Cane scomparso sull’autostrada. Un anno dopo ritrovato – ma il padrone esitava ad avvicinarsi.

– Vittorio, vuoi un tè? – lo chiamò dalla cucina la vicina Elena. Passava spesso a trovarlo, portando torte o minestre. Diceva: «Sei solo come un dito. Devi mangiare».

– Non serve, Elena, – fece un cenno con la mano, senza girarsi.

Un anno era passato. Un anno intero.

E lui non riusciva ancora a perdonarsi. Che diavolo lo prendesse, quel giorno.

Aveva fretta. Doveva andare in città, dal notaio. Firmare delle carte per la sua povera Anna. Nervi a pezzi, testa che ronzava, e lì c’era Giulietta, la sua cagnolina.

Una comune meticcia con occhi intelligenti e coda sempre scodinzolante. Dopo che Anna se n’era andata, era rimasta solo lei. L’unico essere vivente in casa che lo aspettava dal lavoro, felice ogni volta che lui appariva.

E quel giorno, alla passeggiata mattutina, gli girava tra i piedi. Annusava qualcosa sul ciglio, poi tornava indietro. Il guinzaglio si tendeva, si allentava.

– Giulietta, piantala! – ringhiò. Tirò il guinzaglio. Lo tirò forte.

Lei guaì.

Ma lui non si fermò. Continuò a camminare, arrabbiato col mondo. Con sé stesso.

Si fermarono sulla statale. Tir sfrecciavano, macchine sfrecciavano. Lui estrasse il telefono – voleva chiamare, controllare l’ora. E allora…

Uno strattone. Il moschettone si sganciò, e il guinzaglio vuoto gli rimase in mano.

Giulietta sfrecciò dall’altra parte della strada.

Lui urlò. Le corse dietro, agitando le braccia, fermando le auto. Ma lei sparì tra i cespugli a bordo strada. Svanì.

La cercò per tre giorni. Camminò lungo la statale, chiamandola, fischiando.

Poi si arrese.

Pensò che fosse morta. Investita o congelata in qualche bosco. Colpa sua. Aveva urlato, l’aveva strattonata. Ecco la punizione.

Ieri, poi, una chiamata.

– Pronto, è il signor Vittorio? Aveva un cane?

Voce femminile. Giovane. Leggermente tesa.

– L’avevo.

– Siamo del rifugio “Speranza”. Qui, insomma, ci hanno portato un cane. Dal microchip il suo numero. Potrebbe venire?

Il cuore gli cadde.

– Che cane?

– Una meticcia rossiccia. Già vecchietta. Zoppica sulla zampa posteriore.

Lui tacque. Stringeva il telefono con le nocche bianche.

– Verrà? – chiese la ragazza.

– Verrò.

E adesso era lì, alla finestra, incapace di muoversi.

Le chiavi della macchina sul tavolo. La giacca appesa all’ingresso. Solo un’ora di strada.

Ma lui aveva paura.

Paura che non fosse lei.

E paura che invece lo fosse.

Il rifugio lo accolse con un coro di latrati.

Decine di voci – sottili, roche, disperate – si mescolarono in un unico ululato. Vittorio chiuse la portiera e rimase immobile. Le mani tremavano.

«Vecchio stupido, – pensò. – Perché tremi come una foglia?»

Ma le gambe sembravano incollate all’asfalto.

– Signor Vittorio? – dal cancello uscì una ragazza. Giovane, con una giacca logora, i capelli raccolti sotto un berretto di lana. – Sono Lucia. Abbiamo parlato ieri.

Lui annuì. La gola stretta – le parole non uscivano.

– Venga. È nel recinto in fondo.

Camminarono tra le gabbie. I cani si lanciavano contro le sbarre, piagnucolavano, graffiavano con le zampe. Vittorio guardava a terra. La neve scricchiolava sotto le scarpe.

– Senta, – disse Lucia, – ce l’hanno portata solo l’altro ieri. I parenti di una signora anziana. Lei è morta, e loro non potevano tenere il cane.

– Una signora?

– Sì, Nonna Maria. Viveva lungo la statale, in una casetta. Dicono che abbia raccolto il cane un anno fa. L’ha curato. La zampa era rotta, forse un’auto l’aveva investita. La nonna l’ha rimessa in sesto, ma non la lasciava uscire – paura che scappasse di nuovo sulla strada.

Vittorio si fermò.

– Aveva il numero sul collare?

– Sì, ma le cifre erano quasi cancellate. La nonna aveva provato a chiamare, ma non ci riusciva – sbagliava numero, o… insomma, sfortuna. Poi pensò che il padrone l’avesse abbandonata. Che non la cercava.

Vittorio strinse le mani in tasca. Era viva. Per tutto quel tempo, viva. E lui non aveva neppure continuato a cercare dopo quei tre giorni.

– Ecco, – Lucia si fermò davanti al recinto in fondo. – È qui.

Vittorio alzò gli occhi.

E vide la sua Giulietta.

Sedeva in un angolo su una vecchia coperta. Il pelo rosso opaco, il muso grigio. La zampa posteriore piegata sotto – zoppicava ancora, evidentemente.

La cagnolina alzò la testa. Lo guardò. E rimase immobile.

Vittorio fece un passo avanti. Un altro. Le dita afferrarono le sbarre fredde.

– Giulietta? – sussurrò lui, con la voce rotta.

La cagnolina sobbalzò. Le orecchie dritte.

– Sono io. Ragazza mia, sono io.

Lei si alzò. Zoppicando, fece qualche passo verso la rete. Si fermò a un metro da lui.

Stava lì, a guardarlo.

Vittorio s’inginocchiò nella neve. Allungò la mano tra le sbarre.

– Perdonami, – soffiò. – Perdonami, rossa stupida. Ho urlato, ti ho strattonato. Poi ho smesso di cercarti. Ho pensato che fossi morta. Ho avuto paura, capisci?

Le lacrime cominciarono a scorrere.

La cagnolina fece un passo avanti. Un altro. Con cautela, come per controllare se lui sarebbe scomparso.

Vittorio rimase immobile. Smise persino di respirare.

Allora Giulietta si avvicinò del tutto. Infilò il naso freddo nel palmo della sua mano. Gli leccò le dita.

– Apro? – chiese piano Lucia, lì accanto, che si asciugava di nascosto una lacrima.

Vittorio annuì.

Scattò la serratura. La porta del recinto si spalancò.

E Giulietta, zoppicando, maldestra, si lanciò verso di lui. Si strinse alla sua gamba e scodinzolò felice.

Vittorio l’abbracciò. Affondò il viso nel pelo rossiccio.

– Torniamo a casa, – mormorò. – Senti? A casa. E non ti lascerò mai più. Mai.

Giulietta guaì piano.

E scodinzolò ancora più forte.

– Mangia poco, – disse Lucia accovacciandosi accanto. – I primi giorni rifiutava tutto. Pensavamo, beh, capisce. Succede – un cane entra in rifugio e si spegne. Soprattutto quelli vecchi. Si affezionano più di quanto crediamo.

– Lo so, – riuscì a dire Vittorio con voce rauca. – L’ho sempre saputo.

Accarezzò la testa di Giulietta. Lei aprì gli occhi – offuscati, stanchi – e lo guardò. In quello sguardo c’era tutto.

– Lucia, – Vittorio alzò lo sguardo, – ce la farà? Voglio dire, vivrà ancora?

La ragazza sospirò.

– Il veterinario dice cuore debole. La zampa è guarita male, per questo zoppica. Quasi senza denti. Ma sa, signor Vittorio, lavoro qui da tre anni. E ho visto di tutto. I cani non muoiono di malattia. Muoiono di nostalgia. E se c’è per chi vivere…

Non finì la frase. Ma non serviva.

Vittorio capì.

Si alzò con cautela.

– Andiamo a casa, ragazza, – mormorò. – La vicina Elena ha preparato polpette. Ti piacciono le polpette, vero? E dormirai sul divano. Sul mio divano. Quello che ti proibivo sempre, ricordi? Non lo farò più. Dormi dove vuoi. Solo non andartene, ok?

Giulietta gli leccò la guancia.

E Vittorio sentì – per la prima volta in un anno – qualcosa che si scioglieva dentro.

– Grazie, – disse voltandosi verso Lucia.

– Abbiatene cura, – annuì lei. – E abbiate cura di voi.

Vittorio sistemò Giulietta sul sedile anteriore, la avvolse in una vecchia giacca. Lui sedette al volante.

Accese la macchina e tornò a casa.

Elena sussultò vedendoli sulla soglia.

– Vittorio! Ma è… è Giulietta?!

– Proprio lei, – Vittorio portò con delicatezza la cagnolina nell’ingresso, la posò a terra. – Trovata.

– Dio mio, – la vicina batté le mani, si accovacciò. – Povera piccola mia! Com’è dimagrita. Vittorio, portala in cucina, le do subito da mangiare!

Giulietta girò per casa lentamente, zoppicando. Annusò ogni angolo, ogni oggetto familiare. Poi tornò da Vittorio e si sdraiò ai suoi piedi.

– Bene così, – annuì lui. – Resti con me.

Elena la nutrì – poco alla volta, con cautela per non farle male. La cagnolina mangiò con voracità, quasi soffocandosi, come se temesse che gliela togliessero.

– Piano, piano, – la tranquillizzò Vittorio, accarezzandole il dorso. – Non scappa. Mangia con calma.

La sera, Giulietta salì sul divano. Vittorio non la scacciò – come promesso. La coprì con una coperta pesante, si sedette accanto.

Accese la televisione, ma non guardò. Accarezzava il pelo rossiccio in silenzio.

E Giulietta appoggiò la testa sulle sue ginocchia e chiuse gli occhi.

E la coda ondeggiava appena – un pochino, ma ondeggiava.

Vittorio guardò fuori. Neve cadeva oltre il vetro – uguale a un anno prima. Uguale a quel maledetto giorno sulla statale.

Ma adesso tutto era diverso.

Per la prima volta in un anno, non temeva il giorno dopo.

Perché sapeva: domani Giulietta si sveglierebbe accanto a lui. E dopodomani. E tutti i giorni che restavano loro.

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Cane scomparso sull’autostrada. Un anno dopo ritrovato – ma il padrone esitava ad avvicinarsi.
La sedia di troppo La scatola delle decorazioni natalizie era sul tavolo già da tre giorni. Nadia ci passava accanto, sfiorava il coperchio con la mano e andava a riempire il bollitore. Accendeva il gas e si appoggiava al lavello, pensierosa, col desiderio di riporre di nuovo la scatola sull’armadio in alto. Un tempo, lei e Vittorio la tiravano fuori ai primi di dicembre. Lui borbottava che era troppo presto, ma poi saliva comunque sullo sgabello e si divertiva a sciogliere le vecchie corde impolverate. La pallina avvolta nel giornale, la statuetta di Babbo Natale col naso rotto, i festoni che si attaccavano al maglione. Ora lo sgabello era vuoto, accostato al muro. La scatola, in primavera, l’aveva riportata giù il figlio, quando era venuto per il quarantesimo giorno, e da allora non si era più mossa. Il bollitore brontolava, Nadia spegneva il gas. Versò il tè, accese la luce sopra ai fornelli. La cucina si riempiva di una luce gialla e diventava subito più stretta. Le solite quattro sedie intorno al tavolo. La camicia calda di Vittorio, appesa ancora sulla sedia vicino alla finestra, da aprile. Nadia non sapeva cosa farne. Nasconderla nell’armadio sembrava un tradimento. Togliere la camicia e lasciare la sedia nuda, peggio ancora. Il telefono vibrò sul davanzale. Messaggio dal figlio: una foto della nipote all’asilo, i bambini facevano un pupazzo di neve con il cotone. «Mamma, come stai? Qui stiamo provando lo spettacolino, dopo ci sentiamo». Nadia fissava lo schermo finché le lettere non si confondevano. Rispose breve, come aveva imparato in questi mesi: «Tutto bene. Sono impegnata. Non preoccuparti per me». Le faccende erano semplici. Ieri era passata la ragazza dell’amministrazione, con le bollette e una carta per il ricalcolo. Bisognava andare al CAF. E finite le pastiglie per la pressione. La dottoressa diceva di non saltarle. Nadia lo sapeva, ma mettere insieme la voglia di uscire era più difficile che togliere le tende per lavarle. Suonò il campanello. Si riscosse, poggiò la tazza sul tavolo e andò ad aprire. Sull’uscio c’era Rita, la vicina, con il berretto di lana e una busta in mano. — Nadia, buongiorno! Sono passata dal fruttivendolo: i mandarini sono in offerta, ne ho presi un po’ anche per te. Tese la busta. I mandarini profumavano di dolce acido, d’inverno. — Oh, grazie… — sospirò Nadia. — Ne ho ancora. — Non li mangio tutti, prendili! Come va… tutto bene? Rita abbassò lo sguardo, timorosa della propria domanda. — Si vive, — disse Nadia. — Ti ringrazio. Vuoi entrare? — No, corro, i figli hanno compiti. Se ti serve qualcosa, chiamami. Ho cambiato la lampadina sulle scale, ora c’è più luce. Così la sera se scendi non è buio. Nadia annuì, anche se la sera non usciva quasi mai. Chiuse la porta, rimanendo appoggiata. La busta coi mandarini era fredda in mano. Tornò in cucina. Poggiò i mandarini vicino alla scatola delle decorazioni, sospirò e tirò verso di sé una sedia. La sedia di Vittorio. Si sedette. La schiena si appoggiava in modo diverso, da lì si vedeva solo la parete, dove l’anno prima c’era la ghirlanda di carta. L’idea di rimettere la ghirlanda le pareva quasi un oltraggio. Come organizzare una festa senza chi le dava senso. Tutti, medici, amici, ripetevano che bisognava andare avanti, che il tempo guariva. Il tempo, per ora, si limitava a mostrare quanti oggetti c’erano da evitare in casa. Mancavano tre settimane a Capodanno. Nel cortile il ghiaccio era grigio, i ragazzini lo avevano annerito coi petardi. Nadia la mattina guardava dalla finestra il bidello che faticava con la pala. Poi si distraeva con l’avena e la televisione, per sentire almeno qualche voce. Ma i programmi gridavano di offerte, di miracoli, e a un certo punto doveva spegnere. Telefonò l’amica, Sveva, una che parlava brusco ma restava sempre. — Nà, ho preso i biglietti per il concerto in casa della cultura, il trenta. Vieni con me. Non puoi stare sola… — Non lo so, Sve. Ho quelle carte, i medicinali… — Le carte aspettano. Vieni almeno un’ora, guarda la gente. Rispose incerta, Sveva disse che avrebbe richiamato per convincerla. Dopo la telefonata, Nadia tornò al tavolo. Guardò la giacca di Vittorio, piegata sulla sedia. Mise le dita in tasca, anche se sapeva che era vuota. Sentì solo la fodera e un vecchio biglietto dell’autobus stropicciato di primavera. La sera aprì finalmente la scatola di decorazioni. La portò in soggiorno. Togliendo il coperchio, respirò l’odore di vecchia ovatta e vetro. Estrasse qualche pallina, girandola fra le dita. Ricordava Vittorio che borbottava quando le appendeva tutte vicino alla finestra «così da fuori si vede bene». Era tutto così chiaro che dovette richiudere. La spinse contro il muro con il piede. Che restasse lì. Le medicine erano finite. Rimise la ricerca fino all’ultimo blister, la mattina restava solo la scatola vuota. Rovistò ancora nei cassetti. Nulla. Si vestì, prese cappotto, berretto, guanti. Di fianco alla sua giacca c’era ancora il piumino di Vittorio. Evitava ancora di guardarlo mentre si chiudeva. Fuori il vento le pungeva il viso. Il freddo sembrava diverso da prima. Nadia camminò lenta attorno al palazzo, tra cumuli di neve, fino alla fermata. La farmacia era a tre isolati. Decise di andare a piedi. Un autobus rumoroso la superò al semaforo; vide visi conosciuti e stanchi dietro i vetri. In farmacia c’era ressa. Prima di Capodanno, tutti pensano alle proprie magagne. Dentro, odore di iodio e profumo economico. Si mise in coda, stringendo la borsa. Un uomo con cappellino tossiva a destra, una ragazza scorreva il telefono a sinistra. — Anche lei per la pressione? — chiese qualcuno davanti. Alzò lo sguardo. Un uomo basso, canuto, con giacca verde, con la ricetta in mano. — Sì, — rispose Nadia. — Le prendo ogni giorno. — Io ho appena iniziato, — sospirò lui. — Il medico dice che è l’età. Mi chiedo come sia possibile… ieri giocavo ancora a pallone sotto casa. Nadia sorrise amara, lui serio. — Già, ieri, — disse lei, e le labbra tremolavano. — Ho sessant’anni. Ieri portavo mio figlio all’asilo, oggi passo il mese in farmacia. — Vuol dire che si vive, — concluse lui. — Finché siamo qui. La fila avanzava, la chiacchiera finì. Al banco, mentre pagava, il signore chiese: — Lei è del nostro palazzo? Mi sembra la conosco. — Sì. Scala B. — Io sono in A. Allora ci vediamo. Nadia annuì e uscì. Nessun nome chiesto, nessuna domanda. Bastava così. Ma tornare a casa ora sembrava meno pesante. Come se qualcuno avesse pulito il vetro fra lei e il mondo. I giorni passavano, come neve sul davanzale. Al CAF non era mai andata, la carta era ancora sulla mensola. Sveva chiamava, insisteva per il concerto. All’ultimo, Nadia si scusò che non stava bene. Era quasi vero. Dentro bruciava, in testa martellava come febbre ma il termometro segnava normale. Il trentuno si svegliò presto. Nessun programma particolare. Il figlio l’aveva chiamata, offrendo di prenderla a casa sua, ma aveva impegni, e Nadia disse che con la neve sarebbe venuta lei in marzo. Aveva bisogno di non sentirsi un soprammobile avvolto di premure. Cucinò maccheroni, tagliò mezza fetta di salame, aprì una scatola di piselli. L’insalata venne minuscola, nella ciotola dei cereali. Una volta facevano una bacinella, che durava fino al tre gennaio. Mise la ciotola in frigo, coperta. I mandarini li lasciò interi, arancioni come le palline sull’albero. Nel pomeriggio chiamarono dal consultorio, ricordarono la visita rimandata. Annotò la data su gennaio. Poi aprì una nuova tovaglia, comprata prima della primavera, e la stese sul tavolo. Le mani tremavano vicino al posto dove di solito c’era il piatto di Vittorio. Ora lì, vuoto. Verso sera, il telefono cominciò a vibrare. La zia da un’altra città, la vicina della casa al mare, la cugina. Immagini standard di auguri. Nadia rispondeva con «grazie» e «ricambio». Una volta sentì la fitta, quando qualcuno scrisse «sarà l’anno più bello della tua vita». Spense la suoneria, lasciò il telefono sul comò. Dall’appartamento accanto arrivava il rumore di posate, il profumo di carne arrosto. La televisione ronzava in mezza casa, si sente dal mormorio. Nadia faceva avanti e indietro dal soggiorno alla cucina. Controllava che fosse tutto spento, anche se lo sapeva. L’acqua si raffreddava nel bollitore. Sullo sgabello restava un avvolgicavo. Alle undici e cinquanta si sedette in poltrona. Accese la TV, ma senza audio. Sullo schermo presentatori e artisti ballavano, la gente sventolava bandierine. L’anno nuovo arrivava, senza chiedere permesso. Nadia guardò la sedia con la camicia di Vittorio. La ciotola vuota davanti. Chiuse gli occhi. Una cosa chiara: ora i rintocchi, poi i fuochi, poi tutti chiameranno e faranno finta che non sia cambiato nulla, e lei dovrà rispondere allegra. Nel corridoio si accese una luce, qualcuno usciva sul pianerottolo. Voci, porta dell’ascensore. Nadia si alzò, cercò a tentoni il pattume, controllò che il sacco fosse chiuso. Indossò le ciabatte, una giacca. Nessuna vera ragione: solo uscire dal giro tra la TV e la sedia. Aprì la porta just in time, mentre i fuochi cominciavano fuori. Il rumore tagliava la casa, tremavano i vetri. Sul pianerottolo c’erano Rita, suo marito in tuta, e – a sorpresa – il signore della farmacia. Guardavano fuori, le luci esplodevano sopra il cortile. — Nadia! Buon anno! — disse Rita. — Vai a buttare? Vieni qui, si vede bene. Nadia esitò, stringendo il pattume. — Solo… volevo buttarlo. — Lo butti dopo, — disse l’uomo in verde. — Un fuoco così merita. Si fece indietro, lasciandole spazio. Nadia appoggiò il sacco. Sotto, i fuochi coloravano il cielo, qualcuno gridava, i telefoni illuminavano la notte. — Lui è mio fratello, Sandro, — spiegò Rita del signore. — È venuto per le feste. — Buonasera, — disse lui. — Ci siamo visti in farmacia. — Ricordo, — disse Nadia. Stavano stretti, spalla a spalla, l’odore di cucinato dalla casa di Rita, il freddo dalla finestra aperta, le bucce d’arancia sulla mensola. Qualcuno fece partire la registrazione dei rintocchi sul telefono. Rita versò un po’ di spumante nei bicchieri di plastica. — Almeno un sorso, — disse lei. — Per il brindisi. Nadia voleva rifiutare, ma la mano prese il bicchiere. Un sorso, lo spumante troppo freddo, ma scaldava la gola. — Allora, — disse Sandro. — Che si viva. Come si può. La frase rimase lì. Nessuno precisò di più. Si brindarono, qualcuno disse «auguri». Nadia sentiva che qualcuno avrebbe menzionato Vittorio, il dolore, ma Rita si limitò a sfiorarle il gomito. — Se vuoi, passa da noi, — disse sottovoce. — Per un tè. La sera guardiamo i film vecchi. — Grazie, — disse Nadia. Quindici minuti dopo, tornò a casa. Buttà il sacco lungo la strada. Tolse le ciabatte, appese la giacca. Non aveva più voglia di TV. I fuochi fuori si facevano più spenti, come se abbassassero il volume del mondo. In cucina tirò fuori la ciotolina con l’insalata. Mangiò piano, fissando la sedia con la camicia. Poi si alzò, andò alla sedia, tolse la camicia. La piegò bene, se la strinse al petto. Profumava solo di detersivo, ormai. La mise in armadio. Non con le cose lontane, ma accanto alle sue maglie. Tornata in cucina, prese la sedia e la spinse vicino alla finestra. Sedette lì, qualche secondo, provando la prospettiva. Ora vedeva l’asilo dietro l’angolo, le finestre illuminate delle altre case. Si immaginò a bere lì il tè mattutino, guardando le prime auto che partivano dal cortile. L’idea di sedere al suo posto feriva e rassicurava insieme. La sedia non era più una reliquia, bloccata nel passato. Era solo una sedia alla finestra. Dopo le feste la città era più tranquilla. I negozi tolsero i cartelloni, la gente smise di andare in giro coi pacchi. Nadia finalmente andò al CAF, fece la fila, firmò il foglio per la pensione. Al ritorno passò in farmacia per le vitamine. Quasi niente fila. La farmacista leggeva una rivista. Una signora col piumino guardava gli scaffali dei tè. — Mi scusi, — chiese, — lei ha mai preso quello alla camomilla? È buono? — Normale, — disse Nadia, avvicinandosi. — Lo bevo la notte. Nessuna magia, ma si può bere. La donna sorrise. — Ora tutto è senza magia, — disse. — Mio marito è morto l’anno scorso. Ho cercato qualcosa che aiutasse. Nulla aiuta. Tranne alzarsi la mattina e andare a comprare il tè. Lo disse come si parla del tempo. — Anche il mio, — rispose piano Nadia. — In primavera. Si guardarono. Lo sguardo si trattenne, poi scivolò. — Prendiamolo tutte e due, — propose la donna. — Così sappiamo che qualcuna lo beve anche a casa sua. — Diamoci. La conversazione durò solo un minuto. Nessun nome, numero, promessa. Ma tornando in strada, l’aria sembrava meno acida. Nadia pensò non a quando sarebbe tornata a sdraiarsi sul divano, ma a comprare il pane, un po’ di prezzemolo per la zuppa. A casa, posò le borse sul tavolo, guardò la sedia alla finestra. Sopra, la sua sciarpa di lana, sul davanzale il giornale fresco. Si sedette, sistemò le borse. I mandarini li buttò, i nuovi in una ciotola. Il telefono suonò piano in soggiorno. Messaggio di Sveva: «Allora tutto ok? La prossima settimana passo da te». Nadia sorrise e scrisse: «Sono a casa. Vieni, facciamo la torta di mele». Poi aprì l’agenda. Nella pagina di gennaio, segnò la data della visita dalla dottoressa. Sotto, aggiunse: «Tè da Rita». Rita l’aveva invitata in ascensore, aveva detto che aveva qualche tortina in più e che davano un film di guerra in TV. Nadia, quella volta, accettò. In casa restava silenzio. Ma ora non faceva più paura come in aprile, la prima sveglia senza il russare di Vittorio accanto. In questo silenzio c’era posto per le pagine sfogliate, il rumore del coltello, la TV soffusa dalla casa di fronte. Si alzò, prese il giornale dal davanzale e lo mise sulla sedia alla finestra. Preparò il tè nuovo, alla camomilla, e lo portò lì. Sedette, con le pantofole ai piedi e guardò fuori. Il cortile era grigio, la neve bassa e uniforme. Due ragazzini in cappello colorato facevano un pupazzo storto. Uno cercava di attaccare una carota, rideva quando cadeva. Dall’altra parte, una donna lenta con il cane. Nelle finestre di fronte qualcuno scuoteva uno zerbino. Nadia sorseggiò il tè. Era amaro e semplice. Sentiva la stanchezza, ma una stanchezza che si poteva sostenere: svegliarsi, andare in farmacia, ricevere ospiti, rispondere ai messaggi. Il ricordo di Vittorio non se ne andava. Il posto vuoto restava. Ma accanto c’era la sedia alla finestra, su cui ora sedeva lei. Sfiorò la pagina del giornale, si fermò sul palinsesto TV. La sera davano un vecchio film che avevano guardato insieme. Pensò che avrebbe potuto invitar Rita, se era libera. E se non veniva, lo avrebbe visto da sola, avvolta nella sciarpa. Davanti c’era tutto un nuovo anno. Nessuna garanzia, nessuna felicità come scrivono i biglietti. Solo tanti giorni da riempire di visite mediche, commissioni, chiacchiere, ospiti. E, qualche volta, rientrare a casa senza paura di accendere la luce. Appoggiò la tazza sul davanzale e avvicinò la sedia al termosifone. Dal calore, le gambe si scaldavano. Nadia sentì sciogliersi dentro quel nodo stretto che l’aveva accompagnata per mesi. Non spariva, si ammorbidiva soltanto. Fuori, una palla di neve colpì il vetro dell’ingresso e rotolò via. In soggiorno l’orologio ticchettava piano. Nadia passò la mano sulla schiena liscia della sedia e pensò che domani sarebbe scesa nel cortile, avrebbe passeggiato tra la neve e sarebbe andata in farmacia a comprare un’altra confezione di tè alla camomilla. Così, senza restare senza far nulla. Poi sarebbe tornata lì, sulla sedia alla finestra, e avrebbe continuato a vivere—così, come sapeva ora.