Prodotto Unico
Mi sono svegliata con un lungo sospiro, aprendo piano gli occhi e restando in ascolto.
In casa regnava un silenzio così profondo che potevo distinguere il ticchettio dellorologio in cucina, al piano di sotto.
Luna guaiva piano, mi strattonava ogni tanto per la manica del pigiama, si agitava, muoveva le zampe, mi leccava la guancia con la sua lingua aspra e umida, poi correva verso la porta, ci batteva contro la coda e infine tornava a rannicchiarsi al letto.
Mi sono girata dallaltra parte, ostinata.
No, oggi non porto fuori Luna. Devo dormire! Voglio tirare fuori tutto quello che riesco da quel torpore di dormiveglia così raro per me!
Giulia! Giugina, sei sveglia? Ancora a letto? Dai, vieni! la voce del nonno mi è arrivata da dietro la porta.
Ecco, ci risiamo! Quante volte avevo detto di lasciarmi almeno una mattina di pace! Ma il nonno e Luna non ci pensavano proprio, sempre a trascinarmi di qua e di là. Ieri sera mi avevano portata per i campi a vedere le lucciole, che parevano fluttuare leggerissime sul prato. Luna, la pastora tedesca di nonno Pietro, osservava tutto con la testa inclinata di lato, quasi facendo la filosofa.
Ha capito, la bestia, capisce! diceva fiero Pietro spiegando il suo comportamento. Giulia, senti?
Cosa, nonno? Sto solo sbadigliando, qui mi si sta per slogare la mascella! borbottai, poggiando la testa sulla spalla di nonno Pietro.
Ascolta che sera Sinsinua piano, cammina sulle zampette tutte morbide allungò le parole, sognante.
Su, Piero io lho sempre chiamato Pierino. A me sembra solo di sentire lo scricchiolio delle mascelle. Vado dai, va bene?
Pietro ha annuito. Era stanco pure lui, la nipote era arrivata magra, esaurita da questa città, tutta nervosa. Ma piano piano la tirerà di nuovo su. Tornerà la sua bella Giuglia!
Ad un certo punto mi sono ritrovata a guardare l’orologio elettronico con un occhio socchiuso: mi diceva che non avevo fatto nemmeno un passo oggi, che avevo dormito benissimo e che sarebbe piovuto.
Nonno! Sono solo le sei! Dormo ancora! ho gridato in direzione della porta, ho spinto via Luna e mi sono rintanata sotto le coperte.
Luna ha sospirato rumorosamente, e nonno Pietro, spalancando un po di più la porta, ha fischiato per chiamarla da sé. Lei, obbediente, è andata via. Usciranno senza di me oggi, ma domani…
Quando mi sono finalmente alzata, riposata e appagata da quel torpore, mi sono messa a fare le boccacce davanti al vecchio specchio della nonna, un po appannato, ma incastonato in una cornice di ottone decorata con riccioli eleganti.
Giulia! Ti sento che giri per casa. Vieni a fare colazione! Si raffredda tutto! la voce di nonno è risalita dal pianterreno, ho sentito i suoi passi sulle scale, mi ha quasi trovato ancora in pigiama, ma si è voltato imbarazzato.
Pietro non si era ancora abituato alla mia età, tossicchiava per la timidezza.
Arrivo! Luna, posa il calzino! Nonno, dille tu qualcosa! Dammi il calzino, monella!
Ma Luna già correva giù con il calzino in bocca, saltando per la fortuna, e poi ha lasciato perdere il calzino attratta da una farfallina entrata in cucina, provando a prenderla tra i denti, sbattendo le zampe e colpendo le sedie con la coda.
E va bene, va bene! Guarda che sole là fuori! ha sbuffato nonno Pietro, spalancando le imposte. Vai, farfallina, non ti serve altro tempo in casa?
La farfalla ha svolazzato ancora un po, si è appoggiata un istante sul lampadario, poi via, fuori dalla finestra aperta, portandosi via il profumo dellerba appena tagliata, della dolce spira di lavanda e della linfa di pino.
Luna, delusa, ha sbuffato.
Stai tranquilla. Non sei più un cucciolo, comportati bene! ha borbottato Pietro, con le sue dita grosse e le unghie corte e scure, rigirando abilmente una crespella aiutandosi con la forchetta.
La padella sfrigolò allegramente.
Il nonno preparava sempre le crespelle, sempre fritte, come amava precisare, nellolio doliva buono: ne discuteva con chiunque sostenesse che si “cuociono”.
Ma il colesterolo! sbuffavo io ogni volta.
Il burro e lolio ad una crespella non hanno mai fatto male, e neanche a te, che le mangi a due a due! E non si discute col cuoco, altrimenti non cucina più! brontolava nonno, mentre si stringeva il grembiule a quadri con un gattino stampato sul petto.
Quel grembiule e le presine abbinate li avevo portati per la nonna da Arezzo, durante una tournée con lorchestra. Poi, con la violinista Lucia, eravamo scappate dallalbergo e avevamo girovagato in città, guardando le persone, le case, prendendo un caffè. Avevamo trovato un piccolo negozio artigianale. Io mi ero fermata davanti agli scaffali pieni di borse, portamonete, tovagliette personalizzate, guanti di lana con le volpi e le renne. E mi sono innamorata di quel grembiule: serviva proprio a nonna.
Ho anche le presine abbinate mi aveva detto con gioia la proprietaria. Le prende?
Certo! E anche questi guanti con le volpi! senza pensarci troppo, avevo tirato fuori il portafogli.
Ma Giulia, è roba da paese! aveva sussurrato allorecchio Lucia. Meglio comprare qualcosa di serio al centro commerciale! Dai, dove la metti quella “stranezza”?
Tu non capisci cosa significa il calore di casa, cara mia! avevo scosso la testa. In casa non conta essere di moda, ma stare bene, sentirsi accolti. Anche i guanti fatti a mano sono casa. Sono oggetti unici, fatti per te, nessuno li avrà uguali. È bellissimo, Lucia!
Sospirai, e la venditrice, cercando tra le sciarpe, me ne porse una lilla, lavorata alluncinetto, finemente intrecciata.
Prenda anche questa. È speciale! disse con orgoglio, distendendola sul banco, lanciando una occhiata poco convinta a Lucia.
Lei capiva molto di più di bellezza, ovvio, ma quella roba la infastidiva. Non era adatta che ai turisti, magari ai nostalgici delle tradizioni; figurati portarla davvero, fuori di casa!
Io, invece, la pensavo diversamente. Quei prodotti artigianali, fatti con le mani, portavano il calore di chi li aveva creati. Mia nonna Silvia diceva sempre che nelle cose fatte a mano rimane la bontà delle mani della persona.
Ma chi li fa? le avevo chiesto pagando.
Mia figlia, Mariella. È bravissima, tutta luce. Aveva studiato arte, poi il piccolo che non sta bene lha costretta a stare a casa e allora lavora così, e io vendo. Unamica ci ha lasciato questa bancarella finché può.
È dura… sospirai.
Anche mia nonna, prima della pensione, assisteva bambini in difficoltà, insegnava alle madri i massaggi, come curarli. Era partita da infermiera, poi aveva frequentato corsi, aiutava come poteva, e se non riusciva lei trovava qualcun altro.
Può sempre affidarlo a una struttura o cercare una tata, e far tornare sua figlia al lavoro. A casa si impazzisce! si intromise Lucia. E il centro commerciale qui dovè?
Non so. Ce la caveremo da sole, grazie chiuse secca la signora, guardandoci torva e sparendo nel retro.
Ma insomma, Lucia?! Si può essere così invadenti? scoppiai, uscendo fuori, trascinandomi dietro lamica.
Dai, ammettilo, sei fuori moda, Giulia! Tra i tuoi maglioncini vintage, guanti e gonne fatte a mano ma leggi i giornali, navighi su internet o abbracci solo il tuo violoncello? si mise a ridere. Qui bisogna rincorrere i ragazzi! E i ragazzi vanno solo dietro la bellezza vera, moderna! Devi cambiare, fidati. Quella roba rustica non va più!
Ognuno è diverso. Anche loro! mi sono stretta nel cappuccio, perché fuori tirava vento, borbottando: Per te sono uno scarto, ma per altri ho fatto una pausa e sorrido per altri sono proprio un prodotto unico, fatto su misura.
Ma per favore! ridacchiò Lucia e se ne andò verso le luci dei negozi.
Io non la seguii, anzi quasi mi pentii di averla invitata. Quei negozietti erano la mia passione: mi incantavo davanti a ogni cosa e ridevo.
A ciò, mi aveva abituata nonna Silvia, detta Silvietta. Quando ero là da lei in campagna, il sabato portava me al mercato: le donne artigiane, intagliatori, panettieri e merlettaie esponevano le loro creazioni, profumi di pane caldo e conserve, funghi secchi che odoravano di bosco, tutto mescolato.
Ero felice, tornavo sempre a casa con qualcosa: un cucchiaio decorato, un fischietto a forma di gallo, una piccola matrioska.
Vedi, tesoro, questa è fatta con amore, una sola volta. Non cè un altro gallo o cucchiaio uguale. La macchina no, le mani sì! Come le persone: tutti diversi. Ognuno unico. Tu, Giulia, sei un fiore raro, ricordalo. Non piegarti mai! ripeteva la nonna mentre tornavamo insieme.
Io annuivo, correvo avanti, e la nonna portava la spesa. Lei faceva anche le sue conserve, ma diceva che era bello imparare assaggiando da altri
La marmellata, sempre coi pancake! Io li spolveravo tutti, ma la nonna canticchiava e cucinava, e la sera ci sedevamo in veranda con il tè, rubando cucchiaiate di dolcezza.
Le vespe arrivavano e io le allontanavo, ma nonno Pietro ne lasciava sempre un po in un piattino, in disparte, “così non danno fastidio”, diceva.
La nonna rideva che avrebbe potuto convincere pure il demonio.
Preferisco parlare agli animali ribatteva fiero Pietro. Col demonio no, meglio lasciar perdere!
Di notte, prima di dormire, guardavo il regalino della nonna e mi chiedevo: Chi lavrà fatto? Era felice quel giorno? Era triste?. Un prodotto unico, la vita unica di ogni artigiano, talento…
Diedi a nonna grembiule, presine, e la sciarpa, che le piacque tanto. In particolare la sciarpa la custodiva con molta cura.
Mi avvolge come una nuvola calda diceva poggiandola sulle spalle. Giulia, sai chi lha fatta?
La figlia della negoziante, che a casa si occupa del figlio malato.
Ogni volta ripensavo alla brutta scena con Lucia, rimanevo triste.
Vorrei il suo nome, accenderei una candela in chiesa Ma senza nome sospirò alla fine è comunque andata a pregare per tutti i bambini del mondo. «Così va bene» diceva.
Poi la nonna se nè andata, la casa è rimasta sola, la veranda malinconica, le assi della porta sembravano ali tagliate. Nonno Pietro soffrì molto; io lo dissi con mamma Rosa, che però non aveva mai sopportato nonno, dato che era padre di papà, che se n’era andato dall’Italia senza lasciare traccia.
Io, dopo aver baciato la barba del nonno, inventavo di tutto per distrarlo: funghi nel bosco, mercato, aiuole di peonie; lui spingeva la carriola e dirigeva i lavori in giardino.
Poi, guardando casualmente il grembiule, mi veniva da stringermi, sentivo la mancanza della nonna e piangevo di nascosto, per non far sentire dolore anche a lui.
E dai! sbottava improvvisamente. Vieni qui, piangiamo insieme!
E così facevamo, e Luna si accoccolava lì, leccando le nostre lacrime salate, mettendo le zampe sulle nostre spalle.
Vedrai che passerà. Silvietta diceva sempre che dovevamo sorridere, senti Giulia? Dai, basta, smettila. Dobbiamo finire laiuola, che diamine
E così, nella serra cerano i cetrioli, i pomodori brillavano rossi come lanterne, i peperoni attendevano la raccolta.
Questa volta sono arrivata a sorpresa, non ho telefonato; per fortuna nonno non era andato a pescare col vicino. Appena sentiti i pneumatici sulla ghiaia, si è avvicinato alla finestra, e Luna danzava già verso il cancello, pronta sotto la pioggia.
Cosè qui? Dove ho messo gli occhiali? Luna, calma! borbottava cercando il suo impermeabile. È uscito in veranda.
Nonno! Apri, mi senti? Non ero sicura se stessi piangendo o fosse la pioggia a farmi il viso così bagnato, ma lui è venuto in mio aiuto, mi ha accolto sotto la tettoia.
Ciao nonno! Sono qui per te! allegra, ma con una voce un po incrinata, lho abbracciato. Ho portato da mangiare, oggi si banchetta, ma lasciami dormire ancora un po.
Ed ero già in casa col cane e le borse.
«Brutto segno» pensava Pietro. «Peccato, Silvietta sarebbe stata meglio di me in certe cose non so parlare con le donne… E voi siete davvero come prodotti unici, misteriose come la luna»
La sera, dopo cena, nonno mi invitò a vedere le lucciole.
Nonno, ti prego, domani oggi fammi dormire mi lamentai.
Vediamo questa bellezza e poi ti lascio stare insistette lui.
Io mi sono voltata, sfinita.
Sono lì, le lucciole! sbottava lui.
Le vedo. Sono belle risposi appoggiandomi a lui e sbadigliando.
«Non hai portato nemmeno il violoncello, strano Coshai dentro, Giulia? Che devo fare?» pensava curioso e preoccupato Pietro.
Lindomani mi sono svegliata spettinata come un porcospino arrabbiato, a mangiare crespelle “col colesterolo”, marmellata e tè.
Nonno ormai aveva ottimizzato: le sue crespelle erano dorate, mai bruciate.
Non esagerare Giulia! Ti verrà il mal di pancia! mi tolse la marmellata di mano, spostò il piatto e la tazza, come quando ero bambina.
Ma nonno! Mi inviti e mi togli tutto!
Ora raccontami, perché ti trovo sempre cupa? Che ti succede? chiese serio come per una nota bassa a violoncello.
Ho posato il cucchiaino, braccia incrociate.
Uff, anche tu come mamma! Sono venuta per un po di pace, ma niente! Succede che ho sospirato.
Se non vuoi, non dire. Non ho voglia di immischiarmi nei vostri drammi, allungò di nuovo la marmellata e le crespelle e uscì in giardino con Luna che lo seguiva.
Mi sono messa a pulire, come la nonna mi aveva insegnato: perfetto contro i pensieri aggrovigliati.
Spolverando le mensole, le spolette di legno, cucchiai, taglieri decorati e presine, ricordai i pomeriggi trascorsi con la nonna.
Lavatrice attivata, Luna si mise davanti allo sportello ad osservare le tovaglie colorate roteare.
Che cè? Ti piace la soap opera? Ci sarà anche la seconda puntata! le sussurrai scompigliandole ancora la testa.
Quando finalmente casa tornò in ordine, mi calmai anche io.
Nonno cantava Battisti nella serra, facendo finta di niente.
Mi sono avvicinata in punta di piedi e lui, spaventato, fece cadere il secchio.
Nonno, parliamo?
Ci sedemmo e sospirammo insieme.
Ho avuto un amore, nonno. Capisci? Un amore confidai io.
Lui si rabbuiò. Lo temeva da almeno due anni, ma sapeva che prima o poi ci sarei passata di qui. La nonna diceva «Preparati». Ma chi può mai essere pronto?
E comè andata?
È finita.
Cosa vuol dire?
Non sono come lui vorrebbe. Non sono come tutte le altre ragazze. A nessuno sembra importare dei “prodotti unici”: ora bisogna essere moderne, vestire i jeans, buttare i ricordi della nonna, stare sempre sui social. E io non ci riesco Ormai, non ce la faccio.
Ho tamponato in fretta il naso.
Nonno ha schiarito la voce, doveva riflettere.
Sei incinta? tirò fuori, dopo una lunga pausa. E vabbè, e allora? Ce la facciamo. Mentre ti porti, stai da noi, pianti i concerti e stai in campagna: qui cè aria buona, cè anche la chiesa per il battesimo, ti aiuto come posso. Non cè il papà? Amen. Limportante è te. Hai già detto a tua madre?
No Aspetto ancora le analisi. Comunque la mamma non lo sa, e troverebbe da ridire su tutto Mi sono stretta forte al braccio di nonno poggiando la testa alla spalla.
È solo paura, sai E il ragazzo?
Ora sta con Lucia, la violinista. Lei sì che è alla moda, carina, sempre perfetta, si veste bene. Lui diceva che con me si vergognava fra gli amici, con lei invece no. Per Lucia io sono uno scarto.
In che senso?
Vabbè, non serve spiegare. Ma ognuno ha gusti diversi, vero nonno?
Senti chi arriva Vediamo chi è.
Mi sono alzata, lasciando andare il discorso.
Alla porta cera una donna, con un bambino.
Buongiorno, cercavate qualcuno? Nonno Pietro aprì.
È qui la signora Silvia? Ci hanno detto che qui fa consulenza esitava la donna, indicando il figlioletto.
Nonno deglutì, poi si fece da parte per invitarli.
Prego, entrate. Vi offro un tè.
Ma la signora Silvia? La donna restava rigida, il bambino nascosto dietro di lei.
Silvia Non cè più. Labbiamo persa due anni fa. Ma entri pure, parliamo! la mia voce li invitò dallinterno. Nonna aveva tanti amici e colleghi. Magari possiamo aiutarvi a trovare qualcuno. Come vi chiamate? Io sono Giulia.
Maria. Scusatemi Allora ci facciamo i nostri passi e torniamo a casa.
Macché andate via! interveniva energico nonno Pietro. Luna, lascia stare il bimbo, non morderà! Si rivolse teneramente al piccolo. Non avere paura, è solo troppo vivace.
Meglio che torniamo, davvero. Timoteo, dai! tirava piano il figlio, che però si era fermato, sorridendo vedendo Luna accovacciarsi con la coda scodinzolante.
Maria restò colpita. Non sorride mai. Ci avevano detto che sussurrò.
Ma dai, che scherzi sono! Come si fa a dire che i bambini non possono sorridere! feci io. Dai, entrate, ho appena sfornato la torta salata! Per me la cucina è terapia Qui siamo tutti pieni di problemi, non vergognatevi.
Se avessero ricevuto un invito simile, nonno sarebbe fuggito. Maria invece entrò.
Timoteo camminava piano, quasi trascinandosi.
Vedendo il bambino così fragile, nonno lo prese su e lo fece sedere sulle sue spalle.
È pesante, lo lascio giù! protestò Maria.
Evviva, lascia fare disse Pietro.
Dopo pranzo, Maria mi raccontò che il figlio non sarebbe stato mai “sano”, ma molti avevano detto che Silvia era bravissima coi massaggi pediatrici, riusciva a dare sollievo.
Ma… quel grembiule! esclamò impuntando il dito verso quello di nonno, Timoteo, quello è il tuo gattino, lo avevi scelto tu!
Io e nonno ci scambiammo uno sguardo sorpreso.
Proprio da Arezzo, davvero? Marì, tua mamma lo vendeva in un negozio artigianale, io ci passai per caso. E le presine! E la sciarpa! Vado a prenderla!
Sono corsa in soffitta, ho frugato nel comò della nonna e sono tornata con la sciarpa lilla in mano.
Eccola! Che storia
Lei è davvero talentuosa, Maria disse Pietro, visibilmente commosso. A Silvia sarebbe piaciuto tanto. Ma torniamo al motivo della vostra visita! si alzò deciso. Ho ancora lagenda di Silvia, piena di contatti di colleghe. Troviamo qualcuno per voi. Io non capisco nulla, ma voi vi fate lidea, riferite che siete venute su nostro consiglio. Ok?
Maria annuì, commossa.
Ripensò a come la madre si era arrabbiata con due clienti diffidenti. Ma questa volta era tutto diverso.
Mia madre è rimasta ad Arezzo. Quando abbiamo trovato lindirizzo, siamo venuti. Sono felice che le mie cose siano finite in buone mani. Peccato non aver conosciuto Silvia…
La nonna apprezzava davvero gli oggetti artigianali. Diceva che dentro ci restava sempre un po di umanità. Maria, la sua energia si sentiva. Peccato…! Se allora ci fossimo chieste di più… Scusi. Versai altro tè per tutti, mentre nonno cercava tra le pagine fittissime di appunti scritti da Silvia.
Trovarono uno specialista, non subito, ma erano fortunati che Maria sapesse parlare così bene del suo caso. Un vecchio collega di nonna accettò di visitare Timoteo, senza promettere nulla
E allora, Maria? Cosa ha detto? Mi agitavo vicino alla macchina.
Giulia, stai attenta, nonno mi trattiene sempre, per paura che mi rompessi. Maria, come è andata? Timoteo, dentro, che piove!
Partirono a rilento, nella pioggia, verso la città.
Cè da lavorare molto, ma Timoteo non è senza speranza, Maria sorrise.
Mi sono accarezzata il panciotto, finalmente serena. Ora sì che il futuro non fa paura.
Grazie, nonna, ho sussurrato al cielo coperto di nuvole. Tu riuscivi sempre a circondarti di brava gente…
Timoteo e Maria adesso venivano spesso da noi, quando il bambino aveva visite in città. Maria era forte, guidava bene, sapeva fare tutto da sola. Persino voleva pagare lospitalità o magari prendere casa. Ma nonno Pietro era irremovibile: Ma sta zitta, questa è casa vostra!.
Il mio umore variava con gli ormoni: a volte suonavo il violoncello malinconica, Luna mi faceva coro, altre mi divertivo pure con le piccole cose, rotolandomi sul tappeto come una bambina.
Nonno Pietro, intanto, aveva allargato lorto, la serra era triplicata. Quanti figli aveva, in fondo, lui!
Silvietta, ce la farò, che dici? le chiedeva la sera, prima di dormire.
Ma certo! Sarai bisnonno! sorridendo, gli rispondeva Silvia in sogno, e Pietro dormiva sereno. Avrebbe vissuto per due: se stesso e la sua cara Silvia. E poi avrebbe cresciuto il pronipote o la pronipote. Senza di lui la vita di Giulia sarebbe stata più vuota.
Ogni tanto mi cercava quello lì, lex: arrivava in macchina grande, costosa. Io scendevo, scambiavo poche parole svogliate.
Che, vuole fare pace? chiedeva nonno.
Ma no, viene solo a raccomandarsi che non lo coinvolga col bambino. Ha paura che io lo dichiari padre del neonato, e la nuova ragazza se ne ha a male… Ma lascia stare, nonno, oggi piuttosto friggi altre crespelle e io preparo il tè.
Poi prendevo il violoncello per tutto il resto della serata.
È così complicata la vita, nonno. Però almeno ho amato. Ma, perché fa così male, allora? Anche mamma dice che sono stata stupida…
La vita è dura, per questo fa male. Ma se senti dolore, significa che vivi, che hai unanima, rispondeva lui. Stringi i denti, piccola mia, verrà tutto a posto.
Così capitava che ci trovasse sera, abbracciati sulla veranda, Luna accanto. Silvia aveva lasciato detto di proteggere i “prodotti unici” che il destino le aveva mandato, e Luna obbediva. Era il suo compito.
Dopo quattro anni mi sono sposata. Lui, un pediatra, molto timido e dolce, nulla di mascolino né di aggressivo, come si usa oggi. Non metteva piede in palestra, nemmeno. Io, la scarta, la vintage, il prodotto unico. Due bizzarri, insomma. Ma per queste particolarità, per questi sguardi, per la capacità di ammirare la vera bellezza, ci siamo amati. Essere un “prodotto unico” mi piaceva moltissimo. E non ero sostituibile. Non ne fanno più così, aveva ragione la nonna. Bisogna solo essere sé stessi, ed allora tutto trova il suo posto.
Ecco.







