Sofia girò la chiave e rimase senza fiato: sulla soglia tre ospiti sofficiQuando aprì la porta, i tre piccoli coniglietti si avvicinarono timidamente, offrendo un carico di carote fresche come segno di pace.

**Diario di Sofia**

17 ottobre

La pioggia dautunno sembra non finire mai, una di quelle cadute grigie che avvolgono la città di Napoli in un silenzio umido. Cammino nel cortile del mio edificio, stringendo lombrello come se potesse proteggermi non solo dalle gocce gelide, ma anche dal mondo indifferente che mi circonda. Il chiavistello della porta si gira e, proprio in quel momento, sento dietro di me un miagolio breve e disperato:

Miao.

Mi fermo, volto la testa. Appoggiato al davanzale, stretti luno contro laltro, ci sono tre piccoli ciottoli pelosi. Piccoli, tremanti per il freddo. Uno rosso, uno bianco e uno nero, come se chi li avesse messi lì avesse voluto creare un contrasto che ne accentui la tenerezza.

Signore sussurro quasi a me stessa.

I gattini mi fissano con quegli occhi che sembrano penetrare dentro lanima. Non chiedono nulla, non chiamano, si limitano a guardare. Nei loro sguardi cè qualcosa che stringe il cuore.

Perché siete qui? bisbiglio, inginocchiandomi. Andate via, piccolini, tornate dove non siete più invitati.

Il gattino rosso allunga cautamente la zampa e sfiora le mie dita. Rabbrividisco, mi alzo di scatto, apro la porta e entro. Mi volto di nuovo. I cuccioli sono ancora lì, immobile.

Scusatemi, mormoro, chiudendo la porta dietro di me.

Quella notte non riesco a dormire. Sento il vento sussurrare tra i rami degli alberi fuori dalla finestra e, da qualche parte sotto la porta, sembra arrivare un flebile miao. Forse è solo il vento, forse è la mia coscienza.

Al mattino la pioggia si placa. Guardo fuori: il davanzale è vuoto.

Va bene, mi dico ad alta voce, quasi per convincermi. Troveranno qualcuno migliore.

Ma dentro di me nasce un pungolo acuto, come una spina, la sensazione di aver perso qualcosa di importante.

Sofia! chiama una voce familiare dalla strada.

È la vicina Valentina, con al guinzaglio il suo cane randagio, Luna.

Esci, facciamo due chiacchiere!

Stringo il foulard intorno al collo e scendo le scale.

Sai, inizia Valentina, si dice che ieri sotto la tua porta cerano dei gattini. Dove sono finiti?

Se ne sono andati, rispondo con unalzata di spalle. Sono arrivati da soli, se ne sono andati da soli.

Ah, sciocca, sospira Valentina. I gatti non compaiono per caso. Se scelgono una casa, portano qualcosa di buono. Li hai cacciati via?

Non li ho cacciati, rispondo a bassa voce. È solo che non li ho presi.

Che peccato, Sofia. È un peccato scacciare chi si avvicina da solo.

Quelle parole rimangono impresse nel cuore. Rimango lì qualche attimo, poi mi giro decisa:

Li cercherò.

Così si fa! esulta Valentina.

Con lombrello vecchio in mano e lasfalto bagnato sotto i piedi, giro lintero cortile, sbircio dietro i bidoni della spazzatura, sotto le scale, nel seminterratonessuno. Solo silenzio e il rumore dellacqua nei tombini.

Il giorno dopo mi alzo allalba, senza accendere la radio, mi vesto e riparto. Controllo il mio cortile, poi quello del vicino, curiosando in ogni angolo.

Miao, miao, li chiamo a voce bassa, sentendomi un po sciocca. Dove siete, piccoli?

Solo una pioggerella leggera risponde.

Il terzo giorno è il più difficile. Cammino fino al tramonto, le gambe mi fanno male, i vestiti sono fradici, ma non riesco a fermarmi. Allingresso incontro di nuovo Valentina.

Sofia, sei tutta fradicia! Ti ammali!

Non posso, Valentina, dico, esausta. Sono venuti da me. E io

Capisco, annuisce la vicina. Domani le cercheremo insieme.

Al quarto giorno, appena sto per uscire, sento un miao soffocato provenire da sotto la tubatura di riscaldamento. Mi piego e guardo dentro. In un angolino, stretti luno contro laltro, ci sono due gattini: il rosso e il bianco. Smagliati, bagnati, tremanti. Il bianco a malapena respira.

Cari miei, sussurro, allungando le mani. Il rosso si avvicina subito, il bianco è debole.

Li porto dentro, avvolgendoli sotto la giacca, sentendo i loro piccoli cuori battere contro il palmo. In cucina stendo un vecchio asciugamano e li copro. Il rosso si risveglia subito, guardandosi intorno; il bianco resta immobile.

Non morire, gli sussurro accarezzandogli le zampette. Ascolta, non osare!

Verso loro latte tiepido. Il rosso si tuffa nella ciotola, il bianco beve a goccia con una pipetta. Dopo unora, emette un flebile miagolio.

Che bravo, sorrido, la prima volta in giorni.

Ma dove è il terzo, quello nero?

Dopo aver sistemato i due cuccioli al caldo, riprendo la ricerca. Fino a sera sento un gracchiare lamentoso dal vecchio capanno. Tra le assi incastrate è bloccato un minuscolo gattino nero.

Come sei finito lì, sciocco? mi dico, tirandolo fuori. Ho dovuto cercare un martello e levigare lassaggio.

Il nero è il più debole di tutti. Lo porto a casa, lo adagio accanto agli altri su una vecchia coperta vicino al termosifone. Il rosso corre già per la cucina, il bianco respira lentamente, il nero

Dai, piccolo, tieniti forte, gli canto, dandogli latte. Non arrenderti.

A mezzanotte prende qualche sorso da solo.

Le prime settimane sono dure: diarrea, febbre, uno che si ammala, laltro che si riprende. Le notti non dormo, lo tengo al caldo, lo nutro, lo porto dal veterinario.

Forse li dai a qualcuno? propone Valentina.

No, rispondo ferma. Sono miei adesso.

Miei. È la prima volta che pronuncio quella parola in tanto tempo.

Ho chiamato il rosso Ruggino, birichino e irrequieto, sempre con il naso in giro. Il bianco è Neve, osservatore sereno, che ama stare sul davanzale a guardare fuori. Il nero è Nero, silenzioso, cauteloso, ma si è legato a me più di tutti: appena mi siedo, è sul mio grembo.

La casa si riempie di fusa, di passi di zampette, del tintinnio delle ciotole. Tornano gli odori di latte, di shampoo, di pane caldo. Torna la vita.

Mi sveglio prima del solito per nutrire i miei gattini: riempio lacqua fresca, spargo cibo, cambio la lettiera. La giornata ora ha un ritmo precisocolazione, giochi, pranzo, passeggiate in casa, coccole serali e sonno. E, stranamente, mi piace. Per la prima volta da tanto tempo ho una vera ragione per alzarmi al mattino.

Sono passati due mesi. I gattini sono cresciuti, si sono rafforzati, trasformandosi da soffici ciuffi in veri piccoli monelli. Ruggino è soprattutto coraggioso e scatenato, sempre pronto a combinare qualcosa. Spazza le tende, fa cadere i fiori, si infiltra nellarmadio e lo trasforma in un campo di battaglia.

Che combinazione, birbante? lo rimprovero, ma con un sorriso e tenerezza, senza rabbia.

Ruggino, capendo che è perdonato, si strofina alle mie gambe, ronfando come a dire: Sto solo giocando, mamma!.

Neve è lopposto: dignitoso, regale, come un filosofo nato per contemplare. Ha conquistato il davanzale della cucina, dove può osservare il cortile per ore. A volte miagola, forse chiacchierando con gli uccelli che volano o dando consigli ai gatti del vicinato.

Nero è la mia ombra fedele. Dove vado, lui mi segue. In bagno, in cucina, sotto il tavolo. Quando mi sdraio sul letto, è subito sul cuscino, avvolto in una palla.

Che appiccicoso, rido, accarezzandogli lorecchio.

Una mattina qualcosa non va. Mi sveglio e avverto unansia improvvisa. In cucina Neve è al suo posto, Ruggino corre per il corridoio, ma Nero non cè.

Nero! lo chiamo. Dove sei, piccolino?

Nessuna risposta. Rovescio ogni stanzasotto il divano, dentro larmadio, nella lavatricema è vuoto. Il cuore mi si stringe. Forse è saltato sulle scale? Ma la porta è chiusa la finestra è sbarrata. Corro verso il portone, poi nel cortile, controllo il seminterrato, la soffitta, i cespugli lungo il muro.

Nero! Nero! grido, senza sentire i vicini.

Valentina spunta dalla finestra:

Sofia, che succede?

Nero è sparito! quasi piango. Non so dove sia andato!

Aspetta, scendo anchio, lo cerchiamo insieme!

Perseguiamo tutto il cortile, ispezioniamo ogni angolino. Sto per piangere. Nella mia testa corrono scenari terribili: forse una macchina lo ha investito, o qualcuno lha preso.

Non agitarti, tenta di rassicurarmi Valentina. I gatti sono intelligenti, lo troveremo.

Torno a casa, ricontrollo ogni stanza. Ruggino e Neve sono accanto a me, quasi a percepire la mia preoccupazione.

Dove sei, tesoro sussurro, sedendomi sul divano.

Allora sento un flebile miao provenire dallalto. Mi fermo, ascolto. Il suono sale dal mobile. Sulla mensola più alta, tra le scatole, cè un piccolo ciuffo nero.

Nero! espiro, gli occhi colmi di sollievo. Come sei entrato lassù, birichino?

Il gattino miagola timidamente, spaventato a saltare giù. Metto una sedia, scalo con cautela e lo prendo fra le braccia. Lo stringo al petto, gli accarezzo la schiena e sussurro:

Che spavento mi hai fatto, sciocco

Nero ronfa, infilando il muso nella mia guancia, come per chiedere scusa.

In quel momento capisco che non temeva solo di perdere un gattino. Avevo paura di restare di nuovo sola. Quei piccoli esseri sono diventati la mia famiglia, il mio scopo, parte del mio cuore. Ruggino mi arriva incontro alla porta ogni volta che torno dal supermercato, saltando, ronfonando, strofinandosi alle gambe. Neve vigila dallalto, come un vero guardiano, osservando tutto dal suo regno sul davanzale. Nero, come sempre, è al mio fiancoattento, leale, con gli occhi gialli pieni di tenerezza.

Quella sera, per la prima volta da molto tempo, mi sento davvero necessaria.

Grazie a tutti, dico piano, sistemando le ciotole dacqua. Grazie per essere venuti da me.

Ora Ruggino mi accoglie alla porta ogni volta che rientro, balzando, facendo le fusa, strofinandosi contro le scarpe. Neve sorveglia la casa, serio come un custode, dal suo trono di finestra. E Nero, fedele come unombra, resta vicino, con quegli occhi neri che riflettono tutto il mio passato e il futuro.

Se sono triste, lui si accoccola accanto, scaldandomi con il suo calore. Se sono felice, mi risponde con una ruggito più forte, come a condividere la gioia.

La casa è viva. Non mi alzo più perché devo, ma perché voglioper nutrire i miei piccoli, giocare, parlare. Sì, parlo ancora con i gatti, e non mi vergogno più. Loro rispondono a modo loro: con fusa, con scodinzolii, con quel miao semplice ma profondo.

Un anno è passato. Sono alla finestra, guardando il cortile dove un tempo ho accolto tre cuccioli fradici.

Neve, guarda, sta piovendo di nuovo, dico al bianco, accoccolato sul davanzale.

Neve mi risponde con un altro miao, senza staccare lo sguardo dal vetro. È diventato un gatto elegante, con gli occhi verdi, un saggio professore. Dal corridoio arriva il frastuono di Ruggino, che corre con una topolina di peluche tra i denti. Sempre scatenato, ma ora più grande, soffice come unarancia viva.

Hai di nuovo rovesciato tutto? rido, guardandolo.

E ai miei piedi, come sempre, ronfa Neronero come il carbone, con occhi che riflettono il mio intero cammino. Non si allontana mai più di un passo.

Cari miei, sussurro, chinandomi verso di lui.

Il cancello cigola, Valentina rientra con il suo cane Luna.

Sofia! chiama. Esci!

Sorrido, guardando i miei compagni a quattro zampe.

Valentina, avevi ragione, sussurro. Sono loro che mi hanno salvata.

Alzo lo sguardo e aggiungo piano:

Grazie, caro, forse sei stato tu a mandarmeli.

Fuori la pioggia batte regolarmente sul davanzale, ma dentro cè caldo e tranquillità. Chiudo gli occhi, ascoltando il dolce ronfare, quel suono che ha dato inizio alla mia nuova vita.

Tre gatti, arrivati un giorno sotto la pioggia, mi hanno insegnato la lezione più importante: lamore ritorna sempre. A volte sotto forma di tre cuccioli bagnati sulla porta.

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