Ginevra è in fila da quaranta minuti. Davanti a lei ci sono quattro persone, dietro altre sei. I documenti per la richiesta del sussidio sono pronti, piegati con cura in una busta trasparente.
Scorre il telefono quando sente una voce.
— Ginevra? Ginevra, sei tu?
Alza gli occhi. Lorenzo è allo sportello accanto, un po’ di lato, come se si fosse girato per caso. Ha una giacca stropicciata, chiusa male. Sotto l’occhio sinistro c’è un livido giallastro, che sta scomparendo ma si nota ancora.
— Ciao, — dice Ginevra, con voce piatta.
— Che incontro! — Lorenzo sorride largo, da attore. — Due anni, eh? Il tempo vola.
Si avvicina, le si mette accanto come se si fossero messi d’accordo. Ginevra non arretra, ma non si sposta nemmeno verso di lui. Lo guarda calma, senza espressione.
— Stai bene, — dice lui. — Davvero. Qualcosa è cambiato. Hai cambiato pettinatura?
— La stessa, — risponde Ginevra.
— No, qualcosa è diverso. Sei dimagrita? O abbronzata? — Strizza gli occhi per osservarla, e Ginevra nota un tremito all’angolo della bocca.
Sotto la finta allegria c’è qualcos’altro. Sconcerto. O l’abitudine a nascondere l’imbarazzo con le parole.
— Ricordi quando siamo andati a Perugia? — dice Lorenzo. — Michele fece cadere il gelato sulla scarpa, e Damiana lo consolava. Era buffa. Aveva tre anni, vero?
— Quattro, — corregge Ginevra.
— Quattro, giusto. Bei tempi.
Ginevra tace. La fila avanza di una persona. Lei fa un passo avanti.
— Come stai? — chiede Lorenzo, chinandosi un po’. — Ce la fai?
— Ce la faccio.
— I bambini?
— Crescono.
— Michele va a scuola?
— Sì.
Lorenzo tace. Poi si sposta da un piede all’altro.
— Va bene. Sono contento di averti vista. Se mai…
— Devo andare, — dice Ginevra. — Si è liberato lo sportello.
Si gira e si avvicina al banco. Tira fuori i documenti, li mette davanti all’impiegata. Le sue mani si muovono precise, abituali.
Quando si volta dieci minuti dopo, Lorenzo non c’è più.
— Ciao, — dice Ginevra, togliendosi le scarpe.
— Ciao! — Damiana alza la testa. — Hai comprato la glassa?
— Sì. Due barattoli. Turchese e terracotta.
— Posso provare?
— Domani. Oggi deve riposare.
Michele non alza la testa. Ginevra si avvicina, gli posa una mano sulla testa. Lui si appoggia all’indietro, con un gesto abituale.
— Hai fame? — chiede lei.
— Un po’.
— Riscaldò lo stufato. Quindici minuti.
La sera passa tranquilla. I bambini cenano, Damiana si addormenta presto, Michele va in camera sua. Ginevra si siede al tavolo da lavoro, dove ci sono quattro tazze incomplete – un ordine di un bar in Via del Corso. L’argilla è umida, docile. Prende l’ansa, comincia a togliere il superfluo.
Ma le dita si muovono distratte.
Lascia lo strumento. Chiude gli occhi. Lorenzo è lì davanti a lei – stropicciato, con il livido, con quel sorriso assurdo. Due anni fa ha messo le cose in una borsa sportiva, ha detto “ho bisogno di stare solo” e ha chiuso la porta alle spalle.
Ginevra allora non ha pianto. Ha lavato i piatti, ha messo a letto i bambini ed è rimasta seduta fino alle quattro del mattino al tornio. La mattina ha portato Michele a scuola e si è iscritta a un corso di cottura.
Adesso non riesce di nuovo a dormire. Ma il motivo è diverso. Non dolore. Non nostalgia. Qualcosa come una vigilanza. L’istinto che le dice: lui tornerà.
La mattina dopo suona il campanello. Orsola è sulla porta con un sacchetto da cui spunta un foglio di alluminio e una scatola di argilla bianca.
— Ho portato una crostata e due chili di pasta faentina, — dice invece di salutare.
— Entra, — Ginevra si scosta.
Orsola va in cucina, posa il sacchetto sul tavolo, si siede sullo sgabello. Si siede sempre così – subito, senza cerimonie.
— Allora, racconta, — dice Orsola. — Avevi una voce strana al telefono.
— Ho visto Lorenzo. Ieri. Allo sportello per i sussidi.
Orsola rimane ferma con il coltello in mano.
— E?
— Era in fila. Un livido sotto l’occhio. Giacca stropicciata. Sorrideva come se tutto fosse perfetto.
— Classico, — Orsola taglia un pezzo di crostata. — E cosa diceva?
— Ricordava Perugia. Diceva che sto bene. Chiedeva dei bambini.
— E tu?
— Ho risposto poco. Me ne sono andata quando è arrivato il mio turno.
Orsola tace. Poi posa il coltello.
— Ginevra, te lo dico chiaro. Sai che parlo sempre chiaro.
— Lo so.
— Due anni fa quest’uomo si è alzato ed è andato via. Non perché avete litigato. Non perché è successo qualcosa di terribile. È andato via perché si è annoiato. O si è sentito stretto. O ha deciso che meritava di più.
— Orsola…
— Aspetta. In questi due anni hai costruito gli ordini da zero. Ti sei fatta un nome. Tre bar prendono la tua ceramica. I tuoi bambini sono sazi, vestiti, vanno a una buona scuola. Hai fatto tutto da sola. E adesso lui sta in fila con un livido e racconta del gelato a Perugia.
Ginevra tace.
— Cercherà di tornare, — dice Orsola. — È questione di giorni. Il livido, i vestiti stropicciati, l’aria misera: tutto preparazione. Prima la pietà, poi “sono cambiato”, poi “riproviamo”.
— Forse mi sbaglio, — dice Ginevra a bassa voce. — Forse è davvero…
— No, — Orsola scuote la testa. — Ginevra, non ti sbagli. Sei solo buona. E sono due cose diverse.
Il messaggio arriva due giorni dopo. Breve, educato: “Ginevra, possiamo vederci? Parlare. Niente di grave, solo parlare.”
Ginevra lo legge seduta al tornio. L’argilla gira sotto le dita, morbida, docile. Spegne il tornio. Si asciuga le mani con un panno. Scrive: “Parco vicino alla scuola. Domani alle dodici”.
Lui arriva senza livido. Rasato, con una camicia pulita. Si siede sulla panchina accanto, lasciando mezzo metro tra loro.
— Grazie per aver accettato, — dice.
— Ti ascolto.
— Quando me ne sono andato… — Tace, cercando le parole. — I primi mesi mi sentivo libero. Sai, quella libertà – fare quello che vuoi, quando vuoi. Nessun obbligo.
— Poi la libertà è finita. È rimasto il vuoto.
Ginevra guarda dritto davanti a sé.
— Mi manca Michele, — continua Lorenzo. — Mi manca Damiana. Tu. La casa. Le sere in cui modellavi e io leggevo ai bambini. L’odore dell’argilla in cucina.
— Lorenzo, a cosa vuoi arrivare?
— Posso venire? Solo a cena con i bambini. Una volta. Non chiedo niente. Solo vederli.
Ginevra tace a lungo. Un minuto, forse due.
— Va bene, — dice alla fine. — Una cena. Tu sei ospite. Niente di più.
— Certo.
— Significa: arrivi, mangi, parli con i bambini e te ne vai. Niente discorsi sul passato. Niente promesse. Niente.
— Ho capito.
— Sabato. Alle sei.
Si alza e se ne va senza voltarsi.
A casa racconta ai bambini.
— Michele, Damiana. Vostro padre verrà sabato a cena.
Damiana alza la testa:
— Papà?
— Sì.
— Per quanto?
— Per cena. Mangia con noi e se ne va.
Michele tace. Poi chiede:
— Perché?
Ginevra si siede accanto a lui.
— L’ha chiesto lui. Vuole vedervi.
— Ho accettato. Una volta.
Michele annuisce. Il suo viso è serio, adulto oltre la sua età.
Sabato arriva veloce. Ginevra prepara pollo con patate – semplice, senza pretese. Apparecchia per quattro. Tira fuori i piatti – i suoi, modellati a mano, con bordi irregolari e glassa turchese.
Lorenzo arriva in punto alle sei. Con un sacchetto – succo di frutta, caramelle, un album da colorare per Damiana.
— Ciao, — dice dalla porta.
— Entra. Togliti le scarpe.
Damiana esce di corsa per prima. Si ferma a un passo, guardandolo.
— Ciao, Damianina, — Lorenzo si accovaccia.
— Hai la barba, — dice lei.
— Sì. L’ho un po’ fatta crescere.
— Punge?
— Un po’, — sorride.
Michele esce dalla stanza. Fa un cenno con la testa. Si siede a tavola.
La cena passa tranquilla. Lorenzo chiede della scuola, del disegno, degli animali di plastilina. Damiana racconta dell’amica Serafina e di come hanno costruito una capanna con le coperte. Michele risponde breve, ma senza ostilità.
Ginevra parla quasi niente. Serve il cibo, sparecchia, versa il tè.
Quando i bambini vanno in camera, Lorenzo resta a tavola.
— Bei piatti, — dice, passando un dito sul bordo. — Li hai fatti tu?
— Li ho fatti io.
— Sei brava.
— Grazie.
Tace. Poi dice:
— Ginevra, io ti amo ancora.
Ginevra posa la tazza sul tavolo. Lentamente, con cura.
— Lorenzo.
— Aspetta, lasciami dire. So che me ne sono andato. So che è stato vile. Ma sono cambiato. Davvero cambiato. Ho pensato a te ogni giorno.
— Ogni giorno per due anni sono settecentotrenta giorni, — dice Ginevra. — E non una telefonata.
— Mi vergognavo.
— La vergogna non è una scusa. È una giustificazione.
Lui allunga una mano, cerca di toccarle il palmo. Ginevra ritira la mano – dolcemente, ma decisa.
— No, — dice.
— Ginevra…
— Sei stato ospite. Le condizioni erano chiare. La cena è finita.
Lorenzo la guarda. Nei suoi occhi passa qualcosa – offesa, sorpresa, forse rabbia.
— Va bene, — dice. — Ho capito.
Si alza, indossa la giacca, si allaccia. Si volta sulla porta.
— Posso venire ancora?
— Ci penserò.
La porta si chiude. Ginevra raccoglie i piatti dal tavolo, li lava, li sistema. Poi si siede al tornio e lavora fino a mezzanotte.
Quattro giorni dopo Lorenzo arriva di nuovo. Senza preavviso. Con un mazzo di crisantemi bianchi, avvolti in carta kraft.
Ginevra apre la porta e vede i fiori prima del viso.
— Non ti ho invitato, — dice.
— Lo so. Ma dovevo venire. Ginevra, voglio tornare.
Lei resta sulla soglia, senza farlo entrare.
— Tornare dove?
— A casa. Da voi. Da te, dai bambini.
— Non è più casa tua, Lorenzo. Sono due anni.
— Ma sono i miei figli.
— I figli sì. La casa no.
Lui si sposta da un piede all’altro. I fiori oscillano nella sua mano.
— Ginevra, dammi una possibilità. Una vera possibilità. Mi sistemo, ti aiuto. Starò vicino. Sarà come prima.
— Non voglio “come prima”, — dice Ginevra. — “Prima” ero io sola con due bambini e un marito che guardava il soffitto e sognava la libertà. “Prima” ero io che aspettavo. Non aspetto più.
— Sei arrabbiata.
— No. Dico le cose come stanno. C’è una grossa differenza.
— Non mi fai nemmeno entrare in casa.
— Perché sei venuto senza invito. Con i fiori. Con un piano già pronto. Non hai nemmeno chiesto se lo voglio.
— E tu non lo vuoi?
— No, — dice Ginevra. — Non lo voglio.
Lorenzo abbassa i fiori.
— Non ci credo, — dice. — Non ci credo che in due anni sia passato tutto. Non si può.
— Succede. Quando uno se ne va in silenzio, e tu resti con due bambini, il frigo vuoto e tremila euro sul conto – succede. Quando impari a modellare la ceramica di notte perché di giorno non hai tempo – succede. Quando Damiana chiede “dov’è papà?” e tu non sai cosa rispondere – succede. Tutto passa, Lorenzo.
— Ho sbagliato.
— Sì. Hai sbagliato.
— E tu non mi perdoni?
Ginevra lo guarda dritto, senza rabbia, senza pietà.
— Ti ho perdonato molto tempo fa. Perdonare e tornare sono due cose diverse. Ti ho perdonato per andare avanti. Ma non c’è un posto dove tornare. Quella casa da cui sei andato via non esiste più. C’è un’altra. La mia.
Lorenzo resta in silenzio. Il mazzo pende lungo il corpo.
— Puoi vedere i bambini, — dice Ginevra. — D’accordo. Nei fine settimana. Se loro vogliono. Ma non qui. E non così.
— Come – non così?
— Non con i fiori e le promesse. Non con il tentativo di riprendere quello che hai distrutto. Onestamente. Semplicemente. Come un padre che viene dai figli – e se ne va.
— È crudele, — dice lui a voce bassa.
— No, Lorenzo. Crudele è andarsene senza spiegazioni. Crudele sono due anni di silenzio. Crudele è arrivare con un livido e raccontare di Perugia quando tua figlia ha dimenticato la tua voce. Quello è crudele. Quello che faccio io è ordine.
Lui resta fermo ancora mezzo minuto. Poi le porge i fiori.
— Almeno prendili. Buttali via se vuoi.
Ginevra non li prende.
— Vattene, — dice. — Tranquillo, senza scenate. Quando sarai pronto a parlare dei bambini, scrivimi. Ti risponderò.
Lorenzo annuisce. Si gira. Scende le scale, tenendo il mazzo con la mano abbassata.
Ginevra chiude la porta. Gira la serratura. Resta un secondo con la schiena contro la porta.
Poi si raddrizza, torna in cucina e accende il bollitore.
Il telefono squilla dopo un’ora. Orsola.
— Allora?
— È venuto. Con i fiori. Voleva tornare.
— E tu?
— L’ho rifiutato.
— Come sta?
— Spiazzato. Offeso. Ma se n’è andato in silenzio.
— Sei stata brava, — dice Orsola. — Sul serio.
— Non sono brava. So solo cosa non voglio.
— È proprio questo, essere brava. La maggior parte delle persone non lo sa. O lo sa – ma ha paura di dirlo.
— Non avevo paura, — dice Ginevra. — Avevo le idee chiare. Per la prima volta in tutto questo tempo – assolutamente chiare.
— Bevi un tè. Vai a letto presto. Domani sarà una giornata normale.
— Sì. Normale. Ed è bello così.
Il mattino arriva senza ansia. La luce cade sul pavimento a strisce oblique. Ginevra si alza alle sette, come sempre, e va in cucina.
Prende farina, uova, ricotta. Impasta per le frittelle di ricotta – con movimenti precisi, abituali. La padella si scalda, l’olio sfrigola.
Damiana arriva per prima – scalza, con un orsetto di peluche.
— Frittelle? — chiede.
— Frittelle.
— Con la marmellata?
— Con la marmellata.
Michele esce dopo cinque minuti. Si siede a tavola, si avvicina il piatto. Il piatto è di un caldo colore sabbia – Ginevra l’ha fatto il mese scorso, apposta per le colazioni.
Mangiano in silenzio. Poi Michele appoggia la forchetta.
— Lui tornerà? — chiede.
Ginevra guarda suo figlio. Ha dieci anni, ma a volte sembra che ne abbia venti.
— Non lo so, — dice. — Forse vi vedrà nei fine settimana. Se vorrete.
— Io no. Non ho niente da dirgli.
— Perché?
— Perché voleva riprendere quello che c’era prima. E quello che c’era prima non c’è più. C’è quello che c’è adesso. E adesso è meglio.
Michele annuisce. Tace.
— I tuoi piatti sono belli, — dice.
Ginevra sorride.
— Grazie, Michele.
— Davvero. A scuola ne ho parlato. I ragazzi hanno chiesto di vederli.
— Glieli farai vedere. Te ne darò uno da portare – quello con il disegno della betulla.
— Posso prendere quello blu? Con la crepa sul bordo?
— Puoi. Solo con attenzione.
Damiana alza la testa dal piatto.
— E a me me ne dai uno?
— A te ne farò uno apposta. Come lo vuoi?
— Con un gatto.
— D’accordo.
Dopo colazione Ginevra controlla la posta. Due nuovi ordini – un set di ciotole per una tea room e una serie di piatti decorativi per un ristorante in Via Nazionale. Segna le dimensioni, conta la glassa, abbozza schizzi a matita sul bloc-notes.
Il telefono è lì accanto. Nessun messaggio da Lorenzo. E Ginevra lo sa – non arriverà. Non oggi. Forse domani. Forse tra una settimana. Ma qualunque cosa scriva – la risposta esiste già. Chiara, definitiva, detta ad alta voce.
Accende il tornio. Mette una palla d’argilla al centro. Si bagna le mani.
L’argilla cede, come sempre. Morbida, docile. Le pareti della ciotola crescono sotto le dita – diritte, sottili, vive.
Damiana si affaccia alla stanza.
— Bello, — dice.
— Sarà una ciotola. Per il tè.
— Io posso provare?
— Siediti qui. Tieni un pezzetto.
Damiana si siede su uno sgabello basso, prende un pezzo d’argilla e comincia a impastarlo con le dita. Concentrata, con il labbro morso.
Ginevra lavora. La luce cade sul tavolo, sulle sue mani, sull’argilla umida. Tutto è al suo posto. I piatti sono nello scolatoio – quelli da cui hanno appena mangiato. Gli schizzi sono nel bloc-notes. Gli ordini aspettano.
Non deve dimostrare niente. Né a lui, né a se stessa. La vita che ha costruito in questi due anni parla da sola – piano, sicura, senza troppe parole.
Non aspetta più nessuno. E non è solitudine. È una consapevolezza calma e piana: tutto ciò che serve è già qui.
L’argilla gira. La ciotola prende forma.
Ginevra lavora.







