“Tu sei solo una estranea per lui, io sono sua madre,” sussurrò la suocera.
“Non avresti dovuto chiamare quel medico privato,” disse Valentina Rossi, aggiustandosi il fazzoletto nero sui capelli. “Il nostro medico di famiglia è bravissimo, ci ha curati per tutta la vita.”
Martina rimase in silenzio, aggiungendo un altro piatto di colomba sul tavolo. Gli ospiti si stavano pian piano congedando, rimanevano solo i più stretti. La cucina sembrava troppo piccola per tanta gente, ma in salone cera la bara, e nessuno aveva il coraggio di mangiare lì.
“Perché non dici niente?” insisté la suocera. “Ti dispiaceva spendere soldi per curarlo bene? Trentamila euro per loperazione, e a che cosa è servito?”
“Valentina, non ora, per favore,” sussurrò la vicina, zia Clara, ma lei non ascoltava.
“E allora quando?” Gli occhi della donna erano rossi, non per le lacrime, ma per la rabbia. “Era mio figlio! Io lho messo al mondo, lho cresciuto, lho fatto diventare uomo! E tu tu lhai solo sposato.”
Martina strinse forte lasciugamano tra le mani. Avrebbe voluto urlare, scappare, nascondersi da qualche parte, ma non poteva. Oggi avevano seppellito Luca, e doveva resistere.
“Mamma, basta così,” disse stanco Matteo, il fratello minore di Luca. “Oggi non è il momento.”
“E quando lo sarà?” sbottò Valentina. “Dopo il funerale, forse? Io devo tacere, e lei può comandare? Questa è la mia casa! Luca è nato qui, e qui deve riposare!”
Martina trasalì. Discutevano da giorni su dove fare il pranzo funebre. Valentina insisteva per farlo nel suo bilocale, Martina avrebbe preferito un ristorante. Ma la suocera aveva deciso a modo suo, come sempre.
“Vado ad aprire un po il salone,” mormorò Martina, uscendo in fretta.
Nel salone cera un silenzio pesante, lodore dei fiori e dellincenso si mescolava a quello del cibo. Luca era nella bara, irriconoscibile in quel completo nero che non aveva mai voluto indossare in vita. Lui preferiva i jeans e le maglie, diceva che le giacche erano scomode.
“Perché me ne sei andato?” sussurrò Martina, avvicinandosi. “Come farò adesso tutta sola?”
Sentì dei passi alle sue spalle.
“Martina, non tormentarti,” disse zia Clara, mettendole una mano sulla spalla. “Non è colpa sua. È stata quella maledetta malattia.”
“Lei dice che non lho curato abbastanza. Che ho avuto paura a spendere.”
“Non darle retta. È il dolore che parla. Era il suo unico figlio, la luce dei suoi occhi.”
“E io non ho dolore?” Martina si voltò, e zia Clara vide i suoi occhi gonfi. “Abbiamo passato dodici anni insieme. Dodici anni! Mi sono presa cura di lui quando si è ammalato. Ho lasciato il lavoro per accompagnarlo in ospedale.”
“Lo so, lo so. Sei stata una brava moglie.”
“E lei dice che sono unestranea. Come unestranea? Ci siamo sposati in chiesa, volevamo avere figli”
Martina si interruppe. Parlare dei bambini faceva troppo male. Ci avevano provato, ma non era mai successo. Poi Luca si era ammalato, e non era più il momento.
Dalla cucina arrivavano voci sommesse. Valentina raccontava a qualcuno di quando Luca, da bambino, era caduto dalla bicicletta e si era rotto un braccio.
“Lho portato io in ospedale,” si sentiva dire. “Di notte, in taxi. Il dottore mi ha detto: ‘Per fortuna è arrivato subito, altrimenti il braccio sarebbe guarito male.'”
Martina ascoltava e ricordava unaltra versione della storia. La versione di Luca, che rideva mentre raccontava di quanto sua madre si fosse spaventata più di lui. Il medico aveva dovuto calmare lei, non il bambino.
“Era sempre così coraggioso,” continuava la suocera. “A scuola difendeva i più piccoli. Sapeva battersi. Poi ha fatto il militare, sarebbe diventato un bravo ufficiale.”
Martina ricordava le lettere del periodo militare. Luca scriveva che gli mancava la casa, che sognava un piatto di pasta al pomodoro. E parlava di quella ragazza, Martina, conosciuta poco prima della leva, che voleva aspettare.
“Martina, vieni qui,” chiamò dal corridoio sua cugina Elena. “Valentina sta mostrando le foto.”
In cucina, sul tavolo, cera un vecchio album. La suocera sfogliava le pagine, commentando ogni immagine.
“Ecco lui in prima elementare,” diceva, indicando. “Era così serio. Studiava bene, prendeva sempre ottimi voti.”
Martina si sedette accanto a lei e guardò le foto di Luca bambino. Sorrideva dalla carta, abbracciava un orsacchiotto, faceva castelli di sabbia.
“E qui invece era già grande,” girò la pagina Valentina. “Alla scuola tecnica, per diventare meccanico. Aveva mani doro, riparava qualsiasi motore.”
“Sì, mi ha aiutato spesso con la macchina,” disse piano Martina. “Non si è mai arrabbiato quando la rompevo.”
La suocera la fissò con freddezza.
“E allora? Era gentile con tutti, non solo con te.”
Un silenzio imbarazzato calò. Elena tossicchiò e chiese altre foto.
“E questo è dopo il militare,” Valentina indicò unimmagine di Luca in jeans e giacca di pelle, accanto alla sua moto. “Era un belluomo, tutte le ragazze lo desideravano.”
Martina ricordò il loro primo incontro. Luca aveva dato un passaggio a unamica dopo il lavoro, e lei era lì per caso. Laveva portata a casa anche lei, e per tutto il viaggio laveva fatta ridere. Le era sembrato luomo più affascinante del mondo.
“Quante ragazze ha avuto,” sospirò Valentina. “Ma non si impegnava mai. Diceva: ‘È troppo presto per sposarsi, voglio vivermi la vita.'”
“Mamma, perché dici queste cose?” la rimproverò Matteo.
“E che cè? È la verità. È rimasto scapolo a lungo. Poi allimprovviso si è sposato. Io mi sono stupita, allora.”
Martina sentì le guance bruciare. Luca aveva esitato a presentarla a sua madre. Diceva che era una donna molto rigida e che forse non lavrebbe capita.
“Un bel matrimonio,” intervenne zia Clara. “Ricordo che avete fatto una torta magnifica.”
“La torta lho ordinata io,” corresse Valentina. “E anche labito lho pagato io. Lei non aveva soldi.”
“Io lavoravo,” disse piano Martina. “Ma lo stipendio era basso.”
“Appunto. Luca invece guadagnava bene. In fabbrica lo stimavano, lo promuovevano sempre.”
Martina ricordò quando sognavano di comprare casa. Risparmiavano ogni centesimo. Poi lui si era ammalato, e tutti i soldi erano finiti nelle cure.
“Voleva tanto dei figli,” disse improvvisamente. “Ripeteva sempre: ‘Appena guarisco, ne avremo uno.'”
Valentina tacque. Poi chiuse lalbum e lo rimise nel cassetto.
“Prepariamo la tavola,” disse. “Presto arriverà il prete.”
Quando tutti si misero a fare qualcosa, Martina rimase sola con Matteo. Lui fumava sul balcone, lei lavava i piatti.
“Non tenertela contro,” le disse entrando in cucina. “Amava troppo suo figlio. Forse anche troppo.”
“Lo capisco,” rispose Martina, senza voltarsi. “Ma è difficile sentirsi dire che sei unestranea.”
“Non lo sei. Sei stata sua moglie.”
“E ora cosa sono? Una vedova? Suona così strano.”
“Ora sei parte della nostra famiglia. Per sempre.”
Ma Martina sapeva che non era vero. Dopo il funerale, sarebbe tornata nel monolocale che avevano affittato negli ultimi anni. Valentina non lavrebbe più chiamata per le feste. Non lavrebbe più invitata ai compleanni o a Capodanno.
Quella sera, quando gli ospiti se ne furono andati e il prete ebbe finito la benedizione, Valentina si avvicinò a Martina. Lei era seduta accanto alla bara, stringendo una foto di Luca.
“Domani lo seppelliremo,” disse piano la suocera. “Al cimitero Flaminio, accanto a suo padre.”
Martina annuì. Ne avevano già parlato.
“E poi” Valentina esitò. “Vuoi prendere le sue cose, o le lascio qui?”
“Non lo so ancora. Posso decidere dopo?”
“Certo. Non scappano.”
Le due donne erano vicine, ma tra loro cera un muro invisibile. Ognuna soffriva a modo suo, ognuna pensava che il suo dolore fosse il più grande.
“Tu sei solo unestranea per lui, io sono sua madre,” sussurrò Valentina, così piano che Martina non era sicura di averla capita bene.
O forse se lera immaginata, per la stanchezza, per il dolore, per quel giorno infinito che non finiva mai.
Martina guardò la foto tra le mani. Luca sorrideva giovane, felice. Era così quando si erano sposati. Allora sembrava che davanti a loro ci fosse tutta la vita, lunga e piena di gioia.
“Perdonami,” sussurrò, senza sapere bene se parlava a lui o a sua madre.
Fuori, il sole calava lentamente, e da qualche parte, molto vicino, cominciava una vita nuova. Senza Luca, senza la sua risata, senza le sue mani calde, senza progetti e sogni. Una vita in cui avrebbe dovuto imparare a essere solo Martina, e non più la moglie di Luca.







