare un’idea decente per il regalo della figlia dell’amica, la sua figlioccia. Masha, a dieci anni, aveva smesso di amare i pony e si era appassionata all’astronomia, ma trovare un buon telescopio entro limiti di budget accettabili era un’impresa davvero… spaziale. Era già buio, nell’aria sotterranea si sentiva la stanchezza della sera. Liana, lasciando sfilare la folla, si fece largo verso la scala mobile. Fu lì che il suo orecchio, fino a quel momento sordo al brusio, captò una voce limpida e impastata di emozione. «…Non credevo che avrei potuto rivederlo, giuro, — diceva una giovane, la voce appena tremante. — E ora, ogni martedì, viene lui a prenderla all’asilo. Di persona. Arriva con la sua macchina e vanno sempre in quello stesso parco con le giostre…» Liana si immobilizzò sul gradino in discesa della scala mobile. Si voltò per un istante, intravvedendo la ragazza: cappotto rosso acceso, volto emozionato, occhi brillanti. E un’amica accanto che ascoltava, attenta. «Ogni martedì». Anche lei aveva avuto un giorno così, anni fa. Non il lunedì, troppo faticoso per ripartire, non il venerdì con il sapore di week-end. Proprio il martedì. Il giorno attorno a cui ruotava il suo mondo. Ogni martedì, puntuale alle cinque, usciva dalla scuola dove insegnava italiano e letteratura e quasi correva dall’altra parte della città. All’istituto musicale Verdi, in una vecchia villa dal parquet cigolante. Andava a prendere Marco. Sette anni, più serio della sua età, con il violino quasi alto quanto lui. Non suo figlio — suo nipote. Figlio di suo fratello Antonio, mancato in un grave incidente tre anni prima. Nei primi mesi dopo il lutto, quei martedì erano diventati un rito di sopravvivenza. Per Marco, chiuso nel silenzio. Per sua madre Olga, che non si alzava più da letto. E per Liana stessa, che tentava di raccogliere i pezzi di quella famiglia, diventando per un po’ l’ancora, il punto saldo, la maggiore in quella tragedia. Ricordava ogni dettaglio. Come Marco usciva dall’aula senza alzare gli occhi. Come lei prendeva il pesante astuccio e lui glielo porgeva senza dire nulla. Camminavano fino alla metro e lei gli raccontava qualcosa di buffo — un errore simpatico di uno studente, di una cornacchia che aveva rubato una merenda. Un giorno, nella pioggia di novembre, lui domandò: «Zia Lina, anche papà non amava la pioggia?» E lei, trafitta dal dolore e dalla tenerezza, rispose: «La odiava. Correva subito sotto i portici». Marco allora le prese la mano, forte, a modo di adulto. Non perché avesse bisogno di essere guidato, ma come a voler trattenere qualcosa che stava svanendo. Non la mano — il ricordo. In quella stretta c’era tutta la potenza bambina della nostalgia, mescolata a una consapevolezza acuta: sì, papà era reale. Correva davvero sotto i portici. Non esisteva solo nei ricordi, nei sospiri sommessi della nonna, era là, in quell’aria umida di novembre, su quella strada. Per tre anni la sua vita fu divisa in «prima» e «dopo». E il vero giorno, quello della vita autentica, anche se difficile, era il martedì. Gli altri erano solo preparazione o attesa. Per quel giorno Liana si preparava: comprava il succo di mela che piaceva a Marco, scaricava video divertenti per il viaggio in metro, pensava agli argomenti di conversazione. Poi… Poi Olga pian piano si riprese. Trovò lavoro. E dopo qualche tempo anche un nuovo amore. Decise di ricominciare da capo, in un’altra città, via da ricordi troppo forti. Liana le aiutò a fare i bagagli, ripose l’astuccio del violino di Marco nella custodia morbida, lo strinse forte al binario. «Scrivimi, chiamami, — disse trattenendo le lacrime. — Ci sono sempre». All’inizio, lui chiamava ogni martedì, alle sei in punto. E per qualche minuto lei ritornava zia Lina, doveva chiedergli tutto in quindici minuti: la scuola, il violino, i nuovi amici. La sua voce era un filo teso attraverso centinaia di chilometri. Poi le chiamate si diluirono: una volta ogni due settimane. Marco crebbe, arrivarono nuove attività, compiti, videogiochi con gli amici. «Zia, scusa, martedì scorso ho saltato la chiamata, avevo una verifica», scriveva lui, e lei rispondeva: «Non importa, tesoro. Com’è andata la verifica?» I suoi martedì ora si segnavano nell’attesa di un messaggio che poteva non arrivare. Non si offendeva. Scriveva lei, allora. Poi — solo a Natale, o per il compleanno. La voce di Marco era diventata sicura. Parlava poco di sé: «Tutto ok», «Studio», «Va bene». Il nuovo compagno della madre, Sergio, era un uomo solido e gentile, che non cercava di sostituire il padre. E questa era la cosa più importante. Poi nacque una sorellina, Alina. Nella foto social Marco la teneva tra le braccia, goffo ma tenero. La vita, crudele e generosa insieme, si riprendeva il suo spazio. Ricostruiva, copriva le ferite con la quotidianità, le cure per la neonata, la scuola, i nuovi progetti. In questa nuova vita restava per Liana una nicchia discreta, sempre più stretta: la «zia del passato». E ora, nel boato ovattato della metro, quelle parole — «ogni martedì» — non erano un rimprovero, ma un eco. Saluto da quella Liana che per tre anni aveva portato dentro di sé una responsabilità bruciante e un amore lacerante, come una ferita aperta e come il dono più grande. Quella Liana sapeva chi era: punto fermo, faro, fondamento indispensabile per un bambino. Era necessaria. La signora col cappotto rosso aveva il suo dramma personale, le sue mediazioni tra passato e presente. Ma quel ritmo — «ogni martedì» — era un linguaggio universale. Linguaggio di presenza, che dice: «Io ci sono. Puoi contare su di me. Sei importante per me in quel giorno, a quell’ora». Un linguaggio che Liana una volta capiva al volo, e che ormai aveva quasi dimenticato. Il treno partì. Liana si raddrizzò, guardandosi nel riflesso del vetro nero. Alla sua fermata sapeva già che l’indomani avrebbe ordinato due telescopi uguali — economici, ma buoni. Uno per Masha. L’altro lo avrebbe spedito a Marco. Quando lo avrebbe ricevuto, gli avrebbe scritto: «Marco, così potremo guardare lo stesso cielo, anche da città diverse. Che ne dici, martedì prossimo alle sei, se il cielo è sereno, ci mettiamo d’accordo per osservare insieme l’Orsa Maggiore? Sincronizziamo gli orologi. Un bacio, zia Lina». Risali le scale mobili verso la città della sera. L’aria era già fredda e pulita. Il prossimo martedì non era più vuoto. Era di nuovo fissato. Non come un dovere, ma come un patto gentile tra due persone legate da memoria, gratitudine e un filo silenzioso ma indistruttibile di parentela. La vita andava avanti. E nella sua agenda restavano ancora giorni non solo da attraversare, ma da assegnare. Assegnare alla piccola meraviglia di uno sguardo in sincrono al cielo, a centinaia di chilometri di distanza. Alla memoria, che non fa più male ma scalda. All’amore, che ha imparato la lingua delle distanze — e per questo è ancora più silenzioso, maturo, indelebile.