Letizia era in piedi nell’ingresso e guardava i due gemelli con gli zaini identici. Dietro di loro svettava Andrea, con una borsa enorme in ciascuna mano. Mercoledì. Un normale mercoledì, non sabato.
«Chi hai portato in casa mia?» chiese con voce piatta. «Avevamo deciso che i tuoi figli del primo matrimonio non sarebbero vissuti con noi.»
Andrea si infilò oltre di lei nel corridoio e posò le borse a terra.
«Non cominciare, Letizia. Le circostanze sono cambiate. Un mese, forse due.»
«Forse tre?» Letizia si chinò davanti ai gemelli, sorrise e accarezzò le loro teste. «Ragazzi, andate in camera, sul ripiano c’è il Lego. Giocate mentre io e papà parliamo.»
I bambini uscirono. Letizia chiuse la porta e si voltò verso il marito.
«Andrea, ho capito bene? Hai portato i bambini di mercoledì, con i bagagli, e mi metti davanti al fatto compiuto?»
«E cosa dovevo fare? Sono i miei figli! O vuoi che dormano per strada?»
«Che logica interessante. Quando ci siamo sposati, hai giurato che i ragazzi sarebbero rimasti con Cristina. Non ricordi? O hai una memoria selettiva, come il menu di una trattoria economica – solo quello che conviene a te?»
«È temporaneo!»
«Temporaneo è il sabato e la domenica. Due borse e tre mesi sono un trasloco. Senti la differenza?»
Andrea iniziò a camminare avanti e indietro nel corridoio.
«Non ho intenzione di renderti conto dei miei figli. Anche questa è casa mia.»
«No, Andrea. È il mio appartamento. C’era prima di te e ci sarà dopo. E prima che tu dica di nuovo “mio”, guarda i documenti. C’è un solo cognome, e non è il tuo.»
Letizia prese il telefono e compose il numero della suocera. Andrea fece un balzo.
«Metti giù. Non osare chiamare mia madre!»
«Perché? Decidi per due – forse non sa nemmeno lei che è diventata nonna a tempo pieno?»
«Letizia, ti avverto!»
«Mi avverti? Di cosa? Che tra cinque minuti Ginevra saprà come suo figlio dispone di un appartamento altrui?»
Squilli. La suocera rispose al terzo.
«Signora Ginevra, buonasera. Sa che Andrea ha portato Matteo e Tommaso da noi? Per sempre. Con i bagagli.»
Pausa. Poi la voce della suocera, sorpresa e confusa.
«Letizia cara, non ne sapevo nulla. Non mi ha detto una parola. Come, con i bagagli?»
«Due grandi borse. E la frase “un mese, forse due, forse tre”. Perciò chiedo: è un piano di famiglia o una sua improvvisazione personale?»
«Mio Dio. Letizia, ti sono così grata per la pazienza. Già ogni fine settimana ti occupi dei ragazzi mentre lui corre dagli amici. Gli parlerò.»
«Grazie. Ma credo che sistemerò da sola. Mi darebbe l’indirizzo di Cristina? Voglio capire perché si è liberata dei bambini.»
La suocera dettò l’indirizzo. Andrea stava pallido, con la schiena contro il muro.
«Perché ti serve il suo indirizzo? Cosa hai intenzione di fare?»
«E tu perché sei impallidito? Se tutto è pulito, cosa temi?»
«Non metterti in mezzo, Letizia. Non sono affari tuoi.»
«Non sono affari miei? I ragazzi sono nel mio appartamento, dormono sul mio divano, mangiano al mio tavolo. Ogni sabato e domenica disegno con loro, li porto al parco, li nutro – e tu nel frattempo “dall’amico” o “dalla mamma”. Che, a quanto pare, non ti vede neanche lei. Allora dove vai nei weekend, Andrea?»
«Non devo renderti conto!»
«Giusto. Non devi. Ma io non devo fare da balia a figli altrui mentre il padre si diverte chissà dove.»
Letizia si avvicinò e lo guardò negli occhi.
«Dammi il numero di Cristina.»
«No.»
«Perché?»
«Perché no! Basta interrogatori!»
«Sai, Andrea, quando uno non ha nulla da nascondere, non urla. Dà il numero e beve tranquillamente una camomilla. Tu invece sembri un gatto sorpreso sul tavolo con un pesce in bocca. Il pesce l’hai già ingoiato, e la faccia innocente non ti viene.»
Andrea tacque. Letizia annuì.
«Va bene. È tardi. I ragazzi sono stanchi. Li sistemo in salotto. Domani riprenderemo il discorso.»
La notte fu pesante. Letizia rimase a occhi aperti ripensando alle parole di Raffaella, la sua amica, dette un anno prima.
«Preparati a una sorpresa, e non ti piacerà. Mia sorella Veronica ha avuto la stessa storia – divorzio, figlio con lei, ma alla prima occasione lo scarica all’ex. Non per un giorno, per settimane, per mesi. E gli alimenti li pretende regolarmente. Il suo ex alla fine è scappato in un’altra città per non impazzire.»
Allora Letizia l’aveva liquidata. Raffaella esagera sempre. Ma adesso ogni parola suonava profetica.
La mattina dopo Andrea si preparò ad uscire.
«Devo andare. Impegni.»
«Certo. Hai sempre impegni. Di sabato, specialmente.»
«Ricominci?»
«Non ho ancora iniziato. Vai. Mi occuperò dei ragazzi. Come sempre.»
Lui uscì. Letizia aspettò venti minuti, vestì i gemelli e li portò da Ginevra.
La suocera aprì la porta, vide i nipoti e capì subito.
«Entrate, tesori. La nonna vi fa le crespelle.»
I bambini corsero dentro. Ginevra trattenne Letizia per un braccio.
«Letizia cara, perdonami. Non so cosa gli stia succedendo. Mente anche a me.»
«Signora Ginevra, mi serve l’indirizzo esatto di Cristina. Mi ha dato la via, ma il numero civico e l’appartamento?»
«Via dei Pini, quattordici, interno quarantuno. Letizia, non agire di testa.»
«Non agisco di testa. Apro con cautela. Come un chirurgo.»
Letizia andò all’indirizzo. Ingresso, quarto piano, porta con il numero 41. Suonò. Passi. Il chiavistello scattò.
La porta fu aperta da Andrea.
Un attimo. Due. Tre. La sua faccia si allungò, la bocca si aprì, gli occhi corsero come quelli di un uomo colto nella più evidente delle bugie.
Letizia lo guardò in silenzio. Poi guardò il corridoio dietro di lui – un impermeabile femminile appeso all’attaccapanni, pantofole. Poi di nuovo il marito.
Non disse una parola. Si voltò e scese le scale.
«Letizia! Aspetta! Non è… stavo solo aiutando! Si è rotto il rubinetto, mi ha chiamato, sono venuto!»
La voce la inseguiva, rimbalzando sui muri della tromba delle scale. Letizia non si voltò. Uscì nel cortile, inspirò a fondo e tirò fuori il telefono.
Prima chiamata – il fabbro.
«Buongiorno. Devo cambiare la serratura della porta d’ingresso. Le detterò l’indirizzo. Tra un’ora può? Perfetto.»
Seconda chiamata – un servizio di traslochi.
«Buongiorno. Servono due facchini per smontare e portare via dei mobili. Volume piccolo – un paio di sacchi di vestiti, una scrivania, una poltrona. Indirizzo di consegna diverso. Sì, tutto in un unico viaggio.»
Letizia camminava a passo svelto. Le era tutto chiaro. Cristina aveva scaricato i bambini ad Andrea, e più precisamente a Letizia, per liberare l’appartamento e incontrarsi con l’ex marito. Schema classico: bambini via, amante dentro.
Ma Cristina aveva un marito legale – Oreste. Ginevra ne aveva parlato. E Letizia sapeva già cosa fare.
Quando arrivò a casa, il fabbro era già all’ingresso con la valigetta degli attrezzi. I facchini arrivarono dopo quindici minuti. Letizia aprì l’appartamento e, con calma, metodica, senza fretta, raccolse le cose di Andrea.
Il suo giaccone invernale. Le sue scarpe. Tre scaffali di libri. La scrivania dello studio, la poltrona reclinabile, due sacchi di vestiti. Le cose dei bambini – accuratamente, in buste. I giocattoli. Gli zaini.
«Dove portiamo?» chiese il capo dei facchini.
«Via dei Pini, quattordici, interno quarantuno. Lasciate davanti alla porta. Se non aprono, all’ingresso.»
Il fabbro cambiò la serratura in quaranta minuti. Consegnò tre chiavi nuove. Letizia pagò, chiuse la porta e si sedette per terra nell’ingresso silenzioso.
Il telefono squillò dopo un’ora e mezza. Numero di Andrea.
«Letizia! Che hai combinato?! Mi chiama Cristina urlando che hanno portato dei sacchi!»
«Giusto. Sono le tue cose. E quelle dei tuoi figli. Le ho spedite all’unico indirizzo dove, a quanto pare, passi i sabati.»
«Sei impazzita! Lei ha un marito! Oreste arriva stasera – cosa penserà?!»
«Oreste? Non preoccuparti. Gli ho già scritto. Ho allegato l’indirizzo, l’ora della tua visita e un riassunto dei tuoi “rubinetti rotti”. Si è dimostrato molto comprensivo. Ha risposto con una parola: “Grazie”.»
«Tu… non hai fatto questo.»
«L’ho fatto, Andrea. E l’avrei fatto prima, se non avessi creduto a ogni tua parola per un anno intero. Sai, è quasi divertente – eri così sicuro della mia stupidità che hai smesso di nasconderti. Hai portato i bambini di mercoledì, e poi sei andato da Cristina dalla porta principale. Neanche ti sei girato – e se tua moglie fosse stata dietro l’angolo?»
«Letizia, ascolta…»
«No, ascolta tu. I ragazzi sono da Ginevra. Sani, sazi, giocano con i Lego. La serratura l’ho cambiata. La richiesta di divorzio la presenterò lunedì.»
«Non puoi! Noi…»
«Noi cosa? Ci eravamo accordati? Sì, Andrea, accordati. I bambini con Cristina. I weekend nostri. Fedeltà reciproca. Hai infranto tutti e tre i punti in un anno. Se fosse stato un contratto, ti avrei fatto pagare le penali.»
«Non ti ho tradita!»
«Hai aperto la porta dell’appartamento della tua ex moglie di sabato mattina in pantofole da casa. Possiamo chiamarlo “aiuto per il rubinetto”, ma allora sei il peggior idraulico della città – perché il rubinetto non è stato riparato.»
Andrea tacque. Letizia sentì il suo respiro affannato.
«Come fai a sapere del rubinetto?»
«Perché ieri sera ti ho sentito provare la scusa. Mormoravi tra te in bagno, pensavi che dormissi. “Il rubinetto si è rotto, mi ha chiamato, sono solo passato”. Andrea, non sei nemmeno bravo a mentire. Almeno “scoppiata una tubatura” suona più serio.»
«Letizia, vengo. Parliamo civilmente.»
«Non venire. Le chiavi sono cambiate. Conversazione finita. Voglio che tu ricordi questo: ho accettato di sposarti sapendo dei bambini. Li ho amati. Ogni weekend – parco, disegni, libri, mentre tu andavi “dall’amico” o “dalla mamma”. Ginevra, tra l’altro, ha confermato – non sei mai venuto da lei negli ultimi quattro mesi.»
«Lei ha detto questo?!»
«Non solo questo. Ha detto: “Letizia, ti ringrazio che sopporti mio figlio. Non se lo merita”. E sai una cosa? Ha ragione.»
«Non ho un posto dove andare.»
«Hai l’indirizzo di Cristina, dove ti senti a casa. Hai quello di Ginevra, che aspetta spiegazioni. Hai, alla fine, tutto il pianeta Terra – spazio ce n’è. Il mio appartamento non è più nella lista.»
Letizia riattaccò e bloccò il numero. Poi bloccò ogni possibile canale di contatto. Poi si sedette sullo sgabello nell’ingresso e rimase un minuto in silenzio.
Il telefono squillò da un numero sconosciuto. Rispose.
«Letizia? Sono Oreste. Il marito di Cristina. Ex marito, a quanto pare da oggi.»
«Oreste. Mi dispiace per come sono andate le cose.»
«Non si scusi. Lo sospettavo da tempo, ma mi mancava la prova. Lei me l’ha regalata. I sacchi delle sue cose davanti alla mia porta – sa, sono più convincenti di qualsiasi foto.»
«Era in pantofole. Le sue.»
«Verde con i dinosauri?»
«No. Grigie, a quadretti.»
«Sono le mie pantofole da cerimonia. Incredibile. Porta pure le pantofole degli altri.»
Entrambi tacquero. Poi Oreste rise piano.
«Sa, Letizia, sono sul balcone, guardo due sacchi di robaccia davanti al portone – e mi sento leggero. Come se mi avessero estratto un dente che doleva da tre anni.»
«Non si estrae un dente. Si estrae un dente. Ma certo che si estrae.»
«Dal mio dente ci voleva l’amputazione.»
«Buona fortuna, Oreste.»
«Anche a lei. Siamo nella stessa barca. Solo che lei rema più forte – io avrei ancora dubitato un mese.»
Chiamò Raffaella.
«Letizia, come stai? Ho visto che eri online, ma non scrivevi.»
«Raffaella, avevi ragione.»
«Sulla sorpresa?»
«Sulla sorpresa. Non mi è piaciuta.»
«Racconta.»
«Ha portato i bambini con i bagagli, e lui andava dall’ex. Sono andata all’indirizzo – mi ha aperto la porta. In pantofole. Sorpresa.»
«E tu?»
«Ho cambiato la serratura, ho mandato le sue cose con i facchini dall’ex, ho scritto al marito di lei, chiedo il divorzio.»
«In quante ore hai fatto tutto?»
«In quattro. Forse tre e mezza.»
«Letizia, sei un robot. Io avrei pianto nel cuscino per una settimana.»
«Piangerò dopo. Adesso non ho tempo. Adesso devo chiamare Ginevra e assicurarmi che i ragazzi abbiano cenato.»
Intanto Andrea era in mezzo alla strada con il telefono che vibrava senza sosta. Cristina chiamava per la sesta volta. Oreste aveva mandato un messaggio di tre parole: «Vieni a prendere la tua roba. Stronzo». La madre aveva scritto: «Vieni. Parliamo».
Non rispondeva a nessuno. Stava lì, guardando lo schermo, dove ogni squillo era una condanna.
Un anno fa tutto era perfetto. Moglie amorevole, figli sistemati, ex disponibile, suo marito all’oscuro. Una costruzione perfetta. Come un castello di carte.
Il castello di carte era crollato in quattro ore. Un solo viaggio di Letizia all’indirizzo – e tutto era andato in pezzi. La moglie aveva cambiato le serrature. Oreste aveva saputo la verità. La madre aspettava spiegazioni. Cristina nel panico.
Il telefono squillò di nuovo. Cristina.
Lui rifiutò. Infilò il telefono in tasca. E si mise a camminare per la strada, senza sapere dove, senza sapere perché, senza sapere – e adesso?
Intanto Letizia chiamava la suocera.
«Signora Ginevra, i ragazzi hanno cenato?»
«Hanno cenato, Letizia cara. Quattro crespelle a testa. Già dormono.»
«Grazie.»
«Letizia… hai chiesto il divorzio?»
«Lo chiederò lunedì.»
«Non ti dissuaderò. Se lo è meritato. Ma i ragazzi… ti sei affezionata, vero?»
«Mi sono affezionata. Matteo mi disegna bigliettini ogni domenica. Tommaso ha imparato a leggere – a me per prima ha letto la parola “sole”.»
«Hai fatto più tu per loro che il loro padre nell’ultimo anno.»
«I ragazzi non hanno colpa. Se ha bisogno di aiuto – ci sono. Ma con Andrea è finita.»
«Lo so, Letizia. Lo so.»
Letizia posò il telefono sul comodino. L’appartamento era silenzioso, vuoto e – suo. Niente borse estranee nel corridoio, niente bugie estranee nell’aria, niente pantofole estranee davanti alla porta.
Si avvicinò allo specchio e si guardò. Occhi asciutti. Mento alto. Ventotto anni – e in un solo giorno era invecchiata e ringiovanita insieme.
L’amica Raffaella mandò un messaggio: «Orgogliosa di te».
Letizia sorrise e rispose: «Grazie. Adesso vado avanti».







