Dopo molti anni ho ritrovato il padre, che era sparito quando avevo sette anni: ha detto: “non mi era ricordato che oggi è il tuo compleanno”.

Ricordo, quando ero piccola, tutti dicevano che avevo gli occhi di lui: grigi, come la superficie di un lago quando il cielo si appesantisce di pioggia. La nonna insisteva che somigliavo a lui nei gesti, che anche le dita le hai come le sue. Per anni quel riflesso fu più che sufficiente; non avevo nientaltro.

Il padre se ne andò quando ne avevo sette. Non ricordo litigi né drammi, solo il silenzio della sua assenza. Non veniva ai miei spettacoli scolastici, non vide il dente caduto la vigilia di Natale, non udì le mie lacrime quando nessuno voleva sedersi accanto a me sullautobus della gita.

La madre non parlò male: «Non sapeva essere padre, ma non è colpa tua». E, nonostante volessi credere a quelle parole, nel cuore rimaneva una piccola voce: «Forse, se fossi diversa lo avrei avuto».

Col tempo imparai a vivere senza di lui, ma lui rimaneva lì, dentro di me, in ogni domanda su se mi ricordasse, in ogni fantasia di un futuro battere alla porta e sentirlo dire: «Scusa, ti ho cercata. Mi sei mancata».

Sognai così a lungo, anche da adulta, quando a tutti dicevo che «la questione è chiusa». Non lo era; avevo solo imparato a nascondere il dolore dietro un sorriso cinico.

Finché, un giorno, il destino mi fece visita. Ricevetti una lettera da una cugina di Napoli. Scriveva: «Ho visto tuo padre. Lavora in una officina a Bari. Se vuoi, ti passo lindirizzo». Leggevo quelle parole ipnotizzata. Un indirizzo. Un uomo esisteva davvero.

Partii qualche giorno dopo, con il cuore stretto in gola. Entrai nella piccola officina e lo trovai accanto a un vecchio furgone, i capelli ormai grigi, lo sguardo stanco. Il suo profilo mi colpì e tutto il corpo si irrigidì non per rabbia, ma per una paura più profonda, per una speranza che lottava contro la ragione.

«Buongiorno mi chiamo Loredana», dissi. «Sono tua figlia».

Mi guardò, tacque, poi distolse lo sguardo e sospirò.
«Loredana il nome mi suona è il tuo compleanno oggi?», chiese con indifferenza.
«Sì, lo è», risposi.
«Non lo ricordavo. Scusami», aggiunse.

Quelle parole mi trafissero più di qualsiasi offesa. In quel istante tutto crollò: anni di attesa, mille scenari mentali in cui piangeva, si scusava, mi cercava. E lui non si ricordava neppure che quel giorno fosse il mio compleanno.

Risposi con cortesia, dicendo che nulla era andato storto, che volevo solo vederlo, che non mi aspettavo nulla. Poi uscii. Non piansi subito; le lacrime arrivarono più tardi, da sola, in casa, in silenzio, perché nessuno le sentisse. Non per delusione, ma perché finalmente capii che non dovevo più attendere.

Lincontro non mi donò la consolazione cercata, ma qualcosa di diverso: una chiusura, un silenzioso consenso che non tutto è recuperabile, che non tutti hanno la forza di guardare negli occhi il proprio passato.

Dopo qualche settimana scrissi a lui una lettera, senza rimproveri, solo con verità. Gli dissi che ero adulta, che la mia vita era andata avanti senza di lui, che non lo avrei più chiamato né cercato, ma gli auguravo pace, perché anchio ne avevo trovata.

Oggi, quando penso a mio padre, non sento più quel vuoto al centro. È rimasto un segno, ma non sangue. So che il mio valore non dipende dal suo ricordo, e che, anche se non mi ha mai amato, posso amare me stessa come sempre ho meritato.

A volte mi sorprendo a fissare gli uomini più anziani sul tram, chiedendomi per un attimo: «Anche lui ha lasciato qualcuno?». Poi il pensiero svanisce, lasciando un calme sereno, maturo, privo di amarezza.

Quel giorno per quanto doloroso chiuse finalmente quella porta che per anni avevo tenuto socchiusa. Non cè più nessuno ad attendere dietro, ma davanti a me si apre tutta una vita, la mia, costruita non sulla nostalgia, ma sulla forza che ho scoperto dentro di me.

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