– Vittorio, vuoi un tè? – lo chiamò dalla cucina la vicina Elena. Passava spesso a trovarlo, portando torte o minestre. Diceva: «Sei solo come un dito. Devi mangiare».
– Non serve, Elena, – fece un cenno con la mano, senza girarsi.
Un anno era passato. Un anno intero.
E lui non riusciva ancora a perdonarsi. Che diavolo lo prendesse, quel giorno.
Aveva fretta. Doveva andare in città, dal notaio. Firmare delle carte per la sua povera Anna. Nervi a pezzi, testa che ronzava, e lì c’era Giulietta, la sua cagnolina.
Una comune meticcia con occhi intelligenti e coda sempre scodinzolante. Dopo che Anna se n’era andata, era rimasta solo lei. L’unico essere vivente in casa che lo aspettava dal lavoro, felice ogni volta che lui appariva.
E quel giorno, alla passeggiata mattutina, gli girava tra i piedi. Annusava qualcosa sul ciglio, poi tornava indietro. Il guinzaglio si tendeva, si allentava.
– Giulietta, piantala! – ringhiò. Tirò il guinzaglio. Lo tirò forte.
Lei guaì.
Ma lui non si fermò. Continuò a camminare, arrabbiato col mondo. Con sé stesso.
Si fermarono sulla statale. Tir sfrecciavano, macchine sfrecciavano. Lui estrasse il telefono – voleva chiamare, controllare l’ora. E allora…
Uno strattone. Il moschettone si sganciò, e il guinzaglio vuoto gli rimase in mano.
Giulietta sfrecciò dall’altra parte della strada.
Lui urlò. Le corse dietro, agitando le braccia, fermando le auto. Ma lei sparì tra i cespugli a bordo strada. Svanì.
La cercò per tre giorni. Camminò lungo la statale, chiamandola, fischiando.
Poi si arrese.
Pensò che fosse morta. Investita o congelata in qualche bosco. Colpa sua. Aveva urlato, l’aveva strattonata. Ecco la punizione.
Ieri, poi, una chiamata.
– Pronto, è il signor Vittorio? Aveva un cane?
Voce femminile. Giovane. Leggermente tesa.
– L’avevo.
– Siamo del rifugio “Speranza”. Qui, insomma, ci hanno portato un cane. Dal microchip il suo numero. Potrebbe venire?
Il cuore gli cadde.
– Che cane?
– Una meticcia rossiccia. Già vecchietta. Zoppica sulla zampa posteriore.
Lui tacque. Stringeva il telefono con le nocche bianche.
– Verrà? – chiese la ragazza.
– Verrò.
E adesso era lì, alla finestra, incapace di muoversi.
Le chiavi della macchina sul tavolo. La giacca appesa all’ingresso. Solo un’ora di strada.
Ma lui aveva paura.
Paura che non fosse lei.
E paura che invece lo fosse.
Il rifugio lo accolse con un coro di latrati.
Decine di voci – sottili, roche, disperate – si mescolarono in un unico ululato. Vittorio chiuse la portiera e rimase immobile. Le mani tremavano.
«Vecchio stupido, – pensò. – Perché tremi come una foglia?»
Ma le gambe sembravano incollate all’asfalto.
– Signor Vittorio? – dal cancello uscì una ragazza. Giovane, con una giacca logora, i capelli raccolti sotto un berretto di lana. – Sono Lucia. Abbiamo parlato ieri.
Lui annuì. La gola stretta – le parole non uscivano.
– Venga. È nel recinto in fondo.
Camminarono tra le gabbie. I cani si lanciavano contro le sbarre, piagnucolavano, graffiavano con le zampe. Vittorio guardava a terra. La neve scricchiolava sotto le scarpe.
– Senta, – disse Lucia, – ce l’hanno portata solo l’altro ieri. I parenti di una signora anziana. Lei è morta, e loro non potevano tenere il cane.
– Una signora?
– Sì, Nonna Maria. Viveva lungo la statale, in una casetta. Dicono che abbia raccolto il cane un anno fa. L’ha curato. La zampa era rotta, forse un’auto l’aveva investita. La nonna l’ha rimessa in sesto, ma non la lasciava uscire – paura che scappasse di nuovo sulla strada.
Vittorio si fermò.
– Aveva il numero sul collare?
– Sì, ma le cifre erano quasi cancellate. La nonna aveva provato a chiamare, ma non ci riusciva – sbagliava numero, o… insomma, sfortuna. Poi pensò che il padrone l’avesse abbandonata. Che non la cercava.
Vittorio strinse le mani in tasca. Era viva. Per tutto quel tempo, viva. E lui non aveva neppure continuato a cercare dopo quei tre giorni.
– Ecco, – Lucia si fermò davanti al recinto in fondo. – È qui.
Vittorio alzò gli occhi.
E vide la sua Giulietta.
Sedeva in un angolo su una vecchia coperta. Il pelo rosso opaco, il muso grigio. La zampa posteriore piegata sotto – zoppicava ancora, evidentemente.
La cagnolina alzò la testa. Lo guardò. E rimase immobile.
Vittorio fece un passo avanti. Un altro. Le dita afferrarono le sbarre fredde.
– Giulietta? – sussurrò lui, con la voce rotta.
La cagnolina sobbalzò. Le orecchie dritte.
– Sono io. Ragazza mia, sono io.
Lei si alzò. Zoppicando, fece qualche passo verso la rete. Si fermò a un metro da lui.
Stava lì, a guardarlo.
Vittorio s’inginocchiò nella neve. Allungò la mano tra le sbarre.
– Perdonami, – soffiò. – Perdonami, rossa stupida. Ho urlato, ti ho strattonato. Poi ho smesso di cercarti. Ho pensato che fossi morta. Ho avuto paura, capisci?
Le lacrime cominciarono a scorrere.
La cagnolina fece un passo avanti. Un altro. Con cautela, come per controllare se lui sarebbe scomparso.
Vittorio rimase immobile. Smise persino di respirare.
Allora Giulietta si avvicinò del tutto. Infilò il naso freddo nel palmo della sua mano. Gli leccò le dita.
– Apro? – chiese piano Lucia, lì accanto, che si asciugava di nascosto una lacrima.
Vittorio annuì.
Scattò la serratura. La porta del recinto si spalancò.
E Giulietta, zoppicando, maldestra, si lanciò verso di lui. Si strinse alla sua gamba e scodinzolò felice.
Vittorio l’abbracciò. Affondò il viso nel pelo rossiccio.
– Torniamo a casa, – mormorò. – Senti? A casa. E non ti lascerò mai più. Mai.
Giulietta guaì piano.
E scodinzolò ancora più forte.
– Mangia poco, – disse Lucia accovacciandosi accanto. – I primi giorni rifiutava tutto. Pensavamo, beh, capisce. Succede – un cane entra in rifugio e si spegne. Soprattutto quelli vecchi. Si affezionano più di quanto crediamo.
– Lo so, – riuscì a dire Vittorio con voce rauca. – L’ho sempre saputo.
Accarezzò la testa di Giulietta. Lei aprì gli occhi – offuscati, stanchi – e lo guardò. In quello sguardo c’era tutto.
– Lucia, – Vittorio alzò lo sguardo, – ce la farà? Voglio dire, vivrà ancora?
La ragazza sospirò.
– Il veterinario dice cuore debole. La zampa è guarita male, per questo zoppica. Quasi senza denti. Ma sa, signor Vittorio, lavoro qui da tre anni. E ho visto di tutto. I cani non muoiono di malattia. Muoiono di nostalgia. E se c’è per chi vivere…
Non finì la frase. Ma non serviva.
Vittorio capì.
Si alzò con cautela.
– Andiamo a casa, ragazza, – mormorò. – La vicina Elena ha preparato polpette. Ti piacciono le polpette, vero? E dormirai sul divano. Sul mio divano. Quello che ti proibivo sempre, ricordi? Non lo farò più. Dormi dove vuoi. Solo non andartene, ok?
Giulietta gli leccò la guancia.
E Vittorio sentì – per la prima volta in un anno – qualcosa che si scioglieva dentro.
– Grazie, – disse voltandosi verso Lucia.
– Abbiatene cura, – annuì lei. – E abbiate cura di voi.
Vittorio sistemò Giulietta sul sedile anteriore, la avvolse in una vecchia giacca. Lui sedette al volante.
Accese la macchina e tornò a casa.
Elena sussultò vedendoli sulla soglia.
– Vittorio! Ma è… è Giulietta?!
– Proprio lei, – Vittorio portò con delicatezza la cagnolina nell’ingresso, la posò a terra. – Trovata.
– Dio mio, – la vicina batté le mani, si accovacciò. – Povera piccola mia! Com’è dimagrita. Vittorio, portala in cucina, le do subito da mangiare!
Giulietta girò per casa lentamente, zoppicando. Annusò ogni angolo, ogni oggetto familiare. Poi tornò da Vittorio e si sdraiò ai suoi piedi.
– Bene così, – annuì lui. – Resti con me.
Elena la nutrì – poco alla volta, con cautela per non farle male. La cagnolina mangiò con voracità, quasi soffocandosi, come se temesse che gliela togliessero.
– Piano, piano, – la tranquillizzò Vittorio, accarezzandole il dorso. – Non scappa. Mangia con calma.
La sera, Giulietta salì sul divano. Vittorio non la scacciò – come promesso. La coprì con una coperta pesante, si sedette accanto.
Accese la televisione, ma non guardò. Accarezzava il pelo rossiccio in silenzio.
E Giulietta appoggiò la testa sulle sue ginocchia e chiuse gli occhi.
E la coda ondeggiava appena – un pochino, ma ondeggiava.
Vittorio guardò fuori. Neve cadeva oltre il vetro – uguale a un anno prima. Uguale a quel maledetto giorno sulla statale.
Ma adesso tutto era diverso.
Per la prima volta in un anno, non temeva il giorno dopo.
Perché sapeva: domani Giulietta si sveglierebbe accanto a lui. E dopodomani. E tutti i giorni che restavano loro.






