Lascia andare, lascia fluire

Lascia andare, lascia andare

Dai, fammi giocare! Dai! gridava forte, sbattendo i piedi, Agata, cercando di strappare la bambola dalle mani di Bianca. La bambola di plastica, con riccioli biondi e un vestitino giallo, dondolava qua e là tra le due bambine, rischiando di perdere la testa. Dai, non vorrai mica tenerla tutta per te?! E dai! Agata tirò più forte, strappando un nastro dal vestito della bambola. Bianca scoppiò a piangere, come un orsetto a cui avevano tolto tutta la marmellata.

Bianca era venuta da Agata nella casa di campagna, perché oggi era il compleanno della mamma di Agata, Eugenia. Eugenia aveva invitato anche la mamma di Bianca, Silvana.

Eugenia e Silvana avevano studiato insieme al liceo, nella stessa classe. Era passato tanto tempo da allora, poi le strade si erano divise: Silvana si era trasferita a Firenze per luniversità, Eugenia era rimasta a Ferrara, aveva studiato per corrispondenza e lavorava come commessa. Ma non in un negozio qualunque, in una enoteca. Lì il guadagno era buono, e il proprietario, Cesare, uomo robusto e sempre mal rasato, ogni tanto regalava a Eugenia qualche bottiglia di Grappa, una volta Rum, a volte vino locale. Lei ringraziava sempre, ma poi spesso rivendeva le bottiglie agli amici. A Cesare raccontava che era tutto strepitoso, e lui, felice, continuava a regalare. Come scherzava con le amiche, tra loro cera un amore platonico. Poi Cesare era morto, e il suo negozio era stato venduto. Ma fu tutto il contrario: prima la licenza era stata revocata, poi lui era morto, dicono di cuore

Eppure era solo, terribilmente solo sussurrava spesso Eugenia in cucina con un bicchiere in mano. Aveva i soldi, aveva unattività, ma niente famiglia, niente figli. Al funerale ceravamo solo io e due facchini. Capisci, mamma, aveva tanti soldi ma nessuno che piangesse per lui. Che peccato! Eugenia scoppiava a piangere, già ubriaca, stanca, infreddolita dopo il cimitero fangoso di novembre. Le tremavano ancora le mani, forse per la paura, forse per il freddo. Aveva sempre avuto paura della morte, dei morti, di come sarebbe stato per lei Dopo anni, crescendo, avrebbe curato i genitori, assistendoli in ospedale, portando cibo caldo, convincendoli a mangiare, e poi avrebbe salutato per sempre anche Giovanni e Maria Grazia. Solo allora la morte cessò di spaventarla, come se lavesse fissata negli occhi, e quella, stanca e scacciata da tutti, si fosse solo scusata. E Eugenia le avrebbe detto: Grazie!. I genitori avevano sofferto tanto, grazie di averli liberati

Ma questo è un altro momento. Ora Eugenia cammina veloce verso la scuola di danza classica, legge qualcosa sul cellulare e, alzando lo sguardo, scorge una figura davanti a sé.

Eugenia improvvisamente si rallegra e, correndo avanti, grida:

Silvana! Aspetta!

Silvana si gira, socchiude gli occhi miopi. Non riconosce Eugenia, che ora sembrava più snella, più curata, forse aveva cambiato pettinatura, o forse era solo laria di una donna sistemata.

Silvana! Che sorpresa! E chi è questa? Tua figlia? Anchio ne ho una, Agata. Ora è a danza. Eugenia allunga il piede come una ballerina, ride. La portiamo a danza. Mio marito, Sergio, non è d’accordo, dice che la stresso, ma io non mollo. Agata deve essere elegante, e poi il medico dice che ha la schiena curva, bisogna lavorare! Ma basta parlare di me! parla a raffica Eugenia. E tu? Hai la bimba, ma niente fede?

Ci siamo separati. Silvana infila la mano in tasca.

E allora?! Da vergognarsi mica! Ti paga il mantenimento? Eugenia fa locchiolino a Bianca, che si volta dallaltra parte. Se paga, va bene così! Metà mondo si separa. Certo, se eravate sposati in chiesa è peccato grosso! Oh, che peccato! fa la voce della nonna di qualche paesino dellEmilia che visitava la nipote di rado.

Non eravamo sposati in chiesa, borbotta Silvana.

Allora via, lasciamo correre. Ragazze, devo andare a prendere Agata a danza, oggi ha le audizioni, sono preoccupata: la maestra, Antonella, seleziona lei stessa le bambine. Antonella, lo sai Silvana, è una stella. Ma Eugenia si ferma pensosa, poi sorride contenta:

Venite da me a festeggiare sabato! Al casale, Silvana, ti ricordi la strada?

Non so è un po scomodo Silvana esita, pensando che regalo portare. Non si può andare a mani vuote, ma nemmeno una cosina banale, Eugenia ha sempre avuto la reputazione di famiglia con pretese

Scomodo? Ma dai, ci tenevo! Ci saranno tutti: i miei genitori, si ricordano di te! Mia mamma ha pure sentito il tuo cognome al telegiornale, qualcosa su un restauro, credeva che ti facessero vedere Non era te, unomonima! Eccomi che parlo troppo Vieni, Silvana! Anche amici, qualche coppia Ah, ho detto coppie? Non volevo metterti a disagio. Se vuoi porta qualcuno Ecco, devo scappare! Sabato, alle dieci! Ti aspetto! grida già attraversando la strada, agitando il braccio come se lanciasse un SOS. E forse era proprio così Tutti la guardano, lei non se ne cura.

Silvana si rimprovera a lungo di non aver detto un bel no, ora magari ci si aspetta la sua presenza. O forse Eugenia ha già dimenticato, impegnata comè nella sua nuova vita, con figli, richieste, una casa da condividere con la zia Eleonora, tanti problemi e zero voglia di fare festa.

Si rimprovera mentre vanno con Bianca al supermercato, mentre sono in fila alla cassa, mentre tornano verso casa.

Perché state lì impalate? Per chi ho pulito? Silvana, se non aiuti tu, almeno insegna a tua figlia a rispettare il lavoro degli altri! si lamenta zia Eleonora, in piedi sulla soglia, con le mani sui fianchi, guardando mentre Bianca e la madre si tolgono le scarpe su un tappeto grigio.

No, così non va! insiste zia Eleonora, che aveva passato lintero giorno sola, stanca della solitudine, con voglia di discutere. Su, prendete le scarpe e pulitele! Se si fa una pozzanghera, la colpa è sempre mia?

Parla con voce alta e stridula, aggiustandosi il grosso bracciale di perle rosse.

Zia, non cè nessuna pozzanghera, fuori è asciutto, risponde stanca Silvana.

Macché! Avete portato la polvere, con la mia asma! Mai più vi faccio stare qui, Silvana! A voi non importa nulla, neanche della mia salute, continua la vicina, ormai presa dalla discussione e ringalluzzita.

Va bene. Ora sistemo tutto. Ma lei vada nella sua stanza, zia Eleonora, non stia qui che prende freddo Silvana prende le scarpe e se ne va, mentre Eleonora, soddisfatta, torna nella sua stanza. Presto ci saranno notizie sul gossip di Massimo Ranieri. E a Eleonora interessa parecchio: il divo avrà storie nascoste?

Quando finisce la trasmissione e la sua curiosità non è appagata, Eleonora torna in cucina, dove Silvana scalda una cena veloce per lei e la figlia.

Zia Eleonora rimane a fissarla a braccia conserte, poi sussulta:

Così mi bruci tutte le padelle! Ma a che fuoco stai cucinando?! Usale le tue padelle, e bruciale quanto ti pare!

È la mia padella, zia Eleonora. E anche la paletta, sospira Silvana mettendo le patate e le polpette nei piatti. Bianca, prendi la tua e vieni.

La bambina prende i piatti, passa vicino alla zia, ma quella, come per caso, la urta, facendo cadere parte della cena a terra. Bianca si piega per raccogliere tutto.

Ma perché?! Lha fatto apposta, zia Eleonora! Che le abbiamo fatto? Paghiamo, viviamo come ci ha permesso, cosaltro non va?! Perché sempre questa ostilità? Perché stamattina ha buttato via il mio caffè, era nel mio caffettiera! Se qualcosa non le va, basta che lo dica! Bianca, vai in stanza, sistemo io. Non piangere, tesoro, non piangere! Ti scaldo qualcosaltro. Nella. Mia. Padella. Come. Voglio. scandisce Silvana, fissando la padrona di casa.

Lei sembra quasi contenta, sorride, si addolcisce:

Guarda che voce ferma! Finalmente! E allora, perché non hai tenuto tuo marito? Non hai cacciato la rivale? domanda furba Eleonora. Ti dico io perché. Hai paura, Silvana. Anche ora temi la mia risposta. Ed è per questo che Grifo ti ha lasciata: si stufa uno così buono! La sua nuova compagna è tuttaltra cosa

Silvana impallidisce, stringe le labbra, getta la padella nel lavandino e scappa a piangere in stanza con la figlia. Lì potrà lasciarsi andare, ma in silenzio, per non spaventare Bianca.

Silvana è sempre stata così: incapace di litigare, di imporsi, non veva voglia di conflitti. I genitori la definivano buona, accomodante, un angelo!. Anche le madri degli altri bambini la adoravano. Se le si chiedeva un giocattolo, lo cedeva, anche se le piaceva tanto; se riceveva un compito, lo svolgeva puntualmente.

Gli insegnanti apprezzavano Silvana, finché un giorno diede i soldi raccolti per i quaderni a un mendicante che le aveva chiesto aiuto per strada.

Perché Silvana?! Erano soldi degli altri, dovevi comprare quaderni! protestava la professoressa, mentre Silvana fissava il pavimento, rossa, con le lacrime agli occhi.

Mi ha chiesto aveva fame balbettava, asciugandosi il naso con la manica.

Ma abbiate pazienza con lei, professoressa! Non lha fatto apposta Dietro cera il padre, stringendo un sacchetto della spesa. Quanto era? Pago subito.

Ma non è questo il punto

Giancarlo, suggerisce lui.

Non è questione di rimborsare, Giancarlo, lei avrebbe fatto lo stesso con qualsiasi richiesta. Se qualcuna le chiede una penna nuova, come la compagna Eugenia, anche quella la cede. Ma cosa ne sarà di lei?

La prof sbatte il pugno sul tavolo, descrive il futuro di Silvana come tenebroso. Ma Giancarlo si gira, prende la figlia e esce dicendo che i quaderni li avrebbero portati il giorno dopo.

Papà, scusa si rifugia Silvana sulla sua spalla mentre aspettano il bus. Ho messo te e la mamma in imbarazzo.

Ma dai, capita. Ma non cambiare, capisci? Questo cuore buono torna sempre. Mia nonna era così, e a noi la fortuna non è mancata. Quando serviva un grande chirurgo per la sua operazione, improvvisamente è comparso proprio a Ferrara, solo per salutare il direttore. E ha operato la nonna, è andata bene. Quindi, sì, fa il bene, ma

Ma, papà?

Ma con la testa, capito?

Proprio allora arriva il bus. Sul bus, Silvana stringe la mano del padre.

Guarda! Quel mendicante a cui ho dato i soldi ieri! È ubriaco, papà Silvana indica un uomo accasciato sui sedili, che borbotta nel sonno.

Vedi, Silvana? Con la testa, ricordatelo Giancarlo le fa cenno di non guardare.

La vita insegna a Silvana a fare del bene ma con giudizio. Alluniversità la sua compagna di stanza, Rita, si trova nei guai per una storia con un professore e viene espulsa.

Come torno a casa ora? I biglietti costano come anelli doro a Natale! sussurra Rita, buttando le sue cose in valigia. Lui, il professore, pensa solo a lavarsene le mani

Non prendere il medico, Rita! Torna a casa Sei in difficoltà, prenditi cura di te. Tieni, Silvana le porge degli orecchini e dei soldi. Mangia, prenditi cura di te.

Silvana, sei matta? Come ti restituisco i soldi? Riprendili! Me la cavo, vedrai!

Me lo dicono tutti

Cosa?

Che sono matta, sorride Silvana. Ma non mi importa. Sono fatta così.

Le due ragazze restano in silenzio, poi Rita la stringe forte.

Prendo solo i soldi. Da casa te li rimando, promesso! Sei lunica a non guardarmi male

Due settimane dopo, arriva un pacco da Rita, pesante, in una cassa di legno. Silvana la trascina in stanza, dentro ci trova di tutto: barattoli di marmellata, pancetta avvolta nella carta, mele secche, miele di montagna profumato di erbe, calzini con i pettirossi, e nel guanto, nascosti, dei soldi arrotolati.

Nella lettera, Rita scrive che è arrivata a casa, sta con la nonna, la quale lha convinta a tenere il bambino, e che ora lavora.

Silvana sorride.

Da chi provengono tutte queste delizie? chiede la nuova coinquilina. Un fidanzato?

No, da unamica, risponde Silvana con una spallata.

Con gli uomini, Silvana proprio non ci sa fare; si imbarazza, si irrigidisce. Tutta la sua dolcezza svanisce, ai ragazzi non permette nemmeno di prenderle la mano.

Ma sei matta, Silvana?! dicono le amiche. Bella e gentilissima, ma perché ti chiudi così?

Ma Silvana non voleva schioccare le dita e attirare attenzioni. Non si vedeva proprio madre e moglie.

Eppure Grifo diventò suo marito. Si conobbero dal dentista. Silvana aveva paura, lui anche. Lei lo incoraggiava

Si sposarono, Silvana si trasferì, poi nacque Bianca. Da moglie e madre, Silvana cambiò. Non divenne insensibile, pensava però prima alla famiglia, poi agli altri. Però quando gli amici di Grifo venivano a trovarli, Silvana dava loro sempre qualcosa: una fetta di torta, mele, caramelle. Grifo scherzava, loro rifiutavano, ma poi prendevano. Silvana era felice di vederli contenti.

Era passato tanto tempo.

Arrivarono da Eugenia in campagna verso le undici. Eugenia, vedendo le figure sulla stradina, uscì a correre incontro. Dietro, un cagnolino, Teo, abbaiava rumorosamente.

Teo! Smettila, sono amici! Mamma, sono arrivate Silvana e Bianca! Agata, vieni, che la tua amica è qui! gridava Eugenia, ignorando gli sguardi dei vicini, mentre Sergio, il marito, sembrava già annoiato.

Silvana porge a Eugenia un mazzetto di fiori e una scatola di cioccolatini belgi.

Ma non dovevi! dice Eugenia, facendo la falsa modesta, ma prende tutto e trascina lamica in casa.

Sul portico cè Maria Grazia, la mamma di Eugenia.

Non ci vediamo da una vita! Silvana, entra, e tua figlia come si chiama? Bianca? Vieni, Bianca, stiamo facendo le torte con Agata, vieni ad aiutarci! dice Maria Grazia. Le mamme chiacchierano.

Giovanni porta fuori le sdraio.

Grazie, papà. Tutto bene? Eugenia dà un abbraccio al padre.

Lui fa spallucce e rientra.

Ma hai pianto? chiede Eugenia, sedendosi davanti allamica, scacciando una mosca e portando delle mele.

No, niente. Ho litigato con la padrona di casa… taglia corto Silvana.

Che padrona? Dove vivi con Bianca? si fa seria Eugenia.

Io? Affitto una stanza da una conosciuta, Eleonora. Lho conosciuta quando ero sposata. Conosce Grifo da bambino Silvana morde una mela, sa di poco. Tutto intorno sembra spento, come in una nebbia che toglie i colori.

Quindi vivi da una che conosce tuo marito da ragazzino? E lei? chiede Eugenia.

Cioè?

Come ti tratta? Cosa pensa del tuo divorzio? chiede Eugenia, fa cenno al marito, che si gira di scatto. Anche il mio ha fatto intendere di volermi lasciare: ho sbagliato persona, dice, vuole la donna giusta.

So cosa si prova, Silvana deglutisce. Lo lascerai andare?

Ma scherzi? Eugenia si mette comoda, gambe sulla sdraio. Finché non ci separa la morte! Voleva famiglia e figli? E allora se la tiene. Se va con unaltra, poi torna. Si trova bene con me. Con me gli conviene, Agata lo adora, i miei lo rispettano, e al lavoro può vantare la sua famiglia. Se serve, lo trattengo con le unghie. Ecco come!

Prende una zanzara dalla fronte, fa una smorfia.

Io non sono riuscita Lho lasciato andare. A che serve? Non si può trattenere chi non ama. Ho capito subito che Grifo non mi amava più. O forse non mi ha mai amata… Era tutto bello allinizio ma, con Bianca, le malattie, la casa si è stancato. Ci siamo separati tanto tempo fa. Eleonora Mi chiama debole, crede che dovevo resistere. Ma non serve che a far soffrire tutti. Restare insieme solo per abitudine, non per amore.

Eugenia alza gli occhiali da sole e guarda attenta. Sospira.

Amore Ma dove sta? È solo chimica, poi ci si abitua. Si alza di scatto, si avvicina al marito e gli dice qualcosa di secco, lui spegne il cellulare e si allontana.

Eugenia torna e si sdraia.

Ma ti ha almeno lasciato la casa? chiede. Sergio chatta di nascosto con laltra pazienza, so dove colpirlo. Adora Agata e teme che lo privi della patria potestà, ma non sa che è quasi impossibile. ride Eugenia.

La casa era di Grifo, ci ha lasciate andare, Silvana scrolla le spalle. Non hai lottato nemmeno per i diritti di tua figlia? Neanche qualche soldo, che vi comprasse almeno un appartamento esplode Eugenia.

Non voglio niente da lui. Quando finisco il restauro di quella villa, torno dai miei genitori. Voglio vedere se posso aiutare in cucina? Silvana si alza.

Salate, allora! Preferivo ordinarli già fatti, ma alla fine il cibo fatto in casa riscalda il cuore Eugenia trascina Silvana in cucina. Ho un prosecco che è la fine del mondo. Dai, brindiamo allamicizia!

Passeggiano fino al portico, Sergio, in disparte, li segue con lo sguardo, poi sputacchia e si volta.

Mamma, Agata ha strappato il vestito della mia bambola! annuncia Bianca accigliata.

Volevo solo giocare e lei non me la dava, ho tirato Mamma! piange Agata. Arriva subito Sergio, prende la figlia in braccio e si allontana, bisbigliando qualcosa.

Visto? Il miglior ancoraggio! Eugenia fa locchiolino, poi si china verso Bianca. Non ti preoccupare, aggiusto tutto. Intanto, prendi i gessetti e vai a disegnare!

Posso, mamma? chiede Bianca, guardando dal basso.

Vai.

Silvana si rabbrividisce, tutta la pelle doca.

Anche io qui mi sento sempre fredda mormora bassa Maria Grazia da dietro le spalle. Sì! Qui laria è strana. Niente famiglia, niente amore, solo malintesi e risentimento.

Mamma, esclama Eugenia.

Coshai, mamma?! Maria Grazia non si smuove. Dai, andiamo, la cucina è un casino.

Dispone taglieri, coltelli e verdure sul grande tavolo di legno.

Via, ragazze! comanda, le donne ridono. Era sempre stata così, da che Silvana la conosceva

Poi Eugenia lascia tutto, corre dal marito, gli strappa il cellulare di mano e lo lancia sui sassi. Sergio dice qualcosa e se ne va in garage.

Sempre così da due anni Due anni, Silvana Ma almeno lo lasciasse andare, così si tranquillizzerebbero entrambi sospira Maria Grazia. E tu?

Separata, risponde breve Silvana. Eugenia lo ama ancora?

Macché! Maria Grazia fa un gesto vagamente ironico. Le dispiace solo perdere il suo. È sempre stata così: degli altri non le importa, ma il suo non lo lascia a nessuno.

Non vive davvero dice Silvana piano. Due anni Non vive davvero. Noi con Grifo ci siamo separati subito, ognuno per sé, magari non felici, ma calmi.

Giusto, non vive. È agitata, magra, urla, spinge Agata a mille corsi così non sta mai con il padre. Mi dispiace per loro, ma non posso fare nulla.

Non finisce la frase, perché Eugenia torna, e fanno finta di nulla, chiacchierano del menu, dei figli. Silvana racconta dei restauri che ora la appassionano.

Mi avevano chiamata già tre volte, ma Grifo non voleva, voleva che stessi a casa. Dopo la separazione ho dovuto lavorare, ora posso dire che adoro il mio lavoro! Sorrise, perché era vero.

Quindi eri tu al telegiornale! annuisce Maria Grazia. Brava, Silvana. Ma Eugenia! In quellinsalata non va la cipolla! A cosa pensi?! urla a caso sulla figlia.

Eugenia si rabbuiò, voleva replicare, ma una macchina suona al cancello, Eugenia bacia Silvana e corre a ricevere gli ospiti

Anche Silvana esce, Eugenia la presenta orgogliosa ai suoi amici. Ma nel gruppo si sente a disagio, timida come sempre.

Allora Silvana, tolti i sandali, attraversa il prato verso le bambine. Loro hanno già fatto pace, sono sedute a costruire qualcosa su una panchina.

Silvana prende i gessetti e inizia a disegnare sul vialetto, Agata osserva severa, poi si unisce, Bianca siede sulla panchina a dondolare le gambe.

Quando le chiamano a tavola, Silvana, Bianca e Agata sono diventate amiche, ridono insieme.

La giornata passa in un lampo. Maria Grazia e Eugenia sfornano un vero banchetto, la tavola è piena di ogni bontà, gli ospiti sono tutti simpatici e alla mano, Silvana si ambienta, smette di arrossire e abbassare lo sguardo.

Sergio siede vicino alla moglie, sorride ma distratto, ride fuori tempo, poi trova una scusa e si allontana di nuovo.

La sera cè la torta, candele, brindisi, chitarra. Alcuni ospiti vanno via, altri rimangono. A Silvana e Bianca Eugenia offre la camera migliore, con vista sul fiume.

A volte qui si vedono le lucciole, sussurra ad alta voce a Bianca. E allalba arrivano le aironi. Chissà che non vi capitino!

Bianca stringe la mano della madre. Silvana annuisce: sì, le aspetteranno.

Si mettono a letto presto, Silvana pensa: non tireranno avanti fino alle tre? Ma alla mezzanotte tutto è silenzio. Silvana, Eugenia e Maria Grazia rimettono a posto, Giovanni spedisce le donne a riposare.

Che fortuna avere un papà così! Non ne fanno più di uomini come lui sospira Eugenia.

Ne fanno di tutti i tipi. Tu però smettila di sorvegliare tutto. Vivi, sennò diventi unombra! dice a bassa voce Maria Grazia.

Basta, mamma, basta! Eugenia scappa in casa. Silvana si alza.

Vado dalla bambina, non stia in pensiero, signora Maria Grazia. Oggi è una bella giornata, tutto si sistemerà, vedrà.

Maria Grazia annuisce e si asciuga una lacrima di nascosto.

Silvana si sveglia al rumore di unauto, il cancello si apre, ghiaia che si muove.

Eugenia sta sotto il portico e piange. Il cancello si richiude. Sergio si allontana, sulla strada sterrata, verso la libertà. I fari spariscono nella nebbia. La nebbia sale dal fosso come latte, avvolge gli alberi, porta lodore del fiume, del fango e dei pini.

Eugenia rabbrividisce, qualcuno le mette addosso una giacca.

Sei tu, Silvana? sussurra Eugenia. Ho mandato via Sergio

Non può dire l’ho lasciato andare, sarebbe come ammettere la sconfitta e chiedere pietà.

Buon compleanno, Eugenia! Oggi comincia una nuova vita per te, e vedrai che ti piacerà! Tutto il passato è finito, ora basta rincorrere, soffrire. Sei libera, capisci? Silvana abbraccia Eugenia forte.

E se invece non mi piace? sussurra spaventata come una bambina Eugenia.

Fidati, ti piacerà. Eugenia, dai, andiamo a fare il bagno nel fiume? fa locchiolino Silvana complice.

Ma sei matta?! Dobbiamo almeno prendere i costumi!

Sei sempre la solita! Silvana corre fuori dal cancello.

Aspetta, vengo anchio. Ma guarda te, Silvana la tranquilla! borbotta Eugenia andandole dietro.

Acque calme, cuore profondo! sorride Silvana

Le loro risate sono viste solo dalla luna sottile e dalle stelle, e da Maria Grazia che veglia il sonno delle bambine, strette in un unico letto.

Maria Grazia sorride. Sua figlia oggi è rinata. Allinizio era distrutta, ora rinasce, come Fenice dal fuoco, la sua dolce e ingenua Eugenia. Se Sergio dovrà ricominciare tutto, Eugenia invece semplicemente, finalmente va avanti. Là ci sono lucciole, lalba e acqua come latte appena munto Cè la vita, piena di eventi e gioia. Solo così può essere!

Da Eleonora, Silvana e Bianca sono andate via dopo un mese. Eugenia, tramite amici, ha aiutato Silvana a trovare unaltra casa.

Zia Eleonora ha pianto, ha chiesto di restare, di passare a trovarla. Silvana ha annuito. Qualche volta ForseLo ha fatto, davvero: ogni tanto Silvana è tornata a prendere un caffè con Eleonora, ora vecchia e più mansueta, che le racconta dei suoi dolori, della televisione, di quanto la casa sembri più vuota. Bianca porta un dolcetto, Eleonora accarezza distrattamente una ciocca dei suoi capelli cresciuti così in fretta.

Silvana, nel frattempo, ha dipinto la nuova cucina di un celeste lieve, vicino alla finestra ha sistemato una pianta che fa fiori gialli. Ogni tanto invia a Eugenia foto di piatti buffi creati dalla piccola Bianca: corone di pasta, pizze a forma di cuore. Non dicono mai nulla delle difficoltà, ma si raccontano sogni, di quelli leggeri come le lucciole: un viaggio a Parigi, una bicicletta nuova, un romanzo appena scoperto.

Eugenia, libera ormai dal peso del trattenere, la domenica mattina va a camminare tra i salici lungo il fiume. Agata si aggrappa alla sua mano, ogni tanto corre avanti, senza paura. A volte Sergio torna a prendere la bambina, cè silenzio tra loro, ma anche rispetto; ora lamore che resta è quello che basta. Eugenia è meno magra, ride più spesso, e la sua risata è così contagiosa che perfino Maria Grazia la segue nei suoi passi di danza improvvisati sul prato.

Una sera destate, Bianca scrive con i gessetti sul nuovo vialetto: Lascia andare, lascia andare. Poi aggiunge sotto, con un colore diverso: Così arriva qualcosa di nuovo.

E quando lodore del fiume sale tra le luci delle lucciole, nel buio calmo, le donne della casa escono insieme a guardare i loro figli dondolare sulle altalene, scordandosi per un attimo di tutto ciò che è stato. Ridono, si abbracciano, si raccontano i sogni. E ciascuna, a modo suo, capisce finalmente che lasciare andare non è una sconfitta, ma il modo più forte di vivere e di voler bene.

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