La Donna Confortevole

Che noia, davvero. È come stare in una biblioteca. E poi, ho iniziato a vedere unaltra, Cinzia.

Cinzia fissava Vittorio con gli occhi spalancati. Dentro di lei qualcosa si spezzò, come una corda tesa che improvvisamente scoppia. Tre anni insieme, tre anni di speranze, di progetti, di chiacchiere sul futuro. E poi Vittorio gettò quelle due brevi frasi che distrussero tutto.

Noia? ripeté Cinzia la parola, cercando di comprenderne il senso. Per tre anni non ti è mai sembrata noiosa, e adesso allimprovviso…

Che importa, Cinzia, rispose Vittorio senza neanche alzare lo sguardo, continuando a piegare le camicie nella borsa. È successo così. Succede. Non siamo i primi né gli ultimi.

Cinzia voleva gridare, ribattere, ma la voce le si strozzò; rimase in silenzio a guardare luomo che amava cancellare metodicamente le tracce della loro vita condivisa.

Dopo la sua partenza, lappartamento in affitto parve a Cinzia immenso e vuoto. Le pareti opprimevano, laria sembrava densa. Si precipitò sul divano e pianse, ma le lacrime non le portarono sollievo. Di notte si svegliava e allungava la mano verso il lato vuoto del letto; di giorno svolgeva il lavoro meccanicamente, senza capire nulla.

I vicini dallaltro lato del muro vivevano la loro vita: ridevano, litigavano, accendevano la televisione. Le loro voci filtravano attraverso le sottili pareti, ricordandole che da qualche parte esisteva una vita piena e reale. A lei rimanevano solo i ricordi e quellappartamento desolato.

Il suo desiderio più profondo era semplice: amore, una casa dove qualcuno la aspettasse, un luogo dove potesse essere se stessa senza fingere di essere forte. Sognava un posto che la accettasse così, stanca, smarrita, assetata di un caldo umano genuino.

Un anno dopo la rottura, la incontrò

Accadde in una caffetteria di fronte al suo ufficio, a Milano. Cinzia entrò di fretta a prendere un caffè a pranzo. Al tavolino vicino alla finestra sedeva un uomo dal volto segnato dalla stanchezza, lo sguardo spento. I loro occhi si incrociarono per un attimo, e Cinzia riconobbe in lui la stessa desolazione che laveva avvolta.

Quel giorno incontrò Alessandro. Trentotto anni, divorziato da tre anni, senza figli. Viveva in un bilocale dove tutto sembrava segno di un proprietario che si era dimenticato di sé: scaffali impolverati, divano schiacciato, finestre sporche. Non sembrava cattivo, solo spremuto, come un limone.

Mi sono divorziato tre anni fa raccontò Alessandro al loro terzo appuntamento, mescolando meccanicamente il caffè. Da allora vivo alla giornata. Lavoro casa, casa lavoro. Ti abitui alla solitudine. Finché diventa comoda: nessuno ti critica, nessuno ti chiede nulla, nessuno ti aspetta.

Cinzia lo ascoltava, riconoscendo il suo stesso dolore, ma ormai ricoperto da una crosta di indifferenza.

Pian piano Cinzia entrò nel suo mondo: prima timidamente, poi sempre più in profondità. Allinizio si vedevano solo per uscire, andare al cinema, passeggiare nei parchi, fermarsi in caffè. Alessandro parlava poco, ma a Cinzia piaceva, soprattutto dopo il chiacchiericcio di Vittorio. Nel silenzio di Alessandro cera una bellezza: non doveva riempire i vuoti con parole vuote.

Sai, il tuo appartamento è così vuoto osservò Cinzia un giorno, girando per la sua casa.
Mi ci sono abituato sbuffò Alessandro. E perché dovrei cambiarlo?

Cinzia vedeva qualcosa di diverso: un uomo che aveva dimenticato come prendersi cura di sé, che viveva senza davvero esistere.

Sei mesi dopo, Cinzia si trasferì da Alessandro. Inizialmente portò solo lindispensabile, ma presto lappartamento cominciò a trasformarsi. Ordinò, spostò i mobili per far entrare più luce. Acquistò biancheria nuova al posto di quella logora. Sostituì tazze e piatti incrinati. Portò fiori in vaso, vivi, per dare colore e profumo. Appese tende leggere che lasciavano entrare il sole. Laria si riempì di profumi di cucina e di freschezza. La casa riprese vita, si riscaldò.

Perché lo fai? chiese Alessandro, osservandola mentre stendeva le tende appena lavate.
Voglio che ti sia piacevole tornare a casa rispose semplicemente, e lui rimase in silenzio.

Alessandro, senza rendersene conto, si abituò alla sua cura. Gli piaceva rientrare in un ambiente pulito, profumato, con una cena pronta e il letto morbido. Cinzia creava intorno a lui un guscio di conforto, dove potersi rilassare e non pensare a nulla.

Per due anni Cinzia si dedicò ad Alessandro. Preparava i suoi piatti preferiti, ricordando se amava più dolce o più piccante. Creava intimità in ogni dettaglio: dal profumo del caffè al mattino al plaid morbido sul divano. Lo avvolgeva damore senza chiedere nulla in cambio.

Due anni rimandò le conversazioni sul futuro, temendo di rompere quellequilibrio fragile. Ogni volta che voleva chiedere:

«E adesso?»

si tratteneva. Era ancora presto, pensava. Lasciagli il tempo di abituarsi, di capire quanto fosse bello stare insieme.

Ma un giorno si fece coraggio. Alessandro era in cucina, sorseggiando il tè da una tazza nuova, comprata la settimana precedente. Fuori pioveva, ma dentro cera calore e accoglienza.

Alessandro, quando ci sposiamo?

Alessandro alzò lo sguardo dalla tazza, scrollò la testa.

Sposarsi? Non ho più intenzione di farlo. Non sono così stupido.

Cinzia rimase paralizzata. La cucina divenne improvvisamente straniera, fredda. Tutte quelle tazze, tende, fiori sul davanzale sembravano scenografie di una commedia altrui. Tutto il suo impegno, tutto il calore, tutte le speranze si frantumarono in un istante.

Ma perché allora balbettò Cinzia, cercando le parole. Perché ho fatto tutto questo? Due anni, Alessandro! Due anni ti ho avvolto di amore e cura. Credevo stessimo costruendo un futuro!

Alessandro pose la tazza sul tavolo.

Non te lho chiesto. Sei stata tu a inventarlo. Per me andava bene così.

Cinzia lo fissava, incapace di credere. Luomo per cui aveva trasformato un appartamento anonimo in una casa non capiva, o non voleva capire.

Normale? la sua voce era soffocata. Ti bastava vivere nella polvere e nella sporcizia, con cibo pronto e biancheria logora?
Sì, non ideale, ma si può vivere rispose Alessandro come se parlasse del tempo. Cinzia, apprezzo tutto quello che fai, davvero. Ma non ho promesso il matrimonio. Dopo il divorzio ho rinunciato a tutto. Un timbro sul passaporto non cambia nulla.
Cambia, sussurrò Cinzia. Per me cambia. Significa che siamo una famiglia, che abbiamo un futuro, che non sono solo una donna comoda.

Alessandro tentò di replicare:

Hai frainteso tutto.

Ma Cinzia si alzò dal tavolo, andò in camera da letto e cominciò a fare le valigie. Alessandro la osservava in silenzio, senza chiedere di restare.

Capisci che non hai dove andare? disse infine. È tardi, fuori piove.
Troverò una soluzione rispose Cinzia, chiudendo la valigia.

Uscì, si fermò nellatrio, guardò lappartamento unultima volta. Non cera più spazio per il suo amore.

La porta si chiuse dietro di lei con un lieve cigolio. Camminò per le strade bagnate, ignorando la pioggia, con il vuoto nel cuore. Un solo pensiero girava nella sua mente:
«Volevo solo che fosse felice»

Cinzia prenotò una stanza in un ostello economico. Si sedette sul bordo del letto e, solo allora, lasciò scorrere le lacrime finché il corpo non ne fu privo di forze.

Col tempo, quando il dolore si attenuò, capì. Lerrore non era amare, ma dare tutto senza ricevere un passo verso di lei. Aveva costruito una famiglia dove il suo valore non veniva riconosciuto, regalando calore a chi non lo chiedeva. Aveva voluto essere necessaria, ma era diventata solo comoda. Aveva investito anima e cuore in chi li dava per scontati, come unopzione gratuita nella sua vita ordinata.

Ora Cinzia sapeva: lamore non si compra con la cura. Non si ottiene reciprocità pulendo, cucinando o facendo il letto.

E quando un nuovo uomo entrerà nella sua vita, Cinza non correrà più a cambiare cuscini o stoviglie, né a creare un nido in una casa altrui. Guarderà alle azioni, alle intenzioni, se lui avanza verso di lei. Se sarà pronto a investire tanto quanto lei, allora costruiranno insieme una casa dove non è necessario lottare per un posto accanto.

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Il vero cavaliere