**Diario di Sofia**
“Sei sempre stata di troppo in questa famiglia,” sussurrò mia suocera, seguendomi con lo sguardo.
“Signora Bianca, ho preparato la crostata. Ne vuole un po?” chiesi timidamente, affacciandomi nel salotto dove lei ricamava un centrino.
Non alzò nemmeno gli occhi dal telaio.
“Non voglio la tua crostata. Ho il diabete, te lo scordi? O forse non ti importa?”
Sospirai e mi allontanai. Lo sapevo bene che non aveva il diabete. Era solo un altro modo per farmi sentire fuori posto, per ricordarmi che in quella casa, dopo sette anni, ero ancora unestranea.
“Mamma, ma che fai?” sentii la voce di mio marito dal corridoio. “Sofia si impegna, cucina per noi…”
“Si impegna!” sbuffò la suocera. “Dimentica il sale nella pasta, le tue camicie diventano gialle quando le lava, e la polvere in casa è sempre lì.”
Mi sedetti su uno sgabello in cucina, fissando la crostata. Sette anni sempre uguali. Ogni giorno qualcosa che non andava. La minestra troppo salata o troppo sciapa. I pavimenti non abbastanza puliti o le lenzuola stese male.
“Marco tornerà presto,” dissi, entrando in salotto con un vassoio. “Forse potremmo cenare insieme?”
La signora Bianca posò il ricamo e mi guardò con quellespressione che ormai sapevo leggere a occhi chiusi. Disprezzo misto a pietà.
“Cenerò in camera. Non voglio vedere come nutri mio figlio con quelle tue schifezze.”
La porta sbatté. Rimasi sola con il vassoio in mano e un nodo in gola.
Marco tornò tardi, stanco, a malapena mi salutò. Si sedette a tavola e iniziò a mangiare meccanicamente, gli occhi fissi sul telefono.
“Comè andata al lavoro?” chiesi, sedendomi di fronte a lui.
“Normale,” borbottò, senza alzare lo sguardo.
“Marco, dobbiamo parlare.”
Sollevò gli occhi, contrariato.
“Di nuovo di mia madre? Sofia, ma quanto dura questa storia? È anziana, ha i suoi acciacchi, ha diritto alle sue opinioni.”
“Quali acciacchi? Ha solo un po di pressione alta! Eppure ogni giorno…”
“Ogni giorno cosa?” posò la forchetta. “Vive nella sua casa? Esprime disappunto? È casa sua, Sofia!”
“Anche mia! Sono tua moglie, non la domestica!”
“Nessuno ti obbliga a cucinare e pulire. Mia madre ha sempre fatto tutto da sola.”
Tacqui. Era inutile. Marco non avrebbe mai capito cosa significava camminare sui gusci duovo ogni giorno, temere ogni parola, sentirsi unintrusa nella propria casa.
Dopo cena, andai in bagno e mi fissai allo specchio. Trentadue anni, ma ne dimostravo quaranta. Occhi stanchi, bocca amara. Quando ero invecchiata così?
Ricordai comero quando lo incontrai. Allegra, piena di progetti. Credevo di sposare un principe. Bello, con un buon lavoro. E sua madre, così raffinata, unex insegnante di lettere.
“Sofietta,” diceva allora la signora Bianca, “che bello che Marco ti ha incontrato. È un ragazzo di casa, senza una donna si perderebbe.”
E io mi impegnai. Imparai a cucinare i suoi piatti preferiti. Stiravo le camicie come lei mi insegnava. Pulivo seguendo il suo programma silenzioso.
Il primo anno fu tranquillo. I rimandi erano dolci, quasi materni. Ma col tempo, il tono cambiò. Le critiche si fecero più dure.
“La nuora della mia amica Clara è una massaia perfetta!” sospirava la signora Bianca. “Casa luccica, il cibo è squisito, e soprattutto rispetta gli anziani.”
“Signora Bianca, cosa sbaglio?” osai chiedere una volta.
Lei alzò le sopracciglia.
“Niente di grave. Si vede che hai uneducazione diversa. Non è colpa tua, certo. Nella tua famiglia forse eravate più… semplici.”
Non risposi. Più tardi, però, piansi. A casa mia, invece, le regole erano ferree. Mia madre mi diceva: “Accogli gli ospiti con dignità, tieni la casa in ordine, rispetta tuo marito.” Ma per la suocera, sembrava non bastasse.
Allinizio, Marco mi difendeva. Poi, però, iniziò a darle ragione. Soprattutto quando lei iniziò a lamentarsi della salute.
“Figlio mio, il cuore mi duole,” sussurrava. “Volevo vederti felice, e invece…”
“Mamma, ma che centra Sofia?”
“Lei non mi accetta. Sento che non mi vuole bene. Eppure io lho trattata come una figlia.”
E io mi chiedevo: quando mai? Cucinavo, pulivo, la accudivo quando stava male.
“Marco, ma io mi impegno!”
“Ti impegni, sì. Però lei percepisce la finzione.”
“Quale finzione?”
“Fai tutto per dovere, senza cuore. Lei lo sente.”
Allora provai a metterci più anima. Le chiedevo della sua giornata, ascoltavo i racconti della scuola. Ma anche quello era sbagliato.
“Sei troppo invadente,” mi disse. “Mi stanchi.”
Mi ritirai. E allora:
“Ti sei allontanata. Forse ci disprezzi.”
Un circolo vizioso. Qualsiasi cosa facessi, era sbagliato.
Il peggio fu quando Marco iniziò a darle ragione apertamente.
“Mamma ha ragione. Sei diventata fredda. Una volta non eri così.”
“Una volta non sapevo cosa significasse vivere in una casa che non è mia.”
“Di che parli? È casa nostra!”
“Nostra? Allora perché non posso spostare una sedia senza il permesso di tua madre?”
“Perché lei è la padrona! Ha vissuto qui tutta la vita!”
Da quel momento, tutto peggiorò. Marco lavorava fino a tardi, a casa era distante. La suocera non nascondeva più il disprezzo.
“Vedi cosa hai fatto a mio figlio?” diceva quando lui usciva. “Era allegro, e ora è cupo.”
“Forse il problema non sono io.”
“E chi allora? Io forse? Non ho diritto alla pace in casa mia?”
Cercai conforto nelle amiche.
“Sofi, andatevene!” mi dicevano. “Affittate un appartamento!”
“Marco non vuole. Dice che è inutile spendere quando abbiamo già una casa. E sua madre è sola.”
“Ma non è invalida!”
Lo sapevo. Ma lui non lo capiva.
Non avevamo figli. Allinizio non arrivavano, poi smisi di volerli. Con quella situazione, era meglio così.
“E i nipoti?” chiedeva la suocera. “Vorrei godermeli prima di morire.”
“Non riesco,” rispondevo.
“Sei andata dal dottore? O non vuoi proprio?”
Che carriera? Lavoravo in una merceria, guadagnavo poco, ma almeno lì ero me stessa. I clienti mi ringraziavano, i colleghi erano gentili. Era lunico posto dove mi sentivo apprezzata.
“Perché non resti a casa?” propose Marco una volta. “Mamma è sola.”
“E con cosa viviamo? Con il tuo stipendio?”
“Ce la caveremo. Almeno lei starà serena.”
“Ma io no! Ho bisogno del lavoro, capisci?”
Lui non capiva. Per lui era normale: la moglie a casa, a badare a sua madre.
Tutto cambiò un martedì qualunque. Tornai dal lavoro, posai la spesa, trovai un biglietto





