A distanza di anni, mentre ripercorro questi ricordi, rivedo ancora mio padre Vittorio Marchetti lasciare il Politecnico di Torino e mettersi a lavorare in cantiere per crescermi, dopo che mia madre Gelsomina Marchetti uscì per comprare il latte e non fece mai più ritorno. Quando morì, la sua ultima lettera cominciava così: «Tesoro mio, spero che tu possa perdonarmi…»
I miei ricordi più lontani di mio padre sono sempre gli stessi.
Le sue scarpe da lavoro pesanti stavano accanto alla porta d’ingresso. La sua pettorina arancione consumata era appesa a una sedia. Le sue mani erano così ruvide da sembrare carta vetrata quando, la sera, mi sistemava le coperte.
Quando sono nato io, studiava ingegneria al Politecnico di Torino. Ma un martedì qualsiasi mia madre mi baciò sulla fronte, prese la borsa e disse che andava solo a comprare il latte. Non tornò mai più a casa.
Una settimana dopo, mio padre lasciò gli studi. Non ci furono discorsi drammatici, nessuna lamentela. Si limitò a scambiare i libri con un casco da cantiere e cominciò a lavorare nell’edilizia.
Per tutta la mia infanzia abitammo nello stesso piccolo appartamento in affitto. Ogni mese era una lotta per riuscire a pagare le bollette. Quando il cibo non bastava per tutti e due, mio padre diceva sempre di non avere fame.
Le sue scarpe da lavoro erano ormai tenute insieme con la colla, anche se andavano sostituite da anni. Non ricordo di averlo mai visto comprare vestiti nuovi per sé.
Perfino a Natale riusciva sempre a convincermi che il regalo più bello per lui fosse guardarmi sorridere mentre scartavo i miei regali.
Quando gli chiedevo perché lavorasse così tanto, mi baciava sulla testa e diceva:
— Perché vali ogni singolo muscolo stanco del mio corpo.
Così mi chiamava sempre: «Tesoro mio».
Io promettevo a me stesso che un giorno gli avrei restituito tutto ciò a cui aveva rinunciato per me. Una casa più bella, una vacanza, la possibilità di riposarsi, finalmente.
Ma non ne ebbi mai l’occasione.
Quando avevo venticinque anni, mio padre scoprì di essere molto malato. Otto mesi dopo seppellii l’unico genitore che mi avesse davvero amato.
Dopo il funerale, il notaio Alberto Ranieri mi chiese di fermarmi ancora un momento.
— Mi ha chiesto di consegnarle questo, disse a bassa voce, e mi mise tra le mani un semplice sacchetto di plastica e una lettera con il mio nome, scritta nella grafia che conoscevo bene.
Le mani mi tremavano mentre aprivo la lettera. Dentro c’era scritta una sola frase:
«Tesoro mio, spero che tu possa perdonarmi, dopo che avrai visto che cosa contiene quel sacchetto.»
Guardai nel sacchetto… e trattenni il fiato.
Lentamente aprii il sacchetto. Dentro c’erano un vecchio quaderno, una piccola chiave e una busta con il mio nome.
Le mani mi tremavano ancora mentre aprivo la busta. Dentro c’era scritto:
«Tesoro mio, se stai leggendo questa lettera, vuol dire che non sono più al tuo fianco. Ma ti prego, non credere mai che per colpa tua io abbia perso qualcosa. Tu sei stato il regalo più grande della mia vita.»
Le lacrime cominciarono a scendermi sulle guance.
Poi lessi le righe successive:
«So che hai sempre pensato che io abbia rinunciato ai miei sogni per te. Ma la verità è che non li ho mai abbandonati. Di notte, mentre tu dormivi, ho continuato a studiare.»
Rimasi di sasso.
Aveva continuato gli studi in segreto. Per anni, dopo giornate di lavoro interminabili, si era rimesso sui libri e aveva studiato.
In quel quaderno c’erano tutti i suoi appunti di quegli anni. La chiave apriva una piccola cassetta di sicurezza in banca. Dentro c’erano la sua laurea e un’altra lettera.
«Volevo che tu sapessi che tuo padre non era solo un operaio edile. Ero anche un uomo che non ha mai lasciato morire i suoi sogni. Ho soltanto scelto di mettere te al primo posto.»
Ma l’ultima frase mi spezzò definitivamente il cuore:
«Non ho potuto darti una casa grande né regali costosi… Ma ti ho dato il mio tempo, il mio amore e tutta la mia vita. E questa è l’unica ricchezza che non passa mai.»
In quel momento capii tutto.
Per tutti quegli anni avevo cercato di restituirgli tutto quello che mi aveva donato. Ma lui non si era mai aspettato nulla da me. Il suo unico desiderio era vedermi felice.
E quel giorno capii per la prima volta una cosa.
Mio padre non era mai stato un uomo povero. Era l’uomo più ricco del mondo. Perché possedeva qualcosa che nessun denaro può comprare: l’amore infinito per suo figlio.






