«Da dove ha questa fotografia?» Giorgio De Santis impallidì, mentre osservava l’immagine di suo padre in quella cornice. Il volto apparteneva a un tempo che credeva sepolto per sempre.
Tutto era cominciato molto prima, un pomeriggio qualunque. Quando tornò dal lavoro, sua madre, Lucrezia De Santis, stava annaffiando i fiori sul balcone. China sui vasi sospesi, sfiorava le foglie con calma. Il viso aveva quella pace particolare che metteva da parte ogni stanchezza.
«Mamma, sei un’ape», disse Giorgio, posando la giacca e abbracciandole le spalle. «Sei in piedi da stamattina?»
«Macché, non è fatica», rispose lei con un sorriso. «Anzi, riposa l’anima. Guarda come fiorisce tutto. Il profumo è così intenso che sembra di stare all’Orto Botanico, non su un balcone.»
Rise sottovoce, con quel calore di sempre. Giorgio respirò il profumo dei fiori e pensò a quando vivevano ancora in un appartamento condiviso: sul davanzale c’era un unico vaso con un geranio stentato. Quante cose erano cambiate.
Sua madre adesso passava molto tempo in una casetta con l’orto che lui le aveva regalato per l’anniversario. Una casa piccola, ma con un terreno enorme dove poteva coltivare quello che voleva. In primavera preparava le piantine, in estate curava le serre, in autunno riempiva i barattoli di conserve. In inverno aspettava che il sole tornasse.
Eppure Giorgio sapeva che, dietro quel sorriso, c’era un dolore silenzioso. Un dolore che non sarebbe sparito finché non fosse stato esaudito il suo desiderio più grande: rivedere l’uomo che aveva aspettato per tutta la vita.
Suo padre, Alessandro De Santis, una mattina era uscito per andare al lavoro e non era mai tornato. Giorgio aveva cinque anni. Lucrezia raccontava che quel giorno, come sempre, lui l’aveva baciata sulla tempia, aveva salutato il figlio con la mano e aveva detto: «Sii buono.» Poi era sparito, senza sapere che sarebbe stato per sempre.
Erano arrivati denunce, ricerche, mesi di attesa. Parenti, vicini, conoscenti mormoravano: «Sarà scappato», «Avrà un’altra famiglia», «Oppure gli è successo qualcosa di grave». Solo sua madre ripeteva: «Non se ne sarebbe andato così. Non può tornare.»
Quel pensiero non aveva mai lasciato Giorgio, nemmeno dopo trent’anni. Era certo: suo padre non li avrebbe mai abbandonati. Mai.
Dopo il liceo, Giorgio aveva scelto ingegneria, anche se in segreto sognava il giornalismo. Però sapeva che doveva rimettersi in piedi in fretta. Sua madre faceva l’infermiera in ospedale, con turni di notte e nessuna lamentela. Anche quando i piedi le bruciavano e gli occhi erano stanchi, diceva solo: «Va tutto bene, ragazzo mio. Pensa a studiare.»
E così lui faceva. Ma la sera sfogliava archivi di dispersi, controllava vecchie pratiche, scriveva nei forum. La speranza non moriva: cresceva, diventava parte di lui. Con il tempo diventò testardo, abituato a cercare. Era cresciuto con l’idea di dover occupare il posto che il padre aveva lasciato vuoto.
Quando trovò il primo lavoro ben pagato, saldò i debiti, aprì un conto per i risparmi e alla fine comprò la casetta in campagna. Poi disse: «Ora puoi riposarti, mamma.»
Lei pianse senza nascondersi. Giorgio la abbracciò e sussurrò: «Lo hai meritato mille volte. Grazie di tutto.»
Nel frattempo Giorgio sognava una famiglia. Una casa che odorasse di pane fresco e minestra, le domeniche piene di parenti, risate di bambini. Ma intanto lavorava, risparmiava, metteva da parte per mettersi in proprio. Aveva mani abili e una passione per il fai-da-te.
Dentro di sé, però, restava un unico desiderio: trovare suo padre. Voleva che quell’uomo tornasse e dicesse: «Scusate. Non ho potuto venire prima.» E loro avrebbero capito, perdonato, abbracciato. Tutto sarebbe stato finalmente come doveva essere.
A volte, ripensandoci, Giorgio sentiva ancora la voce di Alessandro. Lo vedeva prenderlo in braccio e dirgli: «Ehi, mio piccolo eroe, vogliamo volare?» Poi lo riprendeva ridendo.
Quella notte lo sognò di nuovo. Il padre stava sulla riva di un fiume, con un vecchio cappotto, e lo chiamava. Il viso era confuso, come attraverso una nebbia leggera, ma gli occhi, grigi e profondi, erano gli stessi.
Il lavoro era stabile, ma lo stipendio non bastava per i suoi progetti. Così la sera Giorgio faceva lavoretti in più: riparava computer, montava impianti domotici, risolveva problemi di rete. In una sera riusciva a fare anche due o tre interventi. Gli anziani lo adoravano: era educato, paziente, mai invadente.
Un giorno gli arrivò una richiesta attraverso una conoscente. Una famiglia benestante, in un quartiere recintato fuori città, con vigilanza e accesso solo con badge. Volevano qualcuno che sistemasse la rete domestica. «Passi dopo le sei. La signora della casa sarà lì e l’accompagnerà.»
Giorgio arrivò puntuale. Dopo il controllo al cancello, si trovò davanti una villa con colonne bianche e finestre panoramiche. Ad aprirgli fu una giovane donna, Azzurra De Santis, sui venticinque anni, snella, elegante, in un vestito raffinato.
«È lei il tecnico? Prego, entri. Le apparecchiature sono nello studio di mio padre. È in viaggio di lavoro, ma vuole che sia tutto pronto oggi», disse con un sorriso gentile.
Giorgio la seguì lungo un corridoio ampio. L’aria sapeva di profumo costoso, tutto era lucido, quasi sterile. Nel soggiorno c’era un pianoforte a coda, quadri alle pareti, librerie piene di volumi e fotografie incorniciate. Lo studio era sobrio: un tavolo di legno scuro, una lampada verde, un grande schermo, una poltrona di cuoio.
Giorgio prese gli attrezzi e cominciò. Tutto filò liscio, finché lo sguardo non cadde su una fotografia appesa alla parete. Una coppia: una donna in abito bianco, fiori tra i capelli, e accanto a lei un uomo in abito grigio, sorridente. Il tempo aveva inciso i suoi tratti, ma dentro di sé Giorgio sentì una voce chiara: quello è papà.
Si alzò, si avvicinò. Occhi grigi, lo stesso zigomo, la stessa fossetta quando sorrideva. Impossibile sbagliarsi.
«Mi scusi… chi è nella foto?» chiese con voce incerta.
Azzurra lo guardò sorpresa. «Mio padre. Lo conosce?»
Giorgio non seppe cosa rispondere. Fissò l’immagine come se vedesse un fantasma. Il cuore gli batteva così forte che era sicuro che lei potesse sentirlo. Alla fine mormorò: «Credo… forse. Potrebbe…»
Si fermò, scosse il capo e non disse altro. Fece solo un cenno, si voltò e lasciò quella casa per sempre, con la consapevolezza che certi passati è meglio lasciarli dove sono.






