Una gatta scheletrica è rimasta per un giorno intero davanti a un negozio chiuso. Quando hanno aperto la porta – è venuto i brividi.

Ricordo ancora quei giorni, anche se è passato tanto tempo. Ogni dettaglio mi è rimasto impresso, come lavato dalla pioggia. Ludovica chiuse a chiave la porta del negozio e sospirò di sollievo. Finalmente. Due giorni di riposo davanti a sé, niente code, niente pesi da controllare, nessun viavai di merce.

«Ludovica, domani lavorate?» – una voce familiare la raggiunse da dietro.

Non fece in tempo a voltarsi: sapeva già chi era. Il signor Giovanni Rossi. Sempre fuori tempo.

«Domani è domenica» – rispose secca, senza girarsi. «Giorno di chiusura.»

«Ah. Capisco. Niente, allora vengo lunedì.»

Ludovica alla fine si voltò. Il vecchio stava lì con la sua borsa di rete logora, una giacca sbiadita, e la guardava con un’aria smarrita. Come se sperasse in qualcosa.

«Ecco, di nuovo a contare gli spiccioli per mezz’ora» – pensò tra sé.

«Venga lunedì» – tagliò corto, e si avviò verso casa.

Eppure era sempre così: arrivava all’ora di chiusura, sceglieva due o tre cosine, poi alla cassa cominciava a frugare nel portafogli, a contare le monetine. La fila si allungava, la gente sospirava, e lui sembrava non accorgersene. Lento. Irritante.

La domenica mattina, passando davanti al negozio, Ludovica si fermò di colpo.

Sull’uscio c’era una gatta. Una comune randagia, grigia, spelacchiata, magrissima. Ma la cosa strana era che non se ne stava ferma: correva dalla porta alla finestra, graffiava la soglia, guardava nelle fessure, miagolava. Un lamento disperato.

«Via!» – fece Ludovica con un gesto.

La gatta non si mosse. Fissava la porta.

«Randagia» – pensò Ludovica, e proseguì.

Lunedì, Ludovica si avvicinò al negozio con il cuore pesante. La gatta era ancora lì. Acciambellata sulla soglia, stremata.

La chiave girò nella serratura. La porta si spalancò.

E allora Ludovica sentì. Un pigolio sottile, appena percettibile. Da qualche parte, dietro gli scaffali.

Fece un passo dentro, guardò meglio – e il cuore le sprofondò.

Un gattino. Minuscolo, cieco, indifeso. Disteso tra scatole di cartone, piagnucolava, muoveva le zampine.

La gatta si infilò dentro come un fulmine, saltò accanto al cucciolo, cominciò a leccarlo, a fare le fusa.

«Signore» – mormorò Ludovica. «Allora cercavi di tornare da lui.»

Rimase lì, sopra la scatola di cartone, senza sapere cosa fare. La gatta si era sistemata accanto al gattino, lo leccava, faceva le fusa – per la prima volta in ventiquattr’ore era tranquilla.

Ma nella testa di Ludovica un solo pensiero: «In negozio non si possono tenere animali. Dove li metto?»

«Senti, ma che combini» – borbottò a voce alta. «Come hai fatto a entrare? Quando?»

La gatta si strinse ancora di più al piccolo.

Ludovica ricordò: venerdì sera, mentre chiudeva, c’era ressa all’ingresso. Fretta, confusione. Sarà entrata allora. Inosservata. E aveva partorito di notte, a negozio vuoto.

E per tutta la domenica era rimasta fuori, a tentare di rientrare.

«Va bene» – sospirò Ludovica. «Ora troviamo una soluzione.»

Versò dell’acqua in un bicchiere di plastica, spezzò un pezzo di salame dal suo panino. La gatta bevve avidamente, in fretta, come se temesse che glielo togliessero.

Poi Ludovica aprì il negozio ai clienti.

La prima a entrare fu la vicina, la signora Valeria. Vide la gatta col gattino e batté le mani:

«Oh, Ludovica! Da dove vengono?»

«Ecco…» – fece un cenno vago. «È entrata chissà come. Senti, Valeria, li prendi tu? I tuoi nipoti adorano gli animali.»

La signora Valeria storcò il naso:

«Abbiamo già un gatto. Vecchio, cattivo. Li ammazza tutti. No no, scusa.»

Poi arrivò lo zio Michele, l’idraulico. Rifiutò anche lui:

«Mia moglie non vuole. Starnutisce col pelo.»

Poi una giovane mamma con un bambino. Il piccolo allungò le mani verso il gattino, ma la madre lo tirò indietro:

«Non toccare! È sporco! Porta malattie. Andiamo via.»

Ludovica stava dietro il banco e sentiva qualcosa stringersi dentro. Ogni rifiuto le batteva nel petto come un colpo sordo.

«Nessuno lo prenderà?»

A mezzogiorno era già disperata.

Verso le tre del pomeriggio la porta si aprì ed entrò il signor Giovanni.

Come al solito – lento, cauto. La borsa di rete in mano. Salutò a voce bassa, annuì.

Ludovica non fece in tempo a rispondere: lui si fermò all’ingresso, si accovacciò accanto alla scatola.

«Oh» – disse piano. «E questi chi sono?»

La gatta alzò la testa, lo guardò diffidente.

Il signor Giovanni allungò una mano con cautela, le accarezzò la testa. Lei socchiuse gli occhi, cominciò a fare le fusa.

«Signora Ludovica» – si voltò verso di lei. «Che ne sarà di loro?»

Ludovica sospirò:

«Non lo so, signor Giovanni. Qui non posso tenerli. E nessuno vuole portarseli a casa.»

«Capisco.»

Restò un attimo in silenzio, poi accarezzò di nuovo la gatta. Il gattino pigolò debolmente, si mosse.

«Posso» – cominciò il signor Giovanni, esitando. «Posso prenderli io?»

Ludovica rimase di sasso. Guardava il vecchio e non credeva alle orecchie.

«Lei?» – ripeté. «Davvero?»

«Beh, sì.» – Sorrise timido. «Da solo, tanto mi annoio. Qui avrò compagnia. Non so bene come curarli, ma imparerò. Cercherò su internet.»

Ludovica sentì un nodo alla gola. Quel vecchio lento, che tante volte aveva sbrigato, spintonato, contro cui si era infastidita.

Lui era stato l’unico a non voltarsi dall’altra parte.

«Signor Giovanni» – mormorò. «Grazie. Davvero. Grazie.»

Lui agitò le mani:

«Ma si figuri. Mi fa piacere. A casa è vuoto. Mia moglie è morta tre anni fa. Figli non ne ho. Vengo qui ogni giorno per scambiare due parole con qualcuno.»

Ludovica si vergognò. Così tanto che avrebbe voluto sprofondare.

Si era sempre arrabbiata perché lui era lento. Perché faceva aspettare la fila.

E lui era solo.

Il signor Giovanni prese con cura la scatola con la gatta e il gattino. La teneva dal fondo per non farla traballare. La gatta lo guardò diffidente, ma non oppose resistenza. Come se avesse capito: quell’uomo non le farà male.

«Solo che non so come portarli a casa» – disse pensieroso. «La scatola è grande, scomoda. Loro si muovono.»

«Aspetti» – Ludovica corse in magazzino e tornò con un cartone più piccolo e robusto. «Ecco, questo è meglio. Ha anche le maniglie.»

Lei stessa trasferì la gatta col gattino, sistemò un panno morbido sul fondo. Le mani tremavano. Non sapeva se per l’emozione o per la vergogna che la rodeva.

«Signora Ludovica, mi dica un po’» – il signor Giovanni sorrise incerto. «Cosa devo comprare per loro? Del cibo, suppongo? Una ciotola?»

Ludovica vide all’improvviso: il vecchio era smarrito. Si era preso una responsabilità, ma non sapeva come andare avanti. Eppure l’aveva fatto. Perché non era passato oltre.

«Aspetti» – disse decisa.

Percorse gli scaffali, raccogliendo tutto il necessario: una lattina di carne per gatti, un sacchetto di crocchette, due ciotole di plastica, una confezione di sabbietta.

«Questo è per lei» – porse il sacchetto al signor Giovanni.

«Ma no, pago.»

«Non serve» – tagliò corto Ludovica. «Un regalo da parte mia. E basta.»

Lui voleva protestare, ma lei lo guardò così severamente che annuì:

«Grazie. Tante grazie.»

Il signor Giovanni raccolse la scatola e il sacchetto, si diresse verso l’uscita. Sulla soglia si voltò:

«Signora Ludovica, secondo me, devo portarli dal veterinario?»

«Sì» – annuì lei. «Vada domani. Si faccia controllare che tutto sia a posto.»

«Bene. Ci andrò.»

Uscì. La porta si chiuse con un leggero tintinnio.

Ludovica restò sola.

Nel negozio silenzio. Vuoto. Solo per terra, in un angolo, la vecchia scatola di cartone – quella dove era stato il gattino.

Si avvicinò, la raccolse per buttarla. E all’improvviso non ci riuscì. Si sedette sul pavimento, strinse la scatola al petto e scoppiò a piangere.

Le lacrime le scivolavano sulle guance, cadevano sul cartone.

Ricordò quanto si era infastidita con il signor Giovanni. Come lo aveva sbrigato. Come sospirava quando lui entrava. Come pensava: «Ecco quel vecchio. Di nuovo a contare i centesimi.»

E invece lui era così.

Senza pensarci, aveva preso la gatta e il gattino. Anche se a stento tirava avanti – si vedeva dai vestiti, da come contava gli spiccioli.

Ma non era passato oltre.

«Signore» – pensò Ludovica. «Che stupida sono stata. Che cuore duro.»

Si asciugò le lacrime con il palmo della mano, si alzò. Gettò la scatola nel cestino. Tornò dietro il banco.

I clienti cominciarono ad arrivare.

Una normale giornata di lavoro.

Ma qualcosa dentro Ludovica era cambiato. Guardava i clienti con occhi diversi. Non più come una fila da sbrigare in fretta. Ma come persone, ognuna con la propria storia. E non si sa mai cosa portano nel cuore.

Domani avrebbe chiesto al signor Giovanni come stavano la gatta e il gattino. Come si erano sistemati. Se aveva bisogno di aiuto.

E non l’avrebbe più sbrigato.

Passarono due giorni.

Ludovica aspettava il signor Giovanni. Guardava la porta, tendeva l’orecchio ai passi nel corridoio. Ma lui non veniva.

E l’ansia cresceva. «Che gli sia successo qualcosa? Che si sia ammalato? O che la gatta non stia bene?»

Il terzo giorno non resistette.

Chiese ai vicini l’indirizzo. Scoprì che il signor Giovanni viveva nella casa accanto, al terzo piano.

Ludovica comprò un sacchetto di mele, un pacchetto di biscotti – per non arrivare a mani vuote – e dopo il lavoro andò da lui.

La porta si aprì dopo un po’. Poi si sentirono passi strascicati, e sulla soglia apparve il signor Giovanni. Sorpreso, confuso.

«Signora Ludovica? Lei… da me?»

«Sì» – tese il sacchetto. «Volevo farle visita. Come sta? Come stanno la gatta e il gattino?»

Il volto del vecchio si illuminò di un sorriso. Così caldo, sincero, che a Ludovica si alleggerì il cuore.

«Entri, entri!» – si scostò. «Stanno benissimo!»

L’appartamento era piccolo, modesto. Mobili vecchi, un tappeto consumato. Ma pulito, accogliente.

Sul davanzale, su una coperta piegata, dormiva la gatta. Accanto a lei si agitava il gattino – già più forte, più morbido.

«Eccoli» – disse il signor Giovanni con orgoglio. «La gatta l’ho chiamata Mimì. E il gattino Teo. Perché è così tranquillo.»

Ludovica si avvicinò, accarezzò Mimì. Lei aprì un occhio, fece le fusa e si riaddormentò.

«Che belli» – mormorò Ludovica.

«Eh sì.» – Il signor Giovanni sorrideva a tutta bocca. «Li ho portati dal veterinario. Tutto a posto. »

Parlava, parlava – di come Mimì la prima notte si era nascosta sotto il divano, trascinando lì il gattino, di come poi si era abituata, di come adesso lo aspettava sulla porta quando tornava.

Prima di andarsene, Ludovica si fermò sulla soglia:

«Signor Giovanni, venga al negozio. L’aspetto.»

Lui annuì:

«Verrò.»

E aggiunse a bassa voce:

«Grazie, signora Ludovica. Per tutto.»

«Grazie a lei» – rispose lei. «Lei è una persona vera.»

Il giorno dopo il signor Giovanni tornò al negozio. Come al solito – lento, con la borsa di rete.

Ma questa volta Ludovica lo accolse con un sorriso. Prese uno sgabello dal retro, lo sistemò accanto al banco:

«Si sieda, signor Giovanni. Non abbia fretta. Io non ho nessuna fretta.»

Lui annuì grato. Si sedette. Cominciò a scegliere la spesa con calma.

E Ludovica, per la prima volta, non lo sbrigò.

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Una gatta scheletrica è rimasta per un giorno intero davanti a un negozio chiuso. Quando hanno aperto la porta – è venuto i brividi.
Non la solita Giulia