Sotto le Ali di Mamma

Sotto lala della madre

Ginevra, davvero non si può così? Massimo ti ama, ha fatto progetti, avete cominciato a vivere insieme.
E tu, per una sola battuta, rompi tutto e non lasci neanche una speranza alluomo.

Alberta, signora, gli ho già dato una seconda possibilità. Sa, quando mi parlò quella sera, lo sentì parlare proprio davanti a lei

*Bip, bip, bip*

«Il dispositivo è spento o fuori copertura», sussurra, senza emozioni, la voce femminile allaltro capo del filo. Ginevra preme di nuovo il tasto di riaggancio, trattiene il tremolio dei nervi e compone un nuovo numero, stavolta diverso.

Chiamare una anziana signora non è certo il modo più elegante per risolvere la situazione, ma quando un ragazzo che non è mai stato visto nei caffè notturni o in escursioni improvvise non risponde a casa quasi alle tre di notte, è segno inequivocabile che qualcosa è accaduto.

E se qualcosa è realmente accaduto, solo i familiari possono occuparsene; finora Ginevra non considerava Massimo un membro della sua famiglia. Avevano condiviso un appartamento a Trastevere da appena un mese, non avevano registrato la convivenza e non sapeva nemmeno quale ente chiamare per cercare il ragazzo.

Che cosa le avrebbero detto? Giusto, che non era sua moglie, quindi non poteva fare nulla di concreto. Se suo padre avesse iniziato a scavare con il bastone, la storia sarebbe stata ben diversa.

Pronto? rispose subito la voce alzata al telefono.

Prima che Ginevra potesse dire una parola, dallaltra parte si sentì la voce di Massimo. Stava parlando con sua madre, la signora Alba, che per un attimo aveva interrotto la conversazione per rispondere al figlio, per poi rivolgere nuovamente lattenzione alla giovane che chiamava.

Chi è?

Alberta? Sono Ginevra, la ragazza di Massimo. È da voi? Potete dargli il telefono? Sono già le tre di notte, non è a casa, pensavo fosse successo qualcosa

Massimo rispose a voce bassa, ma subito più chiara:
Sì, sono io… chi parla?
Sono io. Massimo, che succede? Avresti potuto avvisare che saresti rimasto da tua madre o, almeno, non spegnere il cellulare. Non riesco a trovare un posto dove sistemarmi, ho già temuto che ti fosse capitato qualcosa di grave.

Niente, nulla mi è capitato. È solo che mi stavi diventando fastidiosa. Me ne vado, mi trasferisco in unaltra città, non chiamarmi più. Ho già preso le mie cose; per lappartamento decidi tu.

Il filo fu riagganciato. Ginevra rimase seduta sul letto, bocca spalancata, ancora stringendo il telefonino come se fosse una pistola carica. Cercava di capire cosa fosse appena accaduto.

Lavevano lasciata, così pareva. In tutta la scena non cera nulla di strano né di sgradevole; era solo un tradimento di parole. Dopo tutto, avevano vissuto insieme solo un mese, e in fondo Ginevra, inconsciamente, era pronta a sentire una di quelle frasi tipiche:

Sai, ho capito che non siamo fatti luno per laltra, scusami.

Anche lei sarebbe stata pronta a pronunciare qualcosa di simile, soprattutto se avesse scoperto, dopo un mese, che il ragazzo metteva le calze sporche sotto il cuscino, o che aveva una strana passione per gli ananas verdi, o che… beh, che altro potesse combinare.

Con gli altri ex, le rotture avvenivano sempre con una conversazione, un punto fermo che segnava la fine e permetteva a entrambi di andare avanti. Ma essere gettati via al telefono, su un telefono che non era nemmeno il suo, senza alcun avvertimento era la prima volta per Ginevra. Per tre settimane cercò di digerire tutto in compagnia della sua migliore amica, Caterina, che tentava sinceramente di formulare ipotesi.

Forse aveva paura che tu lo scagliassi via o che ti mettesse a litigare?

Chi? Io? si meravigliò Ginevra. Con il soprannome mezzo chilo e i 45 chili, lunica cosa che le restava era lottare, soprattutto contro ragazzi doppiamente più pesanti e trenta centimetri più alti.

Anche così avrebbe potuto fissare un incontro in un luogo pubblico, o almeno prendere il telefono. Oppure, alla fine, chiamare, mandare un messaggio; se il prezzo degli SMS lo spaventava, avrebbe scritto su unapp di messaggistica, ne avevano tutte e tre installate.

Lasciarsi via messaggi non è affatto da uomini, increspò il naso Caterina.
E noi? Lho fatto da masculla? Nessuna spiegazione, nessuna vera conversazione, solo così

Non cerano parole, solo espressioni incomplete, e non sapeva nemmeno come averlo offeso.

Qualunque sia il motivo, non potrai mai battere la natura, sbuffò lamica. Poi, dal profondo del cuore, consigliò:

Butta via il ragazzo dalla testa. Sii felice del tempo speso: quanto tempo avete trascorso insieme?

Un mese, più un mese di frequentazione.

Allora è poco, è solo spazzatura che si è autoespulsa dal tuo appartamento.

Lappartamento è in affitto, non è mio.

Ma ti piaceva comunque, lo ammetti quando eravate appena arrivati, giusto?

Se non fosse stato per queste relazioni incomplete, avrebbe continuato a convivere in quel palazzone con amici, ma con i soldi risparmiati ha trovato un alloggio migliore.

Senza una buona ragione, non mi sarei nemmeno trasferita; non avrei potuto lasciare quellappartamento nemmeno psicologicamente.

Vedi? Da quella storia è nato qualcosa di buono. Troveremo un altro ragazzo, non preoccuparti. Che tempi!

Caterina mantenne la promessa. Una settimana dopo Ginevra accettò un appuntamento con il fratello di un conoscente, un uomo che le pareva adeguato non per una famiglia o una casa piena di bambini, ma per continuare a frequentare qualcuno.

Ritornata con un mazzo di fiori, Ginevra rimase senza parole quando, nel cortile del palazzo, fuori dalle cassette postali, comparve Massimo.

Buh! Hai paura?
Sorpresa. Che ci fai qui?

Non ho capito a proposito, che cosè questo scovolino?

Fiori. Il nuovo ragazzo li ha portati. Mi hai lasciato, hai avuto un attacco di dissociazione e non ricordi cosa ti ho detto al telefono di tua madre.

Ginevra, sei proprio normale? Ho scherzato! Dovevo solo passare qualche settimana da parenti.

Non potevi dirlo in modo più civile? Lasciare un biglietto, mandare un messaggio?

Non capiva che se si dice a qualcuno che lo si abbandona, quelluomo non deve più nutrire speranze.

Se me ne fossi andato, mi avresti chiamato ogni giorno per due settimane. Io volevo silenzio.

Mia madre racconta che a tredici anni scappai di casa e passai le notti da mia nonna. È la stessa storia, ma a ventanni questo comportamento è già troppo immaturo.

Così, con un sorriso amaro, mandò Massimo al suo destino, una remota frazione del Perù, e più tardi la madre del povero ragazzo bussò alla sua porta per chiarire la faccenda.

Ginevra, davvero? Massimo ti ama, ha costruito progetti, avete iniziato a vivere insieme.

E tu, per una battuta, distruggi tutto e non gli dai nemmeno una possibilità.

Alberta, gli ho già dato una possibilità. Lo sentì parlare davanti a lei, non è vero?

Lo ha detto, sì, ma è stato solo uno scherzo infelice. Le sue stranezze non lo rendono un secondo posto, no?

Io non faccio classifiche, vivo la mia vita. Non voglio una persona che compia atti disgustosi.

Una donna che ama accetta il partner con tutti i pregi e i difetti.

Buona fortuna a Massimo nella ricerca.

Ma lui ti ama ancora. Pensa ai suoi sentimenti.

Ginevra iniziò a capire perché Massimo fosse così confuso. Con le continue lodi materne, il ragazzo era abituato a sentirsi al centro del mondo, con gli altri che dovevano adeguarsi a lui come una massa docile.

Ma la vita è fatta diversamente, e Massimo, ancora una volta, dovrà imparare a proprie spese. Forse trarrà qualche conclusione, o forse vivrà tutta la vita sotto lala della madre.

In ogni caso, Ginevra non aveva intenzione di prendere i loro problemi come propri, tanto che, con parole ben dure, informò la potenziale suocera che il figlio era stato rimandato a rincorrere i propri sogni nella remota località peruviana. Non si sa se ci sia arrivato, ma, visto che non tornarono più da lei, il percorso fu decisamente quello giusto.

Cinque anni più tardi, sposata con un certo Stefano, Ginevra sentì da amici comuni che Massimo vive ancora con la madre, non ha ancora trovato una ragazza adatta e incolpa tutti tranne sé stesso. Non ha tirato le conclusioni, ma forse è meglio così: non è il caso di formare una famiglia e moltiplicarsi.

Così, con la nostalgia di unepoca ormai lontana, si chiude il ricordo di quella primavera sotto lala di una madre.

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