— Ti trasferirai in paese dai miei genitori. Li accudirai, — ordinò il marito.

Allora, senti questa. Antonio è comparso davanti a lei proprio sulla soglia dell’ufficio, come se fosse stato lì tutto il giorno ad aspettarla. Tiziana era appena uscita, sistemandosi la borsa sulla spalla. La sera era calda, pensava a un tè al limone e al silenzio. Invece del silenzio si è ritrovata il marito con la faccia di pietra.

— Ciao — ha detto lei. — Che ci fai qui? Non sei tipo da venirmi a prendere.

— Ascolta — Antonio non l’ha nemmeno salutata. — Domani scrivi la lettera. Ti dimetti. E vai dai miei in campagna. Li badi.

— A chi? — Tiziana ha inclinato la testa, come se non avesse sentito bene.

— Ai miei. Non stanno bene, capisci. Serve qualcuno in casa. Deciso.

Lei è rimasta in silenzio, guardandolo come se sulla fronte del marito fosse comparso un notiziario in corsivo. Deciso. Non “parliamone”, non “ti chiedo”. Deciso, come un timbro su un modulo.

— Curioso — ha fatto Tiziana. — E nessuno ha pensato di chiedere a me?

— E che c’è da chiedere? — ha alzato le spalle Antonio. — Sei la moglie. È una faccenda di famiglia. Qui non si chiede, si fa.

— Di famiglia — ha ripetuto lei, interessata. — Quindi la mia famiglia, adesso, è una valigia e l’orario dei treni.

— Non fare la saccente — ha sbuffato, come se avesse in bocca qualcosa di acido. — Sempre a giocare con le parole. Ti ho parlato da persona civile. Vai, e basta.

Tiziana si è sistemata la borsa sulla spalla. Dentro bolliva, ma fuori teneva un tono calmo, quasi gentile. La pazienza è una cosa cara, e non aveva voglia di spenderla sull’uscio.

— Anto, non qui — ha detto dolcemente. — Quando torni a casa ne parliamo con calma. Prendiamoci un caffè. Hai mangiato?

— Non ho tempo per i caffè — ha già guardato il telefono, l’orologio, qualcosa oltre lei. — Ho da fare. Ti ho detto la cosa importante, l’hai sentita. Torno stasera.

— E i dettagli? — ha sorriso lei. — L’indirizzo, per esempio. Dai tuoi non sono mai stata.

— Dopo, dopo — ha fatto un gesto vago e si è avviato, senza voltarsi, come se la questione fosse chiusa per sempre.

Tiziana è rimasta lì a guardarlo allontanarsi. Non era nemmeno rabbia: era stupore. Come poteva uno che aveva vissuto con lei sotto lo stesso tetto per anni pensare che la sua vita fosse un oggetto da spostare da uno scaffale all’altro.

— Ma guarda — si è detta a voce alta. — “Vai, e basta.”

Ha sospirato ed è andata al supermercato. Pane, formaggio, qualcosa per la sera. La testa chiedeva cose semplici e concrete, dove scegli tu la pagnotta.

Al reparto ortofrutta si è imbattuta in Ginevra. Lavoravano nello stesso ufficio, sedute schiena contro schiena, e sapevano l’una dell’altra anche quello che non avrebbero voluto sapere.

— O chi vedo! — Ginevra spingeva un carrello pieno fino all’orlo, come se si preparasse a un assedio. — Tizi, salvami, sto per stendermi qui, tra le zucchine.

— Che è successo?

— Che è successo — ha sbuffato Ginevra. — A casa. La lavatrice perde da tre giorni, il bambino ha portato dall’asilo il naso che cola, e mio marito sta lì a chiedersi perché la cena non si fa da sola. Sono come una trottola, solo che la trottola è pure quadrata.

— Ti capisco — ha sorriso Tiziana. — Anche io ho novità. Fresche fresche.

— Dimmi.

— Antonio mi ha aspettata fuori dall’ufficio. Mi ha ordinato di dimettermi e andare in campagna. A badare ai suoi genitori.

Ginevra ha fermato il carrello così all’improvviso che il barattolo di piselli è quasi volato fuori.

— Un attimo. Ti ha ordinato? Così, proprio ordinato?

— Ordinato. “Vai, e basta.”

— E tu?

— E io niente — ha alzato le spalle Tiziana. — Stavo lì a guardare come uno, con una frase sola, cancellava la mia vita.

— Ferma tutto — Ginevra ha stretto gli occhi. — E i suoi genitori non hanno nessun altro? Figli, dico?

— Ce l’hanno. Una sorella. Fiamma.

— Fiamma — ha allungato Ginevra, con quella faccia di chi ha appena scoperto il segreto dell’universo. — Quindi i suoi genitori hanno una figlia. E a badare a loro deve andare la nuora. Ho capito bene?

— Perfettamente.

— Tizi, ti ha appeso al collo un problema degli altri come una busta della spesa! — ha battuto le mani. — Non sono nemmeno i tuoi genitori. Sono i suoi. E di Fiamma. E quella che ci va di mezzo sei tu. Comodo, eh?

— Comodo — ha concordato Tiziana. — Ho pensato anche io: com’è carino che l’amore per i genitori finisca esattamente dove comincia il proprio comodo.

— Eh, tu hai sempre la parola giusta — ha riso Ginevra. — Senti, ma tu ci vai davvero?

— Secondo te, ho la faccia di una valigia senza maniglia?

— No.

— E allora — Tiziana ha messo nel carrello una busta di limoni. — Vado semmai a comprare il tè. E torno.

A casa era tutto calmo, fino a quando ha squillato il telefono. Sullo schermo è comparso il nome della cognata. Tiziana l’ha guardato un secondo, poi ha risposto: la curiosità ha vinto.

— Tizi! — la voce di Fiamma colava miele, ti faceva venire il mal di denti. — Oh, come sono contenta! Anto mi ha raccontato tutto! Sei un tesoro, un vero oro!

— Ciao, Fiamma. E in che senso sarei un oro?

— Ma come! Vai dai genitori, li aiuti! Ho tirato un respiro di sollievo, non immagini. Io ho i bambini, il lavoro, la casa, mi faccio in quattro, letteralmente.

— Aspetta — l’ha interrotta Tiziana con dolcezza. — Antonio ti ha detto che parto già?

— Certo! Ha detto che è tutto deciso, che domani ti dimetti e ti prepari. Tizi, sei così responsabile, non come certa gente.

— Fiamma — ha quasi sorriso lei. — Mi spiace rovinarti questa splendida serata. Ma io non vado da nessuna parte.

Dall’altra parte è sceso il silenzio.

— Come… come sarebbe che non vai? — la voce della cognata si è seccata all’istante. — Antonio ha detto…

— Mio marito dice tante cose. Per esempio, l’anno scorso ha promesso di attaccare una mensola. La mensola non c’è ancora. Ecco, come per la mensola.

— Tizi, ma cosa dici! — Fiamma ha accelerato. — Sono i genitori! Hanno bisogno di aiuto! Chi, se non te?

— Già, chi — ha detto Tiziana, pensierosa. — Per esempio, la figlia. Non ci avevi pensato?

— Io?! Ho una famiglia! Ho i bambini! Ho tutta la casa sulle spalle!

— E io, allora, non ho famiglia, non ho casa, non ho niente da fare. Sono comoda, Fiamma. Una regalia.

— Stai travisando!

— Io sto solo ascoltando e raccontando — ha risposto con calma. — Vabbè, non ti trattengo. Salutami i tuoi genitori. Da lontano.

Ha riattaccato e ha tirato un sospiro. Nella porta ha girato la chiave: è arrivato Antonio. È passato in cucina, si è lasciato cadere sulla sedia e ha avvicinato a sé il piatto che lei aveva lasciato per sé.

— C’è da mangiare? — ha borbottato, già con la forchetta.

— Per te è già apparecchiato, come vedi.

Mangiava di fretta, con avidità, spargendo briciole, senza guardarla. Poi ha spostato il piatto, si è asciugato la bocca con il dorso della mano e, con suo grande stupore, si è alzato ed è andato in camera. Tiziana ha sentito cigolare l’anta dell’armadio.

— Antonio? — si è affacciata. — Che fai?

— Ti aiuto — ha detto, tirando fuori i suoi maglioni e mettendoli nella valigia aperta sul letto. — Devi pur prepararti. Sono un marito premuroso, te la preparo io. Apprezza.

— Apprezza — ha ripetuto Tiziana, appoggiata allo stipite. — Io non ho mai detto che parto.

— E cosa c’è da dire? — non si è girato, continuando a sistemare le maglie. — La cosa è decisa. L’ho già detto a tutti. A mia madre, a Fiamma. Adesso è troppo tardi per tirarsi indietro, non possiamo deludere la gente.

— Deludere la gente — ha ripetuto piano. — E deludere me, invece, è normale.

— Non cominciare — finalmente si è voltato, con in mano la sua sciarpa preferita. — Fai sempre un dramma. Che c’è di male? Vai a stare lì, li badi. Per te non è una fatica, e per loro è un aiuto.

— Sai — Tiziana ha incrociato le braccia, guardando la montagna di roba che cresceva nella valigia. — Più roba metti dentro, più la cosa mi diventa interessante.

— Ecco, vedi? — si è illuminato, interpretando tutto a modo suo. — Già le interessa. Te l’avevo detto, che rinsavivi.

Hanno suonato al campanello. Sulla porta c’era Sergio, l’amico di Antonio: un tipo tranquillo, con uno sguardo pesante, attento. È entrato, ha visto la valigia aperta e si è accigliato.

— Dove andate? — ha chiesto. — In vacanza?

— Non hai indovinato — ha detto Antonio, uscendo in corridoio a battergli la mano sulla spalla. — Tiziana va dai miei. In campagna. A badare ai vecchi.

Sergio ha guardato Tiziana. Lei stava lì, serena, con un sorriso leggero.

— È vero? — le ha chiesto.

— È il piano di Antonio — ha risposto. — In questo piano io, come vedi, sono solo la valigia. Non ho dato il mio consenso. Né a parole, né con un cenno, né con un battito di ciglia.

Sergio si è voltato lentamente verso l’amico.

— Antonio. Facciamo due passi.

Sono andati in cucina. Tiziana non si è nascosta: è rimasta lì vicino, le faceva quasi curiosità.

— Ma che stai combinando? — ha attaccato piano Sergio. — Sono i tuoi genitori. E di tua sorella. Perché deve portare tutto sulle spalle tua moglie?

— E chi altri? — Antonio ha alzato le mani. — Fiamma è impegnata, ha i figli. Io lavoro. Tiziana è l’unica persona libera.

— Libera — ha scosso la testa Sergio. — Non è libera, è quella che ci va di mezzo. Te lo dico io, che da ragazzino ho fatto da padre a mio fratello e mia sorella. La cura non si ordina. La si prende.

— Ecco, ci risiamo — ha sbuffato Antonio. — S’è trovato il santo. Tu hai avuto la tua vita, io la mia. Io dico che parte, e parte.

— Sono i tuoi genitori, Antonio — ha ripetuto Sergio con fermezza. — Il tuo sangue. Se vuoi aiutarli, aiutali tu. O dividete con tua sorella. Non scaricare tutto su una che è venuta da fuori.

— È mia moglie! — ha alzato la voce Antonio. — La moglie non è una che viene da fuori! È famiglia! Dove l’ho presa, lì deve tirare il carro!

— Dove l’ho presa — ha ripetuto Tiziana, pensierosa, dal corridoio. — Antonio, non sono un cavallo da mettere al giogo. E non sono nemmeno un aspirapolvere da tenere in un angolo finché non serve.

— Sta’ zitta! — ha ringhiato. — Sistemiamo noi.

Sergio l’ha guardato.

— Sei un cretino, Antonio — ha detto secco. — E non c’è medicina. — Poi ha fatto un cenno a Tiziana ed è uscito.

Quando la porta si è chiusa, Tiziana è andata in camera e ha chiamato la cognata. Le era venuta una curiosità vera, quella di andare al nocciolo.

— Fiamma, ciao di nuovo. Ho una domanda. Visto che tutti si preoccupano tanto dei genitori, dimmi: tu cosa sei disposta a fare per loro?

— Io? — Fiamma si è irrigidita. — Io mando i soldi. Regolarmente. Anche quella è una forma di cura, e non da poco.

— Perfetto — si è animata Tiziana. — E quanto?

— Trecento euro — ha annunciato Fiamma, orgogliosa. — Ogni mese. E non è da tutti, sai.

Tiziana non ha resistito ed è scoppiata a ridere: una risata sincera, spensierata.

— Trecento euro — ha ripetuto tra le risate. — Fiamma, parli sul serio? Trecento euro al mese perché io lasci tutto e vada a vivere in casa di altri. Che affare. Una generosità da regina.

— E che c’è da ridere?! — è insorta Fiamma. — I soldi non crescono sugli alberi!

— Appunto — ha detto Tiziana, smettendo di ridere. — E i miei anni non crescono sugli alberi. Grazie, Fiamma, mi hai aiutata tantissimo. Adesso so quanto vale la vostra cura. Trecento euro.

Ha riattaccato. Antonio era sulla porta, soddisfatto.

— Ecco — ha indicato la valigia. — C’è entrato tutto. Grande, comoda. Sono bravo.

— Sei bravo — ha annuito Tiziana. Poi è andata nel ripostiglio, ha tirato fuori due borsoni e ha cominciato a infilarci il resto della roba, con aria efficiente.

— Perché tutta questa roba? — si è stupito Antonio. — Ti trasferisci per sempre?

— E tu come pensavi? — ha risposto lei senza girarsi. — Se si parte, si parte in grande.

E nel petto gli si è scaldato il cuore: aveva accettato. Sua moglie aveva accettato. Lui lo sapeva: la fermezza vince sempre. La guardava riempire i borsoni e, nella sua testa, si stava già dando una pacca sulla spalla.

*

La mattina dopo Antonio si è svegliato di ottimo umore. Si è stiracchiato, ha girato per casa da padrone e ogni tanto lanciava un’occhiata alle valigie pronte davanti alla porta.

— Non dimenticare — ha detto sorseggiando il caffè. — Mia madre ti aspetta. Ti ha preparato il letto, uno tutto per te. Si è data da fare. Chiamala e ringraziala, ecco.

— La chiamo — ha annuito Tiziana, e infatti ha chiamato la suocera.

— Pronto, salve — ha detto con voce calma. — Sono Tiziana. Grazie per il letto che mi avete preparato. È molto gentile da parte vostra.

— Ma figurati, tesoro — si è rallegrata la suocera. — Ho già pulito la stanza e liberato il posto. Vieni, vieni. Di aiuto ne serve eccome. Pavimenti, orto, faccende di casa.

— Capisco — ha detto Tiziana. — Grazie ancora per il letto.

— E quando ti aspettiamo?

— Grazie per il letto — ha ripetuto Tiziana, col sorriso, e ha salutato.

La suocera è rimasta soddisfatta: se ringrazia, vuol dire che viene. Antonio, che aveva ascoltato, era tutto raggiante.

— Vedi, come va tutto bene? — ha detto. — Sono tutti contenti. Te l’avevo detto.

— Tutti — ha concordato Tiziana. — Una vera festa.

Ha chiamato il taxi. Antonio, tutto generosità, si è caricato da solo valigia e borsoni giù per le scale. Sospirava, ma li ha portati, con l’aria di chi fa un’opera buona. Ha caricato tutto nel bagagliaio e ha chiuso il portellone.

— Ecco — ha detto, battendosi le mani. — Buon viaggio. Chiama quando arrivi.

Tiziana è salita in auto, lo ha salutato con la mano e se n’è andata. Antonio è rimasto davanti al portone a guardare il taxi allontanarsi, orgoglioso di sé fino all’impossibile.

E solo quando la macchina è sparita alla curva, è stato come se qualcosa lo avesse colpito. L’indirizzo. Non le aveva dato l’indirizzo. Tiziana dai suoi non c’era mai stata: era sempre sua madre a venire da loro.

— Porca miseria — ha borbottato, afferrando il telefono.

Ha chiamato Tiziana. Tono. Ancora una volta. Tono. Ha riattaccato. In fretta ha scritto un messaggio con l’indirizzo e ha aggiunto: “Non perderti, quando arrivi chiamami”. L’ha mandato. È rimasto lì un altro po’, a calmarsi da solo: leggerà il messaggio, arriverà, tutto a posto. Sua moglie è partita. È salita da sola sul taxi. Da sola.

La giornata è passata tra le faccende. La sera Antonio si era quasi dimenticato della preoccupazione: era sicuro che tutto stesse andando secondo il piano. E invece ha chiamato sua madre.

— Antonio — la voce era smarrita. — Ma dov’è Tiziana? Non è arrivato nessuno. Ho aspettato tutto il giorno, ho rifatto il letto, ho preparato la torta. Non c’è.

— Come non c’è? — Antonio è gelato. — È partita stamattina. In taxi. Ho caricato io le valigie.

— Non c’è nessuno, figlio mio. Nemmeno il taxi, nemmeno Tiziana. Forse si è persa?

— Sistemo io — ha tagliato corto, e ha riattaccato.

Ha ripreso a chiamare la moglie. Una volta. Due. Cinque. Tono, poi: telefono spento. I messaggi non arrivavano. È rimasto in mezzo alla stanza, e lentamente, pesantemente, gli è arrivato il senso: Tiziana non era andata da nessuna parte. Tutta la sua roba, la valigia, i borsoni, era partita per chissà dove, ma non da sua madre.

— Ah, ma guarda — ha soffiato. Dentro gli saliva una rabbia scura, soffocante. — Mi ha fregato. Mi ha fregato per bene.

Girava per casa come una bestia, chiamava di nuovo, lasciava vocali: prima pretendeva, poi gridava nel vuoto. Nessuna risposta. La notte ha dormito male.

La mattina è andato davanti al suo ufficio. L’ha aspettata. Tiziana è uscita: calma, riposata, come se il giorno prima non fosse successo nulla.

— Dove sei stata?! — le è piombato addosso davanti all’ingresso. — Dove sono le valigie?! Mia madre ha aspettato tutto il giorno! Che cosa hai combinato?!

— Buongiorno, Antonio — ha detto Tiziana, imperturbabile. — Non sono andata da nessuna parte. E, a dirtela tutta, non avevo nessuna intenzione di andarci. Fin dall’inizio.

— Come non avevi intenzione?! — è rimasto senza fiato. — Sei salita in taxi! Hai fatto le valigie!

— Le valigie le hai fatte tu — l’ha corretta lei. — Con grande entusiasmo, tra l’altro. E il taxi ha portato me e i miei borsoni da un’altra parte. Dove non mi trattano come un mobile.

— Tu… ti stai prendendo gioco di me! — sputava parole, la faccia a chiazze. — Io ti ho parlato da persona civile! E tu!

— Da persona civile si chiede, Antonio. Non si dice “vai, e basta”. — Ha sistemato la borsa sulla spalla. — A proposito, non dimenticare: venerdì va pagato l’affitto dell’appartamento. Io lì non ci abito più, quindi adesso è tutto affar tuo. Logico, no?

— Tu torni a casa e oggi stesso vai da mia madre! — ha urlato, senza sentirla. — Ho detto che vai! Basta fare la spiritosa!

Tiziana l’ha guardato senza l’ombra di un sorriso. La voce è diventata piatta e fredda.

— Antonio. Ascoltami bene. Se mi dai un altro ordine, proprio adesso, senza muovermi da questo portone, apro il telefono e presento domanda di divorzio. Online, in tre tocchi. Vuoi provare?

Lui è rimasto zitto. Ha aperto la bocca, ma non ha trovato le parole.

— Non è una minaccia — ha aggiunto lei con calma. — Ti sto comunicando le condizioni. Come piace a te. Deciso.

Ed è andata via, con passo leggero, senza voltarsi. Non ha detto quando sarebbe tornata. E se sarebbe tornata.

Antonio è rimasto lì. La rabbia era svanita, e al suo posto è arrivata una paura appiccicosa, brutta. All’improvviso ha capito che lei se n’era andata davvero: con la valigia e i borsoni che lui, con le sue stesse mani, le aveva preparato. Come se l’avesse messa alla porta. Come se l’avesse cacciata. Eppure lui la amava. Non aveva pensato, non aveva creduto che lei fosse capace di fare così: tirare dritto, con calma, prendere e andarsene via da lui.

Ha squillato il telefono. Fiamma.

— Antonio, allora, i genitori?! — ha attaccato la sorella. — Quando arriva finalmente Tiziana?

— Mai — ha ringhiato. — Lei non va. Se vuoi, siediti e vai tu da mamma.

— Come ti permetti di parlarmi con questo tono?! — è schizzata Fiamma.

— E i tuoi trecento euro, mettiteli nel portafoglio e tieniteli stretti — ha buttato lì. Ha sentito il clic. Fiamma ha riattaccato.

Si è seduto sul bordo del marciapiede davanti all’ingresso. Non è andato da nessuna parte. Ha deciso di aspettare la sera. Aspettare Tiziana. E parlarle. Senza “deciso”. Senza “vai”. Solo parlare. Se lei avesse ancora voglia di ascoltarlo.

Se ne stava lì a pensare che la fermezza di cui era tanto orgoglioso era, in fondo, solo ostinazione. E che la persona al suo fianco l’aveva scambiata per un oggetto da spostare. Ma l’oggetto si è alzato ed è andato via. Con le sue gambe. Con la sua valigia.

FINE.

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— Ti trasferirai in paese dai miei genitori. Li accudirai, — ordinò il marito.
Un regalo speciale per la mamma: una nuova cucina, un cuore grande e una scelta difficile tra famiglia, fiducia e tradizione italiana