Il mio ex marito è arrivato subito quando ha saputo che avevo comprato un appartamento per nostro figlio. Ma tutto è andato storto.

“Allora, senti un po’… l’ex marito si è presentato a casa mia appena ha saputo che avevo comprato un appartamento per nostro figlio. Dall’ingresso ha detto che adesso sarebbe vissuto con noi.

Suona il campanello. ‘Mamma, apri, è arrivato papà!’, Matteo, dodici anni, lascia il joystick sul divano e corre nell’ingresso. Le serrature della nuova porta blindata girano dure, devo premere forte sulla maniglia per girare la chiave. Dall’altra parte c’è Valerio con una busta del negozio di elettronica in mano. Cinque anni che non si faceva vivo. Gli alimenti erano miseri, calcolati sul minimo stipendio ufficiale. Ma adesso è lì, con una giacca di camoscio nuova, e sorride.

‘Ciao, padroni di casa!’, entra e quasi calpesta una scarpiera ancora da sistemare. ‘Ciao, Matteo! Guarda cosa ti ho portato. È l’ultimo modello, nei negozi è difficile trovarlo.’ Il figlio è sbalordito. Per cinque anni Valerio aveva mandato solo due messaggi all’anno – per il compleanno e per Capodanno. Ogni tanto faceva un bonifico di centocinquanta euro. Matteo sapeva che a suo padre non interessava di lui, e non si aspettava un regalo così costoso.

‘Perché sei venuto, Valerio?’, chiedo piano. Mi viene l’ansia, perché l’apparizione improvvisa dell’ex di solito non porta niente di buono.

‘Come perché? Da mio figlio!’, appoggia la scatola sulla panca delle scarpe e si toglie le scarpe. ‘Ho saputo che avete cambiato casa. Zona bella, palazzo nuovo. Brava, Giulia, ti sei sistemata bene. Versami un tè, per favore. Dobbiamo parlare seriamente del futuro di nostro figlio.’

Comprarlo è stato difficilissimo. Per cinque anni ho risparmiato come una matta, lavoravo due posti in una ditta di logistica e la notte facevo i report. Mettevo da parte ogni dieci euro. Niente vacanze, niente vestiti nuovi, niente caffè fuori. Un bilocale in periferia, in un palazzo in costruzione, all’inizio sembrava impossibile. Ma il costruttore ha anticipato la consegna e siamo riusciti a trasferirci.

Ho subito intestato l’appartamento a Matteo, così da adulto avesse casa sua e nessun problema gliela portasse via. Tutti i parenti e le amiche lo sapevano ed erano contenti. Ma anche Valerio ha saputo dell’acquisto.

‘Vieni in cucina’, dico, perché non voglio litigare davanti al bambino. ‘Matteo, vai in camera tua e apri il regalo. Io e papà dobbiamo parlare.’

Lui prende la scatola e va via svelto. In cucina c’è ancora odore di materiali dopo la ristrutturazione e di mobili nuovi. La cucina è dell’Ikea, l’ha montata mio fratello. Valerio si siede sullo sgabello, appoggia i gomiti sul tavolo e si guarda intorno.

‘Sì, non male’, dice. ‘Saranno sessanta metri quadri? Cucina grande. Quanto costa adesso un appartamento così? Duecentomila euro?’

‘Duecentoquarantamila’, rispondo, e riempio il bollitore. ‘E tutti quei soldi li ho guadagnati da sola. Ho usato anche il bonus bebè e un aiuto dai miei genitori. Tu non c’entri niente con questa casa.’

‘Giulia, perché ti arrabbi subito?’, scuote la testa. ‘Ci siamo lasciati, succede. Eravamo giovani, abbiamo sbagliato. Ma nostro figlio è uno solo. Anche io in tutti questi anni ho lavorato e fatto crescere la mia attività. Adesso i miei guadagni sono aumentati. Ecco, sono venuto a vedere come sta mio figlio.’

Lo ascolto e mi stupisco della sua faccia tosta. Quando ce ne siamo andati dal suo monolocale di proprietà di sua madre, Valerio controllava le nostre borse per paura che prendessi qualcosa in più. Si era pure tenuto il frullatore che i miei mi avevano regalato per il matrimonio. Allora mi faceva male, adesso provo solo ribrezzo.

‘Hai visto? Bevi il tè e vattene. Abbiamo un sacco da fare.’ Gli metto davanti una tazza con una bustina di tè economico. Quello buono non lo compravamo più per abitudine – troppo tempo a risparmiare su tutto.

Valerio avvicina la tazza ma non beve. Mette il muso serio e si sporge verso di me.

‘Giulia, sono qui per un motivo. Mi hanno detto che hai intestato l’appartamento a Matteo. È vero che è l’unico proprietario?’

‘Sì, è vero. Perché ti interessa?’

‘Ma dai!’, si meraviglia. ‘Non è stata una scelta saggia dal punto di vista economico. Ha solo dodici anni. Capisci che è rischioso? Se ti succede qualcosa, iniziano problemi con il tribunale dei minori e le cause. E poi, non è giusto dare tutto già pronto a un bambino. Lo vizierai, e non imparerà il valore delle cose.’

‘Non ho bisogno dei tuoi consigli su come crescere mio figlio’, stringo forte il bordo del tavolo per calmare la rabbia. ‘Per cinque anni non ti sei preoccupato se era viziato o no. Gli compravo scarpe di due numeri più grandi per durare, e giacche di seconda mano da amici. Dove eri tu con la tua sapienza finanziaria allora?’

‘Va bene, non litighiamo’, alza le mani come per dire che non vuole discutere. ‘Voglio fare il meglio per voi. Ho una proposta. Un piano intelligente per sfruttare quei metri quadri e farci soldi.’

‘La mia azienda sta aprendo una nuova filiale di logistica. Mi servono capitali per espandere il business. Con questo appartamento come garanzia possiamo prendere un grosso mutuo in banca. Oppure possiamo venderlo, investire i soldi nell’attività, e tra un anno compro a Matteo un trilocale in centro. Rendiamo il cinquanta per cento all’anno.’

Lo ascolto e non ci credo. Questo tipo è venuto per portare via al figlio l’unica casa e buttare tutto nel suo business rischioso.

‘Sei impazzito?’, chiedo sottovoce, così Matteo non sente dalla stanza. ‘L’appartamento è intestato a un minorenne. Nessuna banca ti concede un mutuo su un bene di un minore. E il tribunale dei minori non autorizza la vendita se non si compra subito un’altra casa equivalente o migliore.’

Valerio sorride.

‘Giulia, non è un problema. Si sistema tutto. Io conosco avvocati che sanno come aggirare le regole. Il tribunale dei minori lo giriamo. Intestiamo Matteo temporaneamente a casa di mia madre in campagna. Quella è grande, soddisfa i parametri. Dopo possiamo intestare l’appartamento a me o a te, e poi facciamo le operazioni. Ho già calcolato tutto. Possiamo agire come soci in affari, per il bene di Matteo.’

In quel momento arriva Matteo in cucina. In mano ha il nuovo tablet e sorride felice.

‘Papà, grazie mille! Il tablet va velocissimo. Mi aiuti a impostare il profilo? Il mio vecchio telefono non ce la fa più con le app.’

Valerio cambia subito tono, diventa dolcissimo.

‘Certo, figlio! Adesso sistemiamo tutto. Io ti aiuto sempre, ricordatelo. D’ora in poi ci vedremo spesso. Penso addirittura che dovrei venire a vivere con voi. C’è spazio, insieme ci divertiremo. Ti aiuterò con i compiti e ti iscriverò a uno sport.’

Mi sento male. Capisco il suo vero scopo. Non vuole solo i soldi dell’appartamento. Vuole tornare, perché adesso abbiamo un bene di valore. Cinque anni fa ci aveva cacciato con una valigia sola. Allora diceva che era stanco del pianto del bambino e della mia faccia sempre stanca. Adesso che il figlio è cresciuto e io ho una casa mia a Roma, vuole rivendicare i diritti di padre.

‘Matteo, vai in camera mia’, dico con calma forzata. ‘Finiamo di parlare con papà, poi lui viene da te.’

Il figlio annuisce e se ne va. Valerio mi guarda con aria di vittoria.

‘Vedi come mi vuole bene il ragazzo? Ha bisogno di una figura maschile. Tu lo cresci da sola, sembri pallida e stanca per il lavoro. Accetta la mia proposta, Giulia. Io torno in famiglia e vivremo bene. Usiamo l’appartamento per gli affari e guadagnamo un sacco. Puoi lasciare il tuo lavoro pesante e stare a casa.’

‘Tua madre vive in una vecchia casa di legno in provincia di Rieti, che cade a pezzi’, dico fissandolo. ‘Vuoi togliere il bambino da un appartamento nuovo a Roma per registrarlo in una casa senza riscaldamento? Tutto per fare un mutuo e buttare soldi nei tuoi progetti? Mi ricordo le tue idee passate: distributori di caffè e ricambi per auto. Sono rimasti solo debiti, che i miei genitori hanno pagato per evitare che gli ufficiali giudiziari ci portassero via gli elettrodomestici.’

Valerio smette di sorridere. Diventa cattivo, stringe le labbra.

‘Come ti permetti di parlarmi così?’, dice forte. ‘Sono suo padre! Ho il diritto legale di educare mio figlio. Se faccio causa per l’affidamento, per te sarà dura. Il mio reddito ufficiale adesso è il triplo del tuo. Il tribunale dei minori vedrà che la madre lavora due turni e non passa tempo col figlio, mentre il padre ha orari flessibili e tanti soldi.’

Mi fa ridere e schifo insieme. Cinque anni fa avrei pianto e pregato di non farlo. Ma in questi anni ho lavorato tanto e ho smesso di avere paura. Ho imparato a trattare con gli agenti di recupero crediti quando Valerio mi aveva lasciato con i suoi microprestiti non pagati. Ho imparato a compilare documenti e a parlare con gli impiegati statali.

‘Fai pure causa’, rispondo calma, e mi verso un bicchiere d’acqua. ‘Presenta la domanda. Il giudice si stupirà quando vedrà i documenti sui tuoi arretrati di alimenti. Quanto devi dell’anno scorso? Tremila euro? Il database degli ufficiali giudiziari è pubblico, Valerio. La tua giacca nuova e il regalo per tuo figlio sono belli. Ma la legge protegge chi mantiene il figlio tutti i giorni, non chi si presenta una volta ogni cinque anni.’

Valerio si alza di scatto. Tutta la sua arroganza è svanita.

‘Ma sei solo invidiosa e arrabbiata perché io sto bene!’, comincia a urlare. ‘Resta nel tuo piccolo appartamento da sola. Credi che ce la farai? Matteo crescerà e verrà da me, perché tu non sai dargli niente, solo questa casa!’

‘Vattene, Valerio’, apro la porta d’ingresso. ‘E portati via il tablet. Siamo stati senza i tuoi regali per cinque anni, continueremo senza.’

Valerio va in camera del figlio e, sotto gli occhi stupiti di Matteo, riprende la scatola con il dispositivo.

‘Non sapete apprezzare le cose buone!’, urla mentre si infila le scarpe. ‘Da me non avrete più un euro. Verrai tu a chiedermi aiuto quando non avrai soldi per le bollette!’

La porta si chiude con un colpo secco. Nell’ingresso silenzio. Matteo esce dalla sua stanza, piange. Gli dispiace per il tablet, ma ha capito tutto. Mi viene vicino, mi abbraccia la vita e si stringe.

‘Mamma, non importa. Posso usare il vecchio telefono. L’importante è che adesso abbiamo casa nostra.’

Io gli accarezzo i capelli. Non ho più speranze su quell’uomo. Ce la faremo da soli, senza i suoi piani pericolosi e senza la sua improvvisa voglia di fare il padre che ci sarebbe costata cara.”Quella sera, dopo aver cullato Matteo fino a farlo addormentare, mi siedo al tavolo della cucina e apro il portatile. Tiro fuori la cartella con tutti i documenti che ho conservato per anni: le mail, le ricevute dei bonifici mancati, le diffide del tribunale per gli arretrati di alimenti. Apro la pagina dell’avvocato di famiglia che mi ha aiutato a intestare l’appartamento – una donna che conosce ogni cavillo della legge.

Le scrivo un messaggio: «Possiamo blindare l’appartamento in modo che nessuno possa mai venderlo o ipotecarlo senza il consenso di un giudice e di un curatore? E voglio avviare una causa per l’affido esclusivo, con prova della sua inadempienza e della sua ultima visita minacciosa.»

Alle 23:15 arriva la risposta: «Possiamo. E possiamo anche chiedere un risarcimento per i danni morali. Ti aspetto domani in studio.»

Sorrido. Spengo il computer e vado a controllare Matteo: dorme con il vecchio telefono stretto tra le mani, come un talismano. Gli sistemo il lenzuolo e gli lascio un bacio sulla fronte.

Due mesi dopo, Valerio riceve una notifica di comparizione. Il giudice, esaminata la documentazione e ascoltato il parere del curatore del minore, respinge la sua richiesta di modifica dell’affidamento e lo condanna a versare gli arretrati entro trenta giorni – sotto minaccia di sequestro della sua auto nuova. In più, sul registro delle proprietà viene inserita una clausola che impedisce qualsiasi atto di disposizione dell’appartamento senza l’autorizzazione del tribunale dei minorenni e del padre di Giulia come garante.

Quando usciamo dal tribunale, Matteo stringe la mia mano.

«Mamma, hai vinto.»

«No, amore. Abbiamo vinto noi.»

A casa, nella cucina che profuma ancora di nuovo, scongelo due tranci di pizza surgelata e apriamo una piccola bottiglia di aranciata. Lui ride, racconta di come ha battuto tutti i livelli del gioco sul telefono vecchio. Io lo ascolto, e ogni parola è più leggera del silenzio che abbiamo lasciato alle spalle.

La sera, mentre guardo Roma dai vetri del nostro bilocale – luci accese, palazzi nuovi, la vita che riparte – so che questa non è solo una casa. È la prova che il coraggio di restare soli, a volte, è l’unico modo per non perdersi insieme a chi vuole portarti via tutto.

E mentre il vento di novembre muove le tende nuove, Matteo si addormenta sul divano, il telefono spento sul petto. Io prendo il suo gioco preferito e smanetto per sbloccare il livello finale. Non per vincere – per ricordarmi che certe battaglie, anche quelle più piccole, si combattono con le unghie e con i denti.

E alla fine, si vince.

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