La Bufera
Lumore di Giulia Marinelli era pessimo: proprio come il tempo che non ne voleva sapere di migliorare. Pioveva ghiaccio, tirava un vento che nemmeno il piumino più imbottito riusciva a fermare. Altro che inverno, una vera indecenza!
Giulia tornava a casa dal lavoro, borbottando tra sé e sé. Sottovoce, però: le ragazze perbene in Italia non si lamentano ad alta voce, anche nei momenti peggiori. Sua nonna glielo aveva ripetuto tante volte, da vera esperta: era stata la preside della scuola dove adesso insegnava anche Giulia, inglese in una media del centro di Bologna.
La nuova gonna bellissima, appena comprata con i risparmi in euro era la ragione della sua rabbia. Laveva scelta pensando a una serata speciale col suo compagno, Leonardo, sperando finalmente che lui le chiedesse di sposarlo.
Quella storia andava avanti ormai da quasi sei anni, ma sempre in modo stagnante. Giulia viveva la sua vita, Leonardo la sua. Si incontravano, trascorrevano bei momenti, facevano supporre che ci sarebbe stato un domani insieme ma poi ognuno tornava ai suoi impegni e tutto ricominciava da capo.
Giulia sospettava di essere lunica a coltivare quella speranza. Si era decisa che, visto che i tempi cambiano, avrebbe fatto lei il primo passo: era stanca di attese, parole sospese e baci rubati sotto la luna. Lei voleva una famiglia, bambini, colazioni insieme in cucina.
Preparò a lungo il discorso da fargli, scelse con cura vestiti, parole, la pettinatura.
E poi, ecco la beffa!
Nemmeno nei suoi incubi peggiori avrebbe pensato che le ragazzate con la colla sulla sedia del prof fossero ancora di moda nelle scuole italiane. Amava la sua classe; credeva che i ragazzi la rispettassero. Era stato proprio il preside, in quel gennaio, a chiederle di accettare la reggenza della 2B.
Capisce, professoressa Marinelli, se non lo fa lei non lo fa nessuno! Ha una vera vocazione! Ce la farà sicuramente!
Ma sono ragazzi difficili?
Non è questione di difficoltà. Sono adolescenti, sa comè… La vecchia referente, la professoressa Mori, ormai era stanca. Lei invece è giovane, piena di idee. Prenda il timone, scusi se la paragono a un prof di geografia! Allora, accetta?
Giulia aveva accettato. Mai pentita. I ragazzi erano brillanti, creativi, pieni di energia.
Ma, in tempi recenti, qualcosa era cambiato. Le trovate umoristiche erano diventate più pesanti, il desiderio di mettersi in mostra sembrava svanito.
Crescono, spiegò la vicepreside, scrollando le spalle. Sono adolescenti. Cosa si aspetta? Telefoni e social, tutto qui.
Giulia lo sapeva, ma non si aspettava che la nuova moda da social, quella di ridicolizzare i professori con video virali, colpisse anche lei.
Quella mattina era entrata in classe per parlare in vista dello spettacolo di fine quadrimestre; erano pochi i volontari e Giulia si era insospettita:
Che succede? Non siete dellumore giusto?
Le risposte furono solo risatine.
Stava per aggiungere qualcosa, ma suonò la campanella.
Va bene, poi ne parliamo.
Due lezioni, la pausa lunga, una riunione urgente in presidenza… Tornò nella sua classe di corsa, già col fiato corto. Scrisse qualche compito alla lavagna e guardò la classe stranamente silenziosa.
Cè qualcosa che non va?
No, professoressa! Tutto a posto! rispose vivace Danilo Rinaldi. Si sieda, si riposi! Sembra stanca!
Un sorrisetto percorse la classe, poi il silenzio. Giulia si sedette mentre i suoi occhi incrociavano quelli lucidi di Martina Ferrari.
Martina, che hai? Sei triste? Perché quegli occhi lucidi?
Martina non rispose, uscì dal banco e corse fuori.
Giulia, preoccupata, si alzò ma poi realizzò: la giornata era appena peggiorata di colpo.
Il boato delle risate coprì tutto. Dai banchi spuntarono mani col cellulare acceso. Giulia capì subito.
Ecco: il video in cui lei restava incollata alla sedia sarebbe rimbalzato di chat in chat, forse anche ai genitori. Cosa sarebbe stato di lei allora?
Non aveva tempo per pensarci. Doveva agire.
Tutti con i quaderni sul banco! ordinò stringendo la schiena e sollevando il mento. Ora verifica. Il voto farà media per il quadrimestre.
Eh no! protestò Danilo Non era previsto!
Ora lo dico. Se hai qualcosa da ridire, puoi andare a spiegarlo direttamente al preside. Hai un minuto per decidere: o scrivi, o esci. Gli altri, cominciate!
I cellulari si abbassarono uno dopo l’altro. A Giulia pulsava la testa; il mal di testa classico da nervoso era alle porte. La sera sarebbe stato estenuante, ci sarebbe voluta la luce soffusa e la ninna nanna che la nonna aveva sempre cantato.
Nonna, perché canti sempre la stessa canzone?
Perché è speciale. Scaccia il dolore.
Come fa?
Non lo so, bambina mia. Ma se la canto piano, fa meno male, sempre un po di meno. Vuoi provare?
Ma a me non fa male niente.
E meno male! Allora cantala per me, va bene? Se la intoniamo insieme, magari il dolore mi lascia prima, che dici?
E allora Giulia cantava. Per imparare le parole, la melodia, per ripetere quei versi ogni volta che la nonna sarebbe andata via. Oh, come cantò allora Giulia, sperando che quella cantilena scacciasse il male che le stava portando via chi amava di più.
Non era servito. La nonna aveva resistito solo con la forza danimo, non certo con le ninna nanne. Ma Giulia fece di tutto per alleviare gli ultimi momenti.
Sarai felice, bimba mia quegli occhi blu, come i suoi, scuri e profondi come il mare prima della tempesta, Fidati di me! Tutto nella tua vita si aggiusterà! Lo so…
Come lo sai, nonna?
Me lo dice il cuore. E poi, basta crederci! Arriverà tutto, la famiglia, i figli, la gioia Lo desidero così tanto che accadrà.
Ci credo piangeva Giulia.
Basta piangere! Piuttosto, regalami un sorriso, cantiamo la nostra canzone unaltra volta. Sono sicura che adesso funzionerà!
Va bene
E Giulia cantava
Anche quando le mani della nonna si fecero molli e la lasciarono andare
Quella melodia si stava già insinuando nella mente di Giulia, mentre guardava i suoi ragazzi e ripeteva:
Al lavoro! Il tempo vola!
Poi la campanella le fece sussultare i nervi.
Potete andare. Quaderni sulla cattedra. A domani!
I quaderni si ammucchiarono ordinati. Martina, ancora con gli occhi lucidi, si affacciò.
La verifica la farai a casa, la porti domani, disse Giulia rassicurandola. Ho due ore al mattino, mi trovi.
Ma, professoressa Marinelli, io
Ho capito, Martina, la interruppe dolcemente. Non preoccuparti!
Non sono riuscita a fermarli, mi hanno bloccata!
Fa nulla, vai.
E lei?
Vado anche io, fra poco
Solo lidea di staccare la gonna dal banco la faceva rabbrividire. Già si immaginava a camminare nei corridoi cercando di coprirsi la toppa.
Era sicura: quella gonna ora aveva un buco gigantesco. Durante la lezione aveva provato a sistemarsi, ringraziando la provvidenza di aver scelto proprio una gonna in ecopelle, anche se non era il suo stile. Non era certo unamante della moda: vestiva semplice ma con gusto, così come le avevano insegnato la mamma e la nonna.
Aveva visto quella gonna in una vetrina mesi prima. Era passata oltre, ma poi era tornata indietro, senza sapere davvero perché. Forse le era sembrato che, sfidare la sorte col cuore in tumulto, meritasse anche un cambiamento nel look.
Il buco era notevole. Giulia si concesse qualche lacrima, cercando di valutare i danni con uno specchietto sepolto in borsa. Così conciata, non poteva uscire. Il cappotto era nel guardaroba della scuola.
Stava per inviare un messaggio allamica insegnante per chiederle il cappotto o almeno una sciarpa per coprirsi quando la porta si aprì. Spaventata, si sedette di nuovo, e vide entrare Danilo con il cappotto tra le mani.
Ecco professoressa Marinelli, ci scusi Non volevamo davvero.
Giulia lo guardò, in attesa di altro. Ma Danilo le porse il cappotto e sparì fuori silenzioso. Niente risate. Il corridoio era tranquillo.
Coscienza svegliata? Colpito da senso di colpa dopo la verifica? O forse aveva paura dei genitori?
Le idee si rincorrevano, ma nessuna la convinceva.
Sospirando, si mise il cappotto, prese la borsa colma di quaderni e uscì nel corridoio deserto.
La strada verso casa le sembrò più lunga del solito. Lei viveva nellappartamento ereditato dalla nonna, pochi passi dalla scuola, ma quella volta ogni metro pesava.
Il vento le pizzicava le guance, i fiocchi di neve le bagnavano le ciglia, il naso le diventò rosso tra le lacrime stanche, di rabbia e impotenza.
Perché?! Perché proprio io? Io non ho fatto loro niente!
Si rese conto di non sembrava affatto uninsegnante, ma una ragazzina ferita. E, in fondo, non aveva voglia di recitare il ruolo delladulta. Avrebbe voluto solo tornare a casa, rannicchiarsi sulla poltrona della nonna e piangere finché non le passava tutto. Anche solo per unora di pace.
Ma non ci riuscì nemmeno quello.
Sulla porta di casa incrociò Leonardo.
Che ci fai qui? domandò porgendogli, per abitudine, la guancia per un bacio.
Leonardo non laveva mai baciata sulle labbra in pubblico o al primo incontro della giornata, e allinizio a Giulia sembrava una stramberia carina. Ma col tempo aveva capito di non apprezzarla affatto: era come se lui si vergognasse, come se non volesse far capire agli altri che stavano insieme.
Ho perso le chiavi. Dobbiamo parlare, Giulia.
Lho capito, rispose lei amareggiata, aprendo la porta. Entra pure.
Leonardo la seguì, inciampando sullo zerbino e quasi cadendo.
Ma che cavolo! sbottò, dando un calcio alla porta. Quando cambierai questa baracca? Metti una porta decente, per favore!
Giulia non credette alle sue orecchie. Leonardo non aveva mai alzato i toni con lei.
Perché mi guardi così, tipo soldato sullattenti? Non sono mica una statua! lirritazione di Leonardo era evidente. Giulia si tolse il cappotto titubante, senza capire cosa sarebbe successo.
Ma non dovette fare nulla.
Appena lui vide il buco sulla gonna, scoppiò a ridere forte:
Ma cosè? Perché sei conciata così?!
Uno scherzo dei ragazzi, tentò di argomentare, cercando di coprirsi la gonna.
Ah, ti prendono in giro pure i bambini? Non pensi che dovresti diventare adulta? Sei tu a permetterglielo.
Secondo te? sbottò Giulia, senza più riuscire a trattenersi.
Si diede una piccola pacca sulla bocca, ma ormai era partita.
Sono ridicola secondo te, vero? Una ragazza a metà… Da trattare come un oggetto, senza rispetto. Quanti anni sono che siamo insieme, Leo? Cinque?
Sei quasi.
E io cosa sono, per te? Fidanzata? Moglie? O solo una comodità?
Giulia, che ti prende? Stai bene?
Sì! O meglio, adesso sì, perché finalmente sto capendo! urlava quasi Giulia, ma non le importava. Sono stanca, chiaro?
Di cosa?
Di te! E tu di me! Resti solo perché non sai come dirmelo. Non ti servo più, non ti piaccio! Sono una vecchia zitella, no? Le mie maniere ti danno noia, i miei discorsi ti esasperano! Sei stufo di tutto, non è vero?
Vorrei solo uscire da questa porta e non vederti mai più! Leonardo rispose, arrabbiato, scalciando la sua borsa.
Allora fallo! rise Giulia. La soglia è libera! Attento solo a non inciampare e romperti il bel naso. Fazzoletti bianchi per salutarti non ne ho, ma posso fare questo!
E Giulia si tolse la gonna, la fece roteare sulla testa e urlò:
Arrivederci! Grazie della lezione, sai?
Leonardo, sconcertato, fece dietrofront e se ne andò. Giulia, lasciando cadere la gonna sfortunata sul pavimento, si lasciò scivolare a terra, a metà tra il pianto e la risata.
Ecco il grande amore…
Quella sera pianse tanto che si addormentò vestita, coprendosi con la gonna bucata. Al mattino, guardandosi allo specchio, si domandò:
Crederai davvero a quello che hanno detto su di te? O reagirai?
La risposta era già chiara.
Arrivò a scuola puntuale, andò dritta in presidenza a riferire quanto successo e poi si diresse in classe.
Domani riunione. Tutti obbligati, anche i genitori.
Perché? chiese Danilo perplesso.
Perché così, Danilo. Oggi intanto distribuisci i quaderni. La verifica di ieri è andata male. Oggi analizziamo gli errori e ci prepariamo alla prossima. Bene? Perché ci sarà presente anche il preside. Domande?
Il silenzio fu eloquente. Giulia annuì, soddisfatta.
Sapeva che tutto sarebbe stato complicato; che quei ragazzi lavrebbero stupita ancora, in meglio e in peggio. Ma arrendersi non era nei suoi programmi. Non solo perché il ritratto della nonna troneggiava in salotto, o perché chiudendo con Leonardo aveva capito che anche le brave ragazze ogni tanto dovevano lasciarsi andare. No. Guardava la classe e pensava: un giorno, forse, qualcuno di questi bimbi porterà qui il suo. E come sarà, dipenderà anche un po da me.
Nella classe di Giulia, prima in tutta la scuola, comparve il famoso contenitore per i telefoni. I genitori non polemizzarono, anzi: in riunione Giulia mostrò la gonna sventurata e qualche tentativo di video fallito. Fece una domanda semplice:
Volete cambiare referente? Qualsiasi decisione io l’accetterò.
Dopo qualche anno, avrebbe salutato i suoi studenti con serenità. Ancora non sapeva che Danilo, quello dei guai, sarebbe diventato uno degli specialisti chimici più giovani dItalia, né che Martina, tra le lacrime, sarebbe diventata insegnante delle elementari, scegliendo la strada più difficile, ma affrontandola a testa alta.
Ma tutto questo sarebbe stato in futuro.
Il giorno della festa di diploma, Giulia avrebbe aperto la borsa e sventolato la famosa stoffa bucata, tra le risate che riempivano laula festosa.
La riconoscete? Era una gran bella gonna! Buona fortuna ragazzi! Che la vita vi sorrida sempre!
Sua figlia, che danzava in mezzo al salone, sarebbe corsa verso di lei prendendole la mano.
Mamma, posso averla io?!
E Giulia le avrebbe consegnato quel pezzo di pelle, poi avrebbe cercato negli occhi il marito, facendo un cenno:
È tempo di andare!
E, lasciando la sala, avrebbe ringraziato il destino per tutto.
Per il buco nella gonna.
Per Leonardo, grazie al quale aveva capito chi era e cosa voleva davvero dalla vita.
Per luomo giusto, che sarebbe arrivato quando ormai pensava di non avere più speranze.
E per la figlia, con gli occhi blu identici a quelli della nonna Perché nella vita a volte è proprio da una falla che fa entrare la luce nuova.







