Il sorriso di Giulietta, per la prima volta, vacillò un attimo.
Solo un istante.
Poi se lo ricompose sul volto, piccolo, coraggioso, quasi straziante.
I bambini più piccoli ormai mangiavano, troppo affamati per accorgersi di altro.
Fuori dalla porta, però, il signor Martino vide tutto.
La bugia.
La paura.
Il modo in cui Giulietta si muoveva, con quella sicurezza imparata, quasi fosse la cosa più normale del mondo.
Nonna Rosa cercò di farle scivolare il piatto davanti.
No, mormorò, con una voce che sapeva di stanchezza. Questa volta tocca a te, Giulietta.
Ma la bambina scosse piano la testa.
Non ho fame, bisbigliò.
Unaltra bugia.
Martino abbassò gli occhi, lottando contro qualcosa dentro che non riusciva nemmeno a chiamare per nome.
Proprio allora, uno dei bambini smise di mangiare per chiedere, ingenuamente:
Il signore della trattoria ci aiuterà ancora domani?
Giulietta si fermò di colpo.
La stanza diventò un vuoto silenzio.
Anche nonna Rosa abbassò lo sguardo.
Alla fine, Giulietta rispose con una voce così piccina che la sentivo a fatica:
No. Non possiamo chiedere due volte. Le persone buone smettono di aiutare quando vedono quanto davvero hai bisogno.
Quelle parole colpirono Martino più di qualsiasi altra cosa.
Perché non erano dette con rabbia.
Erano la voce di una bambina che aveva già imparato le regole della delusione.
Fece un passo avanti, quasi senza accorgersene.
La porta scricchiolò.
Tutti si irrigidirono.
Giulietta si girò di scatto, impaurita, come se temesse di aver fatto qualcosa di sbagliato.
Ma Martino era lì, e aveva le lacrime agli occhi.
Guardava il pentolino ormai quasi vuoto.
I bambini.
La madre sfinita.
Poi di nuovo lei.
E quando finalmente trovò la voce, si spezzò:
Hai dato via lunico pasto che ti ho portato.
Giulietta abbassò il capo.
Loro avevano più fame di me, sussurrò soltanto.
Martino si coprì la bocca, per non lasciar uscire il dolore che lo stava squassando.
Poi tirò un respiro e, con voce rotta, disse qualcosa che nessuno si aspettava di sentire:
Aspettatemi qui.
Il volto di Giulietta cambiò allistante.
Non era speranza.
Era paura.
Perché i bambini abituati a sopravvivere con niente non credono alle promesse.
Ma dopo meno di venti minuti, i fari illuminarono il vicolo stretto.
Unauto.
Poi unaltra.
I bimbi corsero alla porta.
Giulietta rimase immobile.
Martino scese portando sacchetti.
Non uno.
Non due.
Così tanti che dovette scendere anche lautista per aiutarlo.
Cibo.
Coperte.
Medicine.
Latte.
Frutta.
Pane.
Zuppa ancora calda.
Nonna Rosa iniziò a piangere appena li vide.
Il più piccolo sussurrò: Sono davvero per noi?
Martino guardò subito Giulietta.
Solo lei.
E, dolcemente:
Nessun bambino dovrebbe mentire sulla fame per permettere agli altri di sopravvivere.
Fu allora che Giulietta iniziò a piangere.
In silenzio.
Piangeva di quella tristezza che esce solo quando si è stati forti troppo a lungo.
Martino si inginocchiò davanti a lei, le mise tra le mani una scatola calda.
Questa è tua, le disse. Stasera, nessuno ti porta via la porzione. Nemmeno tu.
Tremando, Giulietta lo guardava incredula.
Poi nonna Rosa, tra i singhiozzi, riuscì a chiedere:
Perché fate tutto questo per degli sconosciuti?
Martino si voltò tuttintorno e, con voce sommessa, rispose:
Pensavo di aiutare una bambina.
Si fermò.
Poi aggiunse:
Invece, con la sua fame, lei nutriva tutta la famiglia.
Fine.






