“– Non mi serve un rifugio qui, – scacciava il cane Laura. Finché all’angolo della panetteria non apparvero due sconosciuti.”

Il cane era apparso davanti al forno nell’ultima settimana di settembre, quando la mattina odorava già di terra bagnata e di fumo che saliva dalle case basse della periferia.

Nessuno l’aveva visto arrivare. Una mattina Letizia Rossi svoltò l’angolo verso il suo forno, e lui era lì, seduto sul gradino. Grosso, rossiccio, con il petto bianco e la coda tagliata male. Il pelo arruffato si attaccava a ciocche. Non guaiva, non chiedeva niente. Sedeva e guardava mentre lei tirava fuori le chiavi dalla borsa.

Letizia si voltò verso di lui:

– Sciò. Vattene.

Il cane si alzò, fece quattro passi indietro e si sdraiò accanto al marciapiede. Poggiò il muso sulle zampe. Non se ne andò.

A mezzogiorno era ancora lì.

Letizia gestiva il forno da nove anni. «Pane di Letizia» era scritto a mano sull’insegna di legno sopra la porta, che lei stessa aveva verniciato l’estate prima perché non voleva spendere per una nuova. Una stanza piccola, il bancone con la vetrina, lo scaffale con le pagnotte fresche, due forni nel retrobottega.

I lievitati si preparavano dalle cinque del mattino, il pane si infornava alle sei.

I clienti erano quelli del quartiere. Le anziane dei palazzi vicini, le mamme con i passeggini, gli operai dopo il turno di notte per le pizzette calde. Letizia conosceva quasi tutti per nome, ricordava chi prendeva il pane di Altamura e chi il pancarré, a chi serviva la treccia con i semi di papavero e a chi quella con la cannella.

Il forno la faceva vivere. Non riccamente, ma in modo stabile.

Bastava per l’affitto, le bollette, le medicine per la mamma, che abitava in un paese fuori città e telefonava ogni sera alla stessa ora. La chiamata alle otto significava che tutto era a posto. Se il telefono restava muto fino alle otto e un quarto, Letizia cominciava a chiamare lei.

Il marito se n’era andato da un pezzo. Da allora tutto da sola: verniciare l’insegna, chiamare i fornitori, cambiare le serrature, trascinare i sacchi di farina dal cortile su per le scale.

L’autunno non le piaceva.

* * *

Il cane non se ne andava.

Il secondo giorno Letizia arrivò la mattina e lui era di nuovo sul gradino. Il terzo pure. Il quarto notò che una cliente del palazzo vicino, Giulia, una giovane donna con gli occhiali rotondi e un berretto che le scivolava, metteva sul gradino un coperchio di latta con l’acqua.

Letizia la chiamò:

– Giulia, non gli dia da mangiare qui. Spaventerà i clienti.

Giulia la guardò al di sopra degli occhiali.

– Non spaventa nessuno.

– Invece sì. Ieri la signora Tamara ha fatto il giro largo per evitarlo.

Giulia scrollò le spalle:

– La signora Tamara si spaventa anche del vento. Non è una prova.

– Prova o no, quel coperchio lo tolga. Non voglio un canile qui.

Giulia tolse il coperchio. Ma la sera, mentre Letizia spegneva le luci e andava verso la macchina, vide Giulia accovacciata vicino al marciapiede che dava da mangiare al cane da un contenitore. Lui mangiava con delicatezza, senza ingordigia, come per cortesia.

Letizia voleva dirle qualcosa, ma cambiò idea. Era stanca. La giornata era stata lunga, il fornitore aveva portato un sacco di farina con gli insetti, aveva dovuto chiamare, litigare, organizzare il reso. La testa le ronzava. Voleva una tisana calda e silenzio, non discussioni su un cane randagio.

Dopo una settimana il cane era diventato parte del paesaggio.

La mattina stava sdraiato sul gradino. Il pomeriggio si spostava all’ombra del tiglio nel parcheggio. La sera tornava davanti alla porta. Non abbaiava. Non saltava addosso. Semplicemente c’era.

I clienti si abituarono più in fretta di quanto Letizia avesse previsto. Nonna Lidia del palazzo di fronte gli portava delle frattaglie cotte in un barattolo. I ragazzini della scuola dietro l’angolo lo accarezzavano dopo le lezioni, lui si lasciava fare, voltando solo la testa quando toccavano la coda mozza.

Tania, la commessa che lavorava a turni e amava i cani più delle persone, insisteva sempre:

– Letizia, ma dai. È buono. Non farebbe male a una mosca.

– Non mi serve un cane davanti al forno.

– E a lui non serve il forno. È per conto suo.

– E allora che stia per conto suo. Da qualche altra parte.

Ma il cane non se ne andava. E Letizia smise di scacciarlo. Non perché si fosse rassegnata, ma perché capì che era inutile. Lui si allontanava una ventina di metri, si sdraiava, aspettava che lei sparisse dietro la porta, e poi tornava.

Ci fu un episodio che ricordò. A metà ottobre scoppiò un acquazzone, improvviso e violento, con un vento che strappava gli ombrelli. Non c’erano clienti. Letizia stava in vetrina, aspettando il corriere del lievito.

E vide il cane rosso sdraiato sul gradino, fradicio, immobile. L’acqua gli colava dal pelo, gocciolava dal muso, e lui restava lì.

Uscì con una cassetta di mele vuota. La sistemò di lato contro il muro, ci infilò dentro un vecchio tappeto di spugna del retrobottega.

Poggiò la cassetta e fece segno: – Ecco. Sali, dai.

Il cane la guardò. Si alzò. Salì nella cassetta, si rannicchiò. Le zampe sporgevano, ma ci stava.

– Ma qui stai solo di passaggio.

Quella stessa mattina successe un’altra cosa. Letizia portò ai bidoni della spazzatura una pagnotta con la crosta bruciata. Passò davanti alla cassetta, si fermò. Staccò un pezzo di crosta e lo mise davanti al muso. Il cane annusò, lo prese con cautela tra i denti. Masticò a lungo, come se assaggiasse non il pane, ma la sua decisione.

A fine ottobre gli diede un nome. Non apposta. Una mattina, aprendo la porta, disse:

– Eccoti ancora, Rudy.

E il cane alzò la testa. La guardò. Come se avesse risposto.

I problemi cominciarono a novembre.

Prima piccole cose. Qualcuno sfondò la tettoia sopra l’ingresso. Letizia chiamò l’amministrazione del condominio, le dissero: «Facciamo una richiesta», che significava «mai». Lei stessa fissò la lamiera con le viti, in piedi su una scala al crepuscolo. Il giorno dopo qualcuno strappò di nuovo la tettoia, e rimase appesa a un solo gancio.

Poi cominciarono ad arrivare persone strane. Non clienti. Due, a volte tre, con giacche scure e cappucci calati. Entravano, giravano per il negozio, guardavano i prezzi, non compravano niente. Una volta chiesero a Tania:

– A che ora chiude la proprietaria?

Tania rispose senza pensare:

– Alle nove. Alle dieci se c’è pulizia.

Poi lo riferì a Letizia. Lei tacque, ma quella sera chiuse il forno alle otto e mezza per la prima volta. Contò due volte l’incasso.

Nel quartiere circolavano voci. Nella via accanto avevano svaligiato un parrucchiere. Erano entrati dalla finestra, avevano portato via il registratore di cassa e un asciugacapelli. Nella farmacia di turno all’autobus avevano sfondato la porta. Il vigile di quartiere girava per i negozi, prendeva appunti, prometteva «più controlli».

Letizia montò un secondo paletto sulla porta. Controllò la serratura dell’uscita di servizio. Chiamò un’azienda di telecamere, sentì il prezzo, riattaccò. Troppo caro. Con quei soldi poteva pagare Tania per un mese.

La mamma al telefono diceva:

– Letizia, magari prendi una guardia?

– Mamma, una guardia costa come una Tania e mezzo. Non ho questi soldi.

– E la polizia?

– La polizia arriva quando è già successo.

Pausa.

– Stai attenta.

– Sì, sto attenta.

Rudy continuava a stare sdraiato sul gradino. Quando quei due con le giacche passarono la terza volta, lui alzò la testa e li fissò senza battere ciglio. Non ringhiò, non abbaiò. Solo li guardò. Uno fece un giro largo intorno al gradino, l’altro affrettò il passo.

Letizia lo vide dalla vetrina. Pulì il bancone e andò a contare l’incasso.

Il diciassette novembre era giovedì.

Letizia ricordò la data perché quel giorno la mamma non chiamò all’ora solita. Richiamò lei stessa verso le dieci meno un quarto, mentre stava abbassando la saracinesca. La mamma disse che si era addormentata davanti alla televisione e si era dimenticata. La voce era bassa, un po’ affannata, e Letizia decise: domattina, prima di aprire, passerà da lei, porterà le medicine e la controllerà.

Riattaccò. Spense le luci del negozio. Ascoltò il ronzio del banco frigo. Fece scattare il registratore di cassa, mise i soldi in una busta spessa, la busta nella borsa. Si infilò il giaccone, prese le chiavi. Uscì dall’ingresso principale.

Fuori era buio. Il lampione sopra il gradino lampeggiava e si spegneva. L’aria odorava di ferro bagnato e di primo gelo. Pensò: «Devo cambiare la lampadina», e infilò la mano in tasca per cercare il telecomando della macchina.

I passi li sentì non subito.

Qualcuno camminava veloce, da destra, dall’angolo dell’edificio. Letizia si voltò. Due. Cappucci. Uno teneva le mani in tasca.

Quello più vicino disse breve:

– Ferma.

Voce giovane, dura.

– La borsa. E le chiavi.

Letizia fece un passo indietro. La schiena toccò la porta del forno. La borsa scivolò dalla spalla e rimase appesa al gomito. Un pensiero solo, corto e arrabbiato: «L’incasso. L’incasso di oggi è nella borsa».

– La borsa, ho detto.

Il primo si avvicinò.

Il secondo stava un po’ indietro, guardandosi intorno. Letizia gli vide il volto alla luce lontana di una finestra: giovane, vent’anni al massimo.

Aprì la bocca, ma la gola si strinse. Non per paura. Per rabbia. Nove anni che tirava avanti quel forno. Da sola. E ora due con il cappuccio volevano portarsi via quello che aveva guadagnato in un giorno, in piedi davanti al forno dalle cinque del mattino.

Strinse la tracolla della borsa con tutte e due le mani.

– Non ce l’avete.

Il primo scattò in avanti. Afferrò la tracolla. Tirò a sé, ma Letizia tirò indietro, e la borsa restò nelle sue mani un attimo più a lungo di quanto lui avesse calcolato.

Quell’attimo bastò.

Dalla parte della cassetta dove di solito stava Rudy, venne un fruscio di tessuto, poi uno stridio di unghie sul cemento. Il cane si alzò. Letizia lo sentiva, ma non lo vedeva perché non staccava gli occhi da quello che le stava di fronte.

E solo quando arrivò il suono, entrambi gli aggressori si fermarono a metà passo.

Un ringhio basso, profondo. Non un abbaio. Un ringhio che saliva dal fondo del petto, come se la terra sotto i piedi vibrasse.

Rudy uscì dall’ombra della tettoia. Il pelo sulla nuca era dritto. Le labbra sollevate, i denti scoperti. Gli occhi, nella luce della finestra lontana, sembravano gialli.

Il secondo farfugliò:

– Che roba è…

Rudy non lo lasciò finire. Non si lanciò. Camminò. Lento, passo dopo passo, senza staccare lo sguardo da quello che teneva la tracolla. Il ringhio cresceva, come se dentro il cane ci fosse un motore che prendeva giri.

La distanza si ridusse a due metri.

Il primo lasciò la tracolla. Indietreggiò di un passo.

Rudy fece ancora un passo.

Il secondo soffiò via:

– Andiamo.

Scapparono. Davvero, senza guardarsi indietro, lungo il muro e oltre l’angolo. E solo quando furono già in fuga, Rudy scattò. L’abbaio colpì il cortile come uno sparo, cupo, rauco, mai sentito. Dopo una quarantina di metri il cane si fermò. Ristette, ansimando forte. Si voltò e tornò indietro.

Letizia stava schiacciata contro la porta, con le mani ancora strette alla tracolla. Le gambe non la reggevano. Lentamente scivolò sul gradino. Il cemento era gelido, ma ormai non importava.

Rudy si avvicinò. Si sedette accanto.

Lei sentiva il suo respiro. Regolare, che si calmava, come se non fosse successo niente.

Letizia tirò fuori il telefono. Le mani tremavano così tanto che compose il numero al terzo tentativo. Chiamò la polizia. Poi Tania. Poi restò seduta ad aspettare, e il cane sedeva accanto, e il lampione sul gradino lampeggiava, e novembre era nero e silenzioso intorno.

Venti minuti dopo arrivò il vigile. Poi arrivò Tania in taxi, con il cappotto sopra il pigiama.

– Oddio, Letizia, come stai?

– Bene.

– Sei bianca come un cencio.

– Sto bene.

Tania guardò il cane.

– È lui?

Letizia annuì.

Tania si accovacciò, allungò una mano cauta. Rudy si lasciò accarezzare. Una volta scodinzolò con il moncherino e poi riposò la testa sulle zampe.

Il vigile prese la denuncia. Promise che avrebbe indagato. Disse che la descrizione corrispondeva a quelli del parrucchiere. Se ne andò.

Letizia chiuse il forno con tutti e due i paletti. Salì in macchina. Girò la chiave, ma non partì. Stava seduta, le mani sul volante, a guardare il parcheggio vuoto.

Rudy era sdraiato al suo solito posto. Rannicchiato, con il fianco contro la cassetta. Il tappeto di spugna all’interno era umido.

Lei scese dalla macchina. Aprì il bagagliaio. C’era una vecchia coperta di pile, quella che usava per coprire le cassette quando portava i vasetti di marmellata dalla vicina. La prese. Si avvicinò al cane.

Si avvicinò e gli porse:

– Tieni. Fa freddo.

Mise la coperta nella cassetta. Rudy annusò, si alzò, girò un po’ e si sdraiò sulla stoffa. La coperta era macchiata di farina e odorava di magazzino, ma a Rudy non importava.

Letizia restò in piedi. Poi frugò nella borsa, trovò una pasta della sera prima che non aveva mangiato a pranzo, ne staccò metà e la mise davanti al muso del cane.

Disse piano:

– Grazie.

Salì in macchina e andò a casa. Per strada pianse, ma non per i rapinatori. Per il fatto che per quasi due mesi lo aveva scacciato dalla porta. E per quanto fosse stato bello che lui fosse rimasto.

La mattina dopo Letizia arrivò un’ora e mezza prima. Prima passò dalla mamma, le lasciò le medicine, le misurò la pressione, l’aiutò a cambiarsi, si accordò per portarla dal medico la domenica. La madre le tenne la mano più a lungo del solito. Letizia non ebbe fretta.

Al forno arrivò alle sei e mezza. Aveva in mano un sacchetto del negozio di animali. Una ciotola, di metallo, pesante, che non si rovesciasse. Cibo per cani di taglia grande, quello che il negoziante le aveva consigliato. Un collare, marrone scuro, semplice, senza fronzoli. E un guinzaglio, di tela, con il moschettone.

Rudy era seduto sul gradino. La guardò. Lei mise la ciotola accanto alla porta, ci versò il cibo.

Letizia si raddrizzò:

– Mangia. E non guardarmi così.

Il cane si avvicinò alla ciotola. Mangiò con calma, senza fretta. Letizia aprì il forno, accese le luci, mise l’impasto. Mentre lievitava, uscì e infilò il collare a Rudy. Lui non oppose resistenza, girò la testa e le diede una spinta col naso sul polso. Veloce, breve. Poi continuò a mangiare. Il guinzaglio lo appese dentro, al gancio vicino alle chiavi. Nel caso servisse.

Giulia venne per le paste alle otto. Vide la ciotola, vide il collare al collo del cane e guardò Letizia al di sopra degli occhiali.

Letizia la prevenne: «Non cominciare».

Giulia sorrise. Comprò cinque paste, pane di Altamura e un pacchetto di biscotti. Sulla porta si fermò:

– Sono contenta.

– Vai, vai.

A mezzogiorno tutto il quartiere lo sapeva. Nonna Lidia del palazzo di fronte portò un pezzo di manzo lesso nella stagnola. I ragazzini della scuola portarono una palla di gomma, ma Rudy non reagiva alle palle. Tania portò da casa un cuscino spesso e lo mise nel vano tra le due porte, dove non tirava.

– Almeno di giorno sta al caldo.

Letizia non disse niente. Ma da allora lasciò la porta del vano aperta.

Quella stessa sera chiamò l’elettricista. Pagò di tasca sua, non aspettò l’amministrazione. La lampada sul gradino si accese forte e uniforme, illuminando i gradini e un pezzo di marciapiede. Rudy si sdraiò nel cerchio di luce, e il pelo gli sembrò di rame.

La mamma chiamò alle otto, come sempre.

– Letizia, ho sentito che ieri hai avuto guai?

– Chi te l’ha detto?

– Lidia ha telefonato. Lei sa tutto per prima. Come stai?

– Bene, mamma. Tanto qui sono sorvegliato.

– Chi ti sorveglia?

Letizia guardò Rudy, che stava sdraiato nel vano sul cuscino di Tania e la fissava con un occhio.

– Lungo da spiegare. Domani ti racconto.

I rapinatori li presero dopo due settimane. Il vigile chiamò e disse: arrestati, hanno passato il caso. Gli stessi del parrucchiere e della farmacia. Letizia disse «grazie» e riattaccò. Guardò Rudy, che sonnecchiava accanto al termosifone nel retrobottega, dove si era trasferito da solo quando erano arrivate le prime gelate. Il vano ormai gli sembrava troppo freddo, e Tania aveva semplicemente spostato il cuscino più dentro, verso i forni.

Letizia lo chiamò:

– Senti? Li hanno presi.

Rudy aprì un occhio e sbadigliò.

A Capodanno non andò dalla mamma al paese, come al solito. Portò la mamma da lei. Taxi, due sacchetti di mandarini, una scatola di cioccolatini e una torta secondo la ricetta scritta a mano su un foglio a quadretti dalla nonna.

Passarono a prendere la torta che Letizia aveva preparato per cena. La mamma vide Rudy alla porta e chiese:

– E questo chi è?

Letizia si fermò accanto a lui:

– È Rudy. Abita qui.

– Qui dove?

– Qui da me.

La mamma guardò la figlia. Poi il cane. Poi di nuovo la figlia.

In primavera Letizia ordinò un’insegna nuova.

In tipografia, bella, con lettere dritte e luce incorporata. «Pane di Letizia». In basso, con lo scotch, attaccò: «Non toccare il cane, è un dipendente».

Giulia disse che era l’insegna più bella del quartiere. Tania disse che era marketing. Nonna Lidia disse che era giusto.

Rudy stava sdraiato sul gradino. Guardava i passanti.

Il guinzaglio era appeso dentro il forno, al gancio vicino alle chiavi, e adesso lo prendevano la sera.

La sera, quando Letizia chiudeva il forno, non aveva più fretta. Spegneva le luci, controllava i forni, prendeva la borsa e usciva. Rudy si alzava e le camminava accanto fino alla macchina. Lei apriva la portiera posteriore, e lui saltava dentro.

A casa andavano insieme.

Ogni mattina Letizia staccava un pezzo di crosta dalla prima pagnotta e lo metteva nella ciotola del cane prima di versare il cibo. Non era più un caso. Era un rito.

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“– Non mi serve un rifugio qui, – scacciava il cane Laura. Finché all’angolo della panetteria non apparvero due sconosciuti.”
L’ultimo Capodanno