«Il cane non ci lascia demolire il capanno» borbottavano gli operai! Il padrone entrò e rimase di stucco.

Il caposquadra chiamò alle sette del mattino e disse una sola parola: cane. Enrico non capì subito che c’entrasse un cane, se stavano parlando di demolire il vecchio capanno.

— Che cane, Vittorio?

— Rossiccio. Di taglia media. Non si avvicina, ringhia, sta davanti alla porta. Insomma, non possiamo lavorare.

— Siete in quattro uomini sani con piedi di porco.

— Enri, non se ne va. Abbiamo urlato, lanciato bastoni, battuto i piedi. Lui scappa di cinque metri e torna. Si mette proprio sulla soglia.

Enrico si sedette sul letto e si strofinò il viso con i palmi. Fuori dalla finestra tirava umido, quella prima umidità di maggio quando la terra non ha ancora lasciato andare il freddo.

Il terreno lo aveva comprato a marzo. La casa era solida, i muri reggevano, ma il capanno sporgeva all’estremità come un dente cariato: sbilenco, con la vernice verde scrostata, il tetto sfondato e un odore pesante di assi marce che arrivava persino attraverso il giardino.

La demolizione era prevista per sabato. Squadra, container, mazza. Tutto pagato.

E ora il cane.

Si vestì, versò il caffè nella borraccia da viaggio e salì in macchina. Lungo la strada bevve un sorso, si scottò la lingua e si arrabbiò ancora di più.

Di cani randagi in periferia ce n’erano a bizzeffe: gironzolavano intorno ai cassonetti, si scaldavano sui tombini del teleriscaldamento, mendicavano davanti al Conad. Ma che un solo bastardo fermasse quattro uomini armati di piedi di porco gli sembrava ridicolo.

Mentre si avvicinava al terreno richiamò.

— Non allontanatevi. Arrivo subito, sistemo io.

— Non ci siamo mossi. Stiamo qua a fumare. Il cane sta lì. La situazione è stabile.

L’ultima parola il caposquadra la pronunciò con una tale calma che Enrico strinse il volante.

Sul terreno regnava il silenzio. La mazza giaceva nell’erba, il piede di porco appoggiato alla recinzione. Vittorio era seduto su un secchio rovesciato e fumava, coprendo la brace con il palmo per ripararla dal vento. Due operai masticavano panini nell’abitacolo del Fiat Ducato con un’aria come se fossero pagati per aspettare.

— Eccolo là.

Sull’uscio del capanno, proprio sulla soglia, stava un cane rossiccio. Non grosso, non piccolo. Un occhio leggermente socchiuso, forse ammaccato o forse dalla nascita. Il pelo qua e là arruffato, le costole sporgevano sui fianchi. Non abbaiava. Stava lì, con il muso appoggiato sulle zampe.

— Avete provato a girare dall’altra parte? Il muro è marcio, si può aprire col piede di porco…

— Provato. Lui corre e si mette davanti al punto da cui proviamo ad entrare.

Il caffè ormai freddo gli amareggiava la lingua. Enrico finì di berlo, appoggiò la borraccia su un paletto della recinzione e si avviò verso il capanno. A ogni passo l’odore cambiava. Prima erba e terra, poi legno umido e marciume. E qualcos’altro, lieve e indefinibile, che non riusciva a identificare.

Il cane alzò la testa. Non ringhiò. Si limitò ad alzarsi e a irrigidire tutto il corpo. Il pelo lungo la schiena si rizzò lentamente, la coda iniziò a muoversi nervosa.

— Via!

Batté il piede a terra, un tonfo sordo.

Il cane arretrò di mezzo passo. Si fermò. E tornò. Si mise davanti alla porta, ostruendo la fessura tra l’anta e lo stipite. Non mostrava i denti. Guardava.

Enrico si accovacciò per mettersi al suo stesso livello. Un metro e mezzo tra loro. Occhi marroni, scuri, con un bagliore umido, il sinistro un po’ lacrimante. Non c’era rabbia in quegli occhi. C’era qualcos’altro, per cui allora non trovò parole.

Uno degli operai si avvicinò e porse un pezzo di bastone.

— Magari lo scacciamo più forte?

— Non serve.

— Vittorio dice che la cattura dei cani randagi arriva martedì. E il container è a noleggio fino a stasera.

— Lo so.

Le ginocchia scricchiolarono quando si raddrizzò. Il suono parve troppo forte per quel mattino silenzioso. Il cane non si mosse.

— Entro io.

— E se morde?

— Non morde.

Lo disse per rabbia, non per convinzione. E fece un passo verso la porta.

Il cane ringhiò. A bassa voce, quasi tra sé. Un suono gutturale che non faceva paura, metteva a disagio. La mano spinse l’anta. Il legno scricchiolò, il bordo inferiore raschiò il terreno, i cardini stridettero così forte che l’operaio accanto al furgone si voltò.

Enrico si infilò di lato.

Dentro era buio. E caldo. Non come d’estate, ma in un altro modo: denso, umido, come se l’aria respirasse da sola.

Enrico si fermò sulla soglia. Quell’odore lo conosceva. Sua madre portava a casa i gattini randagi, li metteva in una scatola vicino al termosifone, e nella stanza c’era lo stesso identico odore.

Gli occhi non si abituarono subito. Prima emerse il banco da lavoro: barattoli di vernice vuoti, un rotolo di fil di ferro, una pala senza manico. Poi il pavimento. Di terra, battuto, con ciuffi di fieno dell’anno prima. Ragnatele pendevano dalla trave alla parete, e in una di esse scintillava una goccia solitaria, rotonda e pesante.

Lo sguardo scivolò nell’angolo più lontano. Là dove il tetto reggeva ancora e attraverso una fessura tra le assi cadeva una sottile striscia di luce.

Là c’era una coperta.

Grigia, logora, con le frange ai bordi. L’aveva vista in marzo, quando aveva ispezionato il terreno prima dell’acquisto. Allora aveva pensato: ci hanno dormito i barboni. O l’aveva lasciata il vecchio proprietario. L’aveva spinta via con il piede per controllare il pavimento, e se n’era dimenticato.

Adesso la coperta era raccolta a formare un nido. Sopra c’erano dei cuccioli.

Quattro. Piccolissimi, due settimane al massimo. Occhi chiusi, orecchie incollate alle teste come petali. Strisciavano l’uno sull’altro, ficcando i musi ciechi nel tessuto, e squittivano sottili, su una nota sola. Il più piccolo, con una macchia scura sulla schiena, si era infilato sotto l’orlo della coperta e dava calci con la zampa posteriore nel sonno. La striscia di luce li colpiva in diagonale, e il pelo sembrava non rosso ma dorato.

Le ginocchia si piegarono da sole. Si accovacciò, le mani penzoloni. Non si muoveva.

Poi le dita si allungarono da sole e toccarono un dorso minuscolo. Caldo.

Il cucciolo non si svegliò. Mosse la zampa e si avvicinò ai fratelli.

Un fruscio alle spalle.

Enrico si immobilizzò. Il cane era entrato senza rumore, gli era passato accanto, si era sdraiato vicino ai cuccioli. Lui aspettava ringhi, scoprimento di denti, qualsiasi suono. Invece il cane si sdraiò e cominciò a leccarli. Metodico, tranquillo, con la lingua dalla testa alla coda. Come se l’uomo non ci fosse. Come se in tutto il mondo esistesse solo ciò che giaceva su quella coperta grigia.

Il più piccolo trovò la madre per primo. Si attaccò e cominciò a sforzare con le zampe. Gli altri lo seguirono, e il capanno si riempì di un sommesso ciu-ciu. Il cane chiuse l’occhio socchiuso e appoggiò il muso sulle zampe. Esattamente come stava sulla soglia mezz’ora prima. Solo che il muso era diverso. Non teso. Morbido.

Lui rimase seduto a lungo. Non contò i minuti. Le ginocchia gli si intorpidirono, la schiena sentiva l’umidità del pavimento di terra.

Poi si alzò e uscì.

Vittorio era appoggiato alla recinzione e finiva il tè dal thermos. Dall’abitacolo del Ducato mormorava le previsioni del tempo.

— Allora? Topi?

— Cuccioli.

Il caposquadra si fermò con il thermos in mano. Guardò il capanno, poi il proprietario.

— Cioè?

— Proprio così. Ha partorito nell’angolo, sulla coperta. Quattro. Ancora ciechi.

Vittorio tacque. Si grattò la cicatrice sul polso sinistro. Un’abitudine che gli veniva ogni volta che la situazione non rientrava nel preventivo.

— Insomma. Demoliamo o no?

L’anta del capanno era rimasta socchiusa, e nella fessura si vedeva il fianco rossiccio. Il cane stava tranquillo, non alzava la testa. Sapeva che lui era uscito, e non si mosse.

Ecco cosa gli passò per la mente. Il cane non mordeva, non saltava addosso, non scappava. Stava lì. Non aveva modo di fermare quattro uomini con i piedi di porco. Solo l’ostinazione. E la soglia dietro cui c’erano quelli che non potevano aprire gli occhi, né scappare, né chiedere.

— No. Non demoliamo.

— E quando?

— Quando saranno cresciuti.

Vittorio scrollò le spalle, fischiò alla squadra, e cominciò il solito trambusto del caricamento. Il piede di porco tintinnò contro la mazza. Il thermos sbatté contro la parete del furgone. La portiera sbatté.

Il telefono gli finì in mano prima che avesse il tempo di pensare.

— Lena, è successa una cosa. Ci serve del cibo per cani. E una ciotola. No, due.

Sua moglie cominciò a fare domande, mentre lui guardava il muso rossiccio spuntare dalla fessura e seguire il Ducato che faceva manovra al cancello. Il vento portava odore di erba fresca, benzina e qualcosa di floreale dal giardino vicino. L’occhio socchiuso del cane sbatté una volta.

Lui mise via il telefono e andò verso la macchina. Nel bagagliaio c’era una bottiglia d’acqua e dei panini che sua moglie gli infilava ogni mattina “per ogni evenienza”. Prese prima l’acqua. Si guardò intorno. Contro il muro del capanno, a destra della porta, c’era una ciotola di latta. Vecchia, arrugginita, ammaccata, con macchie secche sul fondo.

L’acqua dalla bottiglia colò nel fondo arrugginito. Il cane non uscì. Solo il naso fremette nella fessura della porta, umido e lucido.

Lui si sedette sulla scalinata di casa e scartò il panino. Salame e pane, niente di speciale. Addentò, masticò.

Un uccello dietro la recinzione trillava sempre la stessa nota, come per controllare se qualcuno lo sentiva.

Il capanno era ancora lì. La vernice continuava a scrostarsi, il tetto cedeva sul lato destro. Ma dalla porta socchiusa usciva calore e odore di latte.

La coperta grigia nell’angolo non era più spazzatura, ma il primo nido per quattro piccoli.

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