Bottoncino

Bottone

Basta, Martina. Davvero, basta con questa manfrina… Vittorio si girava dallaltra parte, mentre Martina gli si aggrappava al collo, si stringeva al suo giacchino che aveva appena stirato, alle braccia che amava tanto. Dai, smettila di toccarmi! Ma insomma, sembri una cozza!

Vitto… Ma non è per sempre, giusto? chiese Martina con quella vocina assurda, come se si potesse mettere una storia in pausa, come se lui, Vittorio, stesse solo facendo un esperimento per ravvivare un po il rapporto. Allora ti preparo qualcosa di buono stasera? Cosa vuoi mangiare? Vuoi che ordiniamo? Sushi, ti va? O preferisci lanatra? No? E allora magari una bella trota… La compro fresca e…

Lo guardava con quegli occhioni grandi, pieni di tristezza e devozione, gli stessi occhi per cui, anni fa, Vittorio si sentiva il padrone del mondo. Martina è una gemma rara, la mia fortuna, un titolo onorifico al valore ricevuto in anticipo, pensava. Roba da baciato dalla fortuna, altroché. Adesso, invece, quello sguardo lo infastidiva. Ma che modo volgare e banale di guardarlo! Zero orgoglio. La vede là, ai suoi piedi, pronta a tutto pur di tenerlo. Ma lui? Le è già stufo. Ormai la sente solo come un nome troppo ripetuto, una melodia che ha perso il ritmo. Da tempo le vuole bene solo per abitudine, inventandosi capricci e pretese che lei, poveretta, soddisfa sempre. Quando una donna ama, da noi si dice che diventa come una pecora: buona, mansueta e senza un briciolo di coraggio.

Hai proprio perso la brocca, Marti? la spinse via. Le donne patetiche gli facevano venire il voltastomaco. E Martina, con quella piega scomposta, pareva proprio una che aveva buttato via la dignità. Io me ne vado per sempre! Sbuffati via!

Le diede uno schiaffetto sulle mani, lei si ritrasse crac!

Ahia Scusami! Vittorio guardava il bottone del giacchino, finito tra le dita di Martina. Vitto, toglilo, te lo ricucio io! Faccio in un secondo, giuro! Siediti, dai, non ci metto niente! Perdona, davvero, dammi solo un attimo!

Martina volò verso larmadio, prese la scatola del cucito, lago e il filo, si girò, allungò la mano per prendersi la giacca ma trovò il vuoto. Porta che si chiude con uno schianto, ascensore che gratta e si porta via Vittorio, giù, di corsa verso la libertà. Martina con ago e filo in mano, fissa, come pietrificata, poi passa barcollando in cucina, si siede.

Quanto sia rimasta lì, non lo sa nemmeno lei. Come ibernata, anestetizzata, occhi spalancati, ma cervello spento…

Si riscosse solo quando un botto la fece sobbalzare. Era il cannone di mezzogiorno di Castel SantElmo unusanza partenopea, colpo che fa sussultare tutta Napoli. Ah, se solo avessero sparato me, direttamente! Una botta sola e via! Ma il castello mica si presta si deve continuare, vivere, sopravvivere a questa malinconia senza Vittorio.

Vittorio! Oddio, ha dimenticato la colazione!

Ogni mattina, Martina gli preparava il pranzo come a uno scolaretto: due fette di pane tostato, un uovo sodo, due salsicce fatte da lei. Macinava la carne, ci metteva le spezie, arrotolava il tutto nella pellicola e faceva bollire. Poi le salsicce andavano nello scomparto apposito: così Vittorio aveva qualcosa di sano al lavoro. Una fettina di cetriolo e pomodoro, un po di frutta secca… Vittorio ci teneva a mangiare casalingo. Martina saltava giù dal letto alle sei, doccia veloce, specchi e piastrelle puliti a fondo (a Vittorio non piace lumidità), poi trucco e parrucco: lui è contento solo se la vede in ordine. E allora subito, sui tacchi, via a svegliarlo con una carezza.

Una gamba allaria, 45 di piede che si muove sotto la coperta. Martina sorride, mani ben calde se no Vittorio scalcia.

Dai, amore, su, sveglia, tesoro mio! È tardi, Vitto! Viiiittoriooo!

Lui sbuffa, si rituffa nel cuscino, borbotta che vuole il caffè.

Ecco, il caffè! Prima della colazione, sempre caffè fumante appena uscito dalla doccia, tutto profumato di bagnoschiuma maschile.

Martina glielo portava su un vassoio col tovagliolino e lo zuccherino manco fosse un cavallo di razza. E poi subito a pulire ancora la doccia, per le maledette gocce.

A Vittorio piaceva tutto perfetto: tazze senza aloni, finestre brillanti, camicia stirata già pronta sulla sedia, per la banca dove lavorava. Ogni giorno riunioni, dress code impeccabile, aspettative altissime. E guai se il caffè è carbonizzato, o se la crostata del giorno prima avanza; se la bistecca è troppo cotta, o il cetriolo è tagliato a cinque e non a sei fette (perché la sesta Martina se lera mangiata di nascosto).

Marti, ma che gusto ha sto caffè, sa di bruciato! Ma è così difficile fare un espresso decente? la rimprovera gettando la tazza nellacquaio. Va be, dai, mangiamo qualcosa!

E Martina, scusandosi, tira fuori dal forno la torta salata riscaldata per lui: carne, broccoli, risotto alluovo, prosciutto, formaggio, patate purché freschissima. Gli avanzi? Per Martina, di corsa verso la metro.

ma non può pranzare al bar come tutti gli altri? domandava Gianna, lamica che non sopportava Vittorio. Cioè, è troppo nobile?

Ma no, perché sprecare? A me non pesa, e lui ha lo stomaco delicato si giustificava Martina, consapevole che più che altro moriva dalla paura che lui la lasciasse.

Mari, mangiano i maiali. Le persone mangiano, non si ingozzano. Anche se il tuo Vitto tanto raffinato non mi sembra… ribatteva Gianna.

Gianna! Ti prego, non parlare così di lui!

Ma dai, non è mica morto, rilassati!

Gianna…

Okay, sto zitta. Ma il tuo Vitto è proprio un caso

Ci rimaneva male. Sicuramente Gianna era solo invidiosa del quasi marito elegante, educato, capo in casa

Martina sparecchia, lava i piatti mentre Vittorio si veste. A volte un bacio daddio, appassionato, che le faceva ardere le labbra fino a sera. Martina adoro questi saluti. Vittorio profuma di colonia, labito impeccabile, la camicia bianchissima. Ed è il suo uomo! Lei ne andava fiera, avrebbe venduto lanima per lui. Gianna rideva, la chiamava malata damore, ma lei se ne fregava.

Il cannone ha sparato, ma il cuore di Martina regge; si lacera, sanguina, ma batte ancora.

Guardò lorologio, terrorizzata. Mezzogiorno! Oddio, è pure in ritardo a scuola! Chissenefrega ormai, chi la vede, se tanto Vittorio se nè andato Rimasto solo il bottone, un trofeo, una reliquia.

Martina si asciugò gli occhi, rappezzò il trucco, buttò qualche quaderno e la borsa in un sacchetto, chiuse la porta alle spalle e corse verso lascensore.

Salì come in trance, salutando i compagni di viaggio il nonno canuto del dodicesimo col suo pechinese Fuffi, una vecchietta mai vista con un mazzo di fiori secchi, e un ragazzo che forse abitava al ventiduesimo. Dei vicini, lei non sapeva nulla: aveva solo occhi per Vittorio, sempre di corsa da lui.

La vecchia con i fiori fece una smorfia, il nonno si tappò il naso, il ragazzo fece locchiolino a Martina.

Lei si morse il labbro e guardò dallaltra parte. Non gliene importava: aveva troppo dolore, e in mano solo un bottone…

Scesa, salutò la portiera, la signora Lina, che la fissò come se Martina fosse una Madonna lacrimosa.

Ma come sto combinata? Forse sembro davvero un cencio! pensò, e rimase un attimo immobile davanti al portone. Quasi quasi mi butto nellArno, e tengo il bottone in pugno, affondo col bottone e resto lì sotto

Ma sapendo nuotare bene, non ce lavrebbe fatta. E poi se non andava a scuola, la supplente Francesca avrebbe preso le sue classi e lei sarebbe rimasta senza stipendio. E i quaderni dove li lasciava? In fondo al fiume? Era solo un pensiero, e si incamminò verso il lavoro col batticuore e la sbadataggine. Dimenticò perfino la camicetta: giacchino e gonna, per fortuna, ma niente sotto…

Martina si ricordò quando la mamma la portò allasilo senza la gonna solo calzamaglia sulla sottoveste, che figuraccia! Ora toccava a lei, senza camicia, figuraccia pure peggio.

Si coprì col sacchetto al petto e corse dentro, rossa in viso, salutò la guardia, firmò il registro e volò nel suo laboratorio dove teneva il camice di riserva.

Eccoti, Martina! la preside Valeria la bloccò subito. Vieni qui.

Un attimo! Prima nel mio laboratorio, poi arrivo!

Vieni subitissimo, Martina!

Martina obbedì, spalla bassa e sacchetto penzoloni.

Avevi fretta? chiese la preside, sistemando delle scartoffie. Si vede che ci tieni al lavoro, eh?

Certo, preside Valeria. Solo che… Vittorio… lui…

Prendi questa, Valeria le lanciò una camiciona con fiocco al collo. Sarai magra, ma infilala nella gonna e via. Mi giro, cambiati.

Martina si infilò la vestaglia.

Interessante Sembri Orchidea in fiore sussurrò la preside osservandola di sottecchi.

No, davvero, lho presa da Biscotto Vaniglia… rispose Martina, alludendo alla biancheria carina che aveva sotto. Perché Vittorio ci tiene.

Ormai lo sa tutta la scuola cosa piace a Vittorio, borbottò Valeria. Che gli venga un accidente, però…

Cosa?

Eh? No, auguro solo salute! Allora, se dovesse chiedere il bottone, tu non restituirlo mai. Così sa come ci si sente, a perdere un pezzo!

Ma perché?

Perché il bottone giusto è difficile da ritrovare e il giacchino costa! Lo tieni tu, laltro lo butti. Che porti pure la giacca monca, allora! Valeria batté la mano sulla scrivania. Poi si guardarono, e Martina scoppio in una risata travolgente, seguita dalla preside, cauta e composta ma divertita. Risate di sollievo, come quando tutta la paura di essere sgridata da mamma per aver rotto la giacca si dissolve in un abbraccio e una battuta…

Anche ora, Martina rideva pensando a Vittorio, tutto elegante, che va in giro per Napoli a cercare un bottone uguale e nessuno glielo vuole dare! Lui, che di solito si lamenta che il mondo è fatto di gente insensibile…

Non siete registrati, vero? la bloccò la preside.

No. Vitto diceva che prima bisogna vedere se si va daccordo, convivere… E io ho fatto di tutto…

Meglio così. Lui non era adatto a noi. Anzi, digli pure che la zia Valeria ha detto che non fa per te. Forza, corri: hai lezione!

Sì…

Martina, in classe, guardava fuori dalla finestra mentre i ragazzi scrivevano il compito di chimica.

La chimica, pensava, è incredibile! Le molecole si attraggono, creano unione, diventano famiglia. Poi magari si stacca un pezzo e… che resta?

Uno dei ragazzi le rispose pensando ad alta voce. Martina annuì, confusa.

La professoressa di ginnastica la chiamò fuori dalla porta.

Mari! … Dai, scrivi e basta, che la carta sopporta tutto! gridò alla classe.

Martina uscì.

Congratulazioni! le sussurrò linsegnante stringendole la mano. Per te, per Vittorio! Ora sei libera, non capisci subito ma vedrai, ti passa. Vieni a giocare a pallavolo stasera!

No, grazie. Ho lezione.

Che bella camicetta! rise la collega sparendo.

Intanto, il giovane Pasquale la fissava accigliato: Ah, fossi più grande…

Appena entrò in sala professori, tutti zitti, cucchiaini che tintinnano nelle tazzine, Lena al telefono col marito.

Sì, ho pranzato… Ma certo, caro, tutto bene… E tu come stai? Stanco?

Le altre la accarezzavano, qualcuna le porgeva un biscotto di pasta frolla che Martina detestava. Tutte in pena per lei.

Avevano incontrato Vittorio solo una volta, elegante ma supponente, più pavone che gentiluomo. Martina gli girava intorno come a un toro da esposizione, trattandolo come un principe. Ma lui si atteggiava, infastidito.

Eppure per lui aveva rifiutato un posto migliore in una scuola prestigiosa, con classi di scienze perché Vittorio voleva che restasse a casa, a fargli la torta salata! Quindi, per i colleghi, ora era liberazione. Ma Martina piangeva…

Basta! esplose, come una bomba di Castel SantElmo. Non voglio nessuno meglio! Basta metterne il naso nella mia vita! Volete mettere il caffè della mattina, la camicia stirata, il pranzo preparato con amore? Io ci tenevo! E poi… non mangio nemmeno quei biscotti! Le persone mangiano, non si ingozzano!

Se ne andò sbattendo la porta.

Rientrata nel laboratorio, chiamò Vittorio, ma niente risposta. Lui a casa sua, lei senza forze nemmeno per andare a cercarlo.

Non voleva rincasare, camminava a passo lento passando davanti a vetrine e fermate dellautobus, perdendone due di fila.

Ma la strada finisce sempre. Martina salì le scale, cercò le chiavi niente, le aveva lasciate dentro.

Questa, però, era una scusa perfetta per andare da Vittorio: lui le aveva una copia, magari lui capisce, magari si torna insieme…

Vittorio viveva in via San Gregorio Armeno, in un palazzone antico di Napoli. Martina ci era stata poche volte, quasi sempre lui andava da lei.

Qual è il numero? Ah, sì, settantasei!

Stava per citofonare quando vide uscire i suoi genitori. Non voleva scenate, aspettò che si allontanassero e poi entrò rapida nel portone.

Giusto il tempo di chiedersi perché lo facesse: per implorare? Per cenare ancora insieme? Per accomodare come molecole mal assortite?

Bah! avrebbe risposto lo scettico Pasquale.

Ma Martina ignorò la vocina interiore e suonò.

Dopo una breve attesa, la porta si aprì ed ecco Gianna, vestita come capita, uscire dal buco della serratura.

Gianna?

Martina?

Martina inghiottì le lacrime, paralizzata.

Eh… capita, siamo amiche! Dai, non te la prendere. Se non hai funzionato tu, provo io, su! Daltronde… Gianna sbatté gli occhi.

Daltronde sono stata troppo intelligente per buttare la vita tra caffè a letto e lavandini asciutti, salsicce fatte in casa e lavaggio tappeti ogni sabato! saltò su Martina. Dai, prenditelo pure, adesso è il tuo toro da esposizione però occhio, basta un errore e sei fuori anche tu! Io sono qui solo per le chiavi.

Martina si aprì il giacchino, fece per mettere le mani sui fianchi, ma ricordandosi della camiciona decise di abbottonarsi meglio.

Gianna annuì, tutta sussiegosa, e corse a prendere le chiavi. Era terrorizzata dalla possibilità di uno scandalo ma Martina, in fondo, non fece un plissé.

Ah, grazie. Comunque, Gianna: ricorda che a Vittorio piace che gli si racconti Arriva il lupo e ti morde il fianco prima di dormire, e poi una carezza sulla schiena e la coperta ben rimboccata

A Vittorio quella lagna non piaceva affatto, ma Gianna non lo sa! Piccola vendetta, ma Martina si concesse la soddisfazione.

Gianna annuì, chiuse la porta ripetendo la filastrocca sottovoce.

Martina uscì, si guardò intorno e decise di tornare a piedi. Una gabbiana gridava dallalto, una motoscafo solcava il golfo, a bordo qualcuno rideva ascoltando la guida col microfono. Dal forno in via Toledo usciva un profumo di cannella e crema alla vaniglia. Marti si rese conto di avere fame. Era ora di andare a casa.

Arrivata a Ponte di Chiaia, tirò fuori il bottone, lo guardò, lo fece rimbalzare una volta sul palmo e poi lo gettò nel fiume.

Meglio che ti mangi una bella orata, va! sussurrò sorridendo e si rimise in cammino.

A casa, preparò una montagna di crespelle, si sistemò davanti al tavolo con tanto di marmellate varie, mise una commedia italiana alla TV. Aveva quasi dimenticato cosa fosse mangiare da sola, senza dover saltare in piedi ogni tre minuti perché al Vitto mancava il parmigiano, o voleva il sale, o il pane, o laglio, o il ketchup…

Ora Martina era il suo Vittorio: se vuole qualcosa, se la prende.

E in bagno, sullo specchio appannato, disegnò una faccetta buffa… e non la pulì. Perché adesso fa come le pare.

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Bottoncino
“— Igor, dove mi siedo? — chiesi piano. Finalmente incrociò il mio sguardo, gli occhi pieni di fastidio. — Non lo so, arrangiati. Non vedi che tutti chiacchierano? Qualcuno tra gli ospiti sogghignò. Sentii le guance incendiarci. Dodici anni di matrimonio, dodici anni ho sopportato umiliazioni. Rimasi sulla soglia della sala banchetti, con un mazzo di rose bianche e incredula. Sul lungo tavolo, decorato con tovaglie dorate e calici di cristallo, sedevano tutti i parenti di Igor. Tutti, tranne me: per me non c’era posto. — Elena, che fai lì impalata? Vieni! — urlò mio marito, senza smettere di parlare col cugino. Scrutai il tavolo: davvero nessun posto libero. Nessuno pensò di stringersi o offrirmi una sedia. Mia suocera, la signora Tamara, era in testa al tavolo con l’abito dorato, regina sul trono, e fingeva di non vedermi. — Igor, dove mi siedo? — ripetei piano. Mi lanciò un’occhiata irritata. — Non lo so, arrangiati. Vedi che tutti sono impegnati. Qualcuno ridacchiò. Sentii il sangue ribollire nelle vene. Dodici anni di matrimonio, dodici anni di umiliazioni dalla suocera, dodici anni a tentare di essere “dei loro”. Ed ecco il risultato: niente posto a tavola per il settantesimo compleanno della suocera. — Forse Elena può stare in cucina? — propose mia cognata Ilaria, con tono pungente. — C’è uno sgabello libero. In cucina. Come la domestica. Una persona di seconda categoria. Mi girai senza fiatare, stringendo il mazzo fino a pungere le mani sotto la carta. Alle spalle scoppiò una risata: qualcuno raccontava una barzelletta. Nessuno mi chiamò, nessuno mi fermò. Nel corridoio del ristorante gettai le rose nel cestino e chiamai un taxi con le mani tremanti. — Dove si va? — chiese il tassista. — Non so — risposi onestamente. — Basta andare, ovunque. Attraversammo la città sotto le luci della notte, e guardavo le vetrine, le coppie sotto i lampioni. All’improvviso capii: non volevo tornare a casa. Niente piatti sporchi, niente calzini sparsi, niente ruolo di casalinga sempre al servizio e senza dignità. — Mi lasci davanti alla Stazione Centrale, — dissi. — Ne è sicura? Ormai è tardi, i treni sono fermi. — Mi lasci, per favore. Scesi e mi diressi verso la stazione. In tasca avevo la carta del conto condiviso con Igor: tutti i nostri risparmi per una macchina nuova. Ventimila euro. Allo sportello c’era una giovane impiegata assonnata. — Che treni ci sono al mattino? — chiesi. — Qualsiasi direzione. — Milano, Torino, Firenze, Napoli… — Milano, — ribattei d’impulso. — Un biglietto. La notte la passai in un bar, con un caffè e mille pensieri. Ripensavo a quando, dodici anni prima, avevo amato quel bel ragazzo dagli occhi castani sognando una famiglia felice. Come col tempo ero diventata un’ombra, sempre a cucinare, pulire, tacere. Avevo dimenticato perfino i miei sogni. Sognavo: all’università studiavo design d’interni, immaginavo uno studio mio, progetti creativi. Ma dopo il matrimonio Igor disse: — Che ti serve lavorare? Io guadagno abbastanza. Occupati della casa. E la casa fu il mio mondo, per dodici anni. La mattina salii sul treno per Milano. Igor mandò qualche messaggio: «Dove sei? Torna a casa.» «Elena, dove sei?» «Mia madre dice che ieri ti sei offesa. Ma dai, sei peggio di una bambina!» Non risposi. Guardavo le campagne dal finestrino e, per la prima volta dopo anni, mi sentivo viva. A Milano affittai una stanza in un appartamento condiviso, vicino al Duomo. La proprietaria, signora Vera, gentile e discreta. — Rimani molto? — chiese. — Non lo so, forse per sempre. Per la prima settimana passeggiai per la città, visitai musei, leggevo nei caffè. Non leggevo nulla da anni, a parte ricette e manuali di pulizie. Quanti libri nuovi erano usciti! Igor chiamava ogni giorno: — Elena, smettila! Torna a casa! — Mia madre dice che si scuserà. Cos’altro vuoi? — Sei impazzita? Sei adulta, ti comporti come una ragazzina! Lo ascoltavo e mi chiedevo come avessi mai accettato questi toni. Come mi fossi abituata a farmi trattare peggio di una bambina disobbediente. Alla seconda settimana andai al centro per l’impiego. Cercavano interior designer, ma la mia laurea era vecchia, i programmi cambiati. — Dovresti seguire degli aggiornamenti, — consigliò la tutor. — Nuovi software, nuove tendenze. Hai una buona base, ce la farai. Mi iscrissi ai corsi. Ogni mattina studio e formazione, 3D, nuovi materiali, tendenze. La mente, arrugginita, all’inizio resistette. Poi mi appassionai. — Sei portata, — disse il docente dopo aver visto il mio primo progetto. — Hai gusto. Come mai hai avuto una lunga pausa in carriera? — La vita, — risposi secca. Igor smise di chiamare dopo un mese. Poi chiamò sua madre: — Cosa stai combinando, imbecille? — urlò al telefono. — Hai lasciato mio figlio, distrutto la famiglia! Per che cosa, per non aver trovato posto a tavola? Non ci abbiamo pensato! — Signora Tamara, non è per il posto a tavola, — risposi calma. — È per dodici anni di umiliazioni. — Quali umiliazioni? Mio figlio ti ha viziata! — Vostro figlio vi ha permesso di trattarmi come una serva. E lui era pure peggio. — Sei pazza! — gridò e buttò giù la cornetta. Dopo due mesi ottenni il diploma di aggiornamento e iniziai a cercare lavoro. Le prime selezioni furono difficili — nervosa, impacciata, impaurita. Ma al quinto colloquio mi assunsero come assistente in uno studio di design, diretto da Massimo, uomo sulla quarantina dagli occhi gentili. — Lo stipendio è basso, — mi avvertì. — Ma abbiamo una squadra affiatata, progetti interessanti. Se ti impegni, ti promuoviamo. Avrei accettato qualunque stipendio. L’importante era lavorare, sentirmi utile come professionista, non come cuoca o domestica. Il primo progetto: arredamento di un bilocale per una giovane coppia. Ci misi l’anima, curai ogni dettaglio, venti schizzi. I clienti entusiasti. — Ha capito cosa cercavamo, — disse la ragazza. — Ci ha letto nel cuore! Massimo mi lodò: — Ottimo lavoro, Elena. Si vede che ci metti passione. Ci mettevo davvero il cuore. Finalmente facevo ciò che amavo. Ogni giorno era una scoperta, nuove idee, entusiasmo. Dopo sei mesi arrivò un aumento e progetti più complessi. In un anno diventai designer senior. I colleghi mi rispettavano, i clienti mi raccomandavano. — Elena, è sposata? — chiese una sera Massimo, dopo aver lavorato insieme fino a tardi. — Tecnicamente sì, — sorrisi. — Ma vivo da sola da un anno. — Capisco. Pensa al divorzio? — Sì, presto lo farò. Annì senza insistere. Mi piaceva che non si intromettesse nella mia vita, senza giudicare, senza consigli. L’inverno a Milano fu rigido, ma io non sentivo freddo. Mi pareva di rinascere dopo anni di gelo. Mi iscrissi a inglese, yoga, andai a teatro — da sola, e mi piacque. La signora Vera un giorno disse: — Sa, Elena, è cambiata molto in quest’anno. Era arrivata timida e spenta. Ora è bella e sicura di sé. Mi guardai allo specchio e mi accorsi che aveva ragione. Mi ero trasformata. Capelli sciolti invece di chignon, trucco, colori vivaci. Ma soprattutto lo sguardo: finalmente vivo. Un anno e mezzo dopo la fuga, mi chiamò una sconosciuta: — Elena? Mi ha dato il suo contatto la signora Anna, che ha curato il suo appartamento. — Sì, dica pure. — Ho un progetto importante. Una villa su due piani, vorrei rinnovare l’intero interno. Possiamo vederci? Era davvero un grande progetto. La cliente agiata mi lasciò carta bianca e budget generoso. Lavorai per quattro mesi e il risultato fu pubblicato su una rivista di design. — Elena, sei pronta per camminare da sola, — disse Massimo, mostrandomi la rivista. — Hai già un nome in città, i clienti chiedono proprio te. Forse è tempo di aprire il tuo studio? L’idea mi spaventava, ma mi dava carica. Con i risparmi di due anni affittai un piccolo ufficio in centro e registrai la partita IVA. “Studio di Interior Design Elena Sokolova” — la targa discreta fu per me la cosa più bella del mondo. I primi mesi furono duri: pochi clienti, soldi che finivano presto. Ma non mollai. Sedici ore al giorno tra progetti, marketing, sito, social. Pian piano arrivarono le soddisfazioni. Il passaparola portava clienti. Dopo un anno assunsi un assistente, poi una seconda designer. Una mattina trovai una mail da Igor. Il cuore ebbe un sussulto — non lo sentivo da anni. «Elena, ho visto l’articolo sul tuo studio. Non posso credere a quanto hai realizzato. Vorrei vederti, parlare. Ho capito tante cose in questi tre anni. Perdonami.» Lessi la mail più volte. Tre anni prima mi sarei precipitata da lui. Ora sentivo solo malinconia — per la giovinezza, per la fiducia ingenua, per gli anni persi. Risposi brevemente: «Igor, grazie per le tue parole. Sono felice della mia nuova vita. Ti auguro di trovare anche tu la tua felicità.» Quella stessa sera depositai le carte per il divorzio. In estate, al terzo anniversario della mia fuga, lo studio ricevette l’incarico del design di un attico in un residence di lusso. Il cliente era Massimo — il mio ex capo. — Complimenti, — mi disse stringendomi la mano. — Ho sempre pensato che ce l’avresti fatta. — Grazie. Senza il tuo appoggio non ci sarei mai riuscita. — Sciocchezze. Hai fatto tutto da sola. Ora ti invito a cena, così parliamo del progetto. A cena si parlò di lavoro, ma alla fine anche di noi. — Elena, volevo chiederti… — Massimo mi guardò fisso negli occhi. — Hai qualcuno accanto? — No, — risposi. — E non sono sicura di essere pronta per una relazione. Ho bisogno di tempo per fidarmi di nuovo. — Capisco. E se ci vedessimo ogni tanto? Senza pressioni, senza promesse. Solo due adulti che si trovano bene insieme. Ci pensai e accettai. Massimo era una persona buona, intelligente, delicata. Con lui mi sentivo serena. La relazione crebbe piano piano. Andavamo a teatro, a passeggio, parlavamo di tutto. Mai pressioni, mai pretese, mai controllo sul mio mondo. — Sai, — gli dissi una sera, — con te mi sento finalmente alla pari. Non una serva, non un soprammobile, non un peso. Semplicemente io. — E cosa dovrei volere di diverso? — sorrise. — Sei straordinaria: forte, talentuosa, autonoma. Quattro anni dopo la fuga, il mio studio era tra i più quotati di Milano. Otto collaboratori, ufficio nel centro storico, casa con vista sui Navigli. Storia E soprattutto, una nuova vita. Quella che ho scelto io. Storia Una sera, sulla poltrona accanto alla finestra, sorseggiando tè ricordai quel giorno di quattro anni prima. Sala banchetti, tovaglie dorate, rose bianche finite nel cestino. Umiliazioni, dolore, disperazione. E mi venne da ringraziare la signora Tamara. Grazie perché non mi avete fatto posto a quel tavolo. Senza, sarei rimasta tutta la vita in cucina, raccogliendo briciole d’affetto. Ora sono io al mio tavolo. E il posto da padrona è mio. Il telefono squillò, interrompendo i pensieri. — Elena? Sono Massimo. Sono sotto casa tua. Posso salire? Ho qualcosa di importante da dirti. — Certo, sali. Aprii la porta e lo vidi, in mano un mazzo di rose. Rose bianche, proprio come allora. — È una coincidenza? — gli chiesi. — No, — sorrise. — Ricordo quel giorno. Ho pensato che queste rose ti riportassero solo cose belle. Mi porse i fiori e tirò fuori una scatolina. — Elena, non voglio correre. Ma voglio che tu sappia che sono pronto a condividere la tua vita. Così com’è. Il tuo lavoro, i tuoi sogni, la tua libertà. Non voglio cambiarti, ma esserci accanto. Presi la scatola e l’aprii: dentro una semplice fede elegante, proprio come l’avrei scelta. — Pensaci, — disse. — Nessuna fretta. Guardai lui, le rose, l’anello. Pensai a quanta strada avevo fatto, da casalinga impaurita a donna felice e indipendente. — Massimo, — dissi, — sei sicuro di volere una moglie tosta? Non starò mai zitta se qualcosa non va, mai più sarò semplicemente comoda per qualcun altro. Mai più lascerò che mi trattino come una persona di serie B. — È esattamente la donna che ho amato, — rispose. — Forte, libera, che sa cosa vale. Infilai l’anello: calzava a pennello. — Allora sì, — risposi. — Ma le nozze le organizziamo insieme. E al nostro tavolo, ci sarà posto per tutti. Ci abbracciammo e in quel momento il vento dei Navigli entrò dalla finestra, gonfiando le tende di luce e freschezza. Simbolo della nuova vita appena cominciata.