Sotto le Ali di Mamma

Sotto lala della madre

Ginevra, davvero non si può così? Massimo ti ama, ha fatto progetti, avete cominciato a vivere insieme.
E tu, per una sola battuta, rompi tutto e non lasci neanche una speranza alluomo.

Alberta, signora, gli ho già dato una seconda possibilità. Sa, quando mi parlò quella sera, lo sentì parlare proprio davanti a lei

*Bip, bip, bip*

«Il dispositivo è spento o fuori copertura», sussurra, senza emozioni, la voce femminile allaltro capo del filo. Ginevra preme di nuovo il tasto di riaggancio, trattiene il tremolio dei nervi e compone un nuovo numero, stavolta diverso.

Chiamare una anziana signora non è certo il modo più elegante per risolvere la situazione, ma quando un ragazzo che non è mai stato visto nei caffè notturni o in escursioni improvvise non risponde a casa quasi alle tre di notte, è segno inequivocabile che qualcosa è accaduto.

E se qualcosa è realmente accaduto, solo i familiari possono occuparsene; finora Ginevra non considerava Massimo un membro della sua famiglia. Avevano condiviso un appartamento a Trastevere da appena un mese, non avevano registrato la convivenza e non sapeva nemmeno quale ente chiamare per cercare il ragazzo.

Che cosa le avrebbero detto? Giusto, che non era sua moglie, quindi non poteva fare nulla di concreto. Se suo padre avesse iniziato a scavare con il bastone, la storia sarebbe stata ben diversa.

Pronto? rispose subito la voce alzata al telefono.

Prima che Ginevra potesse dire una parola, dallaltra parte si sentì la voce di Massimo. Stava parlando con sua madre, la signora Alba, che per un attimo aveva interrotto la conversazione per rispondere al figlio, per poi rivolgere nuovamente lattenzione alla giovane che chiamava.

Chi è?

Alberta? Sono Ginevra, la ragazza di Massimo. È da voi? Potete dargli il telefono? Sono già le tre di notte, non è a casa, pensavo fosse successo qualcosa

Massimo rispose a voce bassa, ma subito più chiara:
Sì, sono io… chi parla?
Sono io. Massimo, che succede? Avresti potuto avvisare che saresti rimasto da tua madre o, almeno, non spegnere il cellulare. Non riesco a trovare un posto dove sistemarmi, ho già temuto che ti fosse capitato qualcosa di grave.

Niente, nulla mi è capitato. È solo che mi stavi diventando fastidiosa. Me ne vado, mi trasferisco in unaltra città, non chiamarmi più. Ho già preso le mie cose; per lappartamento decidi tu.

Il filo fu riagganciato. Ginevra rimase seduta sul letto, bocca spalancata, ancora stringendo il telefonino come se fosse una pistola carica. Cercava di capire cosa fosse appena accaduto.

Lavevano lasciata, così pareva. In tutta la scena non cera nulla di strano né di sgradevole; era solo un tradimento di parole. Dopo tutto, avevano vissuto insieme solo un mese, e in fondo Ginevra, inconsciamente, era pronta a sentire una di quelle frasi tipiche:

Sai, ho capito che non siamo fatti luno per laltra, scusami.

Anche lei sarebbe stata pronta a pronunciare qualcosa di simile, soprattutto se avesse scoperto, dopo un mese, che il ragazzo metteva le calze sporche sotto il cuscino, o che aveva una strana passione per gli ananas verdi, o che… beh, che altro potesse combinare.

Con gli altri ex, le rotture avvenivano sempre con una conversazione, un punto fermo che segnava la fine e permetteva a entrambi di andare avanti. Ma essere gettati via al telefono, su un telefono che non era nemmeno il suo, senza alcun avvertimento era la prima volta per Ginevra. Per tre settimane cercò di digerire tutto in compagnia della sua migliore amica, Caterina, che tentava sinceramente di formulare ipotesi.

Forse aveva paura che tu lo scagliassi via o che ti mettesse a litigare?

Chi? Io? si meravigliò Ginevra. Con il soprannome mezzo chilo e i 45 chili, lunica cosa che le restava era lottare, soprattutto contro ragazzi doppiamente più pesanti e trenta centimetri più alti.

Anche così avrebbe potuto fissare un incontro in un luogo pubblico, o almeno prendere il telefono. Oppure, alla fine, chiamare, mandare un messaggio; se il prezzo degli SMS lo spaventava, avrebbe scritto su unapp di messaggistica, ne avevano tutte e tre installate.

Lasciarsi via messaggi non è affatto da uomini, increspò il naso Caterina.
E noi? Lho fatto da masculla? Nessuna spiegazione, nessuna vera conversazione, solo così

Non cerano parole, solo espressioni incomplete, e non sapeva nemmeno come averlo offeso.

Qualunque sia il motivo, non potrai mai battere la natura, sbuffò lamica. Poi, dal profondo del cuore, consigliò:

Butta via il ragazzo dalla testa. Sii felice del tempo speso: quanto tempo avete trascorso insieme?

Un mese, più un mese di frequentazione.

Allora è poco, è solo spazzatura che si è autoespulsa dal tuo appartamento.

Lappartamento è in affitto, non è mio.

Ma ti piaceva comunque, lo ammetti quando eravate appena arrivati, giusto?

Se non fosse stato per queste relazioni incomplete, avrebbe continuato a convivere in quel palazzone con amici, ma con i soldi risparmiati ha trovato un alloggio migliore.

Senza una buona ragione, non mi sarei nemmeno trasferita; non avrei potuto lasciare quellappartamento nemmeno psicologicamente.

Vedi? Da quella storia è nato qualcosa di buono. Troveremo un altro ragazzo, non preoccuparti. Che tempi!

Caterina mantenne la promessa. Una settimana dopo Ginevra accettò un appuntamento con il fratello di un conoscente, un uomo che le pareva adeguato non per una famiglia o una casa piena di bambini, ma per continuare a frequentare qualcuno.

Ritornata con un mazzo di fiori, Ginevra rimase senza parole quando, nel cortile del palazzo, fuori dalle cassette postali, comparve Massimo.

Buh! Hai paura?
Sorpresa. Che ci fai qui?

Non ho capito a proposito, che cosè questo scovolino?

Fiori. Il nuovo ragazzo li ha portati. Mi hai lasciato, hai avuto un attacco di dissociazione e non ricordi cosa ti ho detto al telefono di tua madre.

Ginevra, sei proprio normale? Ho scherzato! Dovevo solo passare qualche settimana da parenti.

Non potevi dirlo in modo più civile? Lasciare un biglietto, mandare un messaggio?

Non capiva che se si dice a qualcuno che lo si abbandona, quelluomo non deve più nutrire speranze.

Se me ne fossi andato, mi avresti chiamato ogni giorno per due settimane. Io volevo silenzio.

Mia madre racconta che a tredici anni scappai di casa e passai le notti da mia nonna. È la stessa storia, ma a ventanni questo comportamento è già troppo immaturo.

Così, con un sorriso amaro, mandò Massimo al suo destino, una remota frazione del Perù, e più tardi la madre del povero ragazzo bussò alla sua porta per chiarire la faccenda.

Ginevra, davvero? Massimo ti ama, ha costruito progetti, avete iniziato a vivere insieme.

E tu, per una battuta, distruggi tutto e non gli dai nemmeno una possibilità.

Alberta, gli ho già dato una possibilità. Lo sentì parlare davanti a lei, non è vero?

Lo ha detto, sì, ma è stato solo uno scherzo infelice. Le sue stranezze non lo rendono un secondo posto, no?

Io non faccio classifiche, vivo la mia vita. Non voglio una persona che compia atti disgustosi.

Una donna che ama accetta il partner con tutti i pregi e i difetti.

Buona fortuna a Massimo nella ricerca.

Ma lui ti ama ancora. Pensa ai suoi sentimenti.

Ginevra iniziò a capire perché Massimo fosse così confuso. Con le continue lodi materne, il ragazzo era abituato a sentirsi al centro del mondo, con gli altri che dovevano adeguarsi a lui come una massa docile.

Ma la vita è fatta diversamente, e Massimo, ancora una volta, dovrà imparare a proprie spese. Forse trarrà qualche conclusione, o forse vivrà tutta la vita sotto lala della madre.

In ogni caso, Ginevra non aveva intenzione di prendere i loro problemi come propri, tanto che, con parole ben dure, informò la potenziale suocera che il figlio era stato rimandato a rincorrere i propri sogni nella remota località peruviana. Non si sa se ci sia arrivato, ma, visto che non tornarono più da lei, il percorso fu decisamente quello giusto.

Cinque anni più tardi, sposata con un certo Stefano, Ginevra sentì da amici comuni che Massimo vive ancora con la madre, non ha ancora trovato una ragazza adatta e incolpa tutti tranne sé stesso. Non ha tirato le conclusioni, ma forse è meglio così: non è il caso di formare una famiglia e moltiplicarsi.

Così, con la nostalgia di unepoca ormai lontana, si chiude il ricordo di quella primavera sotto lala di una madre.

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Sotto le Ali di Mamma
La felicità rubata Si incontrarono in uno stretto passaggio tra due recinzioni intrecciate: da un lato colei che era la legittima moglie di Gregorio, dall’altro colei che, secondo ogni legge di coscienza, avrebbe dovuto esserlo, ma non lo era… Era un tempo malinconico, silenzioso: il gelo feroce aveva costretto tutti al caldo delle case. «Un brutto sogno, e basta!» — balenò nella mente di Tatiana, mentre fissava intensamente il volto rubicondo della sua rivale. La rivale, poi, non sospettava nulla dei sentimenti di Tatiana. Il suo nome era Aquilina. Gregorio era sempre apparso a Tatiana inarrivabile, e lei non avrebbe mai potuto immaginare che Aquilina fosse da tempo sua moglie, moglie di Ustinov, madre dei suoi figli, nonna dei suoi nipoti. Non doveva essere così, e più volte l’aveva sognato, mentre nella realtà era un incubo opprimente dove tutto era diverso. «No e poi no — che Dio mi perdoni! — pensava Tatiana ogni volta che scorgeva Aquilina da lontano o da vicino. — Non può essere che questa donna viva secondo la stessa legge di tutti gli altri! Vive secondo una legge estranea, fasulla! Se avesse avuto una sua propria legge — non sarebbe mai diventata la moglie di Gregorio! Madre dei suoi figli! Nonna dei suoi nipoti!» Ma il peggio era un altro — peggio era che nessuno al mondo, nessuna anima viva, avrebbe mai creduto a questa sostituzione! Grida pure, buttati nel lago, brucia tutto il paese — nessuno ci cascherà, nessuno capirà! Nessuno noterà l’errore mostruoso. Nessuno, tranne te stessa! Nascono persone senza mani, senza gambe, cieche, sorde, mute, folli, deformi, condannate alla morte precoce — ogni caso è lampante. Qui, invece, era nata una verità muta, sorda, conosciuta da una sola creatura su tutta la terra: Tatiana Pankratova! E Aquilina, eccola lì sul sentiero stretto coperto di neve, che quasi tessendo il brutto sogno di Tatiana verso chissà dove, le chiedeva con curiosità: — E come vivi, Tatiana Pàvlona? — Vivo… — E anch’io sono viva! — E si voltava a destra e a sinistra, come a mostrarsi. — Eccomi qua! Il suo volto era bianchissimo… In tutto il paesello di San Candido sapevano e dicevano che non andava mai a letto, né da ragazza né da sposata, senza lavarsi la faccia con latte cagliato. Sul volto bianco — grandi occhi tondi leggermente sporgenti. Indossava una mantella nera con bordi bianchi, uno scialle di lana, stivali di feltro ancora nuovi mai consumati. Bastò guardarla, perché a Tatiana tornasse in mente: era domenica! Aveva quasi scordato che giorno fosse, ma Aquilina, da capo a piedi, era domenicale, da festa. — E tu, Tatiana Pàvlona, come ti ritrovi oggi nell’angolo del Lago? Dove porta il tuo sentiero? A quell’angolo di San Candido Tatiana era andata semplicemente: da tre giorni non vedeva Ustinov, e voleva guardare le tendine alle finestre della sua casa. Dalle tendine capire se era vivo Ustinov Gregorio. Guardando a destra oltre la recinzione si potevano scorgere due finestre della casa di Ustinov affacciate sul cortile, ma Tatiana non guardò, mentre Aquilina scoccò un’occhiata al suo cancello e chiese di nuovo: — Dove porta la tua strada? — Così… Per caso… Aquilina sorrise. — E tuo marito come vive? Michele? È tanto che non sento notizie. — Vive, — sospirò Tatiana. — È sempre lo stesso: aggiusta il portico o lavora il legno. Vive tranquillo Michele. Di lui infatti non si sente parlare… — E d’un tratto, avvicinandosi ad Aquilina, domandò a voce più alta e quasi esigente. — E Ustinov come vive, ora? Gregorio Leonardi? Un uomo conosciuto! Sarà tutto preso dal lavoro, immagino? Un’altra donna si sarebbe già infuriata, sarebbe esplosa, avrebbe gridato: «Ah, disgraziata! Te la fai col marito altrui di notte?! Cerchi di attirarlo in casa tua! Ti presenti sotto le sue finestre, lo spii! Quando tuo marito è ancora vivo? Davanti a tutti — pubblicamente?!» Qualsiasi altra avrebbe fatto così, perché neppure alle povere vedove in paese era concesso agire così, figuriamoci a una moglie coniugata! Ma Aquilina non lo fece. Si ritrasse solo un attimo; il suo volto bianco si oscurò, ma subito due fiocchi di neve le caddero sulle guance e si sciolsero subito come lacrime, lavandole via qualsiasi rancore, qualsiasi offesa. Rimase com’era: graziosa, ben vestita, gentile. E domandava: — Ma Gregorio Leonardi non è forse tutti i giorni in municipio da te? Proprio tu devi chiedere di lui? — Lo chiedo: sono tre giorni che non si vede… In municipio… Ma davvero Aquilina aveva quella forza per diventare la moglie di Ustinov Gregorio. E lo era diventata. Tatiana si sentì ancora più smarrita, e avrebbe voluto che Aquilina le gridasse addosso, la insultasse. — Lui è sempre stato pieno di impegni, Gregorio Leonardi, — spiegò Aquilina. — In municipio o in commissione. Neanche da giovane passava un giorno senza fare qualcosa, figuriamoci da adulto. Padre e nonno. — Magari si sta male con uno così? Troppo serio e premuroso? Tutta la vita così? E Aquilina sorrise ancora, poi disse: — A volte era noioso! Eccome! Non sono riuscita nemmeno a godermi molto la giovinezza. C’erano i nonni che curavano i piccoli e il bestiame — a noi, giovani sposi, sarebbe piaciuto festeggiare, divertirci. Ma Gregorio Leonardi non aveva mai voglia di queste cose! Se non era nell’orto, si prendeva un libro, oppure un quaderno e scriveva. Ogni festa — lo stesso. — Allora perché lo hai sposato? Così noioso? Strano, come sia iniziata questa conversazione tra loro, ma andava avanti, e Aquilina rispondeva ancora piano, con calma, come se parlasse a un amico fidato: — Mio padre mi ha insegnato! Il vecchio babbo defunto. Mi ha insegnato — e sono andata con lui… — Hai ubbidito? — Ho ubbidito. Ho capito mio padre: sopporterò un po’ di noia da giovane, ma poi sarò ripagata. — Sei stata ripagata? — Certo! Un anno, due, e il suo carattere mi è parso perfetto. E mi stupivo di sentire nelle case altrui litigi, urla, ubriachi. Lividi sulle donne e ancora scandali! Quando un uomo manda la moglie nel campo o a badare le bestie e lui sta in stufa — per me è vergognoso! Io invece sono abituata a tutt’altra cosa: che tutto vada bene, e se qualcosa va storto — so che Leonardi non lo farà mai! — Vita facile. E non è neppure da donna! — Proprio da donna! E ti spiego: me lo sono meritato! Poi Gregorio è maturato in uomo, uomo con rispetto, ma prima? Da ragazzo nessuno se lo filava, sempre con i libri! Le ragazze non lo guardavano mai, lui non capiva nulla delle altre! Solo una pazza avrebbe sposato uno così. Ma l’ho sposato io, grazie a papà! Dopo, tante donne avrebbero dato un braccio per averlo, ma era tardi! Era passata l’epoca dei funghi! Aquilina sorrise e rise. Era proprio così, Aquilina, non in sogno ma dal vero! E ancora, prese Tatiana per un braccio e la portò fuori dall’angolo nel viale principale, continuando a ricordare quei tempi da prima sposa del paese, quando andava alle danze solo con le scarpe gialle con i tacchi alti. Erano tempi in cui il padre di Tatiana, per un quarto di grappa e un paio di scarpe usate, l’avrebbe sistemata a chiunque, e lei per difendersi dagli spasimanti portava un coltello nascosto negli stivali. Ecco, così si immaginava la vita la prima bella promessa sposa di San Candido: per lei lo sposo Gregorio Ustinov era poco più che uno sfigato, accettato a malincuore. Non si accorgeva delle tante ragazze che sospiravano per Gregorio, del rispetto dei ragazzi. Tatiana nemmeno lo guardava, non osava pensare a lui, e quando il padre le chiedeva quale ragazzo le piacesse, si prometteva che avrebbe perso la lingua prima di nominare: «Ustinov Gregorio…» E non lo disse mai. Illustratore A. Ryabushkin Ora camminavano insieme tranquille tranquille, le due più belle donne di San Candido, come amiche inseparabili: unite come l’acqua. Una dai tempi dei tacchi gialli, sempre dritta, mai inciampata. L’altra ne sentiva solo parlare, eppure marciavano vicine, fianco a fianco, stupendo la domenica non troppo affollata, ma piuttosto ficcanaso, del paese. Tuttavia Tatiana, da sciocca ragazzetta senza tacchi e scalza, durò poco: abbracciò la compagna, la guardò allegra negli occhi e disse: — Aquilina, dovresti invitarmi in casa! Mai stata tua ospite! Aquilina inciampò. Camminarono ancora un poco vicine, poi – ecco il cancello della casa degli Ustinov. Aquilina sollevò il chiavistello con un nuovo laccio di cuoio annodato in fondo. Eccola la recinzione! Ecco il portico! Ecco la casa Ustinov! Quest’uomo viveva come tutti: una cucina con un grande tavolo sotto le icone; una stufa col bordo blu… Tatiana guardò nella stanza principale — ordinata, ma diversa dalla sua: da lei ficus, un comò, un tavolo e basta; qui la stanza piena di oggetti — sul pavimento vestiti da bambini, una culla, piccoli scalzi che correvano, nipotini di Ustinov; in mezzo la figlia Liza, seduta su uno sgabello, ricamava il colletto di una giacca strappata. Vedendo Tatiana, la salutò sorpresa: «Perché mai è qui, Tatiana Pankratova?» Liza — donna buona ma sempliciotta — quasi inghiottiva le parole… Nella stanzetta accanto le cose che non si vedevano nelle case comuni, solo da Ustinov, Samorukov, forse in due o tre case: i libri. Vetrina con sportelli di vetro, dietro tanti libri. Tatiana aveva visto più libri, ma non in casa di contadini, solo presso i signori, dove da ragazzina faceva la serva. Faceva la serva, portava legna e acqua, puliva il pavimento, e piaceva al giovane signorotto. Quando tornava dal ginnasio, la insegnava a leggere – prima le leggeva, poi le faceva leggere dai suoi libri: due pareti colme fino all’impossibile. Tatiana imparava volentieri, e ricordava il giorno in cui pensò che nella vita avrebbe letto tanti libri quanti ne stessero fra due pareti da pavimento a soffitto. Ma il giovane, appena, la afferrò pesantemente e sudato, la schiacciò sul divano di mogano con leoni dagli occhi di vetro sullo schienale. Ma la giovane serva non perse la testa, e il minuto dopo il maestro era a terra sotto lo sguardo dei leoni — naso bagnato, gambe all’aria. Così finì l’istruzione di Tatiana. Anche la sua vita nella Russia centrale finì lì: in estate convinse i genitori col fratello maggiore a partire per la provincia di Tomsk, in Siberia… I genitori sul carro, lei col fratello a piedi. Se il fratello non si fosse ammalato e morto per dissenteria, chissà cosa avrebbero trovato. Forse un paese quasi da fiaba, con brava gente. Malgrado non avesse mai avuto lamentele, Tatiana per anni aveva coltivato la fantasia di quei luoghi mai visti. E le dispiaceva di non averle mai trovato descritte nei libri della casa padronale, dai titoli dorati, della sua giovinezza. Ora, davanti alla libreria, tornava a sentire quella perdita, e invidiava Ustinov: lui nei libri aveva letto e capito tutto ciò che a lei era stato negato! Perché allora non condividere quel sapere con lei? Ad Aquilina forse lo raccontava! Con lei, che forse non ne aveva neppure interesse? Ecco di chi avrebbe fatto la scolara! E se il maestro avesse avuto mano libera, non lo avrebbe respinto. No, non l’avrebbe respinto! Intanto Aquilina si tolse scialle, mantella nera, e pure gli stivali bagnati — li mise sulla stufa ad asciugare. Disse all’ospite: — Togliti il mantello… — Ma la visitatrice, ancora vestita, continuava a fissare la vetrinetta con i libri, e Aquilina guardò anche lei. — Ah, lascialo leggere… — disse, non specificando chi “lasciare leggere…” — Peggio di così… Un’altra avrebbe bruciato tutto, per non vedere il marito trastullarsi con storielline da piccoli, io invece niente! Avremo meno soldi, ma almeno niente lamentele in casa. Già mio genero, quello sì che di parole cattive ne spende! Bastano le sue! Questi libri non danno tanto male! Sù, svestiti, Tatiana! La visitatrice si sedette, tolse il mantello, aprì la porta della dispensa per lasciarlo là, ma nello stesso istante balzò dentro dalla porta il cane Barone. — Voilà! Dove ti sei cacciato, bestiaccia! — sgridò Aquilina. — Non si impara mai il rispetto, entrare in casa senza permesso! Fuori! — E afferrò una paletta da sotto la stufa, ma Barone non si mosse, si sdraiò a terra, tremando, e ululò con voce tetro e triste. — E il padrone dov’è? — chiese subito Tatiana. — Gregorio Leonardi è in casa? — Aveva più paura di trovarlo che di altro: non sapeva cosa dirgli, come salutarlo. Ma ora era invasa da un’altra paura, inspiegabile e gelida, e chiedeva ad Aquilina: — Dov’è? Dov’è il padrone? Ma Aquilina non temeva nulla, si vergognava solo per l’ospite imprevista, si voltò a scacciare Barone. Alzò la paletta una, due volte, ma intanto borbottava: — È nel bosco, il nostro padrone! Se proprio ci tieni — è nel bosco da stamani. A cavallo se n’è andato… — Barone ululava senza sosta. Aquilina gridò ancora: — Fosse la volta che sparisci davvero, disgraziato! Giuro! Adesso ti spacco la testa col ferro! Giuro! Non ci credi? Barone, ci credesse o no, tremava, tutto bagnato, ghiaccio su coda e orecchie. Tatiana si chinò vicino a Barone, raccolse nel pugno un ciuffo di pelo dove c’era una grande macchia scura. Aprì la mano — e vide sulle dita un liquido rossastro e odoroso. — Sangue! Sangue, e basta! — E allora? Quante volte quel dannato cagnaccio si sarà ferito? È buono sì, ma una volta ha staccato con un morso un orecchio a un altro cane, più grosso di lui! Staccato di netto! — Non è il suo sangue! Non ha nessuna ferita! — E di chi allora? Dai, dimmi tu! Di chi? — Forse di Gregorio Leonardi… — rispose Tatiana, e scoppiò a piangere, coprendosi il volto. A quel punto Aquilina perse la pazienza: — Ah, ci contavi proprio, vero? Cara ospite! Invitata-non invitata! Bellezza del paese! — Lanciò la paletta nell’angolo, diede un calcio a Barone, si voltò e uscì in soggiorno. Ancora, gridando da lì: — Gregorio Leonardi non avrà nulla! Ha fatto tutta la guerra, sano e salvo è tornato da me, ha sentito le mie preghiere ed è tornato, e ora vuoi che capiti qualcosa proprio così! Non ti credo! Non credo alle perfide e all’invidia! A nessuno! Sul vetro della cucina scivolavano fiocchi di neve, delicati, quasi qualcuno volesse entrare tastando piano… Ma nel fitto del bosco, sospettava Tatiana, dove era accaduta la disgrazia, quella delicatezza non esisteva, né poteva: lì dominava la ferocia, cieca e sorda a ogni dolore, a ogni sangue. Uscì di corsa Liza con l’ago in mano, spaventata, pallida. Lei, invece, credette subito a Tatiana: — Disgrazia! Per Dio, è una disgrazia! Il cane sente, papà è in pericolo! Tatiana la afferrò per le spalle: — Gregorio Leonardi con chi è partito? E quando? — Con Makoska! Con il cavallo furbo, ma è sempre un rischio! L’inverno è crudele! Liza non diceva le “r” e parlava a fatica, tremando, fissando Barone. Barone era già sulle zampe, graffiava la porta, chiamava tutti dietro di sé. — Arrivo subito! — promise Tatiana. — Subito! Liza! — gridò. — Corri, Liza, fuori dal cancello, attacca il cavallo, partiamo! Barone ci guiderà! — Ma oggi non ci sono cavalli, Tatiana Pàvlona! Non ce ne sono: con Makoska è partito il babbo, col Sauro e l’altro, il mio uomo è in paese, la giumenta è zoppa… Non ce ne sono! Non ce ne sono, nemmeno se ci ammazzi tutti! Non ce ne sono! E Liza, dette queste parole, si mise le mani sulla grande pancia e cominciò a piangere, spiegando ancora a Tatiana tra le lacrime, ma quella era già oltre — usciva di corsa dalla casa Ustinov. Mezz’ora dopo — forse meno — Michele uscì sul portico e vide la moglie che attaccava in fretta la cavallina pezzata, saltandole intorno un cane pezzato estraneo. Guardò meglio — era il cane degli Ustinov, Barone. — Dove te ne vai! — chiese timido Michele alla moglie. — Si fa buio, ormai… — Bisogna! — rispose Tatiana. — Bisogna e basta! Apri il cancello! *** Il volto di Ustinov parve a Tatiana bianco come la neve, e solo quando disse: «Chi è là?» — lei credette che fosse vivo. E chiedeva: — Il cavallo qual era? Miro? Davvero morto?! Mio Miro!.. — È morto! — poggiando la mano sulle labbra fredde del cavallo, rispose Tatiana. E scoppiò a piangere: non sapeva se Ustinov sarebbe vissuto. La sua voce era fioca, quasi dall’aldilà. — Come li hai allontanati, Gregorio?.. — Chissà… Ne ho colpiti due, gli altri sono fuggiti. Mostrò con un braccio ferito un lupo abbattuto a fianco, nel sangue sulla neve. Tatiana non l’aveva nemmeno visto da dietro il cavallo. Un’altra scia di sangue portava via nel bosco. Ustinov cercò la mano di Tatiana, la posò sul ferro gelido del cavallo. Dal nase usciva ancora un po’ di sangue caldo… — Davvero è morto? — Davvero. Poi, come solo allora la vedesse, sorpreso: — Tatiana? Da dove salti fuori? — Lei non rispose, Ustinov ripeté: — Da dove? Che strano… — Che strano, eh! Non dovrei esserci io, vero? Ce ne dovrebbe essere un’altra, vero? Ma non c’è, Gregorio! Non c’è e non ci sarà! Ricordalo! — E Miro? — chiese ancora più fioco Ustinov. — Lo lasciamo qui? — È freddo! — E anch’io sono freddo! Proprio! — Menti! Non proprio! Se foste entrambi freddi vi lascerei qui. Ma se anche solo di poco sei caldo, ti porto via! Mio, non di altri! — E lo accomodò sulla slitta, gridando alla cavalla: — Su, tira! Vive, tira! Barone ululava — non voleva lasciare Miro. Gli leccava il muso, cadeva. Non voleva credere che fosse troppo tardi. — Hai la schiena intera, Gregorio? — frustando la cavalla… — Intera… — La pancia? — Anche… — Gambe, allora? — La destra strappata, sopra il ginocchio… Dove mi porti, Tatiana? — Ne hai avute poche di disgrazie, Ustinov! — rispose lei. — Poche uomini e bestie te ne han fatte! Meriteresti di perdere anche la lingua! — Sei fuori, Tatiana? Perché parli così? — Perché così non puoi chiedere dove ti porto! Starai zitto qualunque sia la meta! Starai zitto nella mia casa, nel mio letto! Farò l’infermiera! Così andrà oggi, perché è ora! — Dici davvero, Tatiana?! Sei impazzita del tutto? — Basta bugie! Per troppi anni fra noi: questo non si può, quello non si può, niente si può! Hai la moglie, ho il marito, e ce li vogliamo? Basta menzogne! Ora ti porto con me. Mio, non d’altri! Se mi chiedono, dirò: mio, raccolto nel bosco, tolto dall’aratro. Anni a seguirti, sola, nessun altro dietro me; ora di chi è quest’uomo?! E tutti capiranno! Tutti con un cuore! Solo tu non capirai, ma non ti domanderò! Tu, così insensibile, ma stavolta non ti ascolterò! Basta! Oggi sarò la tua infermiera, nient’altro sarò! Per quanto voglio, per quanto! — Senti, Tatiana… non va… — Basta! Di “non va” ne ho sentite mille! Ho già dato! E così procedevano sulla neve, tra buio e una luce timida di luna, finché Barone abbaiò lanciandosi avanti. Ustinov disse: — Stanno passando su Salòva, Tatiana. Dal latrato, son lì! Tatiana fermò la cavalla, e lì tacquero. Anche Barone avanti si acquietò. Ustinov pensò: «Aquilina?» Ma non ci credette. Anche a Tatiana venne in mente Aquilina, la mantella nera col bordo candido, il volto calmo, gli occhi sporgenti. Pensò: «Sarà lei?.. Impossibile!» E s’attesero in silenzio — chi si sarebbe avvicinato? Arrivò Schura, genero di Gregorio. Fermò il cavallo, chiedendo: — Chi è! Tutto a posto? Barone fu il primo a abbaiare: «Ma che fai Schura? Non riconosci il padrone?» Ma Ustinov taceva. E Tatiana taceva. — Chi è? — urlava Schura sempre più ansioso. — Sono io! — rispose finalmente Ustinov. — Ma perché non avete risposto, babbo? — Ustinov silenzio ancora, e Schura domandò: — E con chi siete? — Frustò il cavallo, si avvicinò e riconobbe: — Tatiana Pàvlona? Sei tu? Da dove hai trovato il babbo? E dove? — Dalla disgrazia l’ho portato. — Che disgrazia? E il cavallo Miro dov’è, babbo? — È finita per lui… Fine vera. Io pure son ferito… Chi ti ha mandato? — Lisa mi ha mandato, babbo. Ero in visita. Ma io, babbo, con Michele Goriacchino non ho bevuto. Neanche carte. — Sei sobrio, Schura? — Aspetta che ti soffio in faccia, babbo! Nemmeno mezzo bicchiere! E voi in che slitta volete continuare? Questa? O la vostra? Perché non rispondete? Siete stordito? Gregorio guardò buio Tatiana, come se in quella decisione ci fosse la risposta — sarebbe rimasto con lei, sfidando la condanna sociale? Sarebbe partito la nuova vita, mettendo fine a sguardi, sospetti, sentimenti taciuti mai pronunciati apertamente… Sarebbe rimasto oppure… — Andrò sulla mia… — disse, e si voltò. Schura si affrettò a passare il suocero. Lo trascinò goffamente, accanto a Tatiana e sopra le sue ginocchia; lei muta, ferma, poi mormorò: — E io? E io? Io, come faccio? Ustinov gemette per il dolore alla gamba. Schura chiese: «Sanguinate, babbo?» Tatiana ripeteva: «E come io?» Alla fine, Ustinov era tutto nelle slitte di Schura — con braccia e gambe. Schura lo mise comodo sulla paglia, voltò il cavallo indietro e, senza dir nulla a Tatiana, andarono verso casa.