Mi ricordo, come se fosse ieri, quando Ginevra rimase incinta. Il marito, Giorgio, non la lasciò mai sola per tutta la gestazione; adempiva a ogni suo desiderio, a ogni sua capricciata. Quando giunse il giorno in cui dovette andare al reparto maternità, lui la accompagnò in auto, preoccupato ma felice. Quando nacque una bambina sana, Giorgio sospirò di sollievo, sentendosi finalmente padre. Soddisfatto, prese la piccola in braccio e tornò a casa a riposare. Il giorno dopo tornò allospedale per far visita a sua moglie e alla figlia. Allingresso lo fermò uninfermiera:
Signor, la signora non è più qui.
Giorgio, incredulo, chiese se avesse forse fatto una passeggiata.
No, signore, ha lasciato una nota.
Linfermiera gli porse un foglio piegato a metà. Quando lo aprì, il suo viso si fece pallido. Sulla carta cerano tre parole:
**«Non cercarmi».**
Quella frase lo segnò per tutta la vita.
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Giorgio, prima di allora, era il capo del reparto vendite di una piccola azienda a Milano e, non essendo sposato, rimase subito colpito dalla bellezza di Ginevra il primo giorno in cui lei entrò nel suo ufficio.
Buongiorno, collega, le disse con un sorriso caloroso che fece subito fissare il suo sguardo.
Buongiorno, rispose lei, con voce dolce, ricambiando il sorriso.
Allora, cominci a occuparsi delle sue mansioni. Otavia, la responsabile senior, le presenterà il lavoro, aggiunse indicando la donna seduta sullaltra scrivania. Legga il regolamento interno, le auguro buona fortuna, speriamo di andare daccordo.
Le colleghe, per lo più donne, scambiarono sguardi curiosi; non appena Giorgio uscì, Ottavia sussurrò a Vittoria:
Da quando il nostro Giorgio presta attenzione ai nuovi arrivati?
E tutte due risero.
Ginevra, ancora giovane, osservava da lontano, quasi timida, cercando di capire il nuovo ambiente. Aveva solo ventidue anni, ma già da diciassette aveva rovinato diverse famiglie. Aveva, per esempio, tentato di avvicinarsi a un professore di ventanni più anziano; lui, appena sentito le voci, interruppe subito il rapporto.
Passò qualche mese e Giorgio, un giorno, le propose di fermarsi a bere qualcosa dopo il lavoro.
Perché no? Tu sei il mio capo, e con il capo bisogna sempre mantenere buoni rapporti, rise Ginevra.
Il suo sorriso gentile lo convinse. Giorgio, trentanni, non si era mai sposato; le loro relazioni erano sempre rimaste superficiali, ma questa scocciò subito una passione veloce. Si frequentarono, e, quando annunciò ai colleghi che avrebbe voluto celebrare un matrimonio con Ginevra, tutti rimasero sorpresi.
Ginevra chiedeva sempre tutto ciò che desiderava e Giorgio obbediva senza battere ciglio, persino accettando la sua condizione:
Per ora non voglio figli, voglio godermi la vita. Quando mi sentirò pronta, ne parlerò. Finché non nascono pannolini e camicie da neonato, non penso a niente di più.
Lui credeva che, col tempo, Ginevra capisse che una famiglia senza figli non fosse una vera famiglia. Ma lei non voleva mettere al mondo un bambino e, ogni volta che lui accennava al tema, lei lo interrompeva bruscamente:
Tesoro, ti ho avvertito fin dallinizio. Hai accettato, quindi non insisti per avere un bambino. Non sono pronta.
Un giorno, però, Giorgio la trovò uscita dal bagno con un test di gravidanza tra le mani.
Ginevra, sei incinta?
Lei annuì, e lui la prese tra le braccia, commosso, mentre le lacrime le rigavano il viso.
Non voglio partorire, non voglio ingrassare. Devi fare qualcosa!
Ma lui la baciò e le sussurrò:
Non piangere, è felicità. Ti amo, Ginevra. Avremo un bambino.
Ginevra, determinata, andò dal medico e decise di interrompere la gravidanza. Giorgio arrivò in tempo allambulatorio, la rimproverò e la spinse fuori, implorandola:
Ti prego, non fare nulla. Lasciamo nascere il nostro figlio, ti aiuterò in tutto.
Alla fine, Ginevra accettò a patto che non ci fossero pannolini, neanche cambiate notti. Giorgio, fedele, non la lasciò più, esaudì ogni sua voglia e, al termine della gestazione, la portò al reparto maternità. Quando la piccola nacque, sospirò di sollievo.
Il nuovo papà, felice, tornò a casa a riposare. Il giorno dopo, quando si recò di nuovo allospedale per vedere moglie e figlia, gli fu consegnata una nota:
La signora è fuggita, ha lasciato il bambino.
Non può essere! protestò Giorgio. Forse è uscita da qualche parte, cercatela!
No, è partita. Ecco il foglio, disse linfermiera, porgendogli il foglio più volte piegato.
Aprendolo, Giorgio rimase bianco: tre parole semplici: **«Non cercarmi».**
Ginevra scomparve dal lavoro e da casa, non rispose più al telefono, cambiò il numero di cellulare. Dopo un mese e mezzo, però, la chiamò:
Raccogli le mie cose, mio fratello Arturo verrà a prenderle. Presenta la domanda di divorzio da solo, non tornerò più.
Non si parlò più della bambina; per Ginevra e per Giorgio quel piccolo essere non serviva a nulla. Fortunatamente, la madre di Giorgio viveva nelle vicinanze e si prese cura della bambina, chiamata Alessandra, come se fosse sua figlia.
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Anni dopo, Sofia, madre di Daniele, ricevette una telefonata dalla scuola elementare del figlio, dove linsegnante Marina Sgarlata le comunicava:
Venga subito, il suo bambino ha combinato qualcosa di serio!
Sofia lasciò subito il lavoro, afferrò la borsa e corse verso la scuola. Daniele, allora in seconda elementare, era stato coinvolto in una rissa con una compagna di classe, Alina, una bambina modello che i genitori mostrano con orgoglio alle riunioni dei genitori.
Alina, con una cicatrice sulla guancia, fissava Daniele con aria sospettosa. Quando la direttrice intervenne, la scena degenerò:
Alina, non è colpa mia, è stato Daniele a spingerla. disse luomo, guardando Sofia.
Mamma, non ho fatto nulla, è stato lei a provocarmi, rispose Daniele, guardando dritto negli occhi della madre.
Sofia e il padre di Daniele, Lorenzo, si scambiarono unocchiata e, quasi allunisono, scoppiarono a ridere.
Io sono Giorgio, padre di Alina. disse il signor di fronte a Sofia.
Io sono Sofia, madre di Daniele.
Alina, perdonami, fu il primo a parlare Daniele, guardando la compagna.
Anche tu perdonami, rispose Alina, tendendogli la mano.
I due genitori, divertiti, proposero di andare tutti insieme in pizzeria.
Andiamo tutti a mangiare una pizza! esclamò Sofia, mentre Alina, con la sua solita compostezza, aggiungeva: Non crediate che sia solo una scusa, davvero ci siamo riappacificati, vero Daniele?
Sì, lo crediamo, confermò Lorenzo, annuendo a Giorgio.
I bambini, soddisfatti, iniziarono a ridere e a scambiarsi una fetta di pizza, diventando presto amici. Daniele, per ringraziare Alina, le promise:
Se qualcuno ti farà del male, dimmelo subito.
I genitori non insisterono più sul litigio, perché i loro figli ormai sono amici. Da quel momento, i due gruppi di famiglie cominciarono a vedere film al cinema, a passeggiare nei parchi e a farsi visita a casa. I bambini, intanto, capirono che i genitori non erano indifferenti luno allaltro e si divertivano più di loro.
Il tempo passò. Giorgio e Sofia ricordano spesso il loro primo incontro, ridendo di quanto fosse stato strano il litigio dei figli.
Sofia aspettava larrivo di un altro bambino; Daniele e la piccola Alina avevano già pensato a un nome per il fratellino: **Benedetto**.
Con questo ricordo, la vita ricorreva come una vecchia canzone, con le risate dei bambini a riempire di gioia gli angoli di una città che ha saputo trasformare i cuori spezzati in nuove speranze.







