Il Mostro

Vai via da qui! Hai spaventato tutti i bambini! Ma perché continui a girare per il cortile?! Stai a casa!

Le urla delle vicine svegliarono Marcella. Non aveva bisogno di indovinare cosa stesse succedendo fuori dalla finestra. Era chiaro anche così: “Il Mostro” era di nuovo uscito di casa nel momento meno opportuno. Ma cosa gli mancava dentro quelle mura?

Nel cortile lo chiamavano tutti Mostro, ma il suo vero nome era Gregorio Cortese. Sgraziato, con una testa enorme e la schiena curva, sembrava essere uscito da una delle tavole di antiche favole gotiche. Se qualche pittore avesse voluto illustrare una leggenda oscura, Gregorio sarebbe stato il modello perfetto.

Sua madre laveva partorito troppo presto, al settimo mese.

Non sopravviverà, decretarono subito i primi che videro il bambino. Portatelo via!

La madre non ebbe neppure il desiderio di contargli le dita delle mani. Gregorio era il terzo figlio, non certo quello più voluto. Il padre, che lavorava quasi sempre per mantenere la famiglia, non fu felice di scoprire lennesima gravidanza. La madre, dal canto suo, aveva sempre avuto un atteggiamento distaccato verso i propri figli: se cerano era bene, se non cerano ancora meglio. Tutto lavoro e nessuna soddisfazione.

Il latte non arrivò mai, così quando venne il momento la donna fu dimessa e il piccolo Gregorio fu mandato direttamente allospedale dei bambini.

Ma perché? chiese appena, senza interesse. Cosha che non va?

Il pediatra che venne a spiegarle cosa servisse al bambino si bloccò, sorpreso dalla sua indifferenza.

Lha visto almeno suo figlio?

No. Non me lhanno portato. Mi hanno detto che era ancora debole. E poi io non posso allattare. Non ho latte.

Venga con me! tagliò corto il medico, senza badare a quello sguardo liquido, assente e stranamente distaccato della donna.

Non le permisero di entrare nel reparto, ma le mostrarono comunque il figlio. In un primo momento non capì cosa non andasse. Solo dopo averlo osservato meglio, si lasciò sfuggire un gemito e scoppiò a piangere, ma più per se stessa che per quel fragile fagottino dal colorito bluastro.

E ora che ci faccio io con questo?

È una scelta sua. Decida. Intanto è suo. Ancora per poco…

Allospedale per bambini Gregorio fu registrato solo col cognome dei genitori. Decisero di aspettare a dargli un nome. Nessuno, nemmeno anni dopo, seppe spiegare a Gregorio il motivo di quella scelta. Ma a lui importava poco. Forse non voleva sapere. Forse temeva la risposta. Chiese della sua nascita solo una volta, non alla madre, ma alla nonna.

Non mi volevate?

Ma chi è che vuole mai una disgrazia? La nonna, come tutti in famiglia, non aveva particolare simpatia per Gregorio, ma sentiva il dovere di parlargli.

E perché non mi avete lasciato allospedale?

Vergogna. La gente ci aveva visto con la pancia. E in paese tutto si sa. Bisognava portarti a casa almeno per non far parlare ancora di più. Non era una questione tua, sai? Era tuo fratello e tua sorella, non volevamo che li prendessero di mira per colpa tua.

Quella risposta bastò a Gregorio. Con il fratello aveva rapporti freddi, ma la sorella, Anita, era tutta la sua vita.

Anita aveva dodici anni più di lui. Quando finalmente lo portarono a casa, la madre si prese cura di lui solo per obbligo, lasciandolo piangere per ore nella culla senza muovere un dito. Gregorio era sempre pulito e nutrito, le cure mediche erano seguite diligentemente, ma tutto finiva lì. Mai uno sguardo amorevole, mai una carezza, solo il dovere.

A parte dalla sorella.

Anita non vedeva laspetto del fratello. Non si turbava per il pianto acuto di Gregorio. Appena tornava da scuola, lanciava la cartella in un angolo e correva in camera a prenderlo in braccio.

E allora, perché piangi? Su, smettila! Sono qui io! Vuoi che ti canti una canzone?

Solo Anita gli cantava le nanne, solo lei gli raccontava storie. Da lei Gregorio scoprì che esistevano amore e dolcezza. Della cura degli adulti non aveva bisogno, ma dellaffetto sì, e quando Anita crebbe e si sposò, lui pianse amaramente come mai aveva fatto.

Non posso portarti con me, Gregorio! Sai che andrò a vivere dai genitori di mio marito, non cè spazio. E poi non ti vogliono Ma potrai venire a trovarmi, capito?

Gregorio taceva, stringeva le ginocchia tra le braccia e singhiozzava. Il vestito da sposa di Anita si era bagnato di lacrime. Sapeva che lunica persona che lo aveva amato stava lasciando la sua vita quotidiana.

Il marito di Anita la portò a vivere a Firenze, lasciando Gregorio solo in quel piccolo mondo dove le persone giudicavano lanima solo dallaspetto. Se sei bello, sei benvoluto, se la natura è stata avara, meglio non guardarti e rovinarsi la giornata!

Avesse qualcuno detto a Gregorio che non era poi così brutto, non ci avrebbe creduto. Era talmente convinto di essere ripugnante che evitava la gente per non turbarla.

A scuola arrancava a fatica, con voti mediocri. E non aveva intenzione di continuare, sapendo che comunque sarebbe stato respinto.

Così trovò lavoro come spazzino.

Quel lavoro gli piaceva. Allalba usciva nel cortile con la scopa, la aggiustava secondo la sua altezza e iniziava a fare pulizia.

Era il suo regalo al mondo e a quella gente che lo evitava.

Gregorio spazzava, piantava fiori sua iniziativa verniciava panchine e giochi per bambini. Non lo faceva solo per lo stipendio di qualche euro. Desiderava che il mondo fosse più bello.

La bellezza, per lui, era sempre stata la pulizia.

Ricordava quando Anita lo lavava da piccolo e sorrideva:

Ma guarda che bimbo pulito! Che belle manine!

Se non poteva rendere felice nessuno col suo aspetto, almeno poteva farlo col cortile ordinato e i fiori curati, con larea giochi che tutte le mamme dei dintorni adoravano.

Qualcuno notava e apprezzava. Altri facevano finta di non vedere, stupiti che un solo spazzino facesse il lavoro di unintera squadra di giardinieri.

A Gregorio non importava il riconoscimento. Sapeva di fare la cosa giusta. Anche se di giorno cercava di restare nascosto, gli piaceva seguire dal balcone le risate dei bambini sulle altalene tinte di fresco, sullo scivolo che aveva risistemato, nella sabbiera fatta da lui, coperta la notte per tenerla pulita dai gatti. E le panchine, sistemate di modo che le madri potessero vedere sempre i figli. E i fiori, sempre curati, che cambiavano in continuazione.

Nonostante la giovane età, Gregorio aveva capito che gli uomini erano come certe bambole di pezza, un po strane e malfatte come lui. Non sai mai quale lato sia in vista. Ma se vai a fondo, ogni persona ha qualcosa di bello e qualcosa di terribile. In quale misura, lo capisci solo dopo aver visto quel che cè nel cuore. Ma una cosa Gregorio laveva imparata: il bene e il male esistono in tutti.

Così non si offendeva quando le madri lo allontanavano dai giochi, convinte che il brutto si potesse trasmettere come una malattia. Non si offendeva nemmeno coi vicini che salutandolo correvano via, abbassando lo sguardo e fingendo di avere enormi urgenze da sbrigare.

Non ce laveva con i suoi genitori, ormai anziani e a suo carico: il fratello era lontano e chiamava raramente, Anita veniva quando poteva. Anche lei aveva la sua famiglia: vissuti gli inizi nella caotica Firenze, decisero poi di trasferirsi in un piccolo borgo nellentroterra toscano. Finalmente la sua Anita, che aveva sempre sognato la campagna, sbocciava tra mille impegni. Curava la suocera, cresceva due figlie, allevava animali e spesso chiedeva al fratello se volesse prendersi cura anche dei genitori.

E che ci farei io lì, Anita? E poi tu hai già abbastanza da fare! Come fai a gestir tutto?

È grazie a te che ci riesco! Gregorio mio, che fortuna averti! lo abbracciava forte.

Anita veniva una volta al mese da Gregorio, aiutava a sistemare casa e portava la spesa.

A lei Gregorio confidava tutto. Anche cosa dicevano i vicini di lui.

Mi chiamano Mostro, Anita…

Gregorio, la gente ha sempre la lingua lunga. Lasciali perdere! Non ti conoscono nemmeno.

Ma sono davvero così brutto?

Ma cosa dici! Sciocco! La bellezza ha mille forme. Ci sono persone splendide in volto e figura, ma se gli parli… nemmeno li chiameresti più umani. Tu invece, Gregorio, sei vero. La tua anima è così bella che non trovo le parole per spiegare quello che vedo. Aspetta: la vita prima o poi chiama tutti. A qualcuno dà il meglio subito, ad altri fa aspettare tanto. Ma arriverà anche il tuo turno.

Vuoi dire che per strada si è persa?

No, Gregorio, solo non è ancora arrivata. Sii paziente, vedrai! Prima o poi tutti sapranno chi sei.

Di Anita, Gregorio si fidava. Così continuava a salutare i vicini con gentilezza, ignorando sguardi storti e parole cattive.

E aspettava. Anche se non sapeva cosa.

Ogni mattina usciva nel cortile, faceva ordine, cercando di non attirare lattenzione. Ma non sempre ci riusciva.

Gregorio, lascia stare, ai fiori penso io!

Grazie

La voce della caposcala, Valentina Petroni, fece aggrottare la fronte a Marcella. Non sopportava quella donna: vedeva tutto, capiva tutto, e lei voleva solo nascondere quello che da sette mesi la angosciava.

Marcella infilò il pugno nel cuscino, cercò di tornare a dormire, ma subito scattò in piedi e corse in bagno, stringendosi la bocca con la mano.

La nausea, che con i primi due figli era scivolata via quasi senza peso, ora la straziava. Nelle prime settimane aveva dato la colpa a un formaggio andato a male, poi, quando il marito era partito per lavoro e non doveva più fingere, riconobbe che dentro di lei cresceva un presagio di sciagura.

I figli non badavano a nulla: internet funzionava, i compiti erano tanti. Marcella passava ore in bagno fissando il vuoto, odiandosi per aver lasciato scorrere il tempo, sicura ormai di aver chiuso con le maternità. Poi, stretta in una fascia larga apposta per nascondere il ventre, cercava solo di sbrigare le faccende e chiudersi a chiave con le sue ansie.

Aveva quarantotto anni e non voleva un altro figlio. Il marito era fermamente contrario, e Marcella conosceva il rischio: non aveva paura dei ceffoni li prendeva spesso ma del suo silenzio sprezzante, delle umiliazioni che sapeva infliggere come nessuno. Avrebbe fatto qualunque cosa per evitare che quel bambino venisse al mondo.

Alla fine, stretta al rubinetto con lacqua ghiacciata che scrosciava, gemette tra sé, spaesata. Ma la nuova contrazione fu forte e brutale, la piegò in due; urlò come un animale, unendosi al dolore e benedisse che almeno la casa fosse vuota: i ragazzi erano in vacanza dalla nonna in collina.

Poi Marcella si sentì svanire. Smise di udire e vedere. Si trascinò nella vasca, tremando di freddo, ora rannicchiata, ora mordendo un asciugamano per non urlare. Voleva solo che il dolore la lasciasse in pace.

Alla fine, il neonato uscì. Quasi in trance, Marcella lo avvolse nello stesso asciugamano morsicato a sangue, lo mise sul mobile dellingresso, si pettinò, indossò il cappotto, uscì barcollando nel cortile.

Solo allora capì quanto tempo fosse passato. Era ancora notte, ma il sole già riscaldava i tetti, le strade deserte. Lontano, due uomini con i cani sfilavano al guinzaglio.

Trascinandosi verso i contenitori dellimmondizia, senza sapere nemmeno perché fosse lì, la donna avvolse il fagottino in una busta raccolta per terra e lo poggiò, stranamente con cura, in un angolo del bidone.

Ecco fatto, sussurrò guardinga, e tornò indietro più rapida che poté.

Non sentì il rumore che partì mentre sistemava la busta. Non vide Gregorio che iniziava la sua danza con la scopa.

Quel giorno cera molto da pulire: due matrimoni avevano sparso petali di rosa e coriandoli ovunque. Gregorio raccoglieva i resti delle altrui feste, canticchiando.

Era di buon umore: quel giorno Anita doveva venire, e la madre, per una volta, si era alzata presto a preparargli la colazione.

Tanto bastava a rendere la sua anima felice.

Dopo aver sistemato lingresso, Gregorio pensò se fosse meglio pulire subito i cassonetti o innaffiare i fiori finché la gente dormiva. Adorava innaffiare, ma spesso ci pensava Valentina.

Ce la farò! decise, sperando che la domenica mattina nessuno si alzasse troppo presto.

Si avviò verso i cassonetti, ma si fermò, ascoltando gli uccelli e un rumore strano, familiare ma inquietante.

Quando capì cosera quel suono, Gregorio corse con tutta la forza che aveva.

La busta resisteva. Marcella laveva chiusa bene, Gregorio dovette strapparla coi denti per liberare chi chiedeva aiuto, sempre più debole.

Quando vide cosa cera dentro, urlò così forte da gelare tutto il palazzo.

Aiuto!

Valentina uscì in vestaglia, se la tolse di dosso e vi avvolse il bambino senza farsi scrupoli. Sapeva bene che la biancheria poco importava in quel momento.

La gente arrivò, correndo sulle scale, chiudendosi meglio addosso le giacche e le coperte. Tutti accorrevano a chi avevano sempre chiamato il Mostro

Cera chi chiamava lambulanza, chi i carabinieri, chi batteva una mano sulla spalla di Gregorio, ringraziando.

Scoprire chi fosse la madre del piccolo fu semplice. Marcella non negò nulla, lasciandosi mettere le manette senza resistenza. Uscendo nel cortile, guardò solo Gregorio:

Mostro

Valentina sospirò:

Da che pulpito!

Marcella non le rispose nemmeno.

Il mostro sono io, Gregorio Non tu Grazie

La portarono via, e Gregorio rimase lì, immobile.

I vicini passavano, domandando dettagli e, finalmente, nessuno abbassava lo sguardo. Anzi, ora tutti gli rivolgevano unattenzione incredula.

Gregorio, che fai ancora qui? la mano calda di Anita accarezzò il viso del fratello. Mi aspettavi?

Anita, ti ricordi che dicevi sempre che la vita mi avrebbe trovato? Gregorio la guardò, poi sorrise duna luce tale che perfino gli altri, intorno, si stupirono del calore di quel sorriso.

Me lo ricordo. Perché?

Mi ha trovato! esplose, afferrandole la mano. Andiamo!

Dove, Gregorio?

Non lo so. Chiediamo a Valentina dove hanno portato il piccolo!

Ma chi, Gregorio? Anita lo seguì, ancora senza capire che la sorte aveva in serbo una sorpresa anche per lei.

Anita avrebbe avuto un figlio, sì. Sarebbe stato adottato, e insieme al marito avrebbe affrontato le prove per diventare genitori affidatari, pur di stringere al petto quel bambino, come aveva fatto una volta Gregorio.

E Gregorio, finalmente, avrebbe avuto una famiglia. Visitando il suo trovatello, avrebbe conosciuto una vicina di Anita che, come sua sorella, avrebbe visto la stessa luce negli occhi di lui.

Non una luce abbagliante, ma calda e avvolgente. Una luce che chiunque avrebbe voluto riconoscere.

E qualche anno dopo, nella culla di casa, una manina curiosa avrebbe salutato:

Zio Gregorio, è tua figlia quella?

Sì.

Sta dormendo?

Sta dormendo.

Quando crescerà, giocheremo insieme?

Certo!

Bene! Vado subito a dire alla mamma che ho unaltra sorellina!

Il bimbo toccò il piccolo pugno addormentato, sorrise e annuì, immerso chissà in quali pensieri.

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