Prodotto Artificiale di Qualità – L’eccellenza italiana del fatto a mano con un tocco di innovazione

Prodotto Unico

Mi sono svegliata con un lungo sospiro, aprendo piano gli occhi e restando in ascolto.

In casa regnava un silenzio così profondo che potevo distinguere il ticchettio dellorologio in cucina, al piano di sotto.

Luna guaiva piano, mi strattonava ogni tanto per la manica del pigiama, si agitava, muoveva le zampe, mi leccava la guancia con la sua lingua aspra e umida, poi correva verso la porta, ci batteva contro la coda e infine tornava a rannicchiarsi al letto.

Mi sono girata dallaltra parte, ostinata.

No, oggi non porto fuori Luna. Devo dormire! Voglio tirare fuori tutto quello che riesco da quel torpore di dormiveglia così raro per me!

Giulia! Giugina, sei sveglia? Ancora a letto? Dai, vieni! la voce del nonno mi è arrivata da dietro la porta.

Ecco, ci risiamo! Quante volte avevo detto di lasciarmi almeno una mattina di pace! Ma il nonno e Luna non ci pensavano proprio, sempre a trascinarmi di qua e di là. Ieri sera mi avevano portata per i campi a vedere le lucciole, che parevano fluttuare leggerissime sul prato. Luna, la pastora tedesca di nonno Pietro, osservava tutto con la testa inclinata di lato, quasi facendo la filosofa.

Ha capito, la bestia, capisce! diceva fiero Pietro spiegando il suo comportamento. Giulia, senti?

Cosa, nonno? Sto solo sbadigliando, qui mi si sta per slogare la mascella! borbottai, poggiando la testa sulla spalla di nonno Pietro.

Ascolta che sera Sinsinua piano, cammina sulle zampette tutte morbide allungò le parole, sognante.

Su, Piero io lho sempre chiamato Pierino. A me sembra solo di sentire lo scricchiolio delle mascelle. Vado dai, va bene?

Pietro ha annuito. Era stanco pure lui, la nipote era arrivata magra, esaurita da questa città, tutta nervosa. Ma piano piano la tirerà di nuovo su. Tornerà la sua bella Giuglia!

Ad un certo punto mi sono ritrovata a guardare l’orologio elettronico con un occhio socchiuso: mi diceva che non avevo fatto nemmeno un passo oggi, che avevo dormito benissimo e che sarebbe piovuto.

Nonno! Sono solo le sei! Dormo ancora! ho gridato in direzione della porta, ho spinto via Luna e mi sono rintanata sotto le coperte.

Luna ha sospirato rumorosamente, e nonno Pietro, spalancando un po di più la porta, ha fischiato per chiamarla da sé. Lei, obbediente, è andata via. Usciranno senza di me oggi, ma domani…

Quando mi sono finalmente alzata, riposata e appagata da quel torpore, mi sono messa a fare le boccacce davanti al vecchio specchio della nonna, un po appannato, ma incastonato in una cornice di ottone decorata con riccioli eleganti.

Giulia! Ti sento che giri per casa. Vieni a fare colazione! Si raffredda tutto! la voce di nonno è risalita dal pianterreno, ho sentito i suoi passi sulle scale, mi ha quasi trovato ancora in pigiama, ma si è voltato imbarazzato.

Pietro non si era ancora abituato alla mia età, tossicchiava per la timidezza.

Arrivo! Luna, posa il calzino! Nonno, dille tu qualcosa! Dammi il calzino, monella!

Ma Luna già correva giù con il calzino in bocca, saltando per la fortuna, e poi ha lasciato perdere il calzino attratta da una farfallina entrata in cucina, provando a prenderla tra i denti, sbattendo le zampe e colpendo le sedie con la coda.

E va bene, va bene! Guarda che sole là fuori! ha sbuffato nonno Pietro, spalancando le imposte. Vai, farfallina, non ti serve altro tempo in casa?

La farfalla ha svolazzato ancora un po, si è appoggiata un istante sul lampadario, poi via, fuori dalla finestra aperta, portandosi via il profumo dellerba appena tagliata, della dolce spira di lavanda e della linfa di pino.

Luna, delusa, ha sbuffato.

Stai tranquilla. Non sei più un cucciolo, comportati bene! ha borbottato Pietro, con le sue dita grosse e le unghie corte e scure, rigirando abilmente una crespella aiutandosi con la forchetta.

La padella sfrigolò allegramente.

Il nonno preparava sempre le crespelle, sempre fritte, come amava precisare, nellolio doliva buono: ne discuteva con chiunque sostenesse che si “cuociono”.

Ma il colesterolo! sbuffavo io ogni volta.

Il burro e lolio ad una crespella non hanno mai fatto male, e neanche a te, che le mangi a due a due! E non si discute col cuoco, altrimenti non cucina più! brontolava nonno, mentre si stringeva il grembiule a quadri con un gattino stampato sul petto.

Quel grembiule e le presine abbinate li avevo portati per la nonna da Arezzo, durante una tournée con lorchestra. Poi, con la violinista Lucia, eravamo scappate dallalbergo e avevamo girovagato in città, guardando le persone, le case, prendendo un caffè. Avevamo trovato un piccolo negozio artigianale. Io mi ero fermata davanti agli scaffali pieni di borse, portamonete, tovagliette personalizzate, guanti di lana con le volpi e le renne. E mi sono innamorata di quel grembiule: serviva proprio a nonna.

Ho anche le presine abbinate mi aveva detto con gioia la proprietaria. Le prende?

Certo! E anche questi guanti con le volpi! senza pensarci troppo, avevo tirato fuori il portafogli.

Ma Giulia, è roba da paese! aveva sussurrato allorecchio Lucia. Meglio comprare qualcosa di serio al centro commerciale! Dai, dove la metti quella “stranezza”?

Tu non capisci cosa significa il calore di casa, cara mia! avevo scosso la testa. In casa non conta essere di moda, ma stare bene, sentirsi accolti. Anche i guanti fatti a mano sono casa. Sono oggetti unici, fatti per te, nessuno li avrà uguali. È bellissimo, Lucia!

Sospirai, e la venditrice, cercando tra le sciarpe, me ne porse una lilla, lavorata alluncinetto, finemente intrecciata.

Prenda anche questa. È speciale! disse con orgoglio, distendendola sul banco, lanciando una occhiata poco convinta a Lucia.

Lei capiva molto di più di bellezza, ovvio, ma quella roba la infastidiva. Non era adatta che ai turisti, magari ai nostalgici delle tradizioni; figurati portarla davvero, fuori di casa!

Io, invece, la pensavo diversamente. Quei prodotti artigianali, fatti con le mani, portavano il calore di chi li aveva creati. Mia nonna Silvia diceva sempre che nelle cose fatte a mano rimane la bontà delle mani della persona.

Ma chi li fa? le avevo chiesto pagando.

Mia figlia, Mariella. È bravissima, tutta luce. Aveva studiato arte, poi il piccolo che non sta bene lha costretta a stare a casa e allora lavora così, e io vendo. Unamica ci ha lasciato questa bancarella finché può.

È dura… sospirai.

Anche mia nonna, prima della pensione, assisteva bambini in difficoltà, insegnava alle madri i massaggi, come curarli. Era partita da infermiera, poi aveva frequentato corsi, aiutava come poteva, e se non riusciva lei trovava qualcun altro.

Può sempre affidarlo a una struttura o cercare una tata, e far tornare sua figlia al lavoro. A casa si impazzisce! si intromise Lucia. E il centro commerciale qui dovè?

Non so. Ce la caveremo da sole, grazie chiuse secca la signora, guardandoci torva e sparendo nel retro.

Ma insomma, Lucia?! Si può essere così invadenti? scoppiai, uscendo fuori, trascinandomi dietro lamica.

Dai, ammettilo, sei fuori moda, Giulia! Tra i tuoi maglioncini vintage, guanti e gonne fatte a mano ma leggi i giornali, navighi su internet o abbracci solo il tuo violoncello? si mise a ridere. Qui bisogna rincorrere i ragazzi! E i ragazzi vanno solo dietro la bellezza vera, moderna! Devi cambiare, fidati. Quella roba rustica non va più!

Ognuno è diverso. Anche loro! mi sono stretta nel cappuccio, perché fuori tirava vento, borbottando: Per te sono uno scarto, ma per altri ho fatto una pausa e sorrido per altri sono proprio un prodotto unico, fatto su misura.

Ma per favore! ridacchiò Lucia e se ne andò verso le luci dei negozi.

Io non la seguii, anzi quasi mi pentii di averla invitata. Quei negozietti erano la mia passione: mi incantavo davanti a ogni cosa e ridevo.

A ciò, mi aveva abituata nonna Silvia, detta Silvietta. Quando ero là da lei in campagna, il sabato portava me al mercato: le donne artigiane, intagliatori, panettieri e merlettaie esponevano le loro creazioni, profumi di pane caldo e conserve, funghi secchi che odoravano di bosco, tutto mescolato.

Ero felice, tornavo sempre a casa con qualcosa: un cucchiaio decorato, un fischietto a forma di gallo, una piccola matrioska.

Vedi, tesoro, questa è fatta con amore, una sola volta. Non cè un altro gallo o cucchiaio uguale. La macchina no, le mani sì! Come le persone: tutti diversi. Ognuno unico. Tu, Giulia, sei un fiore raro, ricordalo. Non piegarti mai! ripeteva la nonna mentre tornavamo insieme.

Io annuivo, correvo avanti, e la nonna portava la spesa. Lei faceva anche le sue conserve, ma diceva che era bello imparare assaggiando da altri

La marmellata, sempre coi pancake! Io li spolveravo tutti, ma la nonna canticchiava e cucinava, e la sera ci sedevamo in veranda con il tè, rubando cucchiaiate di dolcezza.

Le vespe arrivavano e io le allontanavo, ma nonno Pietro ne lasciava sempre un po in un piattino, in disparte, “così non danno fastidio”, diceva.

La nonna rideva che avrebbe potuto convincere pure il demonio.

Preferisco parlare agli animali ribatteva fiero Pietro. Col demonio no, meglio lasciar perdere!

Di notte, prima di dormire, guardavo il regalino della nonna e mi chiedevo: Chi lavrà fatto? Era felice quel giorno? Era triste?. Un prodotto unico, la vita unica di ogni artigiano, talento…

Diedi a nonna grembiule, presine, e la sciarpa, che le piacque tanto. In particolare la sciarpa la custodiva con molta cura.

Mi avvolge come una nuvola calda diceva poggiandola sulle spalle. Giulia, sai chi lha fatta?

La figlia della negoziante, che a casa si occupa del figlio malato.

Ogni volta ripensavo alla brutta scena con Lucia, rimanevo triste.

Vorrei il suo nome, accenderei una candela in chiesa Ma senza nome sospirò alla fine è comunque andata a pregare per tutti i bambini del mondo. «Così va bene» diceva.

Poi la nonna se nè andata, la casa è rimasta sola, la veranda malinconica, le assi della porta sembravano ali tagliate. Nonno Pietro soffrì molto; io lo dissi con mamma Rosa, che però non aveva mai sopportato nonno, dato che era padre di papà, che se n’era andato dall’Italia senza lasciare traccia.

Io, dopo aver baciato la barba del nonno, inventavo di tutto per distrarlo: funghi nel bosco, mercato, aiuole di peonie; lui spingeva la carriola e dirigeva i lavori in giardino.

Poi, guardando casualmente il grembiule, mi veniva da stringermi, sentivo la mancanza della nonna e piangevo di nascosto, per non far sentire dolore anche a lui.

E dai! sbottava improvvisamente. Vieni qui, piangiamo insieme!

E così facevamo, e Luna si accoccolava lì, leccando le nostre lacrime salate, mettendo le zampe sulle nostre spalle.

Vedrai che passerà. Silvietta diceva sempre che dovevamo sorridere, senti Giulia? Dai, basta, smettila. Dobbiamo finire laiuola, che diamine

E così, nella serra cerano i cetrioli, i pomodori brillavano rossi come lanterne, i peperoni attendevano la raccolta.

Questa volta sono arrivata a sorpresa, non ho telefonato; per fortuna nonno non era andato a pescare col vicino. Appena sentiti i pneumatici sulla ghiaia, si è avvicinato alla finestra, e Luna danzava già verso il cancello, pronta sotto la pioggia.

Cosè qui? Dove ho messo gli occhiali? Luna, calma! borbottava cercando il suo impermeabile. È uscito in veranda.

Nonno! Apri, mi senti? Non ero sicura se stessi piangendo o fosse la pioggia a farmi il viso così bagnato, ma lui è venuto in mio aiuto, mi ha accolto sotto la tettoia.

Ciao nonno! Sono qui per te! allegra, ma con una voce un po incrinata, lho abbracciato. Ho portato da mangiare, oggi si banchetta, ma lasciami dormire ancora un po.

Ed ero già in casa col cane e le borse.

«Brutto segno» pensava Pietro. «Peccato, Silvietta sarebbe stata meglio di me in certe cose non so parlare con le donne… E voi siete davvero come prodotti unici, misteriose come la luna»

La sera, dopo cena, nonno mi invitò a vedere le lucciole.

Nonno, ti prego, domani oggi fammi dormire mi lamentai.

Vediamo questa bellezza e poi ti lascio stare insistette lui.

Io mi sono voltata, sfinita.

Sono lì, le lucciole! sbottava lui.

Le vedo. Sono belle risposi appoggiandomi a lui e sbadigliando.

«Non hai portato nemmeno il violoncello, strano Coshai dentro, Giulia? Che devo fare?» pensava curioso e preoccupato Pietro.

Lindomani mi sono svegliata spettinata come un porcospino arrabbiato, a mangiare crespelle “col colesterolo”, marmellata e tè.

Nonno ormai aveva ottimizzato: le sue crespelle erano dorate, mai bruciate.

Non esagerare Giulia! Ti verrà il mal di pancia! mi tolse la marmellata di mano, spostò il piatto e la tazza, come quando ero bambina.

Ma nonno! Mi inviti e mi togli tutto!

Ora raccontami, perché ti trovo sempre cupa? Che ti succede? chiese serio come per una nota bassa a violoncello.

Ho posato il cucchiaino, braccia incrociate.

Uff, anche tu come mamma! Sono venuta per un po di pace, ma niente! Succede che ho sospirato.

Se non vuoi, non dire. Non ho voglia di immischiarmi nei vostri drammi, allungò di nuovo la marmellata e le crespelle e uscì in giardino con Luna che lo seguiva.

Mi sono messa a pulire, come la nonna mi aveva insegnato: perfetto contro i pensieri aggrovigliati.

Spolverando le mensole, le spolette di legno, cucchiai, taglieri decorati e presine, ricordai i pomeriggi trascorsi con la nonna.

Lavatrice attivata, Luna si mise davanti allo sportello ad osservare le tovaglie colorate roteare.

Che cè? Ti piace la soap opera? Ci sarà anche la seconda puntata! le sussurrai scompigliandole ancora la testa.

Quando finalmente casa tornò in ordine, mi calmai anche io.

Nonno cantava Battisti nella serra, facendo finta di niente.

Mi sono avvicinata in punta di piedi e lui, spaventato, fece cadere il secchio.

Nonno, parliamo?

Ci sedemmo e sospirammo insieme.

Ho avuto un amore, nonno. Capisci? Un amore confidai io.

Lui si rabbuiò. Lo temeva da almeno due anni, ma sapeva che prima o poi ci sarei passata di qui. La nonna diceva «Preparati». Ma chi può mai essere pronto?

E comè andata?

È finita.

Cosa vuol dire?

Non sono come lui vorrebbe. Non sono come tutte le altre ragazze. A nessuno sembra importare dei “prodotti unici”: ora bisogna essere moderne, vestire i jeans, buttare i ricordi della nonna, stare sempre sui social. E io non ci riesco Ormai, non ce la faccio.

Ho tamponato in fretta il naso.

Nonno ha schiarito la voce, doveva riflettere.

Sei incinta? tirò fuori, dopo una lunga pausa. E vabbè, e allora? Ce la facciamo. Mentre ti porti, stai da noi, pianti i concerti e stai in campagna: qui cè aria buona, cè anche la chiesa per il battesimo, ti aiuto come posso. Non cè il papà? Amen. Limportante è te. Hai già detto a tua madre?

No Aspetto ancora le analisi. Comunque la mamma non lo sa, e troverebbe da ridire su tutto Mi sono stretta forte al braccio di nonno poggiando la testa alla spalla.

È solo paura, sai E il ragazzo?

Ora sta con Lucia, la violinista. Lei sì che è alla moda, carina, sempre perfetta, si veste bene. Lui diceva che con me si vergognava fra gli amici, con lei invece no. Per Lucia io sono uno scarto.

In che senso?

Vabbè, non serve spiegare. Ma ognuno ha gusti diversi, vero nonno?

Senti chi arriva Vediamo chi è.

Mi sono alzata, lasciando andare il discorso.

Alla porta cera una donna, con un bambino.

Buongiorno, cercavate qualcuno? Nonno Pietro aprì.

È qui la signora Silvia? Ci hanno detto che qui fa consulenza esitava la donna, indicando il figlioletto.

Nonno deglutì, poi si fece da parte per invitarli.

Prego, entrate. Vi offro un tè.

Ma la signora Silvia? La donna restava rigida, il bambino nascosto dietro di lei.

Silvia Non cè più. Labbiamo persa due anni fa. Ma entri pure, parliamo! la mia voce li invitò dallinterno. Nonna aveva tanti amici e colleghi. Magari possiamo aiutarvi a trovare qualcuno. Come vi chiamate? Io sono Giulia.

Maria. Scusatemi Allora ci facciamo i nostri passi e torniamo a casa.

Macché andate via! interveniva energico nonno Pietro. Luna, lascia stare il bimbo, non morderà! Si rivolse teneramente al piccolo. Non avere paura, è solo troppo vivace.

Meglio che torniamo, davvero. Timoteo, dai! tirava piano il figlio, che però si era fermato, sorridendo vedendo Luna accovacciarsi con la coda scodinzolante.

Maria restò colpita. Non sorride mai. Ci avevano detto che sussurrò.

Ma dai, che scherzi sono! Come si fa a dire che i bambini non possono sorridere! feci io. Dai, entrate, ho appena sfornato la torta salata! Per me la cucina è terapia Qui siamo tutti pieni di problemi, non vergognatevi.

Se avessero ricevuto un invito simile, nonno sarebbe fuggito. Maria invece entrò.

Timoteo camminava piano, quasi trascinandosi.

Vedendo il bambino così fragile, nonno lo prese su e lo fece sedere sulle sue spalle.

È pesante, lo lascio giù! protestò Maria.

Evviva, lascia fare disse Pietro.

Dopo pranzo, Maria mi raccontò che il figlio non sarebbe stato mai “sano”, ma molti avevano detto che Silvia era bravissima coi massaggi pediatrici, riusciva a dare sollievo.

Ma… quel grembiule! esclamò impuntando il dito verso quello di nonno, Timoteo, quello è il tuo gattino, lo avevi scelto tu!

Io e nonno ci scambiammo uno sguardo sorpreso.

Proprio da Arezzo, davvero? Marì, tua mamma lo vendeva in un negozio artigianale, io ci passai per caso. E le presine! E la sciarpa! Vado a prenderla!

Sono corsa in soffitta, ho frugato nel comò della nonna e sono tornata con la sciarpa lilla in mano.

Eccola! Che storia

Lei è davvero talentuosa, Maria disse Pietro, visibilmente commosso. A Silvia sarebbe piaciuto tanto. Ma torniamo al motivo della vostra visita! si alzò deciso. Ho ancora lagenda di Silvia, piena di contatti di colleghe. Troviamo qualcuno per voi. Io non capisco nulla, ma voi vi fate lidea, riferite che siete venute su nostro consiglio. Ok?

Maria annuì, commossa.

Ripensò a come la madre si era arrabbiata con due clienti diffidenti. Ma questa volta era tutto diverso.

Mia madre è rimasta ad Arezzo. Quando abbiamo trovato lindirizzo, siamo venuti. Sono felice che le mie cose siano finite in buone mani. Peccato non aver conosciuto Silvia…

La nonna apprezzava davvero gli oggetti artigianali. Diceva che dentro ci restava sempre un po di umanità. Maria, la sua energia si sentiva. Peccato…! Se allora ci fossimo chieste di più… Scusi. Versai altro tè per tutti, mentre nonno cercava tra le pagine fittissime di appunti scritti da Silvia.

Trovarono uno specialista, non subito, ma erano fortunati che Maria sapesse parlare così bene del suo caso. Un vecchio collega di nonna accettò di visitare Timoteo, senza promettere nulla

E allora, Maria? Cosa ha detto? Mi agitavo vicino alla macchina.

Giulia, stai attenta, nonno mi trattiene sempre, per paura che mi rompessi. Maria, come è andata? Timoteo, dentro, che piove!

Partirono a rilento, nella pioggia, verso la città.

Cè da lavorare molto, ma Timoteo non è senza speranza, Maria sorrise.

Mi sono accarezzata il panciotto, finalmente serena. Ora sì che il futuro non fa paura.

Grazie, nonna, ho sussurrato al cielo coperto di nuvole. Tu riuscivi sempre a circondarti di brava gente…

Timoteo e Maria adesso venivano spesso da noi, quando il bambino aveva visite in città. Maria era forte, guidava bene, sapeva fare tutto da sola. Persino voleva pagare lospitalità o magari prendere casa. Ma nonno Pietro era irremovibile: Ma sta zitta, questa è casa vostra!.

Il mio umore variava con gli ormoni: a volte suonavo il violoncello malinconica, Luna mi faceva coro, altre mi divertivo pure con le piccole cose, rotolandomi sul tappeto come una bambina.

Nonno Pietro, intanto, aveva allargato lorto, la serra era triplicata. Quanti figli aveva, in fondo, lui!

Silvietta, ce la farò, che dici? le chiedeva la sera, prima di dormire.

Ma certo! Sarai bisnonno! sorridendo, gli rispondeva Silvia in sogno, e Pietro dormiva sereno. Avrebbe vissuto per due: se stesso e la sua cara Silvia. E poi avrebbe cresciuto il pronipote o la pronipote. Senza di lui la vita di Giulia sarebbe stata più vuota.

Ogni tanto mi cercava quello lì, lex: arrivava in macchina grande, costosa. Io scendevo, scambiavo poche parole svogliate.

Che, vuole fare pace? chiedeva nonno.

Ma no, viene solo a raccomandarsi che non lo coinvolga col bambino. Ha paura che io lo dichiari padre del neonato, e la nuova ragazza se ne ha a male… Ma lascia stare, nonno, oggi piuttosto friggi altre crespelle e io preparo il tè.

Poi prendevo il violoncello per tutto il resto della serata.

È così complicata la vita, nonno. Però almeno ho amato. Ma, perché fa così male, allora? Anche mamma dice che sono stata stupida…

La vita è dura, per questo fa male. Ma se senti dolore, significa che vivi, che hai unanima, rispondeva lui. Stringi i denti, piccola mia, verrà tutto a posto.

Così capitava che ci trovasse sera, abbracciati sulla veranda, Luna accanto. Silvia aveva lasciato detto di proteggere i “prodotti unici” che il destino le aveva mandato, e Luna obbediva. Era il suo compito.

Dopo quattro anni mi sono sposata. Lui, un pediatra, molto timido e dolce, nulla di mascolino né di aggressivo, come si usa oggi. Non metteva piede in palestra, nemmeno. Io, la scarta, la vintage, il prodotto unico. Due bizzarri, insomma. Ma per queste particolarità, per questi sguardi, per la capacità di ammirare la vera bellezza, ci siamo amati. Essere un “prodotto unico” mi piaceva moltissimo. E non ero sostituibile. Non ne fanno più così, aveva ragione la nonna. Bisogna solo essere sé stessi, ed allora tutto trova il suo posto.

Ecco.

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Prodotto Artificiale di Qualità – L’eccellenza italiana del fatto a mano con un tocco di innovazione
Il turno silenzioso L’autobus si fermò con uno strattone e la gente iniziò a scendere, urtando i corrimano con le borse. Svetlana fu l’ultima ad alzarsi. Il ginocchio fece un po’ male scendendo i gradini sulla neve grigia e schiacciata. L’aria umida di febbraio la investì in faccia, profumando di fumo dalla centrale termica e di qualcosa di resinoso che arrivava dalla fascia scura del bosco. Davanti a lei si stagliava il lungo edificio del centro termale, file di finestre tutte uguali. Sulla facciata una vecchia insegna sbiadita con il nome del centro e, sotto, lo stemma della città. Tutt’intorno, il paesaggio tipico di certe strutture: abeti bassi lungo il vialetto, aiuole di cemento spoglie, qualche figura solitaria con la valigia. — Impegnativa, foglio di ricovero, documento — disse, secca, la donna allo sportello della reception, senza alzare gli occhi. Svetlana infilò la cartellina di plastica nella fessura. Dentro lo sportello odorava di carta e di un profumo economico. Alle sue spalle qualcuno sospirò forte, trascinando una valigia con le rotelle. — Per quanto tempo la degenza? — chiese la receptionist, sfogliando rapida i documenti. — Due settimane. — Bene. Terzo edificio, secondo piano, stanza duecentosei. Il medico la vedrà domani, studio sette. I pasti sono a orario, i buoni pasto sono nella cartellina. Avanti il prossimo. La cartellina tornò con dentro una tessera di plastica e una pila di buoni mensa. Svetlana si fece da parte per non ostacolare il flusso. In testa ronzava: «Due settimane. Due settimane senza cucinare, senza correggere compiti, senza accendere il portatile di notte». Trascinò con fatica la valigia fino al terzo edificio. Una ruota si incastrava e la valigia continuava a voler finire nel cumulo di neve. Nell’atrio si sentiva odore di cavolo bollito e di disinfettante. Sulla parete una bacheca di annunci scoloriti: orari delle terapie, locandina di un concerto di fisarmonica, avviso di un corso di camminata nordica. L’ascensore funzionava, ma chiudeva le porte con un tale stridio che Svetlana si ritrasse istintivamente. Decise che era meglio salire a piedi. Il corridoio al secondo piano era un lungo tunnel, le luci al neon ronzavano. Sulle porte targhe coi numeri, qua e là dei disegni di bambini: sole, una casetta, un abete. La duecentosei era a metà corridoio. Svetlana bussò e spinse la porta. Dentro due letti di metallo con coperte grigie, in mezzo un comodino, sotto la finestra un tavolo con una cerata a quadretti. Su un letto un pigiama piegato, su una sedia una borsa. Dal bagno arrivava il rumore dell’acqua. — Entrate pure, arrivo subito — rispose una voce femminile. Svetlana mise la valigia vicino al letto libero. La finestra dava sul bosco, qualche goccia lenta colava sul vetro. Il termosifone sotto il davanzale sibilava piano. Dal bagno uscì una donna non alta, sulla cinquantina, con l’asciugamano avvolto in testa. Il viso rotondo, occhi vivaci e scuri. — Coinquilina? — chiese sorridendo. — Io sono Tania. — Svetlana. Si strinsero la mano un po’ impacciate, come gente che si conosce in treno. Tania, senza pudori, iniziò a sistemare nella scaffalatura del mobile i suoi farmaci. — Quanto ti fermi? — chiese poi. — Due settimane. — Ottimo! Io tre. È il terzo anno che vengo qui — lo disse con un po’ d’orgoglio — e ci si abitua, guarda. All’inizio pensi: centro termale, solo anziani, che malinconia… Poi invece il ritmo, l’aria, le terapie… E nessuno che ti stressa. Svetlana annuì senza sapere cosa rispondere. Prese dalla valigia la tuta, dei calzettoni, l’accappatoio. Tutto le sembrava estraneo, come se appartenesse a un’altra vita, dove lei aveva davvero tempo per un pisolino o una passeggiata. — Che terapie segui? — la incalzò Tania. — Ortopedia e sistema nervoso. Schiena, ginocchio… — fece un mezzo gesto vago. — Ce ne sono tanti così. Io cuore. E anche i nervi, ovvio! — sospirò Tania. — Marito, figli, scuola… Tutto sulle spalle. Svetlana annuì di nuovo. Del marito non aveva voglia di parlare. Ormai da due anni erano separati, rimasti gli alimenti sul conto e qualche telefonata al figlio. — Andiamo insieme a cena? — propose Tania. — Di solito c’è folla, meglio farsi compagnia. — Volentieri. A cena si formò la fila. La sala era bassa, lampadari pendenti, file di tavoli da quattro. In giro donne in camice bianco con i vassoi. Odore di pesce in umido e di composta. Si sedettero a un tavolo libero. Subito si unirono altri due: un uomo alto, brizzolato, in felpa sportiva, e una signora robusta con il rossetto acceso. — Possiamo? — chiese l’uomo. — In due si chiacchiera poco. Io sono Valerio. Lei è Nina. — Svetlana — rispose lei. — Tania. — Ecco, già una compagnia! — esultò Nina. — Io vengo ogni anno. Prima era la tessera del sindacato, ora pago io: a casa non si riposa mai. Nipoti, orto, vicini… — Di dove sei? — chiese Valerio a Svetlana. — Da Padova. — Ah, la città! — rise lui. — Io da Perugia. Qui ormai abbiamo una piccola delegazione! — fece un cenno vago dietro sé — Se vuoi, domani conosci gli altri. La sera giochiamo a briscola in salone. Svetlana sorrise con cortesia. La briscola non la interessava molto, però l’idea di poter semplicemente stare in salone, a non fare niente, le parve curiosamente piacevole. Il cibo era semplice, di pensione: orzo con pesce, insalata di rape rosse, composta di frutta secca. Svetlana si accorse che mangiava piano, senza inghiottire di fretta come a casa, fra una telefonata della direttrice e un messaggino della prof della classe di suo figlio. Dopo cena Tania le propose una passeggiata fino al bosco. — Tanto vale respirare un po’ d’aria buona, già che siamo qui. Uscirono sul sentiero. Il bosco iniziava subito dopo la luce dei lampioni, dentro l’ombra degli abeti la neve era soffice. Lungo il viale i faretti disegnavano cerchi gialli sulla neve. In lontananza risate soffocate, qualche porta che sbatteva. — Tu lavori? — domandò Tania. — Sì. Ragioniera in una società commerciale. — Eh, responsabilità! — scosse la testa Tania. — Io scuola. Italiano e storia. Venticinque anni. Forse è arrivato il momento di… — Si fermò, fece un gesto, sorrideva amaro. — Insomma, il centro mi salva la vita ogni volta. Svetlana pensò che anche lei non vedeva un salvagente da tempo. Negli ultimi anni aveva solo cercato di restare a galla: bilanci, scadenze, riunioni di genitori, liste di cose da fare. Il centro termale sembrava una pausa, ma una pausa strana, come se avesse marinato una lezione. La notte faticò a dormire. La coinquilina russava piano, dal muro si sentiva qualcuno russare forte, da qualche parte una porta sbatteva. Svetlana fissava il soffitto e sentiva quel solito pizzicore di ansia: doveva chiamare il figlio, controllare la posta, scrivere alla direttrice. Il telefono sul comodino, lo schermo spento. Lo prese, guardò l’ora, aprì WhatsApp: poi lo richiuse. Si costrinse a lasciarlo a faccia in giù. La mattina tutto iniziò con una nuova fila: quella dal medico. Nel corridoio del primo edificio, gente in accappatoio e tuta, cartelline in mano. In TV una trasmissione di giardinaggio a volume basso, odore di caffè della macchinetta e di farmacie nell’aria. — Si fa per numero o per fila? — chiese una donna col cappello di lana, seduta accanto a Svetlana. — Numero — rispose lei, mostrando il biglietto. — Allora tu dopo di me. Che qui se possono ti passano avanti… La donna subito ricominciò a raccontare della pressione alla vicina. Svetlana ascoltava a metà, fissando la porta chiusa dello studio medico. Le sembrava strano essere lì, tra gente che parlava di analisi e medicine. Aveva ancora nella testa le conversazioni sul lavoro di ieri, ma già sembravano più lontane. Il medico era un uomo asciutto, con gli occhiali. Rapidamente sfogliò la sua cartella, le fece domande di routine. — Disturbi? — Schiena, ginocchio. Mi affatico presto. Dormo male. Annunciò una serie di cure: ginnastica, piscina, massaggi lombari, fisioterapie. E: «Orari regolari. È la cosa più importante. Dorma prima delle undici, faccia passeggiate, stia meno su Whatsapp». Svetlana sorrise. — Questa è dura. — Qui sarà più facile che a casa, — replicò secco il medico. — Ne approfitti. Gli appuntamenti scandirono le sue giornate come un’agenda non sua. Mattina, ginnastica in sala con le vetrate e la coach in tuta che mostrava esercizi con bastoni e palloni. Poi piscina, piccola, piastrelle azzurre, cloro negli occhi. Dopo pranzo, massaggio: un’infermiera piccola ma forte le scioglieva la schiena, e la sorpresa era accorgersi che ci si poteva stendere senza far niente. Le file alle terapie diventavano posti da chiacchiere. La gente si conosceva come in treno, raccontandosi storie. Tania subito entrò nella compagnia dei «veterani»: Nina, un’altra signora con orecchini vistosi, il solito Valerio. Valerio manteneva una certa distanza ma era sempre presente. In palestra dietro Svetlana, in piscina nella corsia accanto, a pranzo facile trovarlo al loro tavolo. — Nuoti bene — le disse una volta uscendo insieme dall’acqua. — Non affoghi mai. — Da piccola facevo corsi. Poi… mai tempo. — «Mai tempo» non è una diagnosi, — disse piano lui. — Dopo l’infarto ho capito che quel «mai tempo» è solo una scusa. Il tempo si trova. Svetlana non sapeva cosa dire. Gli guardò il petto, dove si intravedeva sotto la felpa la lunga cicatrice. — Hai avuto paura? — chiese. — Eccome, — rispose sincero. — Poi uno si abitua all’idea che non è eterno. E comincia a scegliere a cosa dedica le sue giornate. Quelle parole la lasciarono pensosa. Si ricordò di come, l’anno prima, era rimasta a letto con la febbre ma non aveva mai spento il computer: rispondeva alle mail, batteva conti. Nessuno le aveva nemmeno detto di riposare. Nemmeno lei. La sera, in salone, si riunivano. C’era chi guardava la TV, chi giocava a carte. Un vecchio distributore d’acqua, teiera, scatola di biscotti portati da casa. Una volta Tania la trascinò fuori dalla camera: — Vieni, ti presento agli altri. Non puoi passare due settimane isolata! Si sedettero vicino alla TV. Valerio stava mescolando un mazzo. — Si gioca a scopa? — propose lui. — Non sono capace — confessò Svetlana. — Imparerai! — insistette Nina. Le carte scivolavano sul tavolo, risate qua e là, battute. Svetlana all’inizio si confondeva, poi si lasciò andare. Era piacevole sapere che da una mossa non dipendeva nulla. Se sbagliavi, al massimo avevi ancora le carte in mano. Le conversazioni erano semplici: il tempo, la minestra buona della mensa, la mitica infermiera della sala 9. Ma a volte si infilava qualcosa di diverso. — Quando i figli erano piccoli, sognavo crescessero in fretta così avevo tempo per me… — rifletteva Nina scuotendo le carte — Ora sono grandi ma mi cercano di più. Per il nipote, per i soldi. Mi viene da dire: lasciatemi stare, sono stanca, ma… — E perché no? — chiese piano Svetlana. Nina la guardò stupita. — Ma come si fa? Sono figli. Io sono la mamma. Svetlana ricordò il figlio prima della partenza: «E chi mi cucina la cena?» E come lei, stanca morta dalla giornata, stava comunque ai fornelli, invece di ordinare una pizza. — Si può essere mamme e essere stanche, — disse. — E dirlo. — Chi ce l’ha insegnato? — intervenne Tania. — A noi hanno insegnato a sopportare. Rimasero in silenzio. Dal tavolo vicino una risata, in TV una cantante in abito luccicante tirava una nota. I giorni scorrevano. Sveglia, ginnastica, mensa, terapie, passeggiata al bosco, carte in salone. In quella routine comparivano piccole attese: Svetlana cominciava ad aspettare la ginnastica, quando i muscoli si risvegliavano; la piscina, dove scivolare nell’acqua e restare soli con il proprio respiro; il massaggio che ti lasciava addosso un tepore pesante. E aspettava anche le chiacchiere con Valerio. Non era invadente, non faceva domande. A volte bevevano tè guardando il bosco, ognuno nei suoi pensieri. Altre volte raccontava cose banali: come nella sua città avessero chiuso la fabbrica, come da ragazzo adorasse la moto, come adesso avesse paura di guidare troppo lontano. — Cosa temi di più? — le chiese un giorno. Una domanda semplice, che la spiazzò. Istintivamente pensò «l’altezza», «i serpenti», ma sapeva che non era vero. — Temo che resti tutto così — disse, sorpresa delle sue stesse parole — Lavoro, casa, conti, riunioni, compiti, liste… Fino alla pensione. Poi… Si fermò. — Poi non avrai più le forze per cambiare — completò lui. — So cosa intendi. Rimasero in silenzio. — Cosa vorresti cambiare? — domandò lui. — Non lo so — ammise —. Nemmeno mi ricordo cosa vorrei io. Ho sempre qualcun altro che vuole qualcosa da me. Lui annuì, comprensivo. — Qui la cosa bella è che il giorno è tutto uguale, e alla fine capisci cosa è tuo e cosa è richiesto dagli altri. Era vero. Lì non decideva quasi niente: l’orario era fisso, il cibo arrivava da sé, il letto lo rifacevano le donne delle pulizie. Lei si concesse di rimanere a letto a guardare fuori, senza sensi di colpa. I fiocchi di neve scendevano lenti, i passi dei pochi uscivano avvolti nei cappotti. Il mondo andava avanti anche senza di lei. Il settimo giorno le telefonò il figlio. — Mamma, dov’è il caricabatterie del tablet? — fu il saluto. — Nel cassetto, a destra — rispose lei —. E tu tutto bene? — Sì. Domani passo da papà. Quando torni? — Tra una settimana. — È tanto — ci fu un po’ di rimprovero nella voce. — Ho le cure. Ho bisogno. Svuotata di ogni scusa, la frase suonò netta. Lei stessa si stupì della calma. — Va bene — sospirò lui —. Tu non annoiarti. Rimase ancora un po’ con il telefono in mano. In petto sentiva un senso strano: ansia ma anche sollievo. Si era concessa di essere non solo madre ma anche una persona che aveva diritto a curarsi. La sera, in salone, organizzarono un «benvenuto» per i nuovi arrivati: bollitore, teiera, piatto di biscotti, musica da una cassa portatile. L’addetta alle attività cercava di lanciare giochi, ma tutti preferivano parlare. Svetlana stava in un angolo, ascoltando storie di orti, di divorzi, di nipoti. Si sentiva parte di una comunità provvisoria: tutti accomunati dall’essere usciti, per un attimo, dalla loro vita vera. A un certo punto Valerio le si sedette vicino. — Domani per me finisce il turno, — disse piano. Svetlana si scosse, anche se sapeva che ognuno aveva la propria data di partenza. — Già? — Dieci giorni. Volati. Ma devo tornare, la mia cagnolina mi aspetta, la vicina la sta accudendo. — Capisco. Si fecero silenziosi. — Non sparire — le disse basso lui. — Voglio dire… non regalare tutto al lavoro. Un po’ lascialo a te stessa. — Ci provo, — rispose lei. Lui annuì, le lanciò uno sguardo che sembrava volersi ricordare qualcosa, poi fissò la TV dove passava un vecchio film. Il giorno dopo, la vide scendere con la valigia per la partenza. Addosso la solita felpa, una giacca sopra. — Stammi bene, — disse lui — In bocca al lupo. — Anche tu. — Si strinsero la mano. La sua era calda, asciutta. Per un attimo Svetlana pensò di chiedergli il numero, ma non lo fece. E neanche lui. Aveva senso così: che tutto restasse lì, dentro quella parentesi. Quando vide l’autobus allontanarsi, Svetlana lo seguì con lo sguardo dal salone fino al cancello. Poi sparì dietro la curva; rimasero solo le tracce delle ruote. La settimana seguente fu diversa. Le serate in salone proseguirono, ma Svetlana portava più spesso una sua lettura. Si metteva vicino alla finestra col romanzo che rimandava da mesi: leggevo la stessa pagina, i pensieri che correvano altrove, ma senza rabbia. Aveva tempo. Un giorno Tania tornò agitata dalla visita cardiologica. — Immagina, mi dice di non agitarmi. Come se fosse un interruttore: click ed è fatto. — Si può provare almeno un po’, — suggerì Svetlana — Magari a scuola non caricarti tutto addosso… O a casa. — E chi altro lo fa? — rispose Tania per riflesso — I figli… Si fermò e sorrise forzatamente. — Vedi, parlo come mio marito. Diceva sempre “chi, se non io?” Poi è finito con l’ictus. E la vita è andata avanti anche senza di lui. — Magari va avanti anche senza di te — osservò dolcemente Svetlana. Tania la guardò a lungo. — In queste due settimane sei diventata più saggia, — disse — O semplicemente hai riposato. Svetlana fece spallucce. — Sono solo stanca di portare tutto sulle spalle. Voglio provare un altro modo. Detto ad alta voce suonava più vero. L’ultimo giorno camminò per i corridoi familiari come in un museo di una piccola, breve vita. Entrò in palestra, c’era già un altro gruppo che si allenava. Guardò la piscina attraverso il vetro. Passò dal massaggiatore per ringraziarlo. — Torni pure — disse lui — La schiena risponde bene. — Vedremo, — rispose lei. In stanza fece la valigia: accappatoio, tuta, costume. Sul comodino rimasero solo il caricabatterie e il libro. Tania era seduta sul letto, girava tra le dita la sua impegnativa. — Non vorrei partire, — confessò — qui sembra tutto più facile. — Qui è facile perché è finto, — disse Svetlana — Se vivessimo qui un anno, troveremmo anche qui i motivi per arrabbiarci. — Forse sì — Tania sorrideva — Se torni, chiamami. — Le lasciò un foglietto col numero. — Sono una frequentatrice abituale. Svetlana lo salvò in rubrica. — Ci sentiamo, — promise. L’autobus partiva dopo pranzo. Alla mensa servivano per commiato i classici pancakes con la panna. Svetlana era al solito tavolo, mangiava piano, sorseggiando il tè. Nina raccontava dei nipoti, Tania di analisi. Fuori la neve si scioglieva, l’acqua scendeva dai tetti. Al capolinea per il centro termale si radunarono una decina di persone: qualcuno scattava foto, uno fumava nervoso. Svetlana, con la valigia, guardava il cielo basso. Dentro era calma. Non euforia, non tristezza. Un’accettazione quieta. Sul bus prese posto accanto al finestrino. Il centro scivolava via: edifici, sentieri, bosco. Forse sarebbe tornata, pensò. Ma anche se no, quelle due settimane le sarebbero rimaste come un piccolo frammento di vita in cui si era concessa di non essere solo una ragioniera, una madre. Il viaggio verso Padova durò qualche ora. La città la accolse con nevischio e quella solita frenesia. Sotto casa le auto in doppia fila, qualcuno litigava al cellulare, dal primo piano usciva musica forte. Svetlana salì, aprì la porta. L’appartamento profumava di polvere e di dolce: il figlio aveva scaldato delle brioche. Nell’ingresso scarpe, giacca appesa alla buona. — Mamma, sei tornata! — urlò dalla camera il ragazzo. Si avventò nel corridoio con le cuffiette e il telefono in mano. L’abbracciò a metà, da adolescente. — Come andava lì? — chiese. — Bene, — rispose lei, e poi aggiunse: — Anzi, ho riposato. — Mi hai portato il magnete? — domandò lui. — È in borsa — sorrise. Andò in cucina, mise l’acqua a bollire. Due piatti nel lavello, qualche briciola sul tavolo. Un tempo avrebbe iniziato subito a pulire, brontolando. Ora pensò solo che avrebbe fatto dopo. Il telefono vibrò. La direttrice: «Domani rientri? Abbiamo tante cose da sistemare…» Svetlana guardò il messaggio e appoggiò il telefono a faccia in giù. Poi lo prese, riaprì la chat e scrisse: «Buongiorno. Domani ritorno come previsto. Ci sarà da ridiscutere la distribuzione delle mansioni. Non potrò più restare la sera o portarmi il lavoro a casa». Rilesse il testo. Una volta avrebbe cancellato la metà. Invece inviò. Il figlio riapparve sulla soglia. — Mamma, domani torni tardi? Dovrei andare dall’amico… — Domani torno in orario — disse lei — e ceniamo insieme. Però qualche faccenda di casa la fai tu. Non sono di ferro. Lui fece una smorfia. — In che senso? — Nel senso letterale. Hai l’età per lavare i piatti e cucinarti da solo, a volte. Non sarò sempre a fare tutto io. Lui sbuffò, ma non protestò. Sparì in camera sbattendo la porta. Svetlana sospirò, ma senza il solito senso di colpa. Sentiva solo di aver finalmente segnato il confine. Il bollitore si spense. Mise il tè nella tazza, si sedette. Dietro la finestra, i lampioni opachi; in cortile passava un cane. Pensò a Valerio, con quella sua frase su come spendere i propri giorni. Sorseggiò il tè. Niente miracoli: la schiena doleva ancora, il ginocchio pure, e il lavoro c’era sempre. Ma qualcosa era scattato. Sentiva il suo corpo, la sua stanchezza, il suo diritto al riposo con una chiarezza nuova. Aprì il cassetto e tirò fuori la prescrizione. La mise sul tavolo accanto all’agenda. Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, avrebbe chiesto le ferie per l’estate. Non per andare dai parenti a «dare una mano», ma solo per sé. Il figlio riapparve. — Mamma, domani mangiamo i ravioli? — chiese. — Volentieri, — rispose lei. — Ma li cucini tu. Ti insegno. Lui fece una smorfia, ma brillava di interesse. Svetlana sorrise. La vita non era cambiata di colpo, ma c’era adesso uno spazio solo suo. Quello spazio cominciava da cose minime: dire no a un lavoro extra, chiedere aiuto, passeggiare dopo l’ufficio per puro piacere. Finì il tè, spense la luce in cucina, andò in camera. Domani sarebbe stato un giorno normale, ma in quella normalità avrebbe trovato finalmente un posto per sé. E pensarlo la scaldava con un calore silenzioso e dolce.