Bottoncino

Bottone

Basta, Martina. Davvero, basta con questa manfrina… Vittorio si girava dallaltra parte, mentre Martina gli si aggrappava al collo, si stringeva al suo giacchino che aveva appena stirato, alle braccia che amava tanto. Dai, smettila di toccarmi! Ma insomma, sembri una cozza!

Vitto… Ma non è per sempre, giusto? chiese Martina con quella vocina assurda, come se si potesse mettere una storia in pausa, come se lui, Vittorio, stesse solo facendo un esperimento per ravvivare un po il rapporto. Allora ti preparo qualcosa di buono stasera? Cosa vuoi mangiare? Vuoi che ordiniamo? Sushi, ti va? O preferisci lanatra? No? E allora magari una bella trota… La compro fresca e…

Lo guardava con quegli occhioni grandi, pieni di tristezza e devozione, gli stessi occhi per cui, anni fa, Vittorio si sentiva il padrone del mondo. Martina è una gemma rara, la mia fortuna, un titolo onorifico al valore ricevuto in anticipo, pensava. Roba da baciato dalla fortuna, altroché. Adesso, invece, quello sguardo lo infastidiva. Ma che modo volgare e banale di guardarlo! Zero orgoglio. La vede là, ai suoi piedi, pronta a tutto pur di tenerlo. Ma lui? Le è già stufo. Ormai la sente solo come un nome troppo ripetuto, una melodia che ha perso il ritmo. Da tempo le vuole bene solo per abitudine, inventandosi capricci e pretese che lei, poveretta, soddisfa sempre. Quando una donna ama, da noi si dice che diventa come una pecora: buona, mansueta e senza un briciolo di coraggio.

Hai proprio perso la brocca, Marti? la spinse via. Le donne patetiche gli facevano venire il voltastomaco. E Martina, con quella piega scomposta, pareva proprio una che aveva buttato via la dignità. Io me ne vado per sempre! Sbuffati via!

Le diede uno schiaffetto sulle mani, lei si ritrasse crac!

Ahia Scusami! Vittorio guardava il bottone del giacchino, finito tra le dita di Martina. Vitto, toglilo, te lo ricucio io! Faccio in un secondo, giuro! Siediti, dai, non ci metto niente! Perdona, davvero, dammi solo un attimo!

Martina volò verso larmadio, prese la scatola del cucito, lago e il filo, si girò, allungò la mano per prendersi la giacca ma trovò il vuoto. Porta che si chiude con uno schianto, ascensore che gratta e si porta via Vittorio, giù, di corsa verso la libertà. Martina con ago e filo in mano, fissa, come pietrificata, poi passa barcollando in cucina, si siede.

Quanto sia rimasta lì, non lo sa nemmeno lei. Come ibernata, anestetizzata, occhi spalancati, ma cervello spento…

Si riscosse solo quando un botto la fece sobbalzare. Era il cannone di mezzogiorno di Castel SantElmo unusanza partenopea, colpo che fa sussultare tutta Napoli. Ah, se solo avessero sparato me, direttamente! Una botta sola e via! Ma il castello mica si presta si deve continuare, vivere, sopravvivere a questa malinconia senza Vittorio.

Vittorio! Oddio, ha dimenticato la colazione!

Ogni mattina, Martina gli preparava il pranzo come a uno scolaretto: due fette di pane tostato, un uovo sodo, due salsicce fatte da lei. Macinava la carne, ci metteva le spezie, arrotolava il tutto nella pellicola e faceva bollire. Poi le salsicce andavano nello scomparto apposito: così Vittorio aveva qualcosa di sano al lavoro. Una fettina di cetriolo e pomodoro, un po di frutta secca… Vittorio ci teneva a mangiare casalingo. Martina saltava giù dal letto alle sei, doccia veloce, specchi e piastrelle puliti a fondo (a Vittorio non piace lumidità), poi trucco e parrucco: lui è contento solo se la vede in ordine. E allora subito, sui tacchi, via a svegliarlo con una carezza.

Una gamba allaria, 45 di piede che si muove sotto la coperta. Martina sorride, mani ben calde se no Vittorio scalcia.

Dai, amore, su, sveglia, tesoro mio! È tardi, Vitto! Viiiittoriooo!

Lui sbuffa, si rituffa nel cuscino, borbotta che vuole il caffè.

Ecco, il caffè! Prima della colazione, sempre caffè fumante appena uscito dalla doccia, tutto profumato di bagnoschiuma maschile.

Martina glielo portava su un vassoio col tovagliolino e lo zuccherino manco fosse un cavallo di razza. E poi subito a pulire ancora la doccia, per le maledette gocce.

A Vittorio piaceva tutto perfetto: tazze senza aloni, finestre brillanti, camicia stirata già pronta sulla sedia, per la banca dove lavorava. Ogni giorno riunioni, dress code impeccabile, aspettative altissime. E guai se il caffè è carbonizzato, o se la crostata del giorno prima avanza; se la bistecca è troppo cotta, o il cetriolo è tagliato a cinque e non a sei fette (perché la sesta Martina se lera mangiata di nascosto).

Marti, ma che gusto ha sto caffè, sa di bruciato! Ma è così difficile fare un espresso decente? la rimprovera gettando la tazza nellacquaio. Va be, dai, mangiamo qualcosa!

E Martina, scusandosi, tira fuori dal forno la torta salata riscaldata per lui: carne, broccoli, risotto alluovo, prosciutto, formaggio, patate purché freschissima. Gli avanzi? Per Martina, di corsa verso la metro.

ma non può pranzare al bar come tutti gli altri? domandava Gianna, lamica che non sopportava Vittorio. Cioè, è troppo nobile?

Ma no, perché sprecare? A me non pesa, e lui ha lo stomaco delicato si giustificava Martina, consapevole che più che altro moriva dalla paura che lui la lasciasse.

Mari, mangiano i maiali. Le persone mangiano, non si ingozzano. Anche se il tuo Vitto tanto raffinato non mi sembra… ribatteva Gianna.

Gianna! Ti prego, non parlare così di lui!

Ma dai, non è mica morto, rilassati!

Gianna…

Okay, sto zitta. Ma il tuo Vitto è proprio un caso

Ci rimaneva male. Sicuramente Gianna era solo invidiosa del quasi marito elegante, educato, capo in casa

Martina sparecchia, lava i piatti mentre Vittorio si veste. A volte un bacio daddio, appassionato, che le faceva ardere le labbra fino a sera. Martina adoro questi saluti. Vittorio profuma di colonia, labito impeccabile, la camicia bianchissima. Ed è il suo uomo! Lei ne andava fiera, avrebbe venduto lanima per lui. Gianna rideva, la chiamava malata damore, ma lei se ne fregava.

Il cannone ha sparato, ma il cuore di Martina regge; si lacera, sanguina, ma batte ancora.

Guardò lorologio, terrorizzata. Mezzogiorno! Oddio, è pure in ritardo a scuola! Chissenefrega ormai, chi la vede, se tanto Vittorio se nè andato Rimasto solo il bottone, un trofeo, una reliquia.

Martina si asciugò gli occhi, rappezzò il trucco, buttò qualche quaderno e la borsa in un sacchetto, chiuse la porta alle spalle e corse verso lascensore.

Salì come in trance, salutando i compagni di viaggio il nonno canuto del dodicesimo col suo pechinese Fuffi, una vecchietta mai vista con un mazzo di fiori secchi, e un ragazzo che forse abitava al ventiduesimo. Dei vicini, lei non sapeva nulla: aveva solo occhi per Vittorio, sempre di corsa da lui.

La vecchia con i fiori fece una smorfia, il nonno si tappò il naso, il ragazzo fece locchiolino a Martina.

Lei si morse il labbro e guardò dallaltra parte. Non gliene importava: aveva troppo dolore, e in mano solo un bottone…

Scesa, salutò la portiera, la signora Lina, che la fissò come se Martina fosse una Madonna lacrimosa.

Ma come sto combinata? Forse sembro davvero un cencio! pensò, e rimase un attimo immobile davanti al portone. Quasi quasi mi butto nellArno, e tengo il bottone in pugno, affondo col bottone e resto lì sotto

Ma sapendo nuotare bene, non ce lavrebbe fatta. E poi se non andava a scuola, la supplente Francesca avrebbe preso le sue classi e lei sarebbe rimasta senza stipendio. E i quaderni dove li lasciava? In fondo al fiume? Era solo un pensiero, e si incamminò verso il lavoro col batticuore e la sbadataggine. Dimenticò perfino la camicetta: giacchino e gonna, per fortuna, ma niente sotto…

Martina si ricordò quando la mamma la portò allasilo senza la gonna solo calzamaglia sulla sottoveste, che figuraccia! Ora toccava a lei, senza camicia, figuraccia pure peggio.

Si coprì col sacchetto al petto e corse dentro, rossa in viso, salutò la guardia, firmò il registro e volò nel suo laboratorio dove teneva il camice di riserva.

Eccoti, Martina! la preside Valeria la bloccò subito. Vieni qui.

Un attimo! Prima nel mio laboratorio, poi arrivo!

Vieni subitissimo, Martina!

Martina obbedì, spalla bassa e sacchetto penzoloni.

Avevi fretta? chiese la preside, sistemando delle scartoffie. Si vede che ci tieni al lavoro, eh?

Certo, preside Valeria. Solo che… Vittorio… lui…

Prendi questa, Valeria le lanciò una camiciona con fiocco al collo. Sarai magra, ma infilala nella gonna e via. Mi giro, cambiati.

Martina si infilò la vestaglia.

Interessante Sembri Orchidea in fiore sussurrò la preside osservandola di sottecchi.

No, davvero, lho presa da Biscotto Vaniglia… rispose Martina, alludendo alla biancheria carina che aveva sotto. Perché Vittorio ci tiene.

Ormai lo sa tutta la scuola cosa piace a Vittorio, borbottò Valeria. Che gli venga un accidente, però…

Cosa?

Eh? No, auguro solo salute! Allora, se dovesse chiedere il bottone, tu non restituirlo mai. Così sa come ci si sente, a perdere un pezzo!

Ma perché?

Perché il bottone giusto è difficile da ritrovare e il giacchino costa! Lo tieni tu, laltro lo butti. Che porti pure la giacca monca, allora! Valeria batté la mano sulla scrivania. Poi si guardarono, e Martina scoppio in una risata travolgente, seguita dalla preside, cauta e composta ma divertita. Risate di sollievo, come quando tutta la paura di essere sgridata da mamma per aver rotto la giacca si dissolve in un abbraccio e una battuta…

Anche ora, Martina rideva pensando a Vittorio, tutto elegante, che va in giro per Napoli a cercare un bottone uguale e nessuno glielo vuole dare! Lui, che di solito si lamenta che il mondo è fatto di gente insensibile…

Non siete registrati, vero? la bloccò la preside.

No. Vitto diceva che prima bisogna vedere se si va daccordo, convivere… E io ho fatto di tutto…

Meglio così. Lui non era adatto a noi. Anzi, digli pure che la zia Valeria ha detto che non fa per te. Forza, corri: hai lezione!

Sì…

Martina, in classe, guardava fuori dalla finestra mentre i ragazzi scrivevano il compito di chimica.

La chimica, pensava, è incredibile! Le molecole si attraggono, creano unione, diventano famiglia. Poi magari si stacca un pezzo e… che resta?

Uno dei ragazzi le rispose pensando ad alta voce. Martina annuì, confusa.

La professoressa di ginnastica la chiamò fuori dalla porta.

Mari! … Dai, scrivi e basta, che la carta sopporta tutto! gridò alla classe.

Martina uscì.

Congratulazioni! le sussurrò linsegnante stringendole la mano. Per te, per Vittorio! Ora sei libera, non capisci subito ma vedrai, ti passa. Vieni a giocare a pallavolo stasera!

No, grazie. Ho lezione.

Che bella camicetta! rise la collega sparendo.

Intanto, il giovane Pasquale la fissava accigliato: Ah, fossi più grande…

Appena entrò in sala professori, tutti zitti, cucchiaini che tintinnano nelle tazzine, Lena al telefono col marito.

Sì, ho pranzato… Ma certo, caro, tutto bene… E tu come stai? Stanco?

Le altre la accarezzavano, qualcuna le porgeva un biscotto di pasta frolla che Martina detestava. Tutte in pena per lei.

Avevano incontrato Vittorio solo una volta, elegante ma supponente, più pavone che gentiluomo. Martina gli girava intorno come a un toro da esposizione, trattandolo come un principe. Ma lui si atteggiava, infastidito.

Eppure per lui aveva rifiutato un posto migliore in una scuola prestigiosa, con classi di scienze perché Vittorio voleva che restasse a casa, a fargli la torta salata! Quindi, per i colleghi, ora era liberazione. Ma Martina piangeva…

Basta! esplose, come una bomba di Castel SantElmo. Non voglio nessuno meglio! Basta metterne il naso nella mia vita! Volete mettere il caffè della mattina, la camicia stirata, il pranzo preparato con amore? Io ci tenevo! E poi… non mangio nemmeno quei biscotti! Le persone mangiano, non si ingozzano!

Se ne andò sbattendo la porta.

Rientrata nel laboratorio, chiamò Vittorio, ma niente risposta. Lui a casa sua, lei senza forze nemmeno per andare a cercarlo.

Non voleva rincasare, camminava a passo lento passando davanti a vetrine e fermate dellautobus, perdendone due di fila.

Ma la strada finisce sempre. Martina salì le scale, cercò le chiavi niente, le aveva lasciate dentro.

Questa, però, era una scusa perfetta per andare da Vittorio: lui le aveva una copia, magari lui capisce, magari si torna insieme…

Vittorio viveva in via San Gregorio Armeno, in un palazzone antico di Napoli. Martina ci era stata poche volte, quasi sempre lui andava da lei.

Qual è il numero? Ah, sì, settantasei!

Stava per citofonare quando vide uscire i suoi genitori. Non voleva scenate, aspettò che si allontanassero e poi entrò rapida nel portone.

Giusto il tempo di chiedersi perché lo facesse: per implorare? Per cenare ancora insieme? Per accomodare come molecole mal assortite?

Bah! avrebbe risposto lo scettico Pasquale.

Ma Martina ignorò la vocina interiore e suonò.

Dopo una breve attesa, la porta si aprì ed ecco Gianna, vestita come capita, uscire dal buco della serratura.

Gianna?

Martina?

Martina inghiottì le lacrime, paralizzata.

Eh… capita, siamo amiche! Dai, non te la prendere. Se non hai funzionato tu, provo io, su! Daltronde… Gianna sbatté gli occhi.

Daltronde sono stata troppo intelligente per buttare la vita tra caffè a letto e lavandini asciutti, salsicce fatte in casa e lavaggio tappeti ogni sabato! saltò su Martina. Dai, prenditelo pure, adesso è il tuo toro da esposizione però occhio, basta un errore e sei fuori anche tu! Io sono qui solo per le chiavi.

Martina si aprì il giacchino, fece per mettere le mani sui fianchi, ma ricordandosi della camiciona decise di abbottonarsi meglio.

Gianna annuì, tutta sussiegosa, e corse a prendere le chiavi. Era terrorizzata dalla possibilità di uno scandalo ma Martina, in fondo, non fece un plissé.

Ah, grazie. Comunque, Gianna: ricorda che a Vittorio piace che gli si racconti Arriva il lupo e ti morde il fianco prima di dormire, e poi una carezza sulla schiena e la coperta ben rimboccata

A Vittorio quella lagna non piaceva affatto, ma Gianna non lo sa! Piccola vendetta, ma Martina si concesse la soddisfazione.

Gianna annuì, chiuse la porta ripetendo la filastrocca sottovoce.

Martina uscì, si guardò intorno e decise di tornare a piedi. Una gabbiana gridava dallalto, una motoscafo solcava il golfo, a bordo qualcuno rideva ascoltando la guida col microfono. Dal forno in via Toledo usciva un profumo di cannella e crema alla vaniglia. Marti si rese conto di avere fame. Era ora di andare a casa.

Arrivata a Ponte di Chiaia, tirò fuori il bottone, lo guardò, lo fece rimbalzare una volta sul palmo e poi lo gettò nel fiume.

Meglio che ti mangi una bella orata, va! sussurrò sorridendo e si rimise in cammino.

A casa, preparò una montagna di crespelle, si sistemò davanti al tavolo con tanto di marmellate varie, mise una commedia italiana alla TV. Aveva quasi dimenticato cosa fosse mangiare da sola, senza dover saltare in piedi ogni tre minuti perché al Vitto mancava il parmigiano, o voleva il sale, o il pane, o laglio, o il ketchup…

Ora Martina era il suo Vittorio: se vuole qualcosa, se la prende.

E in bagno, sullo specchio appannato, disegnò una faccetta buffa… e non la pulì. Perché adesso fa come le pare.

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