Il Rosso Micio ha proclamato lo sciopero della fame nell’appartamento del figlio. Le parole del medico hanno spinto la nonna a tornare in campagna.

Micio smette di mangiare al terzo giorno. Anna Rossi all’inizio pensa che sia solo un capriccio. Ma le parole del veterinario la costringono a guardarsi allo specchio e a vedere la stessa anima in pena.

— Pronto, dottore? Può venire a casa? Il nostro gatto sta male, tre giorni che non tocca cibo.

Il veterinario Marco Conti sospira. Le visite a domicilio le fa raramente, ma qualcosa nella voce della signora lo spinge ad accettare.

— Va bene, mi dia l’indirizzo.

Mezz’ora dopo è davanti alla porta di un appartamento in un nuovo palazzo alla periferia di Roma. Ad aprirgli è un uomo sulla quarantina, con una camicia elegante e il volto stanco.

— Prego, dottore. La mamma è distrutta, io non so più cosa fare.

Nell’appartamento grande e appena ristrutturato si sente odore di vernice e di qualcosa di chiuso: quell’aria stantia che si trova dove le finestre si aprono di rado. Sul divano siede un’anziana dallo sguardo spento. Accanto a lei, acciambellato, un grosso gatto rosso. Il pelo è opaco, l’animale sembra apatico.

— Buongiorno — dice Marco avvicinandosi. — Come si chiama il paziente?

— Micio — risponde a bassa voce l’anziana. — Dottore, non è normale. Non mangia, non gioca, sta sempre lì. Sarà malato?

Il veterinario prende il gatto con delicatezza e lo visita. Temperatura normale, respiro regolare, pancia non dolente alla palpazione.

— Quanti anni ha?

— Otto. Lo presi cucciolo, stava seduto davanti al cancello, miagolava. L’ho cresciuto, era sempre vivace, giocherellone.

— Quando è iniziato?

Il figlio interviene, impaziente.

— Appena siamo venuti qui. Tre giorni fa. Ho convinto la mamma a trasferirsi da me: in campagna da sola, alla sua età, non si può. La casa la stiamo vendendo, abbiamo già i compratori. Pensavo fosse contenta. Qui c’è un bagno decente, il riscaldamento centralizzato, i negozi sotto casa. E lei si preoccupa di quel gatto come fosse una reliquia.

Marco osserva Anna. Lei siede con le spalle curve, e nella sua posizione c’è la stessa apatia del gatto.

— Capisco — dice lui, prendendo lo stetoscopio e ascoltando il cuore dell’animale. — Fisicamente Micio sta bene. È lo stress del cambiamento. I gatti sono molto legati al territorio, non alle persone come si crede. Per lui il trasloco è la perdita di tutto il suo mondo.

— E allora cosa facciamo? — chiede il figlio, in attesa di istruzioni precise.

— Ci vuole tempo. Si adatterà. Posso prescrivere un leggero sedativo. Ma la cosa fondamentale è creare un ambiente familiare. Avete portato qualcosa dalla vecchia casa? La sua cuccia, le ciotole?

Anna scuote la testa.

— Lorenzo ha detto di non portare robaccia. Ha comprato tutto nuovo: ciotole, lettiera, una casetta bellissima.

— Ecco il problema — Marco si alza, guardandosi intorno. — Per il gatto qui non c’è nulla di suo, neppure gli odori sono gli stessi. Se volete aiutarlo, portate le sue cose dalla vecchia casa. La cuccia, i giochi, se ne aveva. E meglio ancora qualcosa che abbia l’odore di quel posto. Un tappeto, per esempio.

Lorenzo alza gli occhi al cielo.

— Dottore, sul serio? Per colpa di una vecchia coperta il gatto smette di mangiare?

— Sul serio. Gli animali sono molto più sensibili di quanto crediamo. Si immagini di essere trasferito all’improvviso in un altro paese, tutto estraneo, e sentirsi dire: rallegrati, qui è meglio.

Anna improvvisamente singhiozza. I due uomini si girano sorpresi.

— Mamma, che hai?

— Niente, niente — si asciuga gli occhi con un fazzoletto. — Solo che il dottore parla di Micio, ma io mi sento così. Come se mi avessero portata via e messa in un posto giusto, comodo, ma con l’anima in pezzi.

Lorenzo la guarda smarrito.

— Mamma, ma cosa dici? Ho fatto tutto per te. Vivere in campagna alla tua età non è vita: accendere la stufa, portare l’acqua.

— Ho sempre vissuto così — risponde lei con voce sommessa. — E non era fatica. Avevo l’orto, le galline, le vicine. Da Gina ci andavo ogni giorno, la sera stavamo sulla panchina a chiacchierare. Qui — fa un gesto con la mano — tutto è estraneo. Non conosco i vicini, non ho con chi uscire. Sto tutto il giorno da sola davanti alla televisione.

— Ma dicevi che eri d’accordo a traslocare!

— Lo dicevo perché pensavo che per te fosse un sollievo. Ti preoccupavi per me. Allora ho deciso di provare. Solo che ora capisco: non posso vivere così.

Marco tossisce discretamente.

— Sa, faccio il veterinario da anni e ho notato una cosa. Spesso gli animali rispecchiano lo stato d’animo dei padroni. Forse il suo Micio non mangia solo per lo stress del trasloco. Lui sente che anche lei sta male qui.

Cala il silenzio. Lorenzo cammina su e giù per la stanza, cercando di elaborare.

— Mamma, sei davvero così infelice qui?

Anna accarezza il gatto, che emette un debole miagolio.

— Lorenzo, capisco che volevi il mio bene. L’appartamento è bello, ti prendi cura di me. Ma la felicità non sono i comfort. Io, nella mia casa, ero a casa mia. Qui sono come… come Micio. In una gabbia dorata.

— Ma la casa è quasi venduta! Abbiamo firmato il compromesso, ho versato la caparra!

— Restituisci la caparra — dice lei con tono inaspettatamente fermo. — Non voglio vendere. Quella è casa mia, la mia vita. Lì ho vissuto trent’anni con tuo padre. Ogni albero, ogni cespuglio lo ricordo. Perdonami, figlio, ma qui non posso restare.

Lorenzo si lascia cadere su una poltrona, massaggiandosi le tempie.

— Volevo solo che stessi meglio.

— Lo so, caro. Ma per me sarebbe stato meglio se tu venissi a trovarmi più spesso. Se portassi i nipotini nel fine settimana, come un tempo. Ricordi come giocavano nell’orto, raccoglievano le fragole?

Una settimana dopo Marco riceve un’altra telefonata. Ma la voce di Anna è completamente diversa: vivace, contenta.

— Dottore, volevo ringraziarla! Il mio Micio è rinato! Mangia con appetito, corre in giardino, rincara i passeri come ai vecchi tempi.

— È tornata in campagna?

— Sì, Lorenzo mi ha riaccompagnata. I compratori, grazie a Dio, hanno accettato di annullare il contratto, anche se erano arrabbiati. Mio figlio è stato bravo, ha sistemato tutto. Ora ha promesso di venire ogni fine settimana, aiutarmi con la casa. E io sono così felice che non so spiegarlo! Stamattina mi sono alzata, sono uscita sul portico. Rugiada sull’erba, uccelli che cantano, la vicina Gina che grida da dietro la staccionata: «Anna, sei tornata!». Questa è la vera vita.

Marco sorride.

— Sono molto contento. Saluti a Micio da parte del dottore.

— Glieli farò. E voglio dirle un’altra cosa. Lei non ha curato solo il gatto: mi ha aperto gli occhi. Ho capito che non si può vivere dove l’anima non sta, anche se tutti dicono che è giusto e meglio.

— Ciascuno ha la sua felicità, il suo posto sotto il sole.

Riattaccando, il veterinario riflette. Quante volte decidiamo per gli altri cosa sia meglio, senza chiedere cosa vogliono? I figli trasferiscono i genitori anziani in città, convinti di fare del bene. E gli anziani deperiscono in appartamenti moderni, struggendosi per l’orto e i vicini. Proprio come quel gatto rosso che non riusciva a mangiare da una ciotola nuova in una casa altrui.

Un mese dopo Lorenzo stesso chiama il veterinario.

— Dottore, volevo ringraziarla. Sa, all’inizio mi ero offeso, pensavo che la mamma non avesse apprezzato i miei sforzi. Poi sono andato da lei per il fine settimana e ho capito. Sembra ringiovanita di dieci anni! Corre nell’orto, fa le conserve, chiacchiera con le vicine. Non la vedevo così da tanto. Mi dispiace solo di non averle dato ascolto prima.

— L’importante è aver capito in tempo.

— Sì. Ora io, mia moglie e i bambini andiamo da lei ogni sabato. I miei figli sono entusiasti: la nonna li riempie di torte, loro giocano con Micio. E io stesso sto bene lì. C’è una pace, un silenzio. In città mi ero logorato, qui invece sembra che mi ricarichi.

— Vede, tutto è andato per il meglio.

— Esatto. La mamma aveva ragione. Ognuno ha il suo posto. Non si può imporre la propria idea di felicità, neppure in buona fede.

Anna Rossi vive ancora oggi nella sua casa di campagna. Micio è di nuovo un vivace gatto rosso che l’aspetta al cancello e la segue in ogni faccenda. E Lorenzo ora sa una cosa: prendersi cura non significa solo creare comodità, ma anche rispettare le scelte dei propri cari, anche quando non le condividi.

A volte la felicità non sta in un appartamento nuovo con il riscaldamento centralizzato. Sta in una vecchia casa con la stufa a legna, dove i pavimenti scricchiolano, ma dove hai vissuto metà della vita e ogni angolo è pieno di ricordi. E a farlo capire è stato un normale gatto rosso che si è rifiutato di mangiare in un posto che non era il suo.

E voi che ne dite? Le comodità della città valgono sempre più della propria casa? Condividete la vostra opinione nei commenti.

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Il Rosso Micio ha proclamato lo sciopero della fame nell’appartamento del figlio. Le parole del medico hanno spinto la nonna a tornare in campagna.
Come ho fatto sfigurare mia suocera davanti a tutti: ancora oggi se lo ricorda, anche dopo tanti anni!