Giulia, mi senti? Abbiamo finito di pagare il mutuo. Tutto. Oggi.
Mi trovavo in piedi in mezzo alla cucina, nellappartamento di via del Sole che avevamo comprato dieci anni prima. In mano avevo una busta bianca della banca, la certificazione stampata su carta spessa con filigrana, un timbro blu in basso a destra. Avevo fatto in tempo a comprare una bottiglia di prosecco, niente di costoso, ma comunque di buon augurio. Lavevo appoggiata sul davanzale, accanto a una vecchia dracena ormai secca.
Giulia sedeva al tavolo della cucina, si stava mettendo lo smalto. Rosso scuro, di quel tipo che mi ricordava il vino cotto delle feste di paese. Non aveva fretta. Con la mano andava piano, poi alzava il dito al sole per valutare leffetto.
Sì, ti sento.
Tutto qui? posai la busta sul tavolo. Dieci anni, Giuli. Centoventi rate. Un giorno mi sono fatto i conti: sono più o meno quarantatremila ore di lavoro, calcolando tutto.
Non sai far di conto, disse lei. Quarantatremila giorni sono oltre cento anni.
Era un modo di dire.
Ecco, evitiamo modi di dire.
Richiuse di proposito il boccetto di smalto lentamente, con una cura quasi irritante, come se fosse il gesto più importante della giornata. Dal cortile entravano il rumore del tram e nellaria si sentiva odore di asfalto bagnato e di frittata che qualcuno stava cucinando al terzo piano.
Mi sedetti davanti. Avevo quarantanni, spalle larghe da muratore e il viso segnato da chi è abituato da sempre a pagare i conti. Mai stato bello davvero, ma uno di quelli che certe donne notano tardi e poi non si spiegano perché. Guardavo mia moglie come chi si era preparato a una festa e si accorge allimprovviso di essere entrato nella sala sbagliata.
Pensavo che per una volta potremmo festeggiare, dissi, in qualche modo almeno.
Cosa cè da festeggiare?
Beh, la casa è nostra, ormai. Libera dalla banca. Siamo liberi.
Giulia finalmente mi guardò in faccia, senza un sorriso.
È casa tua, Mario. Intestata a me. Te lo ricordi?
Me lo ricordo. Abbiamo scelto così per la detrazione fiscale, allepoca tu non lavoravi ancora in regola, poi
Non abbiamo scelto. Mi interruppe. Hai scelto tu. E hai firmato tutto come volevo io.
Cera una strana nota nella sua voce. Non era un cambiamento di tono, qualcosa di più sotterraneo, come se smettesse finalmente di far finta che tutto fosse normale.
Ma dove vuoi arrivare, Giulia?
Si alzò, andò verso lingresso e aprì larmadio. Sulla mensola cera la valigia grande, la stessa che comprammo per andare a Ischia nel 2018. Blu con una riga gialla, una ruota rotta.
Le tue cose sono pronte. Le ho sistemate tre giorni fa. Volevo dirtelo allora, ma ho aspettato lultima certificazione. Ora è arrivata.
Non mi mossi. Guardavo quella valigia come si guarda un miraggio o uno scherzo di cattivo gusto, come quelli di Giulia nei primi anni insieme.
Sei seria?
Serissima.
Ma Perché?
Alzò le spalle. Un gesto leggero, distaccato. E fu proprio quel gesto, più delle parole, a dirmi tutto.
Perché ora ho altri progetti. Ho una persona. Lui ha un appartamento in via Margutta, in centro. Tu capisci che via del Sole, questa zona, non era quello che volevo.
Era quello che volevi TU? Io per dieci anni
Hai fatto dieci anni quello che volevi TU. Nessuno ti ha costretto a fare il mutuo. Nessuno ti ha imposto di lavorare il doppio. È sempre stata una tua scelta.
Sul davanzale la bottiglia di prosecco cominciava ad appannarsi per la differenza di temperatura. La certificazione della banca stava lì in mezzo, bianca, col timbro blu.
Mi alzai. Presi la busta, forse solo per avere in mano qualcosa di concreto. Le dita tremavano appena.
Chi è?
Non importa.
Per me importa.
Andrea. Cinquantanni. Imprenditore. Ma tanto a te non cambierebbe nulla.
La bottiglia cadde sul pavimento: non ricordo se la urtai uscendo o solo passando accanto. Non si ruppe, ma si sfilò il tappo, la schiuma uscì e andò a bagnare anche la certificazione che stava a terra; il timbro blu si sciolse in una pozza di prosecco.
Afferrando la valigia, le maniglie di plastica mi segnarono subito i palmi. La ruota rotta strisciava sul pavimento. La porta di casa sbatté.
Fuori cera sera. Aprile. Piovigginava e faceva freddo. Rimasi davanti al portone senza sapere dove andare.
***
Ci siamo conosciuti in un bar sulla Tiburtina, lei lavorava come cameriera. Aveva ventotto anni, io trenta. Una ragazza dal sorriso rapido, capelli scuri e lo sguardo veloce: più svelto delle parole. Capiva quando era il momento di ridere, e sapeva restare in silenzio dando limpressione che stesse pensando a qualcosa dimportante. Io per mesi non capii se fosse vero o solo una dote da cameriera con esperienza.
Avevo da poco avviato una piccola impresa edile, ci barcamenavamo fra ristrutturazioni a nord di Roma. I soldi bastavano appena. Avevo una stanza in affitto a Monterotondo, guidavo un furgone scassato. Andavo sempre in quel bar prima dei cantieri.
Dopo tre mesi venne a vivere con me. Dopo altri sei proposi il mutuo. Non per fretta, ma perché affittare era un salasso. La casa labbiamo cercata insieme: un bilocale in via del Sole, terzo piano, due fermate dalla stazione.
Fu lei a proporre di intestarlo a suo nome.
Sta per assumermi in regola, Mario, così prenderò la detrazione, conviene a noi, disse. Dai, capisci no?
Mi fidai. Era sempre stata la mia debolezza: la fiducia. Chiamiamola anche ingenuità.
I primi anni lavorava ancora, poi lasciò e diceva che cercava altro, poi smise. Lamentava mal di schiena, stanchezza, voleva riposare. Io non mi opposi. La ditta cresceva, cominciarono i lavori più importanti, i soldi arrivavano.
Forse era felice? Pensavo di sì. Ma ora, davanti al portone con la valigia in mano, mi scorreva la mente e notavo mille dettagli mai visti: come guardava le foto di case chic col telefono, come si irrigidiva se tornavo a casa imbiancato di polvere, come rispondeva a monosillabi sulla sua giornata.
Lei non era stufa di me, era stufa di quella vita.
Andrea lha incontrato, o forse lei lui, lanno prima, in un ristorante con unamica. Uno di quegli uomini da orologi costosi e voce pacata, gesti misurati, che sembrano pesare ogni parola come fosse una moneta.
Nel telefono lo chiamava Antonio, per non dare nellocchio. Lho scoperto dopo, tramite qualche conoscenza. Ma quella sera di aprile avevo solo in testa che la certificazione era rimasta tra il prosecco e la linoleum della cucina.
***
La prima settimana alloggiai da Paolo, il mio capocantiere. Lui sposato, due figli, trilocale a Ladispoli: mi sistemò su una branda nellingresso. Paolo era pratico, poche domande.
Te ne sei andato o ti ha mandato via?
Mi ha mandato via.
Chiaro. Lappartamento a nome suo?
Suo.
Serve un avvocato, disse. Ne conosco uno: si chiama Bianchi, è bravo con queste cose.
Annuii. Quella notte non dormii quasi. Ascoltavo la famiglia oltre il muro, i passi di sua moglie che beveva acqua, il fruscio sul parquet. La vita calda degli altri.
Pensai in silenzio che avevo quarantanni, nessuna casa mia, trecentomila euro dati alla banca in dieci anni, mutuo saldato per una casa da cui ero appena stato buttato fuori da chi aveva aspettato solo che non ci fossero più rate da pagare.
Lei aveva aspettato tre giorni. Non era stato uno scatto di rabbia. Era un piano.
Mi resi conto solo alla quarta notte: non era rabbia, non era dolore. Qualcosa di più freddo, come le scarpe bagnate in aprile.
La mattina chiamai Bianchi.
***
Lavvocato Bianchi era magro, occhiali tondi e la voce che correva via rapida, come se il tempo non bastasse mai. Ufficio in centro, pieno di carte.
Racconti, disse appena mi sedetti.
Gli spiegai tutto: mutuo, intestazione, i pagamenti sempre fatti, la cacciata, la valigia blu, la ruota rotta.
Annotò, non mi interruppe. Poi si sistemò le lenti.
Allora, eravate sposati quando avete acceso il mutuo?
Sposati da sei mesi circa.
E i bonifici partivano dal vostro conto congiunto?
Sì, li facevo sempre io. Lei lavorava pochissimo.
Hai ancora le ricevute?
Le ha la banca, ma forse riesco a recuperarle.
Bianchi si tolse gli occhiali, pulì le lenti, li rimise.
Un appartamento acquistato durante il matrimonio è un bene coniugale, a prescindere dallintestatario. Lo prevede il Codice Civile. Lei può venderlo solo con il tuo consenso, se siete ancora sposati.
Quindi non può venderlo?
Non senza di te. Però cè anche altro. Divorziati?
Non ancora.
Fino a quel momento, nessuno dei due può agire sullimmobile da solo. È un buon segnale.
E il lato brutto?
Lei lo sa. Forse sta solo aspettando che tu ti stanchi e lasci perdere. Gente non vuole litigare o ha vergogna.
Lo guardai.
Io non mi vergogno, risposi piano.
Ottimo. Allora lavoriamo.
***
La casa di Andrea in via Margutta era al terzo piano dun palazzo antico, ex condominio nobiliare poi lasciato andare, restaurato con stile: soffitti alti, parquet a spina di pesce, stucchi, lampadari da cinema.
Giulia ci si trasferì a maggio, tre settimane dopo avermi buttato fuori.
Il primo mese sembrò un sogno: aria, spazio, silenzio, nessun tram a disturbare. Andrea non badava a spese, mazzi di fiori freschi, domestica che veniva tre volte a settimana, frigo pieno di cose che in periferia avevo visto solo nei film.
Andrea era attento. Senza mai essere esagerato. Gioielli quando capitava, cene fuori in ristoranti impronunciabili, abiti presi nei negozi col cartellino nascosto dietro.
Ma.
Il primo ma arrivò dopo un mese: Andrea, al telefono, non la guardava neppure più. Non che si girasse; semplicemente fissava il muro, la finestra, qualunque cosa. Come se lei fosse una delle poltrone: bella, ma parte del contorno.
Il secondo ma venne con le sue abitudini: i miei soldi, le mie cose, mai nostre. Non per essere scortese, solo precisione. Andrea era preciso.
Il terzo ma era sottile, spiacevole. Le domandò se lo amava; lui rispose ridacchiando sottovoce: “Mi piaci molto. Sei bella e intelligente.”
Per un po si convinse che lamore si potesse barattare con uno stucco dorato. Si sbagliava.
***
I mobili antichi, scoprì Giulia, erano stati presi in conto crediti o come pegno. Andrea investiva soldi per altri, progetti che negli ultimi due anni non rendevano più. Cerano debiti con partner senza scrupoli. Andrea non si lamentava mai, semplicemente qualche volta riceveva visite o chiamate, e lei usciva per far passare laria.
Evitava di domandare troppo. Aveva imparato nel tempo.
***
Intanto lavoravo. Lestate più buia della mia vita fu di sole e caldo fuori, dentro solo vuoto. Affittai una stanza a pochi minuti da via del Sole. Andavo apposta a guardare i finestroni chiusi del terzo piano: sapevo che Giulia non era più tornata. La casa era vuota. Potevo entrarci, il doppione delle chiavi era mio, ma Bianchi consigliò di non farlo.
Lavvocato era scrupoloso: raccolse estratti, bonifici, testimonianze. Fece un tabellone con centoventi rate: tutte pagate da me, ogni cifra, ogni accredito, ogni addebito in dieci anni.
Ottimo materiale, disse. Sarà una causa lunga, ma le prove sono dalla nostra.
Quanto lunga?
Sei mesi minimo. Di più, se vuole tirarla per le lunghe.
Vorrà.
Forse sì.
Fra una riunione e laltra lavoravo. Lazienda stava finalmente in piedi: otto persone, contratti fissi, niente più corse col fiatone. Avevo un cantiere importante a Guidonia, poi altri in provincia. Il lavoro era lunica cosa con un senso lineare: disegni, scadenze, risultato. Se ti impegni, funziona.
Nella vita privata succedeva meno spesso.
***
Passarono quasi tre mesi e feci una cosa importante.
Andai in via del Sole di proposito. Chiamai un amico fabbro. Salimmo, aprii la porta col mio mazzo.
La casa era uguale, la dracena ormai solo un grumo di foglie secche. La chiazza del prosecco segnava ancora il linoleum. Gli armadi svuotati. Silenzio.
Chiamai il fabbro:
Cambia serratura, dissi.
Mezzora di lavoro, serratura nuova, chiave duplicabile solo con tessera di sicurezza. Fu come tracciare un confine. Non gioia, non rivalsa: qualcosa di quieto. Solo mio.
Bianchi disse che cera un piccolo rischio legale. Ma Giulia non venne, nessuna contestazione. Aveva altro da fare.
***
La causa cominciò a ottobre. Giulia si presentò con un avvocato giovane e chic. Era dritta, guardò verso di me solo entrando.
Bianchi spiegò: casa acquistata in matrimonio, pagamenti solo miei, richiesta proporzionale al contributo reale.
Loro obiettarono: lavoro domestico, supporto, ruolo della moglie.
La giudice, donna di cinquantanni, ascoltava con pazienza.
Si andò avanti otto mesi.
***
Nel frattempo Giulia imparava mille cose sui salotti eleganti, vini, come indossare la disinvoltura delle donne che non corrono mai. Tutto facile. Quello che non imparò mai era sentirsi necessaria, non solo utile.
Andrea non era mai scortese, ma ogni mattina andava via, lasciando solo mobili e silenzi. Giulia girava per casa ad aspettare il ritorno di un uomo che non era mai davvero stato suo.
Chiese di fare qualche attività:
Vorrei trovare qualcosa, magari un corso.
I corsi vanno bene, scegli qualcosa di serio.
Si iscrisse a un corso di design dinterni. Lo mollò dopo due mesi, quando Andrea la prese in giro con un sorriso condiscendente.
I problemi economici di Andrea si fecero visibili solo mesi dopo. Annullò una cena speciale, poi un viaggio, sempre con la sua calma stanca. Lei comprese, ma non domandò nulla. Era brava a non domandare.
***
Io nel frattempo avevo preso un monolocale in affitto vicino al lavoro, piccolo ma finalmente mio spazio. Pagato tre mesi avanti, presi un letto, un tavolo, due sedie. Lunico arredo era una grande carta del Lazio, quella che uso in cantiere.
La causa andava avanti. Non avevo fretta, era come se la fretta lavessi lasciata indietro. Senza una casa dove correre, il lavoro divenne il mio porto: osservavo i mattoni mettersi in ordine, la parete dritta, ledificio che prende forma. Un senso di quiete, finalmente.
Paolo, il capocantiere, un giorno mi chiese:
Sei arrabbiato con lei?
Allinizio sì. Ora no.
Ti brucia ancora?
Un po sì. Mi brucia il tempo sprecato, non lei.
Paolo scosse la testa.
Sei strano, senza giudizio.
Forse sì.
***
Conobbi Lara a febbraio, in cantiere. Era una dottoressa dellASL, venuta a controllare le visite mediche dei nostri operai. Piccola, capelli corti con le prime striature bianche, quarantacinque anni.
Ci scontrammo in ufficio di cantiere. Stava sfogliando le cartelle e mi rimproverò:
Metà degli operai non ha la visita aggiornata, rischio multa.
Lo risolverò prima possibile.
Fate presto. Tornerò tra un mese.
Poi alzò la testa.
Il direttore siete voi?
Sì.
Strano, di solito i direttori non ascoltano così.
Come?
Con attenzione.
Scoppiammo a ridere insieme, la prima risata vera da mesi.
Caffè, poi altri incontri ormai informali.
Lara era diretta. Rideva quando cera da ridere. Capiva il dolore degli altri: ventanni di ambulatorio. Non dava consigli, stava semplicemente accanto.
Quando le raccontai della causa, mi domandò:
Tutto questo ti aiuta davvero?
Non è la vittoria, risposi. È il fare la cosa giusta. Non per vendetta, ma perché non sopporto lidea di stare zitto quando so che devo parlare.
Lara annuì.
***
Andrea subì il blocco dei conti a marzo.
Giulia se ne accorse perché la carta prepagata smise di funzionare. Chiese spiegazioni.
Ho difficoltà di liquidità temporanea, disse Andrea. Pendenze, ricorsi, possono servire mesi. Forse un anno.
E la casa?
Creditori. È in garanzia. Dovrò lasciarla.
Questa casa?
Questa.
E io?
Lui la guardò con esattezza, senza durezza.
Giulia e la chiamò così, come facevo io, non Giuliana tu hai abbellito un periodo. Se il periodo finisce, cambiano le decorazioni.
Senza rancore. Solo realtà.
Lei era una poltrona, un mobile di scena prezioso da portare via.
Uscì dalla casa con la valigia e la borsa, lasciando lì ogni cosa.
Non aveva più nulla. Solo quella casa in via del Sole. Ma anche quella ormai era oggetto di giudizio.
***
La sentenza arrivò in aprile, dopo un anno.
Lappartamento su via del Sole fu riconosciuto bene comune, ma dato che avevo sostenuto tutte le rate, il giudice riconobbe a me tre quarti del valore, uno solo a lei.
Vorrebbe dire: o si vende la casa e si dividono i soldi in rapporto 3 a 1, oppure io pago il corrispettivo di una quota a lei e la casa diventa solo mia.
Bella vittoria, disse Bianchi. Di solito va metà e metà, ma le prove erano forti.
Quanto vale un quarto?
Con lattuale valutazione, circa 30.000 euro. Puoi pagarli?
Pensai.
Sì.
Meglio pagarli e chiudere la storia.
Guardai le carte, tre quarti della mia vita passata.
No, dissi. Ho unaltra idea.
***
Giulia ricevette la proposta tramite il suo avvocato. Mario era disposto a darle non 30.000 euro, ma solo 10.000, con documentazione allegata: sottratti i costi condominiali, la manutenzione, quello che avevo pagato io anche dopo la sua uscita, una stima degli anni in cui praticamente lavevo mantenuta. Una somma difensivamente calcolata.
Solo 10.000 euro: il suo parassitismo convertito in euro.
Non era la parola usata, ma il senso era chiaro.
Avrebbe potuto rifiutare, insistere in causa. Ma servivano mesi. E mesi lei non li aveva. Aveva trovato rifugio per qualche settimana da unamica, ma anche lì il tempo era finito.
Firmò.
***
A maggio rinnovai lappartamento. Nuovo linoleum, muri ridipinti, bagno rimesso. Via tutto: letto, tavolo, piatti, tende. Tutto portato fuori per i vicini.
Camminai in silenzio tra le stanze.
Lara venne quella sera. Ormai da mesi vivevamo insieme senza fretta, senza promesse. Portò la cena già pronta. Mangiammo seduti per terra.
Vivrai qui? chiese.
No.
Non era sorpresa.
E allora?
Le raccontai.
Da quando ci hai pensato?
Da quando ero fuori col trolley in mano. Avevo pensato per la prima volta comè non avere un posto dove andare. Poi lho dimenticato. Poi di nuovo ripensato in causa.
Non ti dispiace la casa?
Pensai davvero.
Mi dispiaceva altro. Gli anni buttati. Gli spazi sono solo muri. Se possono servire a chi serve davvero, meglio così.
Lara mi guardò.
Sei una brava persona, Mario.
Non so. Sono solo stanco di portarmi dietro certe cose. A volte è meglio lasciar andare.
***
A giugno proposi la casa al Comune, più precisamente ad una fondazione che aiuta donne in difficoltà. Avevano una sede piccola, sempre troppo poca rispetto ai bisogni.
Offrii lappartamento in comodato gratuito per dieci anni, con possibilità di rinnovo. Non beneficenza in senso classico, ma una scelta consapevole.
La direttrice, Maria Serena, donna schietta, mi chiese:
Perché questa casa?
Perché ce lho. E basta.
Basta così?
Basta così.
Sorrise.
Mi offrirono di dar mano ai piccoli lavori: modificare il bagno, aggiungere un letto, sistemare la cucina.
La mia squadra lavorò quasi gratis. Nuove serrature, pareti color crema, tende nuove.
A luglio due donne entrarono in casa: una con un bambino, arrivata da Civitavecchia senza un euro, laltra di zona, travolta dai debiti.
Non seppi altro: Maria Serena non mi disse particolari. Non volevo saperli. Sapevo solo che ora quella casa era finalmente calda.
***
A fine luglio Giulia mi chiamò.
Vidi il suo numero e attesi qualche secondo prima di rispondere.
Mario, sono Giulia. Devo parlarti.
Dimmi pure.
Meglio di persona. Puoi?
Ci incontrammo nel bar sulla Tiburtina dove lavorava quando lavevo conosciuta. Cambiato il nome negli anni, ma il posto era quello. Arrivai prima. Lei puntuale.
Non la vedevo da quasi un anno e mezzo. Era dimagrita, vestiva bene, ma semplice. Capelli raccolti.
Sedette di fronte. Prese il menù, poi lo lasciò.
Sai perché ti ho chiamato?
Immagino.
Lappartamento in via del Sole ci vivi tu?
No.
Lhai venduto?
No.
Silenzio.
Allora? Ci vive qualcuno?
Sì.
Chi?
Persone. Una fondazione che aiuta donne in difficoltà. Lho dato a loro per dieci anni.
Mi fissava.
Hai dato via la casa per cui hai pagato dieci anni?
Sì.
Perché?
Presi tempo.
Perché vivere in una casa dove non voglio stare non mi interessa. Invece serve a chi ha un reale bisogno.
Lei rimase zitta a lungo, poi:
Non ho posto dove andare, Mario.
Lo so.
È un continuo cambiare amici, mi vergogno. Quei diecimila euro bastano appena per un affitto breve.
Mi rendo conto.
Pensi esitò, difficile da dire pensi di poter parlare con quelli della fondazione? Magari trovano posto.
La guardai. Non con pena, ma neanche con rivincita. Solo a fondo.
La fondazione accoglie tutte le donne in difficoltà. Maria Serena riceve telefonate dalle nove alle diciotto. Trovi il contatto online.
Non farai la raccomandazione per me?
No, Giulia. Non funziona cosi. È una fila solidale, non una lista di privilegi.
Abbassò lo sguardo.
È umiliante, sussurrò.
Sì.
E non ti dispiace per me?
Non risposi subito.
Sì, mi spiace. Spiace per come è andata, per le tue scelte che ti hanno portato qui, per il momento difficile. Tutto vero.
Mi guardò.
Però?
Sono scelte tue. Non posso fare finta che non siano state fatte.
Lunga pausa. Fuori una coda di gente col cane al guinzaglio.
Sei cambiato.
Sì.
E ora?
Ora sono più onesto. Con me stesso, con gli altri.
***
Ad agosto Lara si trasferì da me. Non per decisione, semplicemente naturale. Prima una notte sì e una no, poi arrivarono i suoi oggetti, una tazzina nel mobile: non serviva discuterne.
Sai che ti sei già trasferita da me? le chiesi una sera.
Certo.
Che ne pensi?
Posò il libro.
Penso che sto bene con te, non racconti bugie, sei coerente. Cosa rara.
Sarebbe normale.
Proprio perché è rara è preziosa.
Lara era una donna senza illusioni. Non cinica, solo concreta. In ambulatorio ogni giorno vedeva venti o trenta pazienti: malati veri e solitudini travestite da malattia. Sapeva distinguere, aiutare.
Non ti stancano le persone?
Sì, ma se ti arrendi del tutto che senso ha?
Senza retorica, solo la sua verità.
La sera a volte camminavamo per la città, passando davanti a via del Sole. Non entravamo. Una sera sentimmo ridere un bambino al terzo piano.
Ci fermammo. Lara mi prese la mano. Proseguimmo.
***
A settembre Giulia chiamò la fondazione.
Maria Serena fu pragmatica: telefonata, un appuntamento, alcune domande su lavoro, situazione personale, regole basilari della convivenza, rispetto e ordine.
Qui il nostro impegno è aiutare a uscirne, non a restare fermi. Cerchiamo insieme una soluzione: lavoro, corsi, autonomia. Aiutiamo, ma non sostituiamo.
Giulia annuì.
Quanto posso fermarmi?
Sei mesi, eventualmente si rinnova.
Dal terrazzo si vedeva il cortile di via del Sole, gli alberi, una signora seduta su una panchina con un libro.
Firmo, mormorò.
Quella sera sistemò le sue cose nella stanza: piccola, finestra sul cortile, due letti di cui uno già occupato da una giovane con bambino. Estrasse il vestito blu scuro comprato ai tempi di Andrea, le scarpe costose, monili riposti in custodia.
Mise tutto sullarmadio. Poi, dal trolley, prese il telefono e iniziò a cercare offerte di lavoro.
Aveva le mani curate, smalto rosso scuro, appena scheggiato.
Cercò: lavoro Roma Est, senza esperienza, qualsiasi cosa.
***
A settembre laria di via del Sole era sempre la stessa: asfalto bagnato, odore di frittata. Lo riconosco ovunque.
Io e Lara camminavamo insieme, un venerdì sera duro per entrambe.
Davanti a via del Sole rallentai.
Al terzo piano, una luce calda.
Lo sai? dissi.
Cosa?
Giulia è lì. Maria Serena mi ha detto che lha presa.
Lara restò un attimo in silenzio:
Come ti senti?
Pensai.
Non so. È strano. Lei sta nella casa da cui mi ha mandato via. Io non lho aiutata, ha fatto tutto da sola. Ma comunque
Comunque?
È strano che sia finita così, non so come chiamarlo.
Si chiama vita, disse Lara.
Sorrisi.
Forse sì.
Camminammo. La panchina vuota, il parco giochi spento. Il lampione tremolò, poi rimase acceso.
Dal terzo piano una voce femminile e una infantile. Nessuna nostalgia, solo un leggero brivido. Sentii, ma non mi voltai.
***
Un mese dopo Lara mi disse che Giulia aveva trovato lavoro in uno studio dentistico sulla Tiburtina, laveva saputo tramite una paziente.
Sei contento? chiese.
Non sono contento né scontento, risposi. Sono contento se ce la fa. Da sola.
Lara mi guardò.
Poi, piano:
E se ti chiedesse scusa? Non per avere qualcosa, ma sinceramente. Perdoneresti?
Lunga pausa. Fuori ottobre e le foglie gialle.
Pensai davvero prima di rispondere.
Non so. Forse sì, forse no. Forse capire è più importante che perdonare.
E qual è la parola giusta, allora?
Guardai le foglie cadere.
Capire, forse. Capire e lasciar andare. Non sono la stessa cosa. Si può lasciar andare anche senza perdonare. Si può capire senza giustificare.
Ed è questa la lezione che ho imparato: capire e lasciar andare. Per davvero.







