Il Prezzo dell’Irremplazabilità

Nellordinario ufficio al civico 47 di Via dei Giardini le linee invisibili erano sempre più evidenti di quelle tracciate su una mappa. Non quelle geografiche, ma quelle che si disegnano nei cuori. Zaira Bianchi, contabile da trentanni, le conosceva a memoria, come le linee della propria mano.

Da una parte cera il duo Stefano e Carlotta. Il loro motto, mai pronunciato a voce alta ma sempre presente, era: «Voglio. Dammi. Non stressare». Stefano era un maestro nellapparire impegnato. La sua scrivania, seppur sommersa di fogli, era un perfetto camuffamento. Alle riunioni parlava a voce alta, spargendo parole come sinergia, strategia e analisi approfondita. Il suo vero talento era rubare lidea di qualcun altro, rivestirla di unaura di genio e offrirla al capo. Coltivava una rete di favori: dolci costosi, ricordava il compleanno del cane del direttore e si trovava sempre al posto giusto al momento giusto, pronto a stringere una mano e a sfoggiare un sorriso vuoto ma accecante.

Carlotta operava su un altro fronte, quello dellestetica e del sacrificio. Poteva raccontare per ore di una notte passata a lavorare su un report (mentre scorreva i social), mostrando sotto gli occhi lividi dipinti con maestria. Sussurrava che la sua salute era logorata dallentusiasmo lavorativo e chiedeva trattamenti speciali, ancor più unindennità per lavoro pericoloso. Il suo compito era apparire sempre al lavoro.

Insieme formavano un duetto che alimentava il mito della loro irreplaceabilità. I loro stipendi, lenti ma sicuri, saliva

lentamente, quasi inevitabilmente.

Sul lato opposto cera Alessandro. Il suo piccolo ufficio era più un bunker di un perfezionista. Lorologio alla parete segnava sempre unora sbagliata, e aggiustarlo sembrava impossibile. Alessandro non parlava di sinergie; semplicemente, lavorava.

Il lavoro lo avvolgeva come resina. Alle nove di sera la luce del suo monitor ardeva ancora. Il sabato rispondeva alle email. Il cellulare era sempre incollato allorecchio, sputando frasi del tipo: «Invio subito», «Finirò entro la notte», «Me ne occupo io».

La famiglia di Alessandro viveva in un universo parallelo, al di là della sua portata. Le recite mattutine della figlia Lia, che prometteva di recuperare, il laptop che portava al picnic unico dellanno, le chiamate urgenti che rotturavano promesse di cinema.

Sua moglie, Maria, non era più arrabbiata. Nei suoi occhi si era posata una quieta, stanca vacuità, come una casa non pulita che attende il ritorno del padrone per sistemarla. Ma il padrone non tornava più. Salvava progetti, domava incendi spesso accesi da Stefano. Alessandro era la colonna su cui tutto poggiava, e ne era fiero, senza accorgersi che il peso della responsabilità faceva traboccare le fondamenta della sua vita.

Zaira Bianchi osservava quella perpetua rappresentazione sorseggiando il suo tè serale. Le tornavano in mente i giorni della giovinezza, la fabbrica dove si lavorava fino al settimo sudore, per poi tornare a casa alle sei, spogliarsi, correre verso i figli, i mariti, i propri orti e i libri. Cera peso, ma cera anche coesione. Qui, invece, vedeva una strana disgregazione: alcuni fingevano di lavorare per raccogliere sempre di più, altri lavoravano come se fosse lunico senso dellesistenza, perdendo tutto.

Un giorno il sistema vacillò. Il capo, quel medesimo amante dei dolci di Stefano, se ne andò allimprovviso. Arrivò un nuovo dirigente, giovane, con occhi freddi da scanner. Non si curava dei discorsi eleganti né della stanchezza dipinta. Guardava numeri, processi, risultati concreti.

Il mondo di Stefano e Carlotta crollò per primo. La loro irreplaceabilità si disperse sotto semplici interrogativi: «Cosa avete davvero fatto oggi? Dovè il documento? Chi vi ha supervisionato?». I loro barricati di fascicoli si rivelarono carta. Gli stipendi si immobilizzarono, poi scivolarono verso il basso con la stessa leggerezza con cui prima erano saliti.

Il mondo di Alessandro si sgretolò più silenzioso, ma più terribile. Il nuovo capo, valutata lefficienza di Alessandro, concluse: «Se lui da solo sostiene tre reparti, così sia. Perché assumere altri?». Il carico di lavoro si moltiplicò tre volte. Nel frattempo, la piccola Lia finì in ospedale per unappendicite.

Zaira bussò alla porta di Alessandro una sera per consegnare una cartella. Lui sedeva davanti a un computer che ronava come un alveare. In mano al cellulare, un messaggio di Maria: tre righe sole «Alessandro, Lia è in ospedale. Lintervento è andato bene. Non preoccuparti, ce labbiamo fatta. Maria».

Non piangeva. Guardava quelle parole, poi la montagna di compiti sullo schermo. Nei suoi occhi, sempre fissi sul monitor, al piano, alla scadenza, comparve per la prima volta una consapevolezza tagliente come un bisturi. Aveva perso. Aveva lavorato senza sosta, dimenticando la famiglia, e ora si trovava al bordo di una barca rotta. La sua irreplaceabilità si era trasformata in una trappola. Coloro che disprezzava per pigrizia e chiacchiere avevano ora una vita più piena: Stefano trovava tempo per il tennis, Carlotta per le terme. Loro vivevano. Lui aveva soltanto lufficio.

Zaira, senza dire una parola, posò davanti a lui una tazza di tè. «Bevi, ragazzo», sussurrò. «Il lavoro è una palude. più ti agiti, più ti risucchia. A volte bisogna fermarsi un attimo, guardare quale albero è ancora a portata di mano».

Il mattino successivo Alessandro, per la prima volta in dieci anni, arrivò in ritardo. Portò Lia allospedale con lorsetto di peluche promesso da cinque anni.

Lufficio, privo del suo pilastro, non crollò ma scricchiolò come una vecchia nave a vapore carica di un carico troppo pesante. Le prime due ore in Via dei Giardini 47 furono una piccola panico. Il nuovo capo, Roberto Eduardo, telefonava ogni quindici minuti. Alessandro guardava lo schermo lampeggiante, il nome «Roberto Eduardo», e posava il cellulare a faccia in giù. Il petto gli pulsava, un dolore dolceamaro, come strappare una pezzo di carne viva ma marcia. Guidava attraverso la città mattutina, il profumo dellauto vecchia mescolato al dolce odore del nuovo orsetto di peluche.

Giunto nella stanza di Lia, il telefono vibra ancora una volta. Alessandro lo spegne senza guardarlo. Lia, pallida ma sorridente, stringe la sua mano. Maria, silenziosa, lo avvolge alle spalle, le sue guance premute contro il suo collo come per trattenerlo dal tornare al flusso dei soliti telefoni e scadenze.

Nel frattempo, in ufficio, si avviò uno spettacolo muto. Senza Alessandro, i processi si fermarono. Stefano correva da una cabina allaltra fingendo di salvare tutti, ma alle domande sui file, le password, i contratti, alzava le mani: «È roba di Alessandro, lui li gestiva sempre». Carlotta, con il compito che di solito scivolava su Alessandro, dichiarò unemicrania da sovraccarico e uscì sbattendo la porta.

A pranzo, Roberto Eduardo convocò Zaira. Luomo era irritato, ma non più gelido, più perplesso.

Zaira, che succede? Dovè Alessandro? Il sistema è in blocco.

Zaira aggiustò gli occhiali sul filo. Parlò a bassa voce, quasi a sé stessa, guardando oltre il capo, verso il muro.

Il sistema, Roberto, è sempre stato appeso a una sola persona. Una persona non è un sistema. La sua corda di pazienza può spezzarsi. La figlia è in ospedale. Forse questo è più importante del nostro report trimestrale?

Il report è per venerdì! alzò la voce Roberto.

La figlia, invece, doveva essere operata ieri replicò Zaira, altrettanto calma. Hai aggiunto un terzo carico a lui. Luomo non è immortale. Non si sarebbe rotto se sapesse il perché. Ma non lo sa più.

Alessandro tornò solo dopo pranzo. Entrò nel suo bunker, ma non si sedette subito. Stava in piedi, fissava il monitor ardente, le decine di messaggi non letti, la sedia schiacciata dagli anni. Poi prese dalla scrivania lunico oggetto personale: una foto sbiadita in una cornice, di lui, Maria e la piccola Lia, ridenti su un prato. Scattata tanto tempo fa, sembrava di unintera vita addietro.

Roberto Eduardo apparve sulla soglia, pronto a rimproverare, a premere. Ma vide il volto di Alessandro. Non era vuoto, ma stranamente sereno. Non cera più la tensione consueta. Cera stanchezza, ma anche una nuova determinazione.

Alessandro, cosa succede? Stiamo impazzendo su tutti i fronti!

Sì, rispose semplicemente. È un impatto, perché cè solo un fronte, e lo sto tenendo da solo. Oggi non farò più gli straordinari. Domani neanche. La mia figlia ha avuto lintervento e ho bisogno di lei più che mai. E a Maria serve un marito. E a te, Roberto, serve assumere un altro collega, o due. Questo sistema è malato. Si regge su un unico ingranaggio esausto. Io non sarò più quel ingranaggio.

Detto così, senza clamore né crisi, come un ragioniere che dichiara un deficit. Nel silenzio che ne seguì, si udì il fruscio della stampante e il suono di qualche telefono in lontananza.

Roberto, guardando negli occhi di Alessandro, sentì qualcosa vacillare. Un calcolo freddo, forse, valutò il rischio, il costo di un fermo, la determinazione nella voce di quelluomo sempre collaborativo. Le cifre nella sua mente si combinarono in una formula inattesa: un nuovo dipendente ora costerebbe meno di un crollo del progetto e della ricerca di un sostituto per Alessandro.

Spegni il computer comandò Roberto, la voce ormai più commerciale che autoritaria. Torna a casa. Lunedì voglio il tuo piano di riassegnazione dei compiti e lelenco dei requisiti per il nuovo ruolo.

Alessandro annuì, senza ringraziare. Non era un gesto di gentilezza, ma un nuovo patto. Per la prima volta in anni, i suoi confini personali venivano riconosciuti.

Uscì dal suo ufficio. Nella grande sala si erano radunati tutti: Stefano con il sorriso finto, Carlotta curiosa, Zaira che allungava lentamente la mano dolorante. Aspettavano unesplosione o il ritorno umiliato al loro posto.

Alessandro passò accanto a loro, indossò il cappotto che rimaneva appeso dallautunno allinverno, prese la valigetta.

Buona giornata disse allaria, senza guardare nessuno, e spinse la porta pesante.

Fuori, la prima neve di dicembre cadeva su Via dei Giardini. Fiocchi bianchi, lenti, si scioglievano sul selciato scuro, cancellando i segni sporchi della giornata. Alessandro si fermò, posò la mano sulla neve. Un fiocco gelido si sciolse sulla pelle, semplice, quasi infantile, la tangibile realtà del mondo.

Guardò intorno. Che bellezza Un pensiero silenzioso e timido, come la prima parola dopo un lungo silenzio, gli attraversò la mente.

Camminò verso casa, verso quella vita che aveva dimenticato di sentire. Lattendeva il crepitio della neve sotto gli stivali, la lettura ad alta voce per Lia, gli sguardi senza parole di Maria. Doveva imparare di nuovo a respirare a pieni polmoni, ad ascoltare il silenzio tra le parole, semplicemente esistere, non solo funzionare.

E compì il primo, più importante passo: uscì dalla palude. Si fermò. Trovò lalbero a cui aggrapparsi: era lui stesso. Alessandro, non più solo «lui» dellufficio in Via dei Giardini 47, ma il nome che quasi aveva dimenticato di pronunciarsi ad alta voce. Ora doveva ricordarlo, e viverlo, finalmente.

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Il Prezzo dell’Irremplazabilità
Le figlie ingrata Irene, sudata e curva sull’orto, sentiva il sudore che le scivolava fastidiosamente lungo la schiena, incollando la maglietta alla pelle. Lidia, la sua sorella gemella, sbuffava e si lamentava accanto a lei, lottando per infilare una ciocca ribelle sotto il cappellino. Stavano strappando le odiate erbacce tra le fragole. — Irene, ma perché stiamo facendo tutto questo? — si lamentò Lidia, appoggiando il rastrello e asciugandosi la fronte col dorso della mano. — Siamo pure tutte e due allergiche alle fragole! Che se ne vadano pure al diavolo… — “Perché bisogna aiutare i genitori”, — imitò Irene la voce della mamma, Anna Maria, con una precisione tale che Lidia non poté trattenere un sorriso — “Perché loro sono ‘anziani’ e noi ‘figlie ingrata’”. In casa loro spesso si ripeteva la canzone delle figlie ingrata. Bastava che si rifiutassero di lavorare nell’orto: subito, ingrata! Anche se avevano passato tutta l’infanzia tra pomodori e patate. Risate arrivarono dall’altra parte della recinzione. Erano gli amici di sempre — Sergio, Dario e Silvia. Erano arrivati in bici, tintinnando i campanelli e con bottiglie di bibita fresca in mano. — Ehi ragazze, dove siete? Venite al fiume in bici! L’acqua è come il latte caldo! Abbiamo già preso tutto al supermercato. Boris sta facendo la grigliata! Venite? — Andatevene senza di noi! — gridò Lidia. — I genitori non ci lasciano! — aggiunse Irene. — Fate voi… — rispose Silvia. Lidia fu assalita dall’invidia. — Dio mio, quanto vorrei essere con loro… — sussurrò, mentre gli occhi le si velavano di nostalgia. Il fiume, la carne alla griglia, la fresca sera di luglio… Aprì gli occhi. Ma davanti a lei c’era ancora l’orto. — Passerà anche la voglia! — tagliò corto Irene, con tono duro ma anche ironico. — Qui il lavoro non finisce mai! E ti sei dimenticata cosa dice la mamma? Finché non è tutto pulito, niente fiume! E se piove poi è la fine: le erbacce ricrescono peggio di prima. Tocca ricominciare da capo! — Già… e le fragole sono solo il male minore… Lidia guardava sconsolata le distese di patate, le file tristi di cavoli più simili a rovi che a futuro raccolto, e la serra di cetrioli dove, con un po’ di sfortuna, poteva anche svenire dal caldo. — Più che orto, questa è una piantagione — mormorò Lidia trattenendo le lacrime. — Lavori, lavori… e non finisce mai! E appena finisci, ricominci daccapo… Irene fece una smorfia più vicina allo sconforto che alla gioia. In effetti, Lidia aveva ragione. Quello non era un semplice orto: era un impero agricolo grande almeno mezzo ettaro, forse di più. I genitori, Anna Maria e Massimo, coltivavano di tutto: dalle patate ai cavoli fino alle varietà più strane di pomodori e cetrioli, i cui nomi Irene e Lidia non ricordavano nemmeno, pur passandoci tutta l’estate. Una parte andava in tavola, ma la maggior parte si vendeva al mercato locale, per guadagnare qualche soldo extra. E per vendere, bisognava lavorare dalla mattina alla sera — con qualunque tempo e qualunque umore — mentre amici e compagni giravano liberi in bici. Anche le figlie, da sempre, lavoravano con i genitori. Irene e Lidia si erano lasciate alle spalle infanzia e adolescenza tra quelle dannate zolle, vedendo le amiche della città andare al cinema, in discoteca o in campeggio. Per loro, solo sogni… *** Avevano ormai superato i quarant’anni. Entrambe vivevano ormai in città, con famiglie, lavoro, qualche hobby, e — quello che da bambine non avevano mai avuto — il diritto al tempo libero. Ma ogni anno, appena si avvicinava luglio, i genitori iniziavano la stessa solfa: — Ragazze, venite ad aiutarci! Siamo vecchi, non ce la facciamo da soli! L’orto è una giungla! Senza di voi non ce la facciamo! Irene e Lidia adattavano le ferie ai bisogni dei genitori e lasciavano lavoro, vacanze e programmi per trascorrere il mese di luglio in “esilio forzato”. Solo che le ferie, ovviamente, non durano tutto l’anno. E sia Irene che Lidia avevano ormai le loro famiglie. I loro mariti volevano riposarsi pure loro. E i figli erano stufi del paesino, preferivano il mare. Senza contare che a loro, a stento, reggevano solo a sentire la parola “orto”. Eppure, anche se a malincuore, non potevano mai dire di no ai propri genitori. Così, anche quell’anno, le due sorelle, con mariti e figli, partirono per casa dei genitori e si insediarono lì tutto luglio. Il primo giorno, grande tavolata e sauna “per rilassarsi dopo il viaggio”. Ma già dal secondo giorno, alle sette di mattina, la madre le svegliava: “Se avete riposato bene, potete cominciare a lavorare!”. In quel mese si stancarono tutti così tanto che alla fine non avevano più neanche la forza di arrabbiarsi. Mentre era piegata sull’insalata, Irene sentì le imprecazioni del marito, Gennaro, che, sotto il melo, cercava di raccogliere uva spina nascosta tra i rami. — Gennà, che stai a fare là sotto? — gridò, cercando di superare il fruscio del vento tra le foglie. — Lascia stare quell’uva spina che ancora non è matura. Piuttosto raccogli le mele, altrimenti marciscono! Poi con quelle facciamo la marmellata… In realtà, Irene non ci credeva nemmeno più. Peggio che strappare le erbacce sotto il sole c’era solo invasare chili di marmellata in cucina, tra pentoloni e fornelli accesi. Meglio che se le mangino i vermi, ste mele. — Irene, io non ce la faccio più! — piagnucolò Gennaro uscendo da sotto il melo. — La mia schiena dice che è ora di divorziare! Piuttosto pago gli alimenti vita natural durante, ma non passo un’altra vacanza in questo inferno! Scusami, ti amo da morire, ma mi sa che qui ci lasciamo… — e crollò teatrale sul sentiero. — Non esagerare, Gennaro! — borbottò Irene. — Neanch’io sono contenta, ma che dobbiamo fare? Sono i nostri genitori! Come pensi che farebbero da soli? — Lasciali perdere — sbuffò Gennaro — e che ce li scampi il santo… — Ah, certo! Gennaro, c’è pure da sistemare il tetto della legnaia, eh. — Arrivo, arrivo… Il marito di Lidia, Eugenio, era molto più tranquillo, ma si comportava come un lord inglese che aspetta il tè. Comodamente sdraiato sulla sedia a sdraio sotto il pero, sorseggiava kvas fresco portato dalla figlia e osservava la moglie soffrire. Colto, raffinato e sensibile alla bellezza, ma del lavoro manuale non ne voleva sapere. In realtà, di lavoro non ne voleva sapere in genere. — Eugenio, almeno dai una falciata all’erba! — protestò Lidia allontanando le zanzare. — Ma dai, amore, sembro forse un contadino? — fece spallucce Eugenio, con un sorriso furbo negli occhi. — Io sono un uomo di città. Le mie mani sono fatte per ispirare voi donne alle fatiche! Spiritoso… Lidia alzò gli occhi al cielo. Eugenio era maestro nel delegare, ma di sudare, mai. Ogni tanto faceva finta di darsi da fare, ma lavorare, mai. Alla fine delle “ferie”, ormai coi nervi a pezzi, Irene e Lidia tentarono un confronto decisivo, capendo che non se ne poteva più. — Ma insomma, perché tutto questo? — iniziò Irene, sedendo i genitori al tavolo della cucina, dove si radunava sempre la famiglia. — Quanti pomodori, cetrioli o patate vi servono davvero? Non siete più giovani! È faticoso. Tanto non li mangiate tutti, e mica siete obbligati a vendere. Possiamo aiutarvi anche solo con i soldi: comprate quello che volete, andate in vacanza! Basta con sto orto! — Sì, mamma, — aggiunse Lidia speranzosa. — Non dovete spaccarvi la schiena! Vi aiutiamo noi. Se non volete i soldi, vi trovate qualcuno per aiutarvi in campagna. Non costa più della salute vostra e del nostro tempo! — Ma che scemenze state dicendo? — sbuffò la mamma. — Come sarebbe a dire: niente orto? — chiese papà. — Soldi? Aiutanti? L’orto non è solo il raccolto: è anche un lavoro, un passatempo. Che facciamo tutto il giorno, col culo sul divano? — Beh… — balbettò Irene — Si può andare a teatro, al cinema… — Ma va là! — tagliò corto Anna Maria — Noi siamo abituati a lavorare! E non pensavamo che vi pesasse così tanto aiutare i genitori. — E poi — aggiunse Massimo — che vita è vivere con i soldi degli altri? Dover sperare che ce li mandiate ogni mese? No, ognuno si mantiene da sé! Questo dialogo si era già ripetuto. L’anno prima. E anche tre anni prima. — Ma papà, è faticoso! — protestò Lidia, proprio non capendo quell’ostinazione. — Sta male solo chi non fa niente! — tranciò Massimo. — Noi, invece, siamo ancora forti! — Ma… — Volete solo liberarvi di noi coi soldi! — gridò Anna Maria. — Vi siete stufate di lavorare. Non pensavamo che aiutare i genitori vi pesasse così tanto. Senza orto, nemmeno verreste più qui! Fine della discussione. *** Passò un anno. L’estate si avvicinava, promettente come sempre. Gennaro annunciò a Irene un viaggio in Italia, quello dei suoi sogni. Lidia, appena divorziata dal suo scansafatiche Eugenio (che neanche la dignità di cercarsi un lavoro aveva trovato), aveva solo voglia di pace e silenzio. Voleva solo stare a casa con la figlia, senza impegni, senza obblighi. Le sorelle si incontrarono davanti a una tazza di tè, tra pettegolezzi e progetti per l’estate. Discutendo, presero una decisione difficile e andarono a comunicarla ai genitori. Di solito, durante la settimana non passavano dai genitori, solo nei weekend. Ed è andata di lusso che vivessero abbastanza lontano, altrimenti avrebbero passato tutte le ferie e i weekend nell’orto. Così, qualche visita ogni tanto e basta. Irene e Lidia non sapevano da dove cominciare. Ma la mamma iniziò subito, con uno sguardo sospettoso: — Che succede? Cosa vi state inventando questa volta? — Niente, mamma, tranquilla, — anticipò Lidia. — Solo che quest’anno non riusciamo a venire a luglio. E neanche in agosto. — E questo che vuol dire? — protestò la madre. — Che storia è questa? Non avete proprio vergogna? E subito giù con le spiegazioni di rito. — Gennaro ha le ferie pure lui, andiamo in Italia come sogniamo da una vita! Tutto prenotato, biglietti pagati… Non andiamo in vacanza da anni… Anche Gennaro è stanco. Ovviamente, questo non commosse nessuno. Papà fece una smorfia. — In Italia, eh! — ripeté la mamma ironica. — E noi cosa facciamo qua? L’orto si sistema da solo? Ci tocca arrangiarci da soli? — Mamma, ti abbiamo già detto che vi possiamo aiutare con i soldi! — insistette Lidia. — Potete assumere qualcuno che vi aiuti. Qui c’è sempre chi cerca un lavoretto estivo, il vicino viene volentieri a tirar su le vostre patate! — Gli operai non sono la stessa cosa! — tagliò corto Massimo — Non ci si può fidare: tutto fatto in fretta e male. Voi invece siete di famiglia! Mettete l’anima… — Papà, ma che anima vuoi metterci a diserbare patate? — non ce la fece più Irene. — Il lavoro nobilita. — Nobilita niente! Solo mal di schiena e mani tutte piagate! — sbottò Lidia. — Non siamo mica contadini a giornata! E a lavoro lavoriamo già tanto, almeno nelle ferie vogliamo riposarci. Basta! — Riposerete in pensione! — decretò la mamma. — Finché avete energie, dovete aiutare i genitori. — Non diciamo che non vi vogliamo aiutare, ma qui si sta esagerando… Già. Ormai, nessuno ricordava più cosa fosse una vera vacanza. — Si esagera, eh! — ripeté Anna Maria. — E chi vi ha cresciute? Chi ha rinunciato a dormire la notte per darvi da mangiare? Chi ha investito tutto su di voi? Per poi sentire che dieci giorni al mare con la pancia all’aria valgono più dei vostri genitori! — Basta ricatti emotivi! — sospirò Irene. — Siamo grate, mam, ma qui bisogna trovare una via di mezzo… Si alzarono i toni. Le figlie hanno abbandonato i genitori. Le figlie non pensano più a mamma e papà. Le figlie sono diventate delle sfaticate. — E vabbè! — gridò Irene. — Fate pure quello che volete! Potete pure lasciare la casa alla vicina, potete smettere di parlarci. Ma noi quest’anno non veniamo! — Ah sì?! — strillò la mamma. — Allora arrangiatevi! Non lo perdonerò mai! — Fai pure! Fai quello che vuoi! *** Irene e Gennaro volarono finalmente in Italia. Quelle due settimane furono le più belle degli ultimi anni! Solo loro due, il mare, il caldo… e i bambini. Ma i figli, entusiasti di un’estate diversa, si comportarono benissimo. Lidia si concesse il suo “centro benessere” domestico: divano, serie tv, libri, uscite con le amiche, massaggi — nessuna preoccupazione. Quando ormai la vacanza era agli sgoccioli, con Irene e Gennaro appena rientrati e Lidia che tornava alla solita routine, arrivò quella telefonata che cambiò tutto. Era papà. — Lidia, vieni subito. La mamma sta male. È in ospedale. Chiama Irene! Le mancò un battito. Nel giro di un’ora corsero in auto all’ospedale più vicino al paese. Cercarono subito il padre. — Che è successo? — Come sta la mamma? — È la testa? — Un ictus? — È cosciente? — Avete parlato con lei? — Possiamo vederla? Si sovrapposero domande. — Il cuore, — spiegò Massimo. — Dalle sei del mattino alle tre del pomeriggio nell’orto sotto il sole… Ed è crollata. Per fortuna, la situazione non era grave. La madre era cosciente, in reparto normale, si muoveva pure bene. Era pallida, la pressione era probabilmente alle stelle, ma niente di veramente serio. Alle figlie rivolse solo una rapida occhiata. — Ah, siete voi, — disse la mamma. — Siete venute a dare un’ultima occhiata alla mamma morente? — Ma che dici, mamma! — la zittì Irene. — Non è nulla. Dicono che fra un paio di giorni ti dimettono. Ti rimetti presto. — Mah, ragazze, — sospirò Anna Maria. — Ormai sono vecchia. Non reggo più. Peccato che nessuno sia venuto ad aiutarmi… Lidia serrò appena i denti. — Mamma, chi te l’ha fatto fare? Ti abbiamo proposto aiuto! Ti avevamo detto che potevi prendere qualcuno ad aiutare: c’è chi cerca lavoretti estivi qui. Perché no? — Aiuto! — ripeté Anna Maria con disprezzo. — Non ho bisogno del vostro aiuto! Mi arrangio da sola! Se nessuno viene… Sono abituata a lavorare. — E infatti! — sibilò Irene senza trattenersi. — Irene! — la rimproverò Lidia. — Che ho detto di male? — protestò Irene. — Ragazze, non litigate per me. Non ne vale la pena, — disse la mamma con voce melodrammatica. Le figlie tacquero: per ora era inutile discuterne. — Mam, paghiamo tutto noi, — disse Lidia. — Medicine, cure. Tu pensa solo a rimetterti. — E prendiamo anche qualche aiutante, — aggiunse Irene. Anna Maria tacque. Dopo pochi giorni fu già in netto miglioramento, e in una settimana i medici le diedero il via libera per tornare a casa. La salute tornava, ma i medici avevano tassativamente proibito sforzi. Irene e Lidia speravano che, almeno stavolta, i genitori si calmassero. Ma quando andarono a fare visita, trovano una scena deprimente. Le due signore che avevano assunto non si vedevano, e Anna Maria — ignorando i divieti — stava già di nuovo a zappare tra i pomodori. — Ma’, cosa fai? Non puoi! — Non riesco a star ferma! Quelle signore fanno tutto di corsa e non combinano niente. Bisogna far da sé! E i vostri soldi li ho risparmiati, li useremo per qualcosa di utile. E se ci tenete davvero, venite voi a darci una mano. Forza, c’è un altro filare che aspetta. Discutere con la mamma era inutile. Avrebbe sempre fatto di testa sua. Le figlie ingrata.